Hörgr

Hörgr a Skogafoss (Islanda)

Hörgr a Skogafoss (Islanda)

Un hörgr (in antico norreno; plurale hörgar) o hearg in Old English, era una tipologia di edificio religioso, o un altare, che probabilmente consisteva in un gruppo di pietre, utilizzato nel paganesimo norreno.
Gli hörgar sono attestati nell’Edda poetica, compilata nel 13° secolo da fonti tradizionali precedenti; e nell’Edda in prosa, scritta nel 13° secolo da Snorri Sturluson; nelle saghe, nella poesia scaldica, nel poema in Old English Beowulf, e in vari toponimi, spesso collegati a divinità germaniche.

Rudolf Simek afferma che lo hörgr in origine significava semplicemente “luogo sacro”, mentre il sostantivo in Old English hearg potrebbe significare “bosco sacro” e/o “tempio/idolo”.
Molti toponimi in Islanda e Scandinavia contengono la parola hörgr hörgur, come Hörgá e Hörgsdalur in Islanda e Harg in Svezia.
Quando Willibrord portò il cattolicesimo in Olanda (nel 700 circa) la chiesa di Vlaardingen aveva una dépendance a Harago/Hargan, oggi chiamata Harga. Ciò indica che vicino questi luoghi c’era qualche tipo di costruzione religiosa in epoca medioevale.

In Inghilterra, il nome del borough inglese di Harrow deriva il suo nome dalla forma in Old English di hearg. Il tempio da cui prese il nome era probabilmente sulla Harrow Hill (collina di Harrow) dov’è situata oggi la chiesa di St. Mary. Herga Road a Harrow è un resto della forma primitiva del nome.

***

Su un blog dedicato all’ásatrú si legge:
“Nello sviluppo di una vita spirituale e religiosa è naturale stabilire qualche sorta di focus centrale per il culto nella forma di un altare o un reliquiario. Mettere in piedi un altare è abbastanza facile e ci sono un paio di diverse opzioni da considerare. La prima opzione è considerare un altare all’esterno chiamato harrow (dall’Old Norse hörgr, Old English hearg). Questa è un’opzione semplice, vanno bene un cairn di pietre impilate o una singola grande roccia su cui lasciare offerte e versare le libagioni. Questa opzione è più pratica per chi ha a disposizione un giardino privato o un’area con alberi, ma si può costruire un cairn ovunque.
La seconda opzione è realizzabile da chiunque abbia una superficie piana a disposizione in una stanza al riparo da bambini e animali. Nella Eyrbyggja Saga si racconta di un altare all’interno di un hof (islandese “tempio”) costruito da Þórólfur Mostraskegg e chiamato stalli.

http://www.asatrublog.com/2013/06/01/setting-up-an-altar/

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Waldeinsamkeit

'Waldeinsamkeit', by Paul Rieth Jugend Magazine, year 1901

‘Waldeinsamkeit’, by Paul Rieth
Jugend Magazine, year 1901

La Waldeinsamkeit, o “solitudine della foresta”, è un aspetto del motivo della solitudine, è un ideale ascetico descritto come ingrediente del monachesimo asiatico, diffuso anche nel monachesimo medioevale d’Occidente. Il concetto è entrato nella cultura generale come motivo letterario nel periodo romantico, cui gli è propria la connotazione.

Nella tradizione ascetica dell’Induismo i Vanaprastha (“monaci della foresta”) cercavano volontariamente la Waldeinsamkeit come momento chiave, e questo accade anche nel Buddismo nella “tradizione della foresta” o in Thailandia presso i Tudong.

Nel monachesimo cristiano in Europa fino al tardo Medioevo i reclusi e gli eremiti cercavano rifugio nella solitudine della foresta, da un lato a causa del trambusto cittadino, dall’altro per una tipicità della vita monastica (come per la congregazione vallombrosiana). Questi individui erano tenuti in grande considerazione dal popolo.

Nel poema epico Parzival di Wolfram von Eschenbach viene descritta la figura di Trevrizent, ideale per la vita ascetica di solitudine nella foresta. L’immagine dell’eremita nella foresta viene descritta nel 1668 in L’avventuroso Simplicissimus di Grimmelshausen ed è tema letterario della poesia barocca.

Caspar David Friedrich (1774-1840):  'The Hunter in the Forest'

Caspar David Friedrich (1774-1840):
‘The Hunter in the Forest’

Nel Romanticismo tedesco la solitudine della foresta è un tema chiave. La foresta è legata all’ideale idillico ed eterno della solitudine della tipologia del poeta romantico introverso. Nel movimento romantico il termine apparve la prima volta nel 1796 nella favola letteraria Il biondo Eckhart di Ludwig Tieck in cui il termine è utilizzato quale simbolo per il mondo interiore e l’esperienza all’esterno della protagonista Bertha. Nella forma del poema il termine è introdotto da un uccello, che altera il contenuto del poema con il coinvolgimento nei misfatti di Bertha:

Waldeinsamkeit,
Die mich erfreut,
So morgen wie heut
In ewger Zeit,
O wie mich freut
Waldeinsamkeit.
Waldeinsamkeit
Wie liegst du weit!
O Dir gereut
Einst mit der Zeit.
Ach einzge Freud
Waldeinsamkeit!
Waldeinsamkeit
Mich wieder freut,
Mir geschieht kein Leid,
Hier wohnt kein Neid
Von neuem mich freut
Waldeinsamkeit.

Joseph von Eichendorff utilizza il termine per indicare la trasfigurazione del bosco come un idillio senza tempo, che viene messo a confronto con la fugacità dell’essere umano. In tutta l’opera letteraria di questo poeta la Waldeinsamkeit occupa una posizione determinante.
Oltre ad una poesia intitolata Waldeinsamkeit nel ciclo Der Umkehrende si trovano molte famose poesie come  Abschied vom WaldeIn der Fremde o Komm, Trost der Welt. Non meno importante l’argomento nelle sue opere in prosa, come nel racconto Das Schloß Dürande.

Ugualmente, ci sono poesie di Heinrich Heine ed Adolf von Tschabuschnig che portano lo stesso titolo. Un’opera tarda di Joseph Victor von Scheffel del 1884, un ciclo di poesie in dodici parti, si intitola anch’esso Waldeinsamkeit.

Il motivo si ritrova senza un diretto riferimento in numerose opere di romance, in quanto la foresta ed il poeta in solitudine possono essere visti come motivi chiave dell’epoca, come nel romanzo Heinrich von Ofterdingen di Novalis o nelle poesie di August von Platen, Ludwig Uhland e Nicholas Lenau.

La parola era un germanismo non tradotto che entrò nella letteratura americana, come nel poema Waldeinsamkeit di Ralph Waldo Emerson del 1858.

Nell’ambito della pittura il motivo della foresta in solitudine fu trattato soprattutto da Caspar David Friedrich, Carl Gustav Carus, Ernst Ferdinand Oehme, Ludwig Richter e anche da Moritz von Schwind. Il dipinto Genoveva in der Waldeinsamkeit di Ludwig Richter si basa sul pubblico annuncio di Geneviève del Brabante e mostra la foresta come un luogo cui si anela e un luogo di raccoglimento, con le caratteristiche del tipico dipinto religioso romantico. Lo stesso disegno fu rappresentato dal pittore Hans Thoma. Le rappresentazioni della foresta di Julius Mařáks furono la base per il ciclo poetico Waldeinsamkeit di Scheffel.

In ambito musicale l’argomento viene trattato nelle opere Siegfried e Parsifal di Wagner.

Kaulbach: 'Waldeinsamkeit', 1879

Kaulbach: ‘Waldeinsamkeit’, 1879

Ecco la poesia di Ralph Waldo Emerson:

I do not count the hours I spend
In wandering by the sea;
The forest is my loyal friend,
Like God it useth me.

In plains that room for shadows make
Of skirting hills to lie,
Bound in by streams which give and take
Their colors from the sky;

Or on the mountain-crest sublime,
Or down the oaken glade,
O what have I to do with time?
For this the day was made.

Cities of mortals woe-begone
Fantastic care derides,
But in the serious landscape lone
Stern benefit abides.

Sheen will tarnish, honey cloy,
And merry is only a mask of sad,
But, sober on a fund of joy,
The woods at heart are glad.

There the great Planter plants
Of fruitful worlds the grain,
And with a million spells enchants
The souls that walk in pain.

Still on the seeds of all he made
The rose of beauty burns;
Through times that wear and forms that fade,
Immortal youth returns.

The black ducks mounting from the lake,
The pigeon in the pines,
The bittern’s boom, a desert make
Which no false art refines.

Down in yon watery nook,
Where bearded mists divide,
The gray old gods whom Chaos knew,
The sires of Nature, hide.

Aloft, in secret veins of air,
Blows the sweet breath of song,
O, few to scale those uplands dare,
Though they to all belong!

See thou bring not to field or stone
The fancies found in books;
Leave authors’ eyes, and fetch your own,
To brave the landscape’s looks.

Oblivion here thy wisdom is,
Thy thrift, the sleep of cares;
For a proud idleness like this
Crowns all thy mean affairs.

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I Finfolk alle Orcadi

The Orkney Islands on the Carta Marina, 1539 by Olaus Magnus (1490-1557)

The Orkney Islands on the Carta Marina, 1539
by Olaus Magnus (1490-1557)

Finfolk nel folklore delle isole Orcadi erano una razza di stregoni oscuri e tetri, temuti e di cui non ci si fidava.
Le loro abilità nautiche erano senza pari e, oltre ad avere potere di scatenare le tempeste e potere sul mare, sono considerati dei mutaforma.
A differenza dei Selkie-folk che si limitavano – almeno secondo alcuni racconti – a riva per poco tempo, i Finfolk erano veramente anfibi. Essi andavano e venivano a loro piacimento, avventurandosi tra il loro mondo sotto il mare e la terra degli umani.
I Finfolk conducevano un tipo di vita nomade. Passavano i lunghi inverni delle Orcadi nel lussuoso Finfolkaheem, una maestosa città in luogo ignoto, che però si diceva giacesse al fondo del mare.
D’estate, però, tornavano alle Orcadi, dove risiedevano sulla loro magica isola-patria, Hildaland, una delle magiche isole che scomparivano. La tradizione vuole che Hildaland fu in seguito conquistata dai Finfolk e rinominata Eynhallow.

C’erano due distinzioni tra i ranghi dei Finfolk: il Finman e la Finwife. I racconti dei Finmen generalmente costituiscono la maggior parte del corpus di fiabe folkloriche e sono abbastanza standard nelle loro descrizioni di queste creature cupe.
I Finfolk condividevano un tratto comune con gli altri abitanti terrestri delle Orcadi, gli hill-folk (abitanti delle colline) o i trow (una specie di troll), una spiacevole predilezione per il rapimento di uomini mortali.
Farebbero sparire i loro prigionieri trasportandoli nelle loro case nascoste nell’isola, dove generalmente li costringono a rimanere per il resto dei loro giorni. Questi sventurati vengono solitamente rapiti per diventare la moglie o il marito di uno dei Finfolk.
In particolare la Finwife aveva una buona ragione per acquisire un marito mortale.

Finman on the Ebb: illustrazione di Sigurd Towrie

Finman on the Ebb: illustrazione di Sigurd Towrie

Ma è chiaro che sotto queste leggende di rapimento l’influsso malefico dei Finfolk spiega le morti per mare e la scomparsa di vari abitanti delle isole.
Immaginate una madre straziata dal dolore, seduta in un piccolo podere in silenzio, di fronte al mare in tempesta. Non sarebbe stato meglio sperare che il figlio perduto era stato preso dalla “gente del mare” e che forse sarebbe tornato di nuovo, un giorno, vivo e vegeto?

