I simboli dell’inverno (II)

L’uomo vive la sua vita sulla superficie della terra, potremmo dire solo “perifericamente”: la pianta invece vive allo stesso modo in primavera e in estate mentre in inverno torna nel buio grembo di Madre Terra e sono primarie spettatrici dei segreti dell’oscurità e del caos in cui avviene il rovesciamento.
Anticamente, alcune correnti spirituali insegnavano ai discepoli di invertire il loro legame con la superficie terrestre attraverso la meditazione, la preghiera e una retta conduzione di vita, per inabissarsi nei misteri del sottosuolo, del buio e dell’inverno.

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Nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

Un paragone calzante può essere fatto pensando al Νεκρομαντεῖον, il necromanteion nekromanteion, un tempio di necromanzia dell’antica Grecia dedicato ad Ade e Persefone.
Secondo la tradizione si trovava sulle rive dell’Acheronte in Epiro, vicino all’antica città di Efira. Era ritenuto dai devoti la porta da cui si accedeva al regno dei morti. Il sito si trovava nel punto in cui si incontravano i fiumi Acheronte, Flegetonte e Cocito: anticamente si credeva che i flussi portassero nell’aldilà.
Il significato dei nomi dei fiumi è stato interpretato come “privo di gioia” (Acheronte), “carboni ardenti” (Flegetonte) e “lamento” (Cocito).

Acheronte in realtà significa “che forma/crea laghi”, cfr. greco akherousai “acque paludose/simili a una palude”, dalla radice protoindoeuropea *eghero- “lago” (fonte anche del lituano ežeras, ažeras, antico prussiano assaran, antico slavo ecclesiastico jezero “lago”).
La derivazione dal greco akhos, “dolore”, viene considerata etimologia folklorica. Il nome fu in seguito dato a fiumi in Grecia e in Italia che scorrevano in luoghi dismessi o che scomparivano sotto terra.

Flegetonte deriva dal latino, a sua volta dal participio presente, in greco, di phlegethein “ardere, bruciare”, variante di phlegein, come l’osco flagio-, un epiteto di Giove, dal protoindoeuropeo *bhleg-ro- da *bhleg- “splendere, lampeggiare, balenare, scintillare”, fonte anche del latino fulgere, dalla radice *bhel-.
Una curiosità: se si considera la parola inglese bleach, “candeggiare/candeggina”, dal protogermanico *blaikjan “rendere bianco”, fonte anche dell’antico sassone blek, norreno bleikr, olandese bleek, antico alto tedesco bleih, tedesco bleich “pallido”; norreno bleikja, olandese bleken, tedesco bleichen “candeggiare”, dalla radice protoindoeuropea *bhel-, fonte anche del sanscrito bhrajate “che scintilla”, latino flamma “fiamma” e fulmen “fulmine”, fulgere “scintillare, lampeggiare, balenare”; antico slavo ecclesiastico belu “bianco” e lituano balnas “pallido”, sono tutte parole con significati e derivazioni legate alla luce, il più delle volte accecante.
La stessa radice protoindoeuropea ha prodotto l’inglese moderno black, che però è “nero” e non bianco… dall’antico inglese blæc “nero”, dal protogermanico *blakaz “bruciato”, fonte anche del norreno blakkr “nero”, antico alto tedesco blah “nero”, svedese bläck “inchiostro”, olandese blaken “bruciare”; dal protoindoeuropeo *bhleg- “bruciare, brillare, luccicare, scintillare, lampeggiare”, fonte anche del greco phlegein, sempre dalla medesima radice *bhel-.
La connessione diretta è in realtà tra fuoco e bruciato (in anglosassone la parola per indicare il colore nero era sweart, “nero, buio”, riferito alla notte, alle nuvole, anche figurativo nel senso di “stregato”, dal protogermanico *swarta- fonte anche dell’antico frisone, antico sassone e medio olandese swart, olandese swart, norreno svartr, tedesco schwarz, gotico swarts “dal colore nero; nero”, dalla radice protoindoeuropea *swordo- “sporco, scuro, nero” da cui deriva anche il latino sordidus “sporco, lercio, sozzo”. La parola è rimasta in tutte le lingue germaniche mentre in inglese è stata sostituita da black.
Secondo l’Old English Dictionary nel medio inglese c’era ancora confusione nell’uso di blacblakblake per il loro significato: poteva infatti voler dire sia “nero, scuro” che “pallido, senza colore, evanescente, pallido”.
Questo, perché sia il bianco che il nero non sono dei colori, e entrambi sono associati con l’incendio e la bruciatura (cfr. l’uso in anglosassone di scimian, collegato alla radice di shine, entrambi con il significato di “splendere” e “offuscare, diventare tetro, diventare nero”.

