I simboli dell’inverno (I)

Le piante che possono essere considerate “natalizie” sono, oltre che essere naturalmente tipiche di questo periodo, piante collegate tra loro e con la stagione sulla base di significati nascosti e ancestrali, profondamente legati alla vita dei nostri antenati, molto più a contatto con la Natura.

Tra queste, l’agrifoglio (Ilex aquifolium L.) è una delle piante tipicamente natalizie.

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Gli antichi Romani portavano dei ramoscelli di agrifoglio durante i Saturnalia, le feste che precedevano il solstizio invernale, perché li consideravano dei talismani.
Sostenevano che piantando l’albero nelle vicinanze della casa si tenevano lontani i malefici: usanze e credenze che si sono tramandate fino ai giorni nostri.
Questa funzione di amuleto vegetale probabilmente si ispira al suo aspetto: le foglie coriacee e accartocciate, munite di spine molto pungenti, evocano una funzione di “difesa”. Sempreverdi e lucidissime, evocano anche immagini e idee di durata, sopravvivenza, prosperità; mentre i frutti globosi di color rosso vivo, che maturano in autunno e durano per tutto l’inverno, sembrano celebrare la nascita del sole al solstizio e augurare un anno felice.

Per questi motivi, soprattutto in Inghilterra, Francia, Svizzera e Germania, i contadini usavano appendere ramoscelli di agrifoglio nelle case e nelle stalle per allontanare i sortilegi e propiziare la fecondità degli animali.
Un canto medioevale inglese diceva a questo proposito:

Her commys holly, thet is so gent,
To please all men is his intent. Alleluia.
But lord and lady off this all,
Who so ever ageynst holly do crye.
In a lepe shall he hang full hie. Alleluia.
Who so ever ageynst holly do syng,
He maye wepe and handy wryng. Alleluia.

[Ed ecco l’agrifoglio, che è così gentile:
compiacere tutti gli uomini è il suo intento. Alleluia.
Tranne il signore e la signora,
chiunque offenda l’agrifoglio
in un balzo sarà appeso a testa in giù. Alleluia.
Chiunque canti contro l’agrifoglio
possa egli piangere e torcersi le mani. Alleluia]
– traduzione mia -.

I Romani usavano regalarlo agli sposi novelli in segno di augurio.
Quando ci fu l’invasione della Britannia e appresero che l’agrifoglio era considerato una pianta sacra accolsero la notizia con grande stupore. I druidi credevano infatti che la pianta proteggesse dai rigori dell’inverno, e che si scagliava un grosso ramo della pianta contro una belva nell’intento di attaccare l’uomo, questa divenisse mansueta.

I Latini lo chiamavano aquifoliumacrifolium, da acer, “acuto”, e folium, “foglia”.
Da acrifolium derivano l’italiano agrifoglio e lo spagnolo acebo. In francone si diceva hûliz, da cui è derivato sia il francese houx, sia l’inglese holly, come in Hollywood, che significa appunto “bosco di agrifogli”.

In Inghilterra divenne simbolo della Madonna, come testimonia un’antica e diffusa canzone, L’edera e l’agrifoglio.

I suoi frutti, velenosi per l’uomo, sono invece ricercati dagli uccelli come cibo invernale, in particolare dai pettirossi. La leggenda vuole che il pettirosso beccò le spine della corona di Gesù sulla croce. Cercò così di alleviarne le sofferenze e in cambio, per questo, ebbe il petto piumato rosso, dal colore del sangue divino. E questo è proprio il periodo in cui i pettirossi, in cerca di cibo per l’inverno, si avvicinano agli alberi con le bacche.

Il Mattioli scriveva che con le fronde spinose dell’agrifoglio si proteggeva la carne salata dai topi  e dagli altri roditori: per questo l’agrifoglio è anche chiamato “pungitopo maggiore”.
Alla stessa funzione fu destinato il vero e proprio pungitopo, il Ruscus aculeatus, un piccolo arbusto sempreverde che spesso forma grovigli di vegetazione impenetrabile per la durezza delle false foglie spinose dette cladodi, che portano al centro i fiori.
Grazie alle foglie e alle bacche rosse che maturano alla fine dell’autunno e restano per tutto l’inverno, ha evocato lo stesso simbolismo dell’agrifoglio; anzi, spesso a Natale lo sostituisce, soprattutto in quelle zone in cui l’agrifoglio è diventato pianta protetta.
In realtà già Etruschi e Greci avevano credenze simili, condivise anche dai popoli nordici. Usanze che continuano ancor oggi, infatti le fronde di agrifoglio sono molto usate durante le feste natalizie a fini decorativi per le belle bacche rosse e, in certe varietà, per il fogliame variegato di giallo o bianco.
Proprio quest’ultima tradizione mette in pericolo la specie per cui in molte regioni l’agrifoglio è protetto o soggetto a forti limitazioni nella raccolta.