Il cristianesimo ed i Finfolk
Tratto comune con tutti gli altri abitanti soprannaturali delle Orcadi, la scomparsa dei Finfolk è stata imputata all’avvento del cristianesimo.
Quando ad alcuni vecchi abitanti delle isole è stato chiesto perché non sono stati più avvistati Finfolk, la risposta è stata: “De Finmen cinno’ live whar’ the true Gospel is preached on de land, and a sprole used fir fishin’ oan da sea” (“I Finmen non possono vivere su quella terra dove viene predicato il vangelo e in cui uno sprole viene usate per pescarne uno dal mare” – traduzione mia -).
Lo sprole era un attrezzo ittico che permetteva al pescatore di usare due ami contemporaneamente sulla stessa canna.

L’influsso dei Finfolk e dei loro simili era comunque temuto fino alla fine del diciannovesimo secolo, e quest’affermazione probabilmente fu registrata intorno a quel periodo, quando il folklore cominciò ad allontanarsi dalla coscienza degli abitanti delle Orcadi.

Sebbene pare che i Finfolk fossero opposti ai relativamente benevoli selkie-folk, in realtà ciò è molto lontano dal vero. Su tutte le creature della mitologia orcadiana, i selkie-folk sono stati “ammorbiditi” negli ultimi anni per creare uno spirito marino angelico e benevolente, ma molto lontano dalle entità originarie che seminavano il terrore in chi ci credeva. Inoltre entrambe le figure folkloriche, sebbene oggi guardate come completamente diverse, originariamente erano un’unica figura.
Sebbene i Finfolk, abitanti del mare, sembrano contenere elementi provenienti da diverse fonti, erano sicuramente basati sui Finns di tradizione norvegese. Gli abitanti indigeni della Norvegia settentrionale, i Finns, erano anche rinomati per i loro poteri magici.
Nelle Orcadi e nelle Shetland queste genti, conosciute come Norway Finns, venivano considerate a metà strada tra la mitologia e la realtà.
Ma se i Finfolk ed i selkie-folk una volta erano la stessa cosa, da dove hanno origine questi racconti?
Per la risposta, bisogna guardare al nord della Norvegia.
La Norvegia era, ed è ancora, la patria di due popoli distinti – i norvegesi, e gli abitanti originari della Scandinavia del nord, i Saami.
Nelle fonti in antico norreno ci si riferisce a loro come ai finnar; i Saami erano considerati grandi stregoni con il potere di controllare il tempo atmosferico, di viaggiare per lunghe distanze in trance magica e cambiando forma, solitamente quella di un animale marino o di un orso.
I Saami conducevano una vita nomade, con una cultura ed una società completamente diverse rispetto a quelle dei loro vicini norvegesi.
Vivevano prevalentemente nel lontano nord della Norvegia in un territorio conosciuto come Finnmark. Il Finnmark dei tempi antichi era molto più esteso dell’area attuale, e le testimonianze dimostrano come i Saami vivessero anche nelle aree più a sud e più ad est.
Sebbene i due popoli possano essersi influenzati vicendevolmente nei vari aspetti di religione e cultura, rimangono delle differenze sostanziali.
Dopo che i norvegesi adottarono il cristianesimo, ad esempio, i Saami rimasero pagani – un fatto che senza dubbio non fece altro che evidenziare ancora di più la loro reputazione di stregoni selvaggi -.
Popolo norvegese a parte, l'”appartenenza ad un altro mondo” dei Saami può essere anche vista nella letteratura in antico norreno.
A volte ci si riferisce a loro come agli jotnar (giganti) e ai dvergar (nani) – termini descrittivi non tanto per la loro taglia o statura, quando per posizionarli in un ambito mitologico, magico e sovrannaturale.
I Saami avevano una “religione” sciamanica, qualcosa che senza dubbio serviva come base per le successive tradizioni norrene, per cui i Finnar erano abili e riconosciuti operatori di magia. I loro poteri curativi e profetici, il controllo del tempo atmosferico e l’abilità di cambiar forma sono tutte capacità magiche che chiaramente si trovano attribuite ai Finfolk e ai selfie-folk nel folklore delle Orcadi e delle Shetland.
In Norvegia la reputazione dei Saami era tale che ci furono leggi successive che impedivano ai cristiani qualunque contatto con i Finnar o che andassero alla ricerca della loro conoscenza per la lettura del futuro o la guarigione.
Uno degli scritti più antichi relativi ai Saami fu scritto in Svezia dopo la Guerra dei Trent’Anni. Durante questo conflitto, si legge, gli svedesi furono accusati di usare la magia Saami.
Probabilmente le tradizioni che riguardavano i Finns norvegesi – come vennero successivamente conosciuti nella tradizione delle Orcadi – viaggiarono insieme ai vichinghi nelle isole Orcadi e Shetland. Qui presero piede e fecero nascere il folklore dei Finfolk.

Nel tempo, elementi di altre culture entrarono nella conoscenza di questi stregoni – inclusi, ad esempio, elementi delle storie degli ora dimenticati Huldrefolk.
La razza magica conosciuta come Huldrefolk è oggi praticamente dimenticata nel folklore delle Orcadi. Ma è necessario menzionarli per il loro legame nebuloso con altri elementi del folklore orcadiano, come appunto i Finfolk.

"Merman" di Edmund Dulac

“Merman” di Edmund Dulac

Nelle leggende norrene il maschio hildu era una creatura brutta, in particolare se confrontata con le giovani donne, che erano bellissime e dalle divine voci che cantavano melodie.
Sfortunatamente la bellezza delle fanciulle hildu aveva un prezzo: erano maledette, e avevano una coda come quella di una mucca che era un dolore tentare di nascondere sotto la gonna.
Immediata è la somiglianza tra la fanciulla hildu e la finwife. Ancor più se si considera il grandissimo desiderio degli huldrefolk di essere simili agli esseri umani. Un desiderio che portava le huldu dalla lunga coda di mucca a tentare disperatamente di sposare uomini mortali, spesso costringendoli nei “modi più indecenti”. Se un uomo era talmente sciocco da sdegnare le avances di una fanciulla hildu lei l’avrebbe maledetto e punito. Se invece lui l’accettava, lei l’avrebbe sposato prima possibile. Solo dopo il matrimonio la coda sarebbe caduta, permettendole di diventare una donna mortale. Se non si fosse sposata si sarebbe rattrappita e diventata brutta, sebbene il suo temperamento diventava più malleabile man mano che avanzava l’età.

Si pensava che gli huldrefolk fossero contadini che vivessero in fattorie maestose e con greggi e mandrie enormi rispetto a quelle dei vicini esseri umani. Ugualmente, le ragazze huldu eccellevano nel tenere a posto la casa.
Come i finfolk delle Orcadi, anche gli huldrefolk erano molto territoriali. La gente faceva molta attenzione a non oltrepassare la terra che si diceva appartenesse agli huldrefolk o a costruire case dove si credeva vivessero (come oggi in Islanda).
Una favola racconta che un fattore, i cui animali stavano morendo, aveva costruito la sua stalla per bovini sulla culla di un bambino huldu. Non c’è bisogno di dire che non appena spostò questa stalla fu subito lasciato in pace.
All’incirca le stesse descrizioni si trovano relativamente ai trows e agli hogboon, e anche nei loro confronti gli umani mortali si tenevano distanti miglia per evitare le loro ire, come quelle degli huldrefolk. In molte fattorie una stalla veniva lasciata vuota così da lasciare posto per la mandria dell’hulder.
Sebbene gli huldrefolk normalmente vivessero nelle fattorie e nelle foreste norvegesi, c’erano anche delle isole huldre che erano invisibili e a volte emergevano dal mare.
Si narrano storie di splendide fattorie su queste isole e si racconta che se un umano riusciva a gettare dell’acciaio su una di queste isole nascoste sarebbe diventato il proprietario dell’isola stessa. Le isole erano chiamate, per questo, findegaarder.
Le somiglianze con le isole che scompaiono dei finfolk sono immediatamente ovvie.
Se guardiamo alla storia di come Eynhallow (Hildaland) divenne Holy ci sono diversi motivi comuni:

* la moglie del contadino viene portata via su Hildaland: simile alle storie degli huldrefolk e anche dei trows. Comunque, la maggior parte delle storie degli huldrefolk si riferiscono alla loro abitudine di rapire le anime;
* due sirene cantano cercando di attirare gli uomini: con queste fanciulle che cantano ci ricordiamo delle fanciulle huldre che cantano e la cui coda cade se sposano un mortale;
Fingaarder o Hildaland: le isole magiche degli huldrefolk diventano proprietà di chi sa come trovarle. Lo stesso accade a Eynhallow in questa storia. Il nome Fingaarder può essere per caso collegato ai Finmen? Lo stesso nome Hildaland è simile a huldre.

La confusione derivante dagli altri aspetti del mito norreno e del mito delle Orcadi ci lascia con il folklore da un lato dei Finfolk e dall’altro dei selkie che abbiamo oggi.
Nelle Orcadi, i Finfolk hanno la reputazione che avevano i Finns norvegesi di potenti maghi, sebbene ci siano in realtà veramente pochi racconti in cui questi esercitino tali poteri.
All’epoca in cui le leggende cominciarono ad essere registrate, cominciarono anche a scomparire. Così molti elementi non solo sono confusi o dimenticati, ma sono stati reinterpretati dagli studiosi di folklore dell’epoca.

La spiegazione registrata nelle isole Orcadi per il nome Finfolk, ad esempio, era semplice. Non ha nulla a che vedere con gli stregoni scandinavi. I “Finn folk” avevano sicuramente pinne come i pesci (“fishlike fin”). Queste pinne, è stato registrato, erano abilmente nascoste, così che quando viste da un umano apparivano come dei pezzi di tessuto fluttuanti dai vestiti.
Ancora più a nord, nelle Shetland, non c’era questa interpretazione relativa alle pinne. Qui, il legame con i Finns norvegesi fu registrato tardi, verso la fine del diciannovesimo secolo. In questi racconti, i Finns delle Shetland hanno tutte le caratteristiche dei Finfolk e dei selkie-folk delle Orcadi.

[continua…]

***

Probabilmente il legame più forte con le leggende degli huldrefolk è una credenza comune e diffusa un tempo per cui di una persona malata di mente o letargica si diceva che fosse “nella collina”… in altre parole, che fosse presente con il proprio corpo ma non con la propria anima.
La frase fu abbastanza diffusa fino alla metà del ventesimo secolo e si riferisce alla credenza che le anime fossero rapite dagli hillfolk (“popolo della collina”), un parallelo quasi identico alla credenza norvegese per cui gli huldrefolk spesso rapivano i mortali, e si diceva che queste anime fossero “berglat” o “rapite sulla collina”. Le sfortunate persone cui questo accadeva, che rimanevano malate di mente, erano chiamate huldre-esk.

Sebbene rimangano poche testimonianze nelle isole Orcadi delle storie degli huldrefolk, la parola huldre / huldu può essere trovata, nascosta, in alcuni toponimi come Hildival a Westray che deriva dall’antico norreno Huldu-fjall. C’è anche un allettante legame nella parola delle Orcadi hilderbogie, che significa “scemo”.