Ora, qual è il momento dell’anno in cui c’è una sorta di bilancia e allo stesso tempo un approccio più immediato e vicino con il bianco e il nero, la luce e il buio?
È proprio il momento solstiziale di dicembre, quando tutto è notte e gelo e sembra di vivere sotto terra, ma le giornate si allungano di nuovo e c’è la promessa del ritorno del sole e della luce.
Nelle dodici notti sante, tra Natale e l’Epifania, di cui oggi troviamo riferimento nell’opera shakespeariana The Twelfth Night. I “dodici giorni di Natale”, in inglese conosciuti come Twelvetide, erano una festività cristiana per celebrare la natività. Nella maggior parte delle tradizioni della chiesa occidentale il giorno di Natale è il primo giorno, e i dodici giorni terminano il 5 gennaio.
Nell’Inghilterra medioevale e in epoca Tudor la dodicesima notte segnava la fine di una festività invernale che cominciava il 31 ottobre, la All Hallows Eve, oggi conosciuta come Halloween. Il Lord of Misrule – conosciuto in Scozia come Abbot of Unreason e in Francia come il Prince des Sots – era il “signore del malgoverno”, nominato a Natale per presiedere la Festa dei Folli. Era generalmente un contadino o un suddiacono nominato per essere responsabile delle gozzoviglie natalizie, che spesso includevano ubriachezza e feste selvagge, secondo la tradizione pagana dei Saturnalia.
Il mondo era capovolto: il re e i nobili sarebbero diventati contadini e viceversa.
All’inizio delle festività veniva preparato un dolce che conteneva un fagiolo. La persona che mangiando trovava il fagiolo avrebbe “governato” la festa. La mezzanotte avrebbe poi segnato il termine del suo “governo” e il mondo sarebbe tornato alla normalità.
La tradizione del “signore del malgoverno” risale a epoche precristiane e festività simili a Samhain e appunto ai Saturnalia.

Il cibo e le bevande al centro delle nostre celebrazioni in epoca moderna sono il risultato di tradizioni che vanno indietro di molti secoli. Il punch chiamato wassail, in Inghilterra, veniva consumato proprio durante la Twelfth Night, la “dodicesima notte”, ma anche durante tutto il periodo natalizio.
In tutto il mondo venivano preparati dolci speciali, come il tortellGâteau des Rois, un dolce tipico della cucina catalana e occitana a forma di anello o circolare, fatto di pan brioche, pasta sfoglia o altro tipo di pasta e farcito di diversi ingredienti come il marzapane, la panna, la crema, la marmellata, fili di zucca, etc., che può avere canditi o pinoli oltre allo zucchero a velo sopra.
Il tortell è un elemento molto importante della tradizione culinaria della Catalogna: lì in realtà appare in diverse feste durante l’anno e praticamente tutte le domeniche lo si può trovare in pasticceria, così come in alcune date specifiche come l’Epifania, Sant’Antonio Abate (17 gennaio) o la domenica delle palme.
Il Tortell de Reies, chiamato anche “torta dei Re”, ha una forma di anello più o meno rotonda o ovale, ma la pasta è la stessa di una brioche e il ripieno, che è di marzapane, è ricoperto completamente, anche sui lati, dalla pasta. È decorato con frutta candita (ciliegie, arance e pelle d’anguria) e frutta secca (pinoli) e dentro ha due sorprese: un re di plastica e una fava. Chi trova il re sarà il re della festa e chi trova la fava dovrà comprare il prossimo tortell. In Catalogna si mangia questo dolce solo il giorno dell’Epifania, dopo pranzo.