Il Mate, la bevanda più diffusa dell’America meridionale, in particolar modo in Argentina, viene preparata con le foglie di una varietà di agrifoglio (Ilex Paraguayensis A. St. Hil., 1822).
Ha proprietà stimolanti, contenendo un’elevata quantità di caffeina – in molte parti del mondo chiamata “mateina” -, molto superiore a quella del caffè; oltre che di teobromina come il cacao.
Viene bevuta molto dai giovani per socializzare non ricorrendo a droghe, come bevanda erboristica e naturale.
Seguendo lo stesso procedimento del tè, la yerba Mate viene essiccata, tagliata e sminuzzata. Per tradizione si beve l’infuso caldo in compagnia nel tipico contenitore, chiamato anch’esso mate – o, in italiano, “zucca” -, con una cannuccia chiamata bombilla.

Si può preparare un infuso anche con le foglie di agrifoglio, tenendo presente però che in molte regioni d’Italia la raccolta è vietata e che quello venduto nei vivai spesso è trattato quindi non idoneo.

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L’abete, rosso o bianco, è uno degli alberi della vita, cosmici: simbolo antico e profondo, asse ideale tra cielo e terra, umano e divino. Tenuto sempre in grande considerazione dall’uomo sin dai tempi degli egizi, in particolare presso i Celti, per il suo essere sempreverde, che veniva interpretato come un segno divino.
I Romani alle calende di gennaio appendevano rami di pino o abete come decorazione, come pure i Celti che festeggiavano così il solstizio d’inverno, ricorrenza a cui è stato sovrapposto il Natale. Nel Medioevo la chiesa cercò di sostituirlo con l’agrifoglio, in cui vedeva la corona di spine della Passione; l’abete riuscì, tuttavia, a rappresentare l’albero della vita rinnovata da Cristo.

Per quanto riguarda l’origine dell’albero di Natale, ci sono diverse leggende tra cui quella per cui si pensa che fu intorno al Quattrocento in Estonia e Lituania che cominciarono a innalzare alberi di Natale davanti alle cattedrali. La tradizione passò al mondo tedesco, in Renania in particolare, e per questo la si è tramandata come tipica della chiesa protestante o addirittura si dice che il primo albero di Natale fu realizzato da Martin Lutero.
L’usanza si diffuse poi nell’Ottocento romantico, amante delle tradizioni medioevali, entrando nelle case private, grazie anche a Goethe che lo citò ne I dolori del giovane Werther o a sovrani legati alla Germania tra cui Alberto, marito della regina Vittoria; in Italia fu la regina Margherita a proporlo.
Il trionfo definitivo arrivò nei primi del Novecento, sull’ondata di marketing egemonico statunitense, che impose anche lo stereotipato Babbo Natale vestito di rosso. Altra pianta tipica natalizia è l’Euphorbia pulcherrima, scoperta in Sud America dov’era un omaggio rituale per il sovrano. La stella di Natale arrivò in Europa passando per gli Stati Uniti: l’ambasciatore in Messico Joel Robert Poinsett nel 1825 la portò nella sua Virginia. Ecco perché oggi è anche chiamata poinsettia.

La rosa di Natale, Helleborus niger, pianta stupenda quanto fortemente tossica, era già popolare nella mitologia greca e deve la sua fortuna alla leggenda della pastorella che, disperata per non aver nulla da donare al bambino Gesù, vide spuntare questi fiori dalla neve.

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Altra pianta tipicamente natalizia è il vischio: pianta sacra e misteriosa perché senza radici. Fondamentale nella cultura celtica, che gli attribuiva proprietà medicamentose e magiche, era considerato un talismano contro il male. Tanto per cambiare divenne anch’esso simbolo di Cristo, luce del mondo la cui nascita era un mistero, proprio come quella del vischio.