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Blenda

The girls of Småland, by Hugo Hamilton (1830)

Le ragazze dello Småland – Hugo Hamilton (1830)

Secondo la leggenda, l’evento ebbe luogo all’epoca di Alle, re dei Geati (antico inglese Ælla), quando questo sovrano condusse i Geati in un attacco contro i norvegesi. Re Alle aveva radunato non solo i Geati dell’ovest, ma anche quelli del sud (o “Geati a cavallo”) dello Småland, e così tanti uomini erano partiti per la Norvegia che la provincia era praticamente senza difese. Quando i Danesi vennero a conoscenza della situazione precaria dello Småland ne approfittarono e l’attaccarono.

Blenda era una donna di nobili origini della Konga Härad (una divisione amministrativa, simile alla contea, dell’antica Svezia, e tipica di tutte le terre germaniche) che decise di inviare la budkavle (un pezzo di legno che veniva inviato di villaggio in villaggio, tipica usanza germanica, in particolare scandinava) per chiamare a raccolta tutte le donne nelle “contee” di Konga, Albo, Kinnevald, Norrvidinge e Uppvidinge.
Gli eserciti delle donne si riunirono a Brávellir, che secondo la tradizione dello Småland si trova a Värend e non nello Östergötland.

Blenda by August Malmström (1829-1901)

Blenda – August Malmström (1829-1901)

Le donne avvicinarono i danesi dicendo loro quanto ne fossero affascinate. Li invitarono ad un banchetto offrendo loro cibo e bevande. Dopo una lunga notte, i guerrieri danesi si addormentarono e le donne li uccisero uno per uno con asce e bastoni.

Quando il re Alle tornò, conferì alle donne nuovi diritti. Acquisirono il medesimo diritto di eredità, pari ai loro fratelli e mariti; il diritto di indossare una cintura come segno di continua vigilanza, il diritto di suonare il tamburo ai matrimoni, e così via.

Le cinque “contee” vennero unite nella terra di Värend, che significa la “difesa”, poiché era un baluardo per il Götaland.
Il villaggio di Blenda fu chiamato Värnslanda e il luogo vicino il terreno dove si svolse la battaglia fu chiamato Bländinge.

Il primo testo stampato in cui vi è relazione tra la leggenda ed il diritto di eredità appare nell’opera di Johan Stiernhöök De iure sueonum et gothorum vetusto (1672). Egli scrisse che i diritti di eredità furono riconosciuti alle donne dal re Sigurðr Hringr (un re leggendario danese e svedese vissuto intorno al 750, nominato in molte antiche saghe norrene) dopo la battaglia di Brávellir, in cui avevano dimostrato il loro valore contro Haraldr Hilditönn (Harald “dente di guerra”).
La leggenda appare in forma abbellita in varie petizioni negli anni 1680 e 1690 per difendere il diritto all’uguaglianza e contro le proibizioni della chiesa.

Blenda

Blenda

La forma finale della leggenda deriva probabilmente da uno storico locale, Petter Rudebeck (1660-1710), in quanto entrambe le edizioni più antiche ricordano la metodologia ed il linguaggio di Rudebeck. Peter Rudebeck raccolse e mise per iscritto abitudini contadine, pratiche, miti e leggende di quasi ogni provincia dello Småland. Nel 1813, la leggenda fu trasposta nel poema romantico Blenda nella prima e più importante opera poetica di Erik Johan Stagnelius.

Se gli eventi avvennero all’epoca del regno del re Alle avranno avuto luogo all’incirca intorno all’anno 500, il che li renderebbe meno sorprendenti, in quanto le donne soldato esistevano in Svezia ben prima del cristianesimo. Le cosiddette sköldmö o skjaldmær (le vergini che avevano deciso di combattere come guerrieri), trecento donne soldato, pare avessero servito durante la grande battaglia di Bråvalla (Slaget vid Bråvalla) del 750.

Vi sono stati diversi tentativi di supportare o screditare la storicità della leggenda. Alcuni autori hanno ipotizzato che ebbe luogo nel corso delle battaglie prima dell’incontro dei tre re Inge I di Svezia, Magnus III di Norvegia ed Eric I di Danimarca a Kungahälla nel 1101, o all’epoca dell’attacco di Sigurd I di Norvegia a Kalmar nel 1123.
Sven Lagerbring (1707-1787) ha proposto che la battaglia ebbe luogo durante l’attacco, nel 1150, da parte del re Sven III Grate (di Danimarca) alla Svezia..
Olof von Dalin (1708–1763) ha ipotizzato che ebbe luogo nel 1270 quando re Eric V di Danimarca attaccò lo Småland.
Carl Johan Schlyter (1795–1888) ha invece suggerito che la leggenda è stata inventata per spiegare perché le donne del Värend hanno i medesimi diritti ereditari degli uomini.

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Lo stile kurbits

Winter Carl Hansson, Dalamåleri i Danielsgården, Bingsjö, Dalarna, 1799

Winter Carl Hansson, Dalamåleri i Danielsgården, Bingsjö, Dalarna, 1799

Viene definita kurbits, dal Latino cucurbita e dal tedesco Kürbis, zucca, una pittura decorativa tipica della Dalarna, Svezia che si distingue per la fantasia di piante con grandi fasci di fiori e foglie. Oltre alla decorazione semplice, esistono anche opere pittoriche che illustrano scene narrative.
Il kurbits “vecchio stile” è per lo più associato a motivi religiosi su pareti e mobili. Oggi invece è più diffuso in ambito artigianale e in vari tipi di disegni.

L’identificazione del kurbits con la zucca deriva dal latino e dal tedesco, per il tramite del quale la parola è entrata in svedese, ed è stato a lungo il nome per le cucurbitacee. Nelle antiche tradizioni della Bibbia in svedese veniva così tradotta la parola ebraica che oggi si traduce con ricinbuske.
Lo stile è così definito per la pomposità delle decorazioni, in particolare i motivi floreali ed il collegamento alle piante bibliche citate dal profeta Giona.
L’identificazione del nome delle decorazioni con la zucca è apparso per la prima volta nel Fridolins lustgård och Dalmålningar på rim, raccolta di poesie svedesi nel dialetto dalmål nel 1870.

Il termine kurbits è diventato di uso comune grazie al poeta Erik Axel Karlfeldt. Karlfeldt, nato in una famiglia di contadini in Dalarna, nella sua infanzia ha vissuto nella fattoria Tolvmansgården, in cui vi erano molti dipinti e decorazioni in stile tipico.
Nella Bibbia si racconta di come Dio permise di coltivare la zucca per fornire ombra al profeta Giona. Nella raccolta di poesie Fridolins lustgård och Dalmålningar på rim Karlfeldt mette in versi proprio tale racconto, in particolare nei componimenti KurbitsmålningHösthorn.

La pittura della città di Rättvik divenne famosa nel 1760. Si tratta di una pittura barocca, che ha una chiara somiglianza con i dipinti popolari di un po’ tutta la Svezia, come ad esempio i dipinti dei tulipani dell’area dell’Uppland. La pittura di Rättvik però ha dei modelli in stile tardo barocco, che ad esempio vengono ripetuti sulle antine dei mobili. Non è molto diffusa e si limita alla regione di Siljan. Si tratta quindi prevalentemente di una pittura su mobili.
Intorno al 1780 comincia a svilupparsi, da questa, ciò che diventerà lo stile kurbits. In un primo momento si dipingono solo mazzi di fiori nelle urne, ma dal 1790 diventa sempre più espressiva: prima un fiore di ginestra scorre fuori dal quadro, poi l’urna scompare e infine, diventa un solo motivo floreale astratto.

Tolvmansgården, casa di infanzia del premio Nobel Erik Axel Karlfeldt

Tolvmansgården, casa di infanzia del premio Nobel Erik Axel Karlfeldt

Intorno al 1800 si comincia a dipingere anche il paesaggio, e allo stesso tempo si comincia a dipingere in questo stile anche la carta da parati, per dare più lavoro ai pittori del Dalarna.
Intorno al 1820 si avverte un inasprimento dei motivi, ed un ritorno ad un fiore stilizzato, con colori più leggeri e forme più stilizzate rispetto al 1700. Questo tipo di pittura ha avuto il suo massimo splendore tra il 1780 ed il 1870.
Successivamente lo stile diventa molto semplice e comincia poi ad assomigliare ai dipinti espressionisti.
Uno dei motivi per cui cadde in disuso fu che le carte da parati cominciarono ad essere prodotte industrialmente.

come vengono realizzati i Dalahästar, i tipici cavallini svedesi in stile kurbits

come vengono realizzati i Dalahästar, i tipici cavallini svedesi in stile kurbits

Oggi la decorazione in stile kurbits viene effettuata sul legno, in particolare i cavallini di legno e gli oggetti provenienti dalla Dalarna.
Qui un video su come vengono realizzati i cavallini.

una scatola in legno in tecnica "svepask" dipinta probabilmente in stile kurbits in epoca successiva rispetto alla produzione, primi anni del 1900

una scatola in legno in tecnica “svepask” dipinta probabilmente in stile kurbits in epoca successiva rispetto alla produzione, primi anni del 1900. Può essere acquistata qui

I pittori di questo stile provengono principalmente da Rättvik e Leksand, o da Bjursås. I pittori di Rättvik sono considerati più espressivi mentre quelli di Leksand più rigorosi e composti. In Dalarna occidentali esisteva nel corso del 1800 uno stile completamente diverso dal kurbits, che ha una maggiore affinità con lo stile tipico norvegese di verniciatura dei mobili. A Svärdsjö durante la fine del 1700 si era addirittura sviluppata una scuola privata di pittura, che mostra affinità con la pittura lungo le coste del Norrland. Questo stile  si perse però con la svolta verso lo stile kurbits.

cabina telefonica a Tällberg

Spesso la scelta dei soggetti viene fatta dalla Bibbia, e si dipingono le figure bibliche in costumi tipici del distretto svedese. Un’altra fonte di ispirazione sono fotografie tedesche e francesi, che raffigurano scale (in cui la mortalità era simbolicamente raffigurata con i gradini).

"La scala degli anni" sempre dalla fattoria Danielsgården, Bingsjö, Dalarna - dipinto da Winter Carl Hansson, 1799

“La scala degli anni” sempre dalla fattoria Danielsgården, Bingsjö, Dalarna – dipinto da Winter Carl Hansson, 1799

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Lo svedese come lingua straniera

Bandiera svedese

Lo svedese come lingua straniera è studiato da circa 40.000 persone in tutto il mondo, a livello universitario. L’insegnamento della lingua svedese è presente in più di duecento università e scuole superiori in 38 nazioni.

la diffusione della lingua svedese

la diffusione della lingua svedese

Lo svedese è, tra le lingue scandinave, quella più studiata all’estero.

Svenska Institutet (“l’istituto svedese”) gioca un ruolo chiave nell’organizzazione dell’insegnamento dello svedese all’estero. Oltre a collaborare con le Università in cui viene insegnato lo svedese, l’Istituto organizza corsi estivi per studenti e conferenze per insegnanti, e pubblica un libro chiamato Svenska utifrån.
Recentemente lo Svenska Institutet ha annunciato che un corso di svedese per principianti sarà disponibile gratuitamente sul proprio sito a partire dall’autunno 2013.

Lo svedese appartiene al gruppo delle lingue germaniche settentrionali, sottogruppo della famiglia germanica a sua volta sottogruppo dell’ampia famiglia indoeuropea. Come tale, è mutualmente intelligibile con il norvegese ed il danese. Dato che la maggior parte dei prestiti dello svedese provengono dall’inglese e dal tedesco (in realtà Medio Basso Tedesco, strettamente imparentato con l’olandese), e date le somiglianze grammaticali, i madrelingua germanofoni solitamente sono avvantaggiati rispetto agli altri nell’imparare questa lingua.