Il king cake, a volte chiamato anche three kings cake, è un tipo di dolce associato all’Epifania e alla fine delle festività natalizie e al periodo pre-quaresimale con le feste di carnevale e del martedì grasso.
Ciò che nacque circa 300 anni fa come un impasto di pane francese con lo zucchero sopra e un fagiolo all’interno oggi ha tante ricette diverse a seconda del paese. Alcuni sono realizzati con impasto di brioche nella forma di una ciambella con una glassa sopra cosparsa di confettini colorati.
Il king cake si chiama così per i re biblici, i re magi. Nella tradizione liturgica cattolica la solennità dell’Epifania celebra la visita dei Magi a Gesù Bambino. La vigilia dell’Epifania viene appunto chiamata “la dodicesima notte”, quando si prepara questo dolce, chiamato anche gâteau des Rois reiaume in Provenza, galette des Rois nella Francia settentrionale, e vasilopita in Grecia.

Βασιλόπιτα, letteralmente “il dolce di Basilio” ovvero “il dolce del re” è però mangiato, in Grecia e a Cipro, a Capodanno. All’interno viene oggi messa una moneta che porterà fortuna a chi la troverà. Viene associato al giorno di san Basilio, il 1 gennaio, anche se in alcune regioni in Grecia è collegato all’Epifania o al Natale. Comunque, il periodo è lo stesso. Solitamente l’impasto è lo tsoureki (conosciuto anche come panarët in arbëreshe – la comunità albanese in Italia -, choreg chorek in armeno, kozunak in bulgaro, cozonac in rumeno o çörek in turco), un pane dolce ricco di uova, la cui ricetta ha radici lontane e profonde nelle cucine europee e dell’Asia occidentale e centrale. Ha una forma di treccia.
Una varietà di tsoureki in Grecia è il λαμπρόψωμο lampropsomo che deriva dalla parola greca per Pasqua, Λαμπρή “che porta luce” e ψωμί “pane” – o Λαμπροκουλούρα “lamprokouloura” dove κουλούρα significa rotondo come il tortell o il kings cake.

Lo stesso tipo di dolce, la tradizione di un dolce con un oggetto nascosto nell’impasto, da mangiare durante le festività invernali, esiste in Ucraina (pirog), in Romania, in Serbia (česnica, mangiato il giorno di Natale), in Albania (pitta, mangiato sia dai cristiani che dai musulmani), in Bulgaria (pogatchaNovogodichna banitsa – per Capodanno -, Svity Vasileva bogatcha).

A me, anche, ricorda il maritozzo, un dolce tipico del Lazio la cui ricetta avrebbe origini che risalgono sino all’antica Roma, che veniva offerto alla fidanzata che sarebbe diventata moglie. In tale occasione il dolce celava al suo interno il dono per l’amata.

Hasluck (1927) ha collegato le celebrazioni del periodo, sia nel mondo occidentale che orientale, con l’antica festività greca Kronia, dedicata a Crono, che riguardava la scelta di un “re”, e poi i Saturnalia romani.
Se si guardano poi le tradizioni dei singoli paesi si scoprono tante altre curiosità che collegano tutto come un fil rouge: in Bulgaria la пита o питка (pitapitta) è rotonda e sia la sua preparazione che il consumo seguono un preciso rituale: ad esempio, la notte prima della vigilia di Natale ogni casalinga ne prepara una e la decora con simboli che portino fertilità alle mandrie e un ricco raccolto dai campi, così come prosperità a ogni membro della famiglia. Ancora, se il dolce viene preparato per un matrimonio, la futura suocera della nuora prepara una pita per i futuri sposi e versa la farina nell’impasto sette volte, cosicché la pita sarà soffice come la loro futura vita insieme.
Un tradizionale benvenuto in Bulgaria include pita, miele o sale. Il significato di questo rituale si trova nell’espressione “dare a qualcuno il benvenuto con pane e sale”, del resto come dice un proverbio bulgaro “nessuno è più grande del pane” e il sale è l’ingrediente base per dar sapore a ogni cibo.