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Il ginepro è una pianta tipica di questo periodo: fino all’inizio del Novecento nelle campagne emiliane si usava bruciare un ramo di ginepro la sera di Natale, di San Silvestro e dell’Epifania. Il suo carbone, come quello del ceppo, veniva poi impiegato durante l’anno in tanti rimedi superstiziosi. Di quelle usanze il Costa offriva un’interpretazione nel Curioso discorso attorno alla Cerimonia del Ginepro, aggiuntavi la dichiarazione del metter Ceppo e della Mancia solita a darsi nel tempo di Natale.
Normalmente il ginepro è però collegato alla Quaresima, anche per il viola delle sue bacche; viene collegato da alcuni all’Avvento perché – diceva il Costa – “nell’abbrugiarsi rende odore, e il suo fumo sale in alto, nel qual atto considararemo che le nostre orazioni deono ascendere e arrivare all’orecchio di Dio (…) acciò che ivi gionte ci impetrino da Sua Divina Maestà una purità di mente e di core e grazia d’emendarci presupponendo che ogni buono e timorato cristiano s’abbia a confessare in questo santissimo Natale per rinascere col nascente Salvatore a vita più lodevole e migliore”.

Il ginepro era anticamente considerato una panacea universale, in grado di operare guarigioni miracolose, di tener lontano il Maligno se se ne bruciavano foglie e rami, e addirittura di proteggere dalle pestilenze. Quest’ultima credenza nacque durante il Medioevo, ma nel 1870 a Parigi, narrano le cronache, si sarebbe debellata un’epidemia di vaiolo grazie a fumigazioni di ginepro. Effettivamente l’infuso serve a espellere dall’organismo gli umori che si formano dopo fatiche prolungate.
L’estratto della foglia verde svolge un’azione repellente energica verso gli insetti ed è anche un antidoto contro il loro veleno.
Il frutto fresco esercita un’azione vasodilatatrice bronchiale nelle affezioni croniche dei fumatori. Sulle ferite ulcerate provoca un effetto riparatore che porta alla guarigione. Distillato in corrente di vapore, fornisce un’acqua che ridona vigore alle articolazioni dolenti e affaticate.
Nel II secolo a.C. Catone il Censore indicava la composizione di un vino diuretico a base di coccole di ginepro.
In cucina le sue bacche che, tonificando lo stomaco, facilitano la digestione, si usano per profumare i piatti di cacciagione, le carni salate e i crauti; per affumicare il prosciutto; ma il ginepro è soprattutto utilizzato per aromatizzare liquori di grano, tra cui il più noto che da lui prende il nome è il gin.

Il nome del ginepro, i cui aghi disposti in verticilli di tre presentano una banda bianca che dà loro un aspetto glauco, deriverebbe dal celtico gen, “cespuglio”, e prus, “aspro, che esprimerebbe l’asprezza dei frutti e il contatto con la pianta. Sembra però poco credibile che una pianta diffusa sin dalla notte dei tempi nell’Italia peninsulare abbia avuto sin dalle origini un nome latino di derivazione celtica.
Probabilmente ha parentela con iunco, “canna, giunco”, con qualche difficoltà fonetica. Watkins sostiene derivi dalla radice protoindoeuropea *yoini-paros, “che porta bacche di ginepro”, da *yoi-ni “bacca di ginepro”, forse di derivazione non indoeuropea e *-paro “che produce”.

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Un’altra pianta solstiziale è anche il corbezzolo (Arbutus unedo), detto anche albatro, arbuto, frola marina, urla, rossello, murta e arburin.
I Romani lo chiamavano unedo, da unum edo, “ne mangio uno solo”, per indicare quanto fosse poco appetitoso il suo frutto, dolce ma leggermente insipido, che comunque dato il suo contenuto di zucchero abbastanza alto viene usato per preparare bevande, canditi e marmellate.
Il corbezzolo è un cespuglio mediterraneo, diffuso soprattutto nel sottobosco delle pinete litoranee. Quando non lo si taglia diventa un alberello dal fogliame scuro.
Soprattutto in inverno diventa decorativo perché i suoi fiori bianchi a forma di campanula, molto amati dalle api, sbocciano nel tardo autunno quando ancora sui rami ci sono i frutti: bacche globose dalla superficie granulosa che maturano in piccoli grappoli diventando rosse; e il bianco e il rosso sono i colori dell’alba del solstizio.
La presenza contemporanea di verde (le foglie), bianco (i fiori) e rosso (le bacche) evocò nell’Ottocento la bandiera italiana, e così durante il Risorgimento il corbezzolo diventò il simbolo dell’unità nazionale italiana.

Ovidio racconta nei Fasti che Carna era una ninfa