Una delle maggiori difficoltà per coloro che studiano svedese è la fonologia. Le parole svedesi possono avere un accento acuto o grave; solitamente questi accenti vengono definiti dai linguisti scandinavi accenti tonali.
Questi accenti possono variare tra i dialetti e possono essere difficili da distinguere per i non madrelingua. Tuttavia, le parole che si distinguono solo per l’accento sono davvero poche e solitamente è facile isolarle nel contesto.

Diversi fonemi dello svedese presentano spesso delle difficoltà per gli studenti. Tra le più difficili ci sono le fricative [s], [ɕ] e [ɧ], perché foneticamente sono molto vicine l’una all’altra. Lo svedese ha anche un gran inventario di vocali, che rende un po’ difficile distinguere tra l’una e l’altra.
Ci può anche essere confusione nell’ortografia, considerando i diacritici nelle lettere ÅÄ e Ö.
Le differenze tra [l] e [r] possono presentare difficoltà per chi non distingue tra le due, come i madrelingua vietnamesi.

In svedese c’è una distinzione di genere grammaticale tra il comune en ed il neutro ett. Come altre lingue con le classi dei sostantivi, lo svedese ha poche regole definite per determinare il genere per ogni parola. Per questo il genere va imparato parola per parola, sebbene le parole di genere comune (en) siano di gran lunga superiori a quelle neutre.

Per i nomi lo svedese ha cinque modi diversi di formare plurali regolari, determinati anche questi da una base che dipende dai sostantivi, oltre naturalmente ai plurali irregolari.

Ci sono numerosi verbi irregolari e plurali irregolari simili all’inglese, ad esempio
fot > fötter come foot > feet

flyga / flög / flugit = fly / flew / flown

(entrambi dipendenti dalla comune origine germanica, v. l’umlaut ed i verbi forti in germanico).

Nella sintassi lo svedese utilizza il V2 nelle subordinate (nella sintassi, V2 sta per “verb-second word order” ovvero l’ordine delle parole nella frase per cui il verbo cade sempre al secondo posto. Si tratta di un principio che distingue le lingue germaniche), un fenomeno che si incontra raramente.

Alcune parole comuni mantengono la loro forma scritta storica, per cui

mig [mεj]
och [ɔk] oppure [ɔ]

tastiera per il pc con caratteri svedesi

tastiera per il pc con caratteri svedesi

***

Lo svedese è una materia obbligatoria a scuola in Finlandia, dove lo svedese è l’altra lingua ufficiale oltre al finlandese; c’è il 5% dei finlandesi la cui madrelingua è svedese (si tratta di una minoranza). Nei documenti ufficiali e in ambito educativo lo svedese è considerato “la seconda madrelingua” (finlandese toinen kotimainen kieli, svedese det andrea inhemska språket) per coloro che parlano finlandese, e lo stesso avviene per il finlandese per coloro che parlano svedese.
La Finlandia è stata parte della Svezia dal 13° secolo al 1809, e l’uso dello svedese in ambito governativo è rimasto per buona parte del 19° secolo.
Le riforme linguistiche non hanno soppiantato lo svedese, ma hanno dato al finlandese (che è una lingua assolutamente non imparentata con lo svedese, poiché di famiglia ugro-finnica) uno status “di uguaglianza” come lingua ufficiale di stato. Questa situazione dura ancor oggi, nonostante in ambito governativo venga ormai usato praticamente sempre il finlandese.
C’è insegnamento obbligatorio ed esami a tutti i livelli di educazione, e per coloro che lavorano per lo stato ed il governo è richiesta la conoscenza dello svedese.

***

Lo Swedex consiste di tre diversi livelli, che corrispondono all’A2, al B1 e al B2 del Common European Framework of Reference for Languages. Gli esami possono tenersi in centri dislocati in 25 diverse nazioni.
Lo Swedex testa le capacità degli studenti in cinque aree differenti: vocabolario, grammatica, ascolto, scrittura e lettura.

Il TISUS è un altro certificato, spesso utilizzato come prova della competenza con la lingua svedese per ottenere l’accesso alle università svedesi. La tassa è di 1,600 SEK (ovvero circa  € 188,83 nel 2012) se l’esame si tiene in Svezia o 2,000 SEK (€ 236,04) se tenuto all’estero. Testa la lettura, la lingua parlata e scritta.

In Finlandia c’è un esame ufficiale di svedese nelle università a seguito della politica di bilinguismo dello stato finlandese. Alcune scuole superiori finlandesi includono un esame di svedese obbligatorio al termine di un percorso di studi (ma dipende dalle scuole).

* Svenska Institutet
Språkrådet
* esami Swedex

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Ormurin Langi

Ormurin Langi, “il lungo serpente”, è una canzone, o meglio una ballata di tipo kvæði delle isole Faroe.
Fu scritta all’incirca intorno al 1830 da Jens Christian Djurhuus.
Ha 86 versi ed è scritta in faroese, e parla del re norvegese Olaf Tryggvason. Il titolo Orumrin Langi si riferisce alla nave di Olaf Tryggvason dallo stesso nome (Ormrinn Langi in antico norreno).

Il varo della nave, da un francobollo delle isole Faroe che commemora la ballata

Intorno al 1800 ci fu maggiore attenzione nei confronti delle ballate popolari in faroese, le kvæðiche sopravvissero alla tradizione orale ed erano cantate per accompagnare i balli tipici delle isole Faroe. Ben prima del 1800 Jens Christian Svabo aveva registrato delle ballate, ma dal 1800 in poi tale attività aumentò grazie anche all’opera di Johan Henrik Schrøter, Jóannes í Króki e V. U. Hammershaimb.

Si guardava alle antiche ballate come se avessero un valore storico speciale, ma c’era anche interesse in ballate più recenti, come ballate comiche (táttur), e furono poi composte nuove ballate nel vecchio stile. Un poeta degno di nota è Jens Christian Djurhuus (1773-1853), un contadino di Kollafjørður. La più famosa tra le sue opere è Ormurin Langi, “La ballata del lungo serpente”, noto anche per Púkaljómur (“La ballata del diavolo”), un’epica religiosa basata su una traduzione danese del Paradise Lost di Milton.
L’autore trasse ispirazione per i soggetti delle sue ballate dalle saghe in antico norreno, come la Heimskringla (“La Cronaca dei Re di Norvegia”) e la Færeyinga Saga, la storia di come gli abitanti delle isole Faroe furono convertiti al cristianesimo sotto Sigmundur Brestisson e con la resistenza di Tróndur i Gøtu.
Questo era il periodo romantico: la letteratura nordica era molto in voga e, anche per questo, i faroesi presero subito a cuore questo genere di composizioni.

In un resoconto di viaggio scritto nel 1847-48 da V. U. Hammershaimb si legge:
“Il vecchio contadino Jens Christian Djurhuus di Kollafjørður ha composto molte ballate basate sulle saghe: hanno riscosso molto successo e sono cantate ovunque con piacere, dato che la loro lingua è pura e sono molto legate ai tempi antichi; la sua ballata su Olaf Tryggvason o sulla battaglia a Svolder, le ballate su Sigmund e Leif, e la sua versione del Paradise Lost di Milton con la sua insolita metrica sono particolarmente degne di nota”.


La battaglia, su un francobollo delle isole Faroe che commemora la ballata

Ormurin Langi trae il suo tema principale dal resoconto, descritto nella Heimskringla, della famosa Battaglia di Svolder dell’anno 1000, in cui i re svedesi e danesi, insieme al norvegese Eiríkr Hákornarson (il Conte Erik) attaccarono il re norvegese Olaf Tryggvason mentre egli stava rientrando in Norvegia insieme alla sua flotta, a bordo della sua nave, Ormrinn Langi.
Attaccarono a turno, e re Olaf respinse l’attacco dei due re nemici, ma venne sconfitto dal suo connazionale Eiríkr Hákornarson.
L’esito della battaglia è noto: quando Olaf si rese conto che la battaglia ormai era persa, si gettò in mare insieme agli uomini della sua flotta che erano sopravvissuti. Non è conosciuto, invece, il luogo dove si scatenò la battaglia, così come si hanno dubbi sul fatto che sia mai esistita un’isola chiamata Svolder.

Nella canzone l’autore descrive Olaf mentre naviga nel mar Baltico in direzione dell’Oresund, tra la Danirmarca e la Svezia. Qui, infatti, egli immagina sia collocata l’isola di Svolder, e qui ambienta la battaglia che si scatena negli stretti che separano l’isola dalla terraferma.

Diverse scene descritte nella canzone appaiono su dieci francobolli emessi nel 2006 dalle Postverk Føroya e disegnati dall’artista Vigdis Sigmundsdóttir. Raffigurano la costruzione della nave, o un pranzo in cui re Olaf siede sul trono mentre sta dando udienza a Einarr Þambarskelfir.
Un altro francobollo mostra la flotta in procinto di imbarcarsi, o ancora l’Ormrinn Langi e le altre navi avanzare lungo lo stretto, scrutate dai loro avversari, fermi lungo la riva. Sulla prua dell’Ormrinn Langi si vede Ulf il Rosso, l’uomo di vedetta della nave di re Olaf, mentre Einarr ed il re sono posizionati sul cassero. Vi sono uomini che, durante la battaglia, cadono in mare, e la battaglia stessa finisce con la cattura dell’Ormrinn Langi da parte di Eiríkr Hákonarson, e la conseguente conquista del vascello.

Il luogo in cui è stata composta la canzone è sconosciuto.

La più antica versione è datata al 1819 e fu composta da Jóannes í Króki of Sandur, che ne compose un’altra versione nel 1823.
Quando Svend Grundtvig e Jørgen Bloch, intorno al 1880, rieditarono la Føroya kvæði, un’antologia di canzoni popolari in faroese, si era a conoscenza di sei versioni di questa ballata. In seguito ne emerse una settima dalle mani dello stesso poeta, di cui però non si conosce la data.
Oggi la ballata porta il titolo di Ormurin Langi, ma il titolo usato dal poeta stesso era Olaf Tryggvasons kvað (“La Ballata di Olaf Tryggvason”).
Grazie ad una versione del 1846 circa si è scoperto che la canzone aveva come titolo quello della nave del re norvegese. Quando Hammershaimb fece stampare la ballata nella sua opera principale, Færøsk Anthologi (“Antologia faroese”) nel 1891, usò il titolo Ormurin Langi, la stessa denominazione utilizzata nella serializzazione di pochi anni prima (1882) nel giornale Dimmalætting.
I testi di questa ballata variano leggermente a seconda della versione, ma oggi essa viene presentata sempre nella versione conosciuta grazie alla Færøsk Anthologi.

Una versione della canzone compare in How Far to Asgard, il primo album del gruppo faroese Týr, del gennaio 2002.
Nella loro versione i Týr cantano solo alcune delle 86 strofe di cui si compone la ballata. Il ritornello viene cantato dopo ogni strofa. La strofa 30 viene cantata come ultima.
Da notare che nel gruppo suona la batteria Amon Djurhuus, lontano discendente del poeta.

ballo tipico faroese

Testo della ballata (versione standard della Færøsk Anthologi)

1. Vilja tær hoyra kvæði mítt,
vilja tær orðum trúgva,
um hann Ólav Trúgvason,
higar skal ríman snúgva.

Niðurlag: Glymur dansur í høll,
dans sláið ring!
Glaðir ríða noregis menn
til hildarting.