Ricollegandosi alla tradizione della dodicesima notte, nelle Alpi orientali esiste una tradizione chiamata Perchtenlaufen, una sorta di cerimonia per cui due gruppi lottano l’uno contro l’altro usando rametti di legno e bastoni. Entrambi i gruppi sono mascherati, uno come la bella Perchte e uno come la brutta Perchte. In Stiria i membri dei gruppi, fino agli inizi del 19° secolo, erano donne, che si annerivano il viso, allungavano i capelli, e a volte esponevano i seni.

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nel manoscritto Voynich appare una donna con un fuso, come Holda, che sta scendendo in una grotta

Perchta o Berchta era una volta una divinità nelle tradizioni alpine pre-cristiane. Il suo nome, di etimologia ovvia, significa “la splendente” (abbiamo già analizzato come tutto derivi dalla medesima radice indoeuropea).
Perchta è anche chiamata “la signora delle bestie”: era una guardiana del mondo animale e della natura nelle antiche culture germaniche.
Secondo Grimm e Motz, Perchta e una cugina meridionale di Holda: ritroviamo Holda in una fiaba dei fratelli Grimm, ma naturalmente il racconto rimanda a una materia più antica; il salto nel pozzo seguito dal viaggio in un mondo ultraterrestre ricorda il mondo buio dei morti (e, vedremo dopo, il nekromanteyon); nella mitologia germanica le acque erano considerate un accesso al mondo degli dei, come possono testimoniare le Moorleichen o “bog bodies”, le “mummie di palude”, in molte delle quali furono riconosciute delle fanciulle non ancora adolescenti.
Il racconto è disseminato di simboli della morte: il pozzo (l’uscita dal mondo dell'”al di qua”); il fuso che cade nel pozzo (e che si porta dietro il filo della vita, e qui ricordiamo:

Þaðan koma meyiarmargs vitandi
þríar ór þeim sæ,
es und þolli stendr;
Urð hétu eina,
aðra Verðandi,
skáru á skíði,
Skuld ena þriðiu.
Þær lög lögðu,
þær líf köru,
alda börnum,
örlög seggia.
Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l’albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l’altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch’è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.

le Norne, il cui nome deriva dal norreno Norn che significa “(colei che) bisbiglia (un segreto)”: esse vivono presso la fonte di Urðarbrunnr, il pozzo di Urd, descritto come bianchissimosplendente, ove tessono il filo del destino dei mortali:il Pozzo di Urd, descritto come bianchissimo e risplendente.

Altri simboli presenti nella fiaba di Holda sono i denti terribilmente lunghi di Frau Holle, come quelli di un teschio, simbolo di morte; gli innumerevoli letti (tombe), la neve (sudario, ma anche bianca, accecante, luminosa) e il canto del gallo al ritorno delle fanciulle nel mondo dell'”al di qua” (ovvero il sole, poi mutuato dalla tradizione cristiana come simbolo di resurrezione).

Non si può escludere che dietro il personaggio di Frau Holle si nasconda la dea germanica della morte Hel, il cui nome è etimologicamente simile al tedesco Hölle e all’inglese hell, designante l’inferno: dall’anglosassone helhelle “altro mondo, dimora dei morti, regioni infernali, luogo di tormento per i malvagi dopo la morte”, dal protogermanico *haljo- “l’inferno”, fonte anche dell’antico frisone helle, l’antico sassone hellia, l’olandese hel, il norreno hel, il gotico halja; letteralmente “luogo nascosto” cfr. norreno hellir “grotta, caverna”, dal protoindoeuropeo *kel- “coprire, nascondere”; cfr. “cella” dal latino cella “piccola stanza, magazzino, capanna” imparentata con il latino celare “nascondere”. Entrambe le parole derivano dalla radice protoindoeuropea *kel-, fonte anche del sanscrito cala “capanna, casa, stanza”; greco kalia “capanna, nido” e kalyptein “coprire”, koleon “fodero”, kelyphos “guscio, buccia”; latino clam “segreto”; antico irlandese cuile “cantina”, celim “nascondere”; medio irlandese cul “difesa, riparo”; gotico hulistr “copertura”; anglosassone heolstor “buca da cui stare in agguato, caverna, copertura”; gotico huljan “coperta messa sopra”, hulundi “buca”, hilms “elmetto”, halja “inferno”; anglosassone hol “caverna”, holu “buccia, guscio, baccello”.