2. Kongurin letur snekkju smíða
har á sløttum sandi;
Ormurin Langi størstur var,
bygdur á Noregs landi.

3. Knørrur var bygdur á Noregs landi,
gott var í honum evni:
átjan alin og fjøruti
var kjølurin millum stevni

4. Forgyltir vóru báðir stavnar,
borðini vóru blá,
gyltan skjøldur toppi hevði,
sum søgur ganga frá.

5. Kongurin situr í hásæti,
talar við sínar dreingir:
“Vit skulu sigla tann salta sjógv,
tað havi eg hugsa so leingi.”

6. “Berið nú fram tey herklæðir
við brynjum og blonkum brandi,
síðani leggja frá landi út,
og siglið frá Noregis landi!”

7. Fróir og glaðir sveinar mæltu:
Harri, vit skulu fylgja tær,
um enn tú fert í frið ella stríð,
vit óttast ei bratta bylgju.

8. Har kom maður av bergi oman
við sterkum boga í hendi:
“Jallurin av Ringaríki
hann meg higar sendi.”

9. Kongurin so til orða tekur
bæði við gleði og gamni:
“Sig mær satt, tú ungi maður,
hvat er tú nevndur á navni?”

10. “Einar skalt tú nevna meg,
ið væl kann boga spenna,
Tambar eitur mín menski bogi,
ørvar drívur at renna.”

11. “Hoyr tú tað, tú ungi maður,
vilt tú við mær fara,
tú skalt vera mín ørvargarpur
Ormin at forsvara.”

12. Gingu teir til strandar oman,
Ríkir menn og restir,
lunnar brustu og jørðin skalv:
teir drógu knørr úr nesti.

13. Vinda teir upp síni silkisegl,
út í havið ganga;
so varð sagt, at kongurin
hann stýrdi Orminum Langa.

14. Hetta frættist víða um lond,
at Noregis menn teir sigldu;
Danimarks kongur og Svøríkis kongur
ráðini saman hildu.

15. Danimarks kongur og Svøríkis kongur
ganga saman í ráð,
hvussu teir skuldu Noregis kong
skjótt av døgum fá.

16. Senda boð til Eirik Jall
vænur er borin til evna,
hann skal fylgja í ferðini við,
sín faðirs deyða at hevna.

17. Eirikur gongur for kongar inn
við brynju og reyðum skjoldi:
“Ólavur kongur av Noregi
mín faðirs deyða voldi.”

18. Eirikur stendur á hallargólvi,
blankt bar spjót í hendi:
“Ólavur kongur síggja skal,
eg hvast mót hvøssum vendi.”

19. Gingu teir til strandar oman
– fagurt var tað lið –
Danimarks kongur og Svøríkis kongur
og Eirik’ jall tann triði.

20. Trýggjir gingu skipaflotar
út av Oyrasundi,
Jarnbardur í odda sigldi,
jallurin stýra kundi.

21. Danimark kongur til orða tekur,
letur so orðini greiða:
“Hann, ið Ormin Langa tekur,
skal hann við ognum eiga!”

22. Eirikur hugsar við sjálvum sær:
“Tó at tú manst tað royna,
tú tekur ikki Ormin Langa
við danskari makt aleina!”

23. Mælti tað Svøríkis kongurin,
hann helt á brýndum knívi:
“Eg skal Ormin langa taka,
um tð skal kosta lívið!”

24. Erikur stendur á breiðum bunka,
klæddur í skarlak reyð:
“Tú tekur ikki Ormin Langa,
fyrr siggi eg tín deyð.”

25. Eirikur talar til sínar menn:
“Kempum munnu vit møta;
standið væl og manniliga,
tí blóðug verður gøta!”

26. Noregis menn á kongsins knørri
kunna væl beita knív;
ganga væl fram í hørðum stríði,
ella lata lív!

27. Eirikur talar til Finn hin lítla:
“Tú skalt hjá mær standa;
tú skalt verja sjálvan meg,
um enn eg komi í vanda.”

28. Løgdu teir á sundið út,
bíðaðu har so leingi,
longdust eftir norskum knørrum,
at berjast mót Noregis Kongi.

29. Løgdu teir skip við oynna inn,
ætlaðu sær at vinna,
hildu vakt bæði nátt og dag,
norðmenn vildu teir finna.

30. Nú skal eg lætta ljóði av,
eg kvøði ei longur á sinni;
nú skal eg taka upp annan tátt;
og betri leggja í minni !

31. Ólavur siglir í Eysturhavi,
ætlar heim at fara;
tá ið hann kom í Oyrasund,
hann sær ein skipaskara.

32. Høvdingar tríggir á landi standa,
hyggja út so víða,
sunnan síggja teir knørrin prúða
eftir havi skríða.

33. Dannimark kongur til orða tekur:
Alt mær væl skal ganga:
Krist signi míni eygu tvá,
nú síggi eg Ormin Langa !

34. Erikur stóð har skamt ífrá,
talar til sínar menn:
Kongurin av Dannimark
hann sær ikki Ormin enn.

35. Har kom fram ein størri knørrur,
dreingir undraðust á,
Svøríkis kongur til jallin talar:
Nú man eg Ormin sjá.

36. Tit leggið nú skip frá landi út,
árar í hendur taka,
laitð ei Ólav sleppa so,
fáan hann heldur sín maka !

37. Eirikur hyggur í havið út,
talar til sínar menn:
Tað svørji eg við sannan Gud,
teir síggja ei Ormin enn.

38. Dannimark kongur og Svørríkis kongur
halda á skefti reyða:
Eirikur jallur ræddur er
at hevna sín faðirs deyða !

39. Vreiður var tá jallurin,
hann mælir av illum sinni:
Annað skal eg enn orðabrask
Noregis menn at vinna !

40. Eirikur stendur á grønum vølli,
tekur nú til ganga;
Verið nú snarir á skipabunka,
nú síggi eg Ormin Landa !

41. Allir sóðu Ormin koma,
allir undraðust á,
av silki seglini
úr stevni og gull í rá.

42. Løgdu teir seg vegin fram
bæði við svør og spjóti,
norðmenn sóðu á Orminum,
teir ivast at halda ímóti.

43. Ólavur talar til sínar menn:
Dýrt skulu teir meg keypa,
ongantíð tá ræddist eg stríð,
í dag skal eg ikki leypa !

44. Tit leggið nú skip í stríðið fram,
segl á bunka strúka,
latiðteir síggja, at Noregs menn
teir kunna væl svørðini brúka !

45. Úlvur reyði í stavni stendur,
gott var í honum evni:
Leggið ei Ormin longur fram,
sum hann hevur longri stevni.

46. Kongurin stendur á lyfting aftur,
í skarlak var hann klæddur:
Nú síggi eg, mín stavnamaður
er bæði reyður og ræddur.

47. Kongur,tú sært meg aldrin so ræddan,
eg tordi væl á at herja,
goym tú lyfting so væl í dag,
sum eg skal stavnin verja !

48. Vreiður varð tá kongurin,
og Úlvur til orða tekur:
Blíðka teg aftur, harri mín,
tí vreiði upp angur vekur !

49. Ólavur stendur á bunkanum,
og Úlvur til orða tekur:
Hvør eigur hesi nógvu skip?
Eg kenni tey ikki enn.

50. Svaraði Torkil, kongsins bróðir,
mælir av tungum inna:
Dannimarks kongur og Svørríkis kongur
vilja tín deyða vinna.

51. Ræddir eru danskir menn
mót norðmonnum at ganga,
betri var teimum heima at sitið
tann fuglaflokk at fanga.

52. Betur kunna svenskir menn
teir offurbollar strúka
enn nærkast okkumso,
at blóðugt svørð skal rúka !

53. Ólavur gekk lfyting upp,
ræður hann upp at hyggja:
Hvør eigur hasi stóru skip,
við Ormins bagborð liggja?

54. Svaraði Herningur, kongsins svágur,
letur so orðini falla:
Tey eigur Eirikur Hákunsson,
hann ber ein yvir allar.

55. Til tað svaraði Ólavur kongur,
frá man frættast víðari:
Skarpur verður hildarleikur,
tá norðmenn mót norskum stríða.

56. Svørríkis kongur mót Ólav legði
eina morguntíð,
tað var sum bál at líta,
skeiðir dundu í.

57. Høgdu og stungu Noregis menn
bæði við svørði og spjóti,
títt so fullu teir svensku menn,
sum grasið fýkur av gróti.

58. Svørríkis kongur rópar hátt
biður teir undan flýggja:
Eg havi mist mítt mesta fólk,
tað voldir mær sorg at síggja.

59. Dannimark kongur troðkaði fram,
ætlaði sær at vinna,
norðmenn tóku mót honum fast,
teir donsku menn at tynna.

60. Roykur stóð til skýggja upp,
reytt var sund at síggja,
so var sagt, at danskir menn
teir máttu undan flýggja.

61. Eirikur leggur mót Ormi fram
við bjørtum brandi í hendi:
Ikki skal Ólavur rósa av,
at eg snart frá honum vendi !

62. Løgdu teir knørr við knarrarborð,
hvørgin vildi flýggja;
høvur og kroppar í havið tumla,
øgiligt var at síggja.

63. Einar stendur í kapparúmi
við Tambarboga teir kalla,
hvørja ferð pílur at boga dreiv,
tá mundi ein maður falla.

64. Einar stendur í kapparúmi,
óttast ongan vanda,
hann sá reystan Eirik jall
aftur við róður standa.

65. Einar spenti Tamabrboga,
pílurin steingin strongdi,
pílurin fleyg yvir jalsins høvur,
róðurknappin sprongdi

66. Einar spenti á øðrum sinni,
ætlaði jall at fella,
pílurin fleyg arms og síðu,
einki var jalli at bella.

67. Eirikur talar til Finn hin lítla
Eg vil spyrja teg nakað,
hvør er hann, við skørpum skotum
ætlar meg at raka ?

68. Til tað svaraði Finn hin lítli
– blóðugar vóru heldur – :
Tað er hasin stóri maður,
í kapparrúmi stendur.

69. Jallurin mælir á ørum sinni:
Tað vil eg tær ráða,
skjót tú handan stóra mannm
nú stendur mítt lív í váða.

70. Manninum kann eg einki gera,
tí hann er ikki feigur,
bogastreingin stilli eg á,
tí maðurin eydnu eigur.

71. Einar spenti á triða sinni,
ætlaði jall at raka,
tá brast strongur av stáli stinna,
í boganum tókst at braka.

72. Allir hoyrdi streingin springa,
kongurin seg forundrar:
Hvat er tað á mínum skipi,
sum ógvuliga dundrar ?

73. Svaraði Einar Tambarskelvi
– kastar boga sín – :
Nú brast Noregi úr tínum hondum,
kongurin, harri mín !

74. Í Harrans hondmítt ríki stendur
og ikki í Tambarboga;
tak tær ein av mínum bogum,
vita, hvat teir duga !

75. Veikir eru kongsins bogar !
Einar ræður at svara,
eg skal taka upp skjøld og svørð,
og høgg skal eg ikki spara !

76. Enn stóð fólk á báðum stavnum,
men meg rætt um minnast,
syrgiligt var á miðum skipi,
tí har tók fólk at tynnast.

77. Eirikur sprakk á Ormin upp,
væl bar brand úr hendi,
Herningur leyp úr lyfring niður,
aftur ímót honum vendi.

78. Bradust teir á miðjum skipi
vil eg frá tí greiða,
øvigur mátti jallurin leypa
aftur á Jarnbrad breiða.

79. Jallurin valdi sær reystar garpar,
fáir finnast slíkir,
snarliga aftur á Ormin sprakk,
tá mátti Herningur víkja,

80. Úlvur reyði úr stavni loypur,
nú er stavnur reyður,
so fleyt blóð á Orminum,
at knørrur síndist reyður.

81. Hart stóð stríð á miðjum skipi,
svørð mót skjøldrum gella,
Úlvur og Einar, frægar kempur,
Eiriks garpar fella.

82. Eirikur var á øðrum sinni
aftur á bunkan rikin,
tá sá hann, at stavnurin
á Orminum var tikin.

83. Jallurin mannar seg triðju ferð:
Nú skal ikki dvína !
Tá fall Úlvur og Herningur
við øllum dreingjum sínum.

84. Kongurin rópar í liftingi:
Nú er tap í hendi;
leypið í havið, mínir menn,
her verður ei góður endi !

85. Kongurin leyp í havi út,
garpar eftir fylgdu,
kongsins bróðir síðstur var,
teir gjørdu, sum kongur vildi.

86. Eirikur fekk tá Ormin Langa,
einkin annar kundi,
tók hann sjálvur róður í hond
og stýrdi honum frá sundi.

La ballata si può ascoltare, cantata, qui

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Mylingen

Mylingen - di Markus Andersson

Mylingen – di Markus Andersson – sta qui

Un myling, detto anche utbörding, era nel folklore svedese il fantasma di un bambino non battezzato, ucciso dalla madre e nascosto, a volte anche sotto il pavimento della casa, per nascondere una nascita indesiderata. I mylings sono le reincarnazioni, sotto forma di fantasma, delle anime dei bambini non battezzati che sono costretti a girovagare sulla terra fino a quando non convinceranno qualcuno a seppellirlo in modo corretto. Diversamente, faranno un frastuono infernale con i loro capricci.
La leggenda narra che il myling, o utburd, cerchi passeggiatori notturni solitari e salti sulla loro schiena, chiedendo di essere accompagnato al cimitero, così da poter riposare in terreno consacrato.
Si pensa che i mylings siano enormi e che diventino sempre più pesanti man mano che ci si avvicina al cimitero, al punto che qualunque persona ne porti uno (o più) possa finire sotto terra per il peso. Nel caso di un rifiuto a portarli al cimitero, il myling uccide la sua vittima in preda alla rabbia.

mylingen di jullevis

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La parola utburd significa “ciò che viene portato fuori”, e si riferisce alla pratica di abbandonare bambini non voluti (ad esempio bambini avuti al di fuori del matrimonio o da genitori cui mancano i mezzi di sussistenza per farli crescere) nei boschi o in altri luoghi remoti, dove è quasi sicuro che essi verranno sopraffatti dalla morte. Si crede che il fantasma del bambino infesterà il luogo dove è morto o, come raccontato in un’infinità di storie, l’abitazione di coloro che lo hanno ucciso.

L’infanticidio viene generalmente portato avanti segretamente, e le vittime spesso abbandonate subito dopo la nascita. Dal punto di vista della chiesa, in particolare cristiana, ai bambini viene così negato il battesimo, e di conseguenza l’accettazione nella chiesa, ed una propria sepoltura. Come tali, non possono riposare in pace.
La credenza per cui i myling sono pieni di rabbia e cerchino vendetta è ciò che ha dato loro reputazione di essere un tipo di fantasma tra i più minacciosi di tutto il folklore scandinavo.

manifestazione ectoplasmatica in basso a sinistra della foto. Dal libro "Nybyggarbarn" di Marianne Liliequist, ISBN 91-7174-606-4

manifestazione ectoplasmatica in basso a sinistra della foto. Dal libro “Nybyggarbarn” di Marianne Liliequist, ISBN 91-7174-606-4, sta qui

La leggenda narra anche di come un myling canti una canzone sulla sua sorte. I myling solitamente si trovano in luoghi dove una giovane madre potrebbe nascondere un bambino morto: paludi, tumuli, foreste, etc. In questi luoghi si può sentir piangere, un continuo lamento. A volte il bambino piange chiedendo aiuto perché non è stato battezzato: “Dammi un nome!” urla. Ed è possibile salvarlo dicendo “Puoi prendere il mio, il mio nome xxx”. Si può anche decidere di ritrovare il cadavere e seppellirlo in terra consacrata, in un cimitero.

myling

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La parola deriva da myrding, dall’antico svedese myrða, “omicidio”. Myling quindi significa semplicemente “ucciso”.

Una leggenda di Bergslagen (Svezia) narra di un vecchio che tornava a casa dal pub e fu fermato da un ragazzino che gli chiedeva “Nonno, nonno, io ho un papà?”. La parola pappa era una forma dialettale per essere allattati al seno. Il vecchio si è rifiutato di rispondere, ma il ragazzino insisteva con questa domanda, allora il vecchio gli ha risposto “Ti riferisci a qualche cartone (papp) per il tè? Io comunque non sono tuo padre”. E il ragazzo è andato via.
Quando il vecchio è tornato a casa, ha trovato sua figlia morta sul divano con il sangue che scorreva dal suo seno. La risposta del vecchio aveva dato al ragazzo la possibilità di vendicarsi di sua madre, come dice la leggenda. Quando il vecchio gli detto papp, senza rispondere alla sua domanda, il ragazzo sapeva già dove andare.

Mylingsyskon (fratelli myling) in un ambiente di studio

Mylingsyskon (fratelli myling) in un ambiente di studio, sta qui

In Norvegia si narra che quando appaiono possono assumere diverse forme, essere grandi come case o trasformarsi in animali grotteschi. La tradizione dice che non possono andare in paradiso perché non sono battezzati; quindi gli si può dar pace dando loro un nome. La formula tradizionale solitamente è

Eg døyper deg på ei von / anten Kari eller Jon

Ci sono anche delle filastrocche associate alle leggende delle apparizioni. Ola tjedn da Valdres è una delle più famose e la stave (lirica tipica scandinava) rende l’idea della ninna nanna che la mamma cantava al bambino:

In Ola dalom, in Ola-tjedn

Dietro la leggenda delle apparizioni spesso c’era la storia di una giovane ragazza che aveva avuto un bambino in segreto senza essere sposata. Nelle antiche comunità contadine era una grande vergogna, e ci sono numerosissime storie di ragazze che hanno ucciso i loro figli appena nati, annegandoli nei torrenti o nei laghi nelle foreste.
A seguito della legge norvegese di Cristiano V re di Norvegia tali crimini venivano puniti con la morte. Nel 1800 la maggior parte degli omicidi erano ancora infanticidi.

a sinistra nella foto si vede il myling

a sinistra nella foto si vede il myling, sta qui

Båntjern vicino Holmenkollen a Oslo è uno dei molti luoghi dal toponimo riferito all’utburdsfortellingen ovvero “storia degli utburd“.
Un’altro tipo di racconto di apparizioni era quello per cui se non si brucia o distrugge la placenta immediatamente dopo la nascita del figlio, questa crescerebbe fino a diventare un’orribile creatura che causerebbe molto dolore se si cercasse di liberarsi di lei.
Le autorità hanno spesso descritto tale creatura come un essere dalla pelle di lupo, che faceva tantissimo rumore, come l’ululare di un lupo, l’abbaiare di un cane, il nitrito di un cavallo o il grugnito di un maiale. In molti luoghi sono stati sentiti suoni come versi di animali, e si diceva che le persone che sentivano tali rumori erano in pericolo di vita o morivano di paura. Si temeva anche che le apparizioni tornassero indietro nel tentativo di occupare la medesima posizione del bambino nella culla, dopo di che il bambino veniva ucciso.

Per i russi, i norvegesi hanno l’abitudine di sbarazzarsi dei bambini malati o nati con deformità fisiche, seppellendoli nella neve. Allo stesso modo spesso si sbarazzano dei bambini nati fuori dal matrimonio. A volte l’anima del bambino torna indietro sotto forma di un fantasma che medita vendetta nei confronti di chi è ancora in vita, prima di tutto la madre.
Spesso la vittima viene raggiunta da un gufo bianco, che è l’utburda, ma sfuggirgli è praticamente impossibile: gli utburda sono estremamente veloci e forti.

mylingen nella Year Walk

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Biblio

http://www.antmir.ru/html/u/utburd.html
http://ezoezo.ru/utburd-4815.html
http://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A3%D1%82%D0%B1%D1%83%D1%80%D0%B4
http://sv.wikipedia.org/wiki/Myling
http://en.wikipedia.org/wiki/Myling
http://no.wikipedia.org/wiki/Utburd
http://ryssfynd.blogspot.it/

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Huldra

John Bauer (1882-1918): 'Huldra'

John Bauer (1882-1918): ‘Huldra’

Uno dei primi personaggi che si incontra nella årsgång è la Huldra, una creatura seducente che vive nei boschi, tipica del folklore scandinavo.
Il suo nome deriva da una radice che significa “coperto” o “segreto”.
Nel folklore norvegese, la Huldra è conosciuta come la skogsfru o la skovfrue, che significa “la signora (inteso come “controparte” di un signore) della foresta”. Nel folklore svedese, è conosciuta come la skogsrå (“spirito della foresta”) o Tallemaja (“Maria dell’albero del pino”), e Ulda nel folklore Sámi. Il suo nome suggerisce che in origine lei e la völva Huld e la tedesca Holda erano la stessa figura. Al maschile, l’hulder è chiamato huldu o, in Norvegia, un huldrekarl.
Gli huldrekarl, che appaiono anche nel folklore norvegese, sono collegati ad altri esseri che abitano il sottosuolo, solitamente chiamati tusser. Come la controparte femminile, l’huldrkarl è un cambiaforma che spesso adesca le ragazze sotto forma di un bel ragazzo.

'Huldra', 1882 by Theodor Kittelsen (1857-1914)

‘Huldra’, 1882
Theodor Kittelsen (1857-1914)

La parola huldra è norvegese, in forma determinativa; la forma indefinita è ei hulder. La forma indefinita plurale è huldrer, ed il plurale definito è huldrene. Nel plurale collettivo si usa huldrefolk (indefinito) e huldrefolket (definito), che significano “un gruppo di hulder“. C’è anche un aggettivo collegato a questa parola, essere huldren, che può essere interpretato come “perturbante, sconcertante”, ma anche spesso “essere sotto il maleficio di un hulder/di una huldra“, ovvero “soffrire di pazzia inesplicabile”.

La huldra è una donna di una bellezza sorprendente, a volte viene vista nuda, con lunghi capelli, anche se vista dal retro è vuota come un vecchio tronco d’albero, e ha la coda di un animale. In Norvegia ha la coda di una mucca, e in Svezia può avere quella di una mucca o di una volpe. Nel nord della Svezia può anche non avere la coda ma la schiena cava o la schiena coperta di corteccia.
In Norvegia la huldra è stata spesso descritta come la tipica ragazza contadina, con abiti da contadina, sebbene a volte più intelligente e carina delle altre ragazze.

NORDISK FAMILJEBOK  KONVERSATIONSLEXI ON OCH REALENCYKLOPEDI, Stockholm, Sverige, 1909

NORDISK FAMILJEBOK
KONVERSATIONSLEXI ON OCH REALENCYKLOPEDI, Stockholm, Sverige, 1909

La huldra è una delle numerose  (custodi, guardiane), come le Sjöråhavsfru dell’acqua, successivamente identificate con una sirena, e le bergsrå delle grotte e delle miniere che rendevano la vita difficile ai poveri minatori.
Maggiori informazioni si trovano nelle favole popolari norvegesi di Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe.