La parola in inglese può derivare in parte da Hel della mitologia norrena (dal protogermanico *halija “colui che copre o nasconde qualcosa”), nella corpo mitologico norreno il nome della figlia di Liki che governa sui morti malvagi del Niflheim, il più abietto di tutti i mondi (nifl “nebbia”). Concetto pagano e lemma adattato alla “lingua” cristiana.

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immagine dal manoscritto Voynich in cui appare chiaramente Frau Holle/Holda/Perchta che fa nevicare

Sempre riferendoci a Perchta, ricordiamo che ha due forme: può apparire bella e bianca come la neve oppure vecchia e anziana. In Italia potremmo paragonarla alla Befana in quest’ultima “versione”.

Lo storico Carlo Ginzburg parla della tradizione delle Perchtenlaufen notando delle similitudini con i benandanti, una tradizione che esisteva in Friuli, sottolineando che entrambe erano eredità di antiche battaglie rituali basate sulla fertilità dei raccolti. Hans Peter Duerr ha anche assimilato il caso del licantropo di Livonia, raccontato da Jacques Collin de Plancy nel suo Dictionnaire infernal: “in Livonia, sul finire del mese di dicembre, ogni anno si trova qualche sinistro personaggio che intima agli stregoni di trovarsi in un certo luogo: e, se loro si rifiutano, il Diavolo stesso ve li conduce, distribuendo nerbate così bene assestate da lasciare immancabilmente il segno. Il loro capo va avanti per primo, e migliaia di Stregoni vanno dietro di lui; infine attraversano un fiume, varcato il quale si cambiano in lupi e si gettano su uomini e greggi, menando strage”. Questo sinistro personaggio era Thiess di Kaltenbrun, detto anche Thies, o appunto “licantropo di Livonia”.

Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture.
I miti che riguardano la figura del lupo hanno origine nella prima età del bronzo, quando le migrazioni delle tribù nomadi indoarie le portarono in contatto con le popolazioni stanziali europee. Il substrato di religioni e miti “lunari” e femminili degli antichi europei si innestò nel complesso delle religioni “solari” e maschili dei nuovi arrivati, dando vita ai miti delle origini, in cui spesso il lupo è protagonista.
La sovrapposizione tra i culti solari della caccia e quelli lunari della fertilità si riscontra nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore della fecondazione. In Anatolia, fino a epoca contemporanea, le donne sterili invocavano il lupo per avere figli. In Kamčatka i contadini realizzavano con il fieno il simulacro di un lupo a cui recavano voti, perché le ragazze in età da marito si sposassero entro l’anno.
Questo intimo legame, nel bene e nel male, tra l’uomo e i canidi ha fatto sì che tra tutti i mannari proprio quelli di stirpe lupina siano tra le specie con le origini documentabili più antiche.

Secondo il racconto di Thiess lui e gli altri licantropi si trasformavano in lupo tre notti in un anno, e viaggiavano all’inferno. Una volta giunti, combattevano diavolo e streghe per salvare i raccolti e le mandrie che le streghe avevano rubato dalla terra. Duerr parla appunto di una lotta tra le forze dell’ordine e del caos, tipica del periodo invernale del solstizio; e del resto è scritto in numerose fonti che la trasformazione in “uomini-lupo” avveniva solitamente, oltre che quando c’era la luna piena, a Pasqua ma soprattutto la notte del solstizio d’inverno.