Una huldra sta parlando con un minatore. Sembra una giovane contadina, ma la sua coda spunta dalla gonna. Dalle Svenska folksägner (1882)

Le huldra erano tenute ad essere gentili con i minatori, a guardare i loro forni a carbone mentre essi si riposavano. Sapendo che sarebbero stati svegliati se ci fossero stati dei problemi, lasciavano in cambio per loro dei viveri in un posto speciale. Un racconto della città di Närke (Svezia) illustra quanto una huldra può essere gentile, specialmente se trattata con rispetto (Hellström 1985:15):

Un ragazzo andò a pescare nei laghi della foresta di Tiveden (Svezia), ma non ebbe fortuna. Incontrò poi una bella donna, e lei era così attraente che egli sentì che doveva trattenere il respiro. Ma poi egli comprese chi lei fosse, perché vide una coda di volpe spuntare da sotto la gonna. Siccome egli sapeva che era proibito commentare sulla coda della signora della foresta, se non era fatto nel modo più educato, egli fece un profondo inchino e disse con la voce più dolce “Mia signora, vedo che la vostra sottoveste si intravede sotto la vostra gonna”. La signora lo ringraziò e nascose la coda sotto la gonna, dicendo al ragazzo di pescare sull’altra sponda del fiume. Quel giorno, il ragazzo fu veramente fortunato e prese un pesce ogni volta che lanciò la lenza. Questo fu il riconoscimento, da parte della huldra, della sua gentilezza.

Theodor Kittelsen (1857-1914): 'Huldra forsvant' (The Huldra that disappeared)

Theodor Kittelsen (1857-1914): ‘Huldra forsvant’
(La Huldra che scomparve”)

In alcune tradizioni la huldra adesca gli uomini nella foresta per avere un rapporto sessuale con lei, premiando coloro che la soddisfano e spesso uccidendo gli altri. La huldra norvegese è molto meno assetata di sangue e semplicemente può rapire un uomo o adescarlo e portarlo all’inferno. A volte ruba i bambini e li sostituisce con i suoi bruttissimi huldrebarn (figli della huldra, che sono dei changeling). In alcuni casi, la relazione porta un figlio, e questo viene poi presentato al padre sconosciuto. In alcuni casi, la huldra lo forza a sposarla. Storie di relazioni simili erano molto comuni in Norvegia tanto tempo fa – un anziano signore di Valdres affermò alla radio norvegese che c’era un figlio suo nel gruppo delle huldre, e che era ancora vivo intorno al 1980.

Bernard Evans Ward (1857-1933): 'Huldra's Nymphs', 1909

Bernard Evans Ward (1857-1933):
‘Le ninfe della Huldra‘ 1909

A volte la huldra sposava un ragazzo di una fattoria del luogo, ma quando ciò accadeva, la sua bellezza svaniva quando il prete metteva la sua mano sulla sua, o quando lei entrava in chiesa. Alcune leggende raccontano di mariti che poi la trattavano male. Alcune favole non indicano questa caratteristica, e si riferiscono solo ad un matrimonio con un marito cristiano che le faceva perdere la coda, ma non il suo bell’aspetto, e la coppia viveva comunque felice e contenta nonostante questo. Comunque, se viene trattata male, la huldra ricorderà a suo marito che è ben lontana dall’essere debole, spesso raddrizzando un ferro di cavallo a mani nude, a volte quando è ancora caldo incandescente di fucina.

'Huldra' by Theodor Kittelsen (1857-1914)

‘Huldra’ by Theodor Kittelsen (1857-1914)

Se tradita, la huldra può punire il suo uomo in modo molto cattivo, come in quel caso a Sigdal (Norvegia), quando ha vendicato il suo orgoglio su un giovane fanfarone che aveva giurato di sposare, con la promessa che non avrebbe detto a nessuno di lei. Il ragazzo invece ha vantato la sua futura sposa per un anno, e quando si sono incontrati di nuovo, lei lo ha battuto sulle orecchie con la sua coda di vacca. Lui ha perso udito e ingegno per il resto della sua vita.

Gli hulder sono stati a lungo associati con la caccia; una huldra può soffiare nella canna del fucile di un cacciatore, e da allora lui non perderà un colpo. Alcuni uomini non sono così fortunati, o forse dotati di bravura, e alla sua vista scappano, perdendo però la loro sanità mentale.

Per quanto riguarda le origini della figura della huldra, una storia associata alla religione cristiana racconta come Eva avesse lavato solo la metà dei suoi figli, quando Dio è andato a trovarla, e lei per vergogna di quelli ancora sporchi li ha nascosti. Dio ha decretato allora che quelli nascosti alla sua vista sarebbero stati nascosti al genere umano, e sono diventati huldrer [K. M. Briggs, The Fairies in English Tradition and Literature, pag. 147; University of Chicago Press, London, 1967].

Huldra

Huldra (sta qui)

Numerosissimi luoghi in Scandinavia sono nominati con riferimento agli hulders, spesso luoghi che sono associati tramite leggende alla presenza del “popolo nascosto”. Ecco alcuni esempi che mostrano l’ampia diffusione dei toponimi che hanno relazione con gli hulder, sia nella Scandinavia settentrionale che in quella meridionale, ed i termini usati nelle diverse lingue per i toponimi:

danese
Huldremose (“la palude di Huldra”) era una palude situata nello Djursland in Danimarca, famosa per il ritrovamento della donna di Huldremose, un bog body del 55 AC;

norvegese
– Hulderheim è situato a sudest dell’isola di Karlsøya a Troms, in Norvegia. Il nome significa “la casa degli Hulder“;
– Hulderhusan è un’area a sudest di Hinnøya, la più grande isola della Norvegia; il nome significa “case degli Hulder“.

Sámi
– Ulddaidvárri a Kvænangen, Troms (Norvegia), significa “montagna degli hulders” in Sámi settentrionale;
– Ulddašvággi è una valle a sudovest di Alta nel Finnmark in Norvegia. Il nome significa “la valle degli Hulder” in Sámi settentrionale. Il picco a guardia del passo dalla valle alle montagne ha un nome simile, Ruollačohkka, che significa “la montagna dei Troll”; e la montagna più grande che si staglia sulla valle dal lato settentrionale è chiamata Háldi, che è una parola simile al già citato norvegese , che è uno spirito o una divinità locale che governa un’area specifica.

La huldra può essere collegata alla tedesca holda. Essa è inoltre conosciuta anche nel folklore finlandese.

***

Biblio
http://en.wikipedia.org/wiki/Huldra
http://sv.wikipedia.org/wiki/Bortbyting
articolo mio su Wunderkammern dedicato a HoldaFrau Holle, sta qui
http://en.wikipedia.org/wiki/Tiveden
http://www.snerpa.is/net/thjod/hildur.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Hulduf%C3%B3lk

  • Leda Bearne, Le Vergini Arcaiche, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 2006
  • Alberta Dal bosco e Carla Brughi, Entità fatate della Padania, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1993
  • Eugen Drewermann, Lieb Schwesterlein, laß mich herein. Grimms Märchen tiefenpsychologisch gedeutet, Deutscher Taschenbuch Verlag, München, 2002, ISBN 3-423-35050-4
  • Barbara Fiore, I Racconti della Vecchina del Bosco, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1995
  • Barbara Fiore, La Signora dell’Antica Casa, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1992
  • GardenStone, Göttin Holle, Books on Demand, Norderstedt, 2006, ISBN 3-8334-4579-3
  • Marija Gimbutas, Le Dee viventi, Medusa Edizioni, Milano, 2005
  • Heide Göttner-Abendroth, Die Göttin und ihr Heros, Frauenoffensive, München, 1993, ISBN 3-88104-234-2
  • Heide Göttner-Abendroth, Frau Holle – Das Feenvolk der Dolomiten, Königstein/Taunus, 2006
  • Karl Kollmann, Frau Holle und das Meißnerland, Cordier, Heiligenstadt, 2005, ISBN 3-929413-90-6
  • Alexei Kondratiev, Il tempo dei celti, Apogeo, Milano, 2005
  • Friedel Lenz, Bildsprache der Märchen, Urachhaus, Stuttgart, 1997, ISBN 3-87838-148-4
  • Karl Paetow, Frau Holle. Volksmärchen und Sagen, Husum, 1986
  • Ingrid Riedel,Wie aus der ungeliebten Tochter eine starke Frau wird. Frau Holle, Kreuz-Verlag, 2005
  • Erika Timm (in collaborazione con Gustav Adolf Beckmann), Frau Holle, Frau Percht und verwandte Gestalten. 160 Jahre nach Jacob Grimm aus germanistischer Sicht betrachtet, Hirzel, Stuttgart, 2003
  • Ulla Wittmann, Ich Narr vergaß die Zauberdinge. Märchen als Lebenshilfe für Erwachsene, Ansata-Verlag, Interlaken, 1985, ISBN 3-7157-0075-0

[…continua…]

* tutte le traduzioni sono mie salvo dove diversamente specificato.

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Årsgång o la camminata dell’anno

≈ Introduzione ≈

La celebrazione del solstizio d’estate è molto antica e risale ad un’epoca precristiana. Midsommar in origine era una giornata in cui si festeggiava la fertilità con molte usanze e rituali associate alla natura, e con la speranza di un buon raccolto nell’autunno successivo.

In Svezia si chiama appunto Midsommar e in quella giornata le case vengono addobbate dentro e fuori con corone e ghirlande di fiori. Gli svedesi hanno l’usanza di ballare intorno al “palo di Midsommar” ascoltando canzoni tradizionali che tutti conoscono. In Svezia, come in molti altri paesi, la magia di Midsommar include fare dei falò, leggere il futuro, specialmente quello di una futura sposa. Si crede che la vigilia di Midsommar sia una notte di mistero e magia. Al ritorno a casa dalla festa, le giovani donne si fermano per strada a raccogliere sette tipi diversi di fiori e li mettono poi sotto il cuscino. Quella notte il loro futuro marito apparirà in sogno.

In Norvegia e in Danimarca la vigilia di Midsommar viene festeggiata con enormi falò. I Danesi chiamano questa giornata Sankt Hans aften, o vigilia di san Giovanni, festeggiandola il 23 giugno. Cantano la tradizionale Vi elsker vort land (“noi amiamo la nostra terra”) e sul falò bruciano una strega fatta di paglia per ricordare le streghe bruciate sul rogo dalla chiesa nel XVI e XVII secolo.
In Norvegia la vigilia di Midsommar è anche chiamata Jonsok.

Le usanze scandinave risalgono ad epoche pagane in cui si rendeva omaggio al dio del sole con i falò che significavano la sconfitta dell’oscurità. I norvegesi usano anche andare in processione prima che venga la sera, spesso accompagnati da un musicista.

In Finlandia, prima del 1316, il solstizio d’estate era chiamato Ukon juhla, da un antico dio chiamato Ukko. In Karelia vengono accesi molti falò uno accanto all’altro, il più grande dei quali viene chiamato Ukko-kokko (“il falò di Ukko”). Oggi la festa di mezza estate è conosciuta come Juhannus, o midsommar per la minoranza che parla svedese, ed è occasione per ubriacarsi e fare festini.
La maggior parte dei falò in Finlandia vengono accesi sulle rive dei laghi e si mangia pesce affumicato a suo tempo pescato dagli stessi laghi. Nelle aree costiere, roccaforte dei finlandesi-svedesi, queste abitudini sono soppiantate dalla tradizione del palo di maggio, trasferita dalla Svezia, e si mangiano aringhe in salamoia.
Quando la Finlandia fu cristianizzata, la festa venne chiamata san Giovanni (seguendo il santo del giorno, san Giovanni Battista), per dare un significato cristiano alla festa pagana. Le tradizioni, tuttavia, rimasero quasi per niente modificate e sopravvivono anche nella Finlandia di oggi, anche se hanno perso i loro scopi principali.
Nella magia popolare, ancora ben conosciuta ma non più praticata seriamente, midsommar era una notte potente ed il momento dell’anno per tanti piccoli rituali, in particolare per le giovani donne.

In Estonia Jaanipäev (“il giorno di San Giovanni”) era celebrato ben prima dell’arrivo del cristianesimo, sebbene il nome fu dato successivamente con l’arrivo dei crociati. L’avvento del cristianesimo, comunque, non pose fine alle credenze pagane ed ai rituali per la fertilità che caratterizzavano questa festività. Midsommar segna un momento di cambiamento nell’anno agricolo, specificatamente lo stacco tra il completamento della semina primaverile ed il duro lavoro della raccolta del fieno, tipico dell’estate.
Com’è facile immaginare, i rituali di Jaanipäev hanno radici molto ben radicate nel folklore. Il rituale ben conosciuto di Jaanik, o midsommar, è l’accensione di un falò ed il saltare su di esso. Questo è visto come un modo per garantirsi la prosperità ed evitare la cattiva sorte. Allo stesso modo, non accendere il falò significa auspicare la distruzione della propria abitazione con un incendio. Il fuoco inoltre spaventa gli spiriti maligni, che lo evitano a tutti i costi, assicurando così un buon raccolto. Così, più grande è il fuoco, più lontano stanno gli spiriti maligni. Sulle isole di Saaremaa e Hiiumaa vengono bruciate vecchie barche di pescatori. A Jaaniõhtu gli Estoni in tutto il paese si riuniscono con le loro famiglie per balli e canti, usanza portata avanti da secoli. Le celebrazioni che accompagnano questa festa sono le più grandi e importanti dell’anno, e le tradizioni sono simili a quelle della Svezia, della Finlandia e della vicina Latvia.

In Russia il giorno di Ivan Kupala è la giornata del solstizio d’estate e viene celebrata in Russia e Ucraina il 23 giugno o il 6 luglio. Si tratta di un rito pagano per la fertilità, che è stato accettato nel calendario ortodosso. Molti riti di questa festività sono connessi all’acqua, alla fertilità e all’autopurificazione. Le ragazze, ad esempio, faranno galleggiare le loro ghirlande di fiori sull’acqua dei fiumi e ne trarranno divinazioni dal loro movimento. Anche qui i ragazzi e le ragazze saltano sui falò.

In Gran Bretagna la festività è prima di tutto una festa celtica dedicata al fuoco, che rappresenta la metà dell’estate e la riduzione delle giornate nel graduale avvicinamento all’inverno. Midsummer è tradizionalmente celebrata sia il 23 che il 24 giugno, sebbene il giorno più lungo in realtà sia il 21.
L’importanza di questa giornata per i nostri progenitori può esser fatta risalire a molte migliaia di anni fa, e non è un caso che molti cerchi di pietre ed altri monumenti antichi siano allineati con l’alba del giorno di mezza estate. Probabilmente l’allineamento più famoso è quello di Stonehenge, quando la mattina del giorno di mezza estate il sole sorge sulla pietra circondata dai triliti giganti. Un trilite è una struttura che consiste di due grandi pietre verticali che mantengono una terza pietra messa orizzontalmente in cima.

Nell’antichità i fuochi di mezza estate erano accesi nei luoghi più alti in tutta la campagna, e in alcune aree della Scozia i fuochi di mezza estate venivano accesi ancora nel XVIII secolo. Questo avveniva soprattutto nelle aree rurali, dove il peso della riforma del pensiero non era stato ancora completamente assimilato. Era un’epoca in cui gli animali della terra venivano benedetti con il fuoco, generalmente facendoli camminare attraverso il fuoco dirigendoli verso il sole. Era anche abitudine saltare attraverso le fiamme, ed il folklore suggerisce che l’altezza raggiunta da colui che saltava più in alto sarebbe stata l’altezza del raccolto di quell’anno.

Dopo l’avvento del cristianesimo in Gran Bretagna la festività venne denominata il giorno di San Giovanni; era però ancora celebrata come un giorno molto importante anche dal calendario ecclesiastico: il compleanno di san Giovanni Battista. Tradizionalmente la vigilia di San Giovanni, come la vigilia di molte festività, era vista sia come un momento in cui il velo tra il mondo terreno e quello ultraterreno era molto sottile, sia come un momento in cui le forze sovrannaturali emergevano ed erano presenti. Spesso durante la notte si tenevano delle veglie, e si diceva che se si fosse passata la notte della vigilia di Midsummer in un luogo sacro si sarebbero ottenuti i poteri di un bardo… o anche si poteva diventare matti, si poteva morire, o esser rapiti dalle fate.
La vigilia di san Giovanni era un momento in cui si pensava che le fate fossero visibili ed il loro potere molto alto (da qui il Midsummer Night’s Dream di Shakespeare).

***

Mi sono imbattuta giorni fa in un videogioco dall’aria familiare, temibile e attraente allo stesso tempo, in una parola: sublime.
Il titolo di questo videogioco è Årsgång, che tradotto letteralmente dallo svedese significa “camminata dell’anno” (års = “dell’anno” (genitivo); gång = passeggiata).

Qui la presentazione

La descrizione del gioco sull’App Store è la seguente:
“Negli antichi giorni gli uomini cercavano di catturare un barlume del futuro nei modi più strani.
Fai l’esperienza dell’antico fenomeno svedese della “camminata dell’anno” attraverso un tipo diverso di avventura in prima persona che si confonde tra il bidimensionale ed il tridimensionale così come tra la realtà ed il sovrannaturale.
Avventurati nei boschi oscuri dove vagano strane creature, in una ricerca di visioni ambientata nella Svezia del XIX secolo. Risolvi enigmi criptici, tocca ed ascolta nel corso della tua ricerca per prevedere il futuro e finalmente scoprire se la persona che ami ti ricambierà”.

Misteri ed indizi sono ovunque dietro l’angolo nella Year Walk, ma per comprendere appieno gli eventi che hanno luogo in quella fredda vigilia di Capodanno dovrai andare a fondo, al di là dell’avventura, e perderti tra la realtà e la finzione.

Per una completa esperienza con la Year Walk, o se sei curioso di conoscere il folklore su cui essa è basata, ti consigliamo di scaricare Year Walk Companion, disponibile gratuitamente sull’App Store.”

Si trova qui

 

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Year Walk

Year Walk

Il Companion alla Year Walk è la guida definitiva ai miti ed alle creature misteriose che si incontrano nel gioco Year Walk. Una mini enciclopedia da tenere a portata di mano mentre si gioca, o per prepararsi all’avventura. O forse per contemplarla dopo aver finito la propria camminata dell’anno?

Lo Year Walk Companion copre una gamma di credenze e superstizioni dimenticate e approfondisce l’argomento della camminata dell’anno, così come degli esseri sovrannaturali che si trovano nel gioco.

Creato in collaborazione con l’esperto di folklore ed etnologia Theodor Almsten, lo Year Walk Companion è gratuito ed essenziale per coloro che vogliono il massimo dall’esperienza della Year Walk.

Chissà che segreti può nascondere?

Il Companion si trova qui

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Bene, in attesa di intraprendere l’avventura con il gioco, ovviamente mi sono data da fare a scoprire di più sulla årsgång e su quanto rappresentava.
Come sempre accade quando si tratta di “materie nordiche”, e soprattutto se “oscure”, in italiano non esiste nulla di pubblicato. Magari ci sarà stato qualche amatore nello scorso secolo che ha pubblicato, non mi è difficile immaginare a proprie spese o con qualche editore piccolo che più piccolo non si può, qualche piccolo saggio sull’argomento. Ma naturalmente in rete non c’è nulla.
Comunque, il progetto Runeberg quando si tratta di nord aiuta, ed ecco quindi che su una sorta di raccolta enciclopedica si legge (traduzione mia dallo svedese):

“Incamminarsi per la “camminata dell’anno” era un’antica usanza svedese per cui si intraprendeva una sorta di vagabondaggio notturno per cercare di conoscere gli eventi che si sarebbero verificati l’anno dopo. Nello Småland l’usanza è rimasta fino ai primi anni del 1800.
Le notti maggiormente adatte alla “camminata dell’anno” erano Tomasmässonatten, ovvero “la notte della messa di San Tommaso” 
(il 21 dicembre, e fino al 1772 in Svezia questo era un giorno di vacanza. Secondo la leggenda, San Tommaso aveva nominato i tre re Magi. Il giorno di san Tommaso è il giorno più corto dell’anno, ed il giorno del solstizio. In questo giorno comincia il periodo pacifico del Natale per gli esseri umani e gli animali, di modo che tutto sarebbe stato presto approntato per la festa. Julfriden, ovvero “Natale di pace”, dura tredici giorni, ed è stato comandato da Dio che chi commetteva un reato in quei giorni avrebbe avuto il doppio della pena. La magia era nell’aria e si doveva evitare, ad esempio, di fare la pasta, macinare, fare le fusa… ma in questo giorno si poteva assaggiare la birra – traduzione mia -), la notte di Natale, la notte di santo Stefano, il Capodanno e l’Epifania, e naturalmente la notte di mezza estate ed ancor di più la notte di Santa Lucia, dato il contesto.
La passeggiata si concludeva sempre in un cimitero.
Colui che intraprendeva la “passeggiata dell’anno” non avrebbe dovuto guardare il fuoco nel corso della passeggiata. Doveva essere a digiuno e animato da una profonda serietà, non doveva salutare nessuno che avesse incontrato sul proprio cammino, per non parlare o ridere. Se nel cimitero vedeva delle tombe e vomitava, significava che la peste era vicina. Se vedeva i piccoli uomini (nani o elfi) che trasportavano covoni, oppure i topi che al posto delle persone tiravano un carro carico di fieno, si credeva di potersi aspettare un buon raccolto. Se incontrava un taglialegna, o uomini armati a cavallo sulla strada, significava che ci si doveva aspettare una guerra.
Quando qualcuno aveva effettuato la passeggiata per sette anni consecutivi, l’ultima notte del settimo anno incontrava un uomo a cavallo, con una staffa in bocca. Colui che passeggiava doveva essere abbastanza coraggioso e forte da strappare questo giogo, e sarebbe diventato “saggio”, ovvero avrebbe acquisito la conoscenza di tutte le cose che sono nascoste e avrebbe potuto vedere nel futuro senza dover mai più intraprendere una passeggiata dell’anno.

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Ho trovato un sito che raccoglie le usanze scandinave antiche, e tra mille spunti interessanti, racconta che le date più importanti nella magia scandinava sono la notte di Natale e il giorno di mezza estate, e in ognuno di questi due giorni viene effettuato un rituale divinatorio, l’årsgång appunto, effettuato per divinare ciò che avverrà l’anno successivo. In poche parole, si tratta di una passeggiata in cui si osserva tutto ciò che accade lungo la strada e lo si interpreta come dei segni che l’anno che verrà porterà con sé.

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Nel Companion vengono citati alcuni “personaggi” tipici del folklore svedese che si incontreranno nel corso della camminata dell’anno.
Ne parlerò nei prossimi post!

[…continua…]

[tutte le traduzioni sono mie, si prega di citare il traduttore grazie]

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