Nel latino medioevale, wargus designa il lupo (normale, in questo caso) ma deriva da una parola germanica che indica l’uomo che viene punito per un crimine. Nella società germanica questi veniva allontanato dalla civiltà e dalla protezione che essa offre, divenendo simile all’essere selvatico per eccellenza. “Criminale” è detto dunque wearg in antico inglese, warag in antico sassone, warc(h) in antico alto tedesco, vargr in norreno e wargus in latino medioevale come prestito dal germanico; stessa radice protoindoeuropea *wreg- “dare impulso, spingere, urtare”, fonte anche del lituano verziu “legare, stringere, premere”, vargas “bisogno, angustia”, vergas “schiavo”; antico slavo ecclesiastico vragu “nemico”; gotico wrikan “perseguitare”; antico inglese wrecan “muovere, cacciare, inseguire”, collegato a urge “impulso, stimolo; sollecitare, incalzare”.

Ma cosa c’entra il Necromanteion?

Il termine Necromanteion significa “oracolo della morte”, e i fedeli venivano qui per parlare con i loro antenati morti. Anche se altri templi antichi, come il tempio di Poseidone a Taenaron o quelli dell’Argolide, di Cuma e di Heraclea Pontica sono noti per aver ospitato oracoli dei morti, il Necromanteion di Ephyra è stato il più importante.

L’uso rituale del Necromanteion coinvolgeva elaborate cerimonie in cui i celebranti cercavano di parlare con i morti che si sarebbero raccolti in uno “ziggurat”, simil-tempio, per consumare un pasto particolare.
A seguito di una cerimonia di purificazione e dopo un sacrificio di animali, i fedeli scendevano attraverso una serie ctonia di meandrici corridoi lasciando offerte al loro passaggio attraverso una serie di cancelli di ferro.
Il nekyomanteia avrebbe posto una serie di domande e preghiere cantando e i celebranti avrebbero poi assistito al fatto che il sacerdote sarebbe emerso dalla terra e avrebbe cominciato a volare attorno al tempio attraverso l’uso di una gru teatrale.

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ingresso laterale del nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

 

L’antico nekromanteion era vicino alle rive nord-occidentali del lago Acherusia e vicino i tre fiumi che le anime dei defunti attraversavano per arrivare nel regno tenebroso dei morti.
Nell’Odissea Circe consiglia ad Ulisse di scendere alle case di Ade e della tremenda Persefone per ricevere un vaticinio dall’indovino Tiresia su come tornare in patria.
La somiglianza della descrizione omerica era stata notata anche da geografi antichi come Pausania che riporta: “A me sembra che, proprio dopo aver visto questi luoghi, Omero osasse rappresentare i vari aspetti dell’Ade e denominasse i fiumi infernali da quelli della Tesprotide”.

Il pellegrino veniva sottoposto ad una preparazione psichica e fisica: mangiava carne di maiale affumicata, fave, lupini e ostriche di mare. Doveva purificarsi prima di incontrare i morti.
La permanenza nelle buie camere, l’isolamento, le preghiere, le invocazioni del sacerdote con nomi incomprensibili creavano nel pellegrino l’adeguata predisposizione.
Durante gli scavi, sono stati trovati mucchi di semi carbonizzati; grano, orzo, fave.
Le fave hanno proprietà tossiche e quando venivano mangiate crude provocavano stati che arrivavano fino alle allucinazioni, come nel latirismo.
La fava ha il suo parallelo nel fil rouge dei secoli nel fagiolo del dolce dei re.
In questo modo il rilassamento dei sensi, le vertigini e lo stato allucinatorio creavano i presupposti necessari per comunicare con le anime dei morti, oltre che il corridoio tortuoso dava al pellegrino l’impressione di vagare nelle buie vie dell’Ade.
Secondo gli studi effettuati, il percorso del pellegrino terminava in modo diverso rispetto all’ingresso di modo da non incontrare gli altri pellegrini che stavano iniziando.

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interno della sala del nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

I nostri avi celebravano dunque questo momento di passaggio, il più significativo nel ciclo annuale delle stagioni. Il nekromanteyon rappresenta la celebrazione dell’apertura della porta, cioè il passaggio verso il mondo sotterraneo, come nel mito di Persefone.
E questa era considerata la vera rinascita dell’uomo, la speranza nel caso del solstizio che ancora una volta la vita divina ritorni sulla terra.

Per i popoli nordici era lo sciamano a connettere i due mondi, oltrepassando il velo sottile che separava il buio dalla luce, i morti dai vivi. È Odino che si affaccia ai segreti della vita, appeso con la testa in giù, che si affaccia ai segreti della vita, rappresentati dalle 24 rune sparse sulla terra nuda. Lui impara a leggerle e diventa capace di governare gli elementi e gli esseri. Proprio al solstizio invernale, quando nella religione cattolica nasce il salvatore.

Nei ricordi folklorici ancor oggi si dice che i sogni di queste notti lasciano presagire ciò che sarà nel corso dell’anno nuovo.
Nei paesi anglosassoni si usa gettare nell’acqua, a Capodanno, dei pezzetti di piombo per interpretare il futuro leggendo le forme strane che appariranno.

Che sia la festa della luce lo dice anche la festività del 2 febbraio, la Candelora, festa della luce, ma è anche dedicato a santa Brigida, la celtica Birgit, protettrice delle fonti e delle sorgenti, e quindi dell’acqua e della (nuova) vita, ed è il momento dell’anno in cui cominciano a spuntare le nuove erbe e qualche fiore.

Del resto, gennaio e febbraio sono mesi aggiunti successivamente, e anticamente si festeggiavano le Feriæ sementinæ, a carattere purificatorio e propiziatorio, per favorire la fertilità dei campi e la fecondità degli animali. In febbraio si susseguivano altri riti tra cui prevalevano quelli di espiazione delle anime dei morti. Macrobio spiega l’etimologia del mese, febbraio, da februarius mensis latino “mese di purificazione”, da februare “purificare” da februa “riti di purificazione, espiatori”, plurale di februum “mezzo di purificazione, offerta espiatoria”, di origine incerta, si dice fosse una parola sabina. De Vaan sostiene derivi dal proto-italico *f(w)esro-, da una parola protoindoeuropea che significava “il fumo” o “la bruciatura”, quindi possibilmente connessa con “fumo” (sostantivo), il che indicherebbe il senso di purificazione per fumo/fumigazione o il bruciare un’offerta. Dal latino fumus “fumo, vapore, antico aroma”, dal protoindoeuropeo *dheu- “polvere, vapore, fumo; crescere creando una nuvola; volare intorno – come la polvere -“, fonte anche del sanscrito dhumah, antico slavo ecclesiastico dymu, lituano dumai, antico prussiano dumis “fumo”, medio irlandese dumacha “nebbia”, greco thymos “spirito, mente, anima”.
Febbraio era l’ultimo mese dell’antico calendario romano (antecedente al 450 a.C.), così chiamato in riferimento alla festa romana della purificazione, tenuta alle idi del mese. Gli anglosassoni chiamavano quel periodo somonað “mese del fango”.

Il solstizio d’inverno è il periodo in cui, come Giano bifronte della tradizione romana, guardiamo al passato e ci rivolgiamo al futuro.
Il solstizio è la festa del sole, del suo ciclo sulla terra, ed un modo per onorarlo è quello di osservare i momenti di passaggio, l’alba e il tramonto.
Il solstizio d’inverno corrisponde, nel ciclo giornaliero, al sorgere del sole e quindi all’alba.
In questo periodo si osserva nel punto più verso sud di tutto l’anno, ed è meraviglioso e curativo per la nostra anima guardarlo ogni mattina, sempre prima e sempre più caldo, foriero del seme che germoglierà e dei frutti che verranno.

[tra le fonti: Karin Mecozzi, Ars Herbaria]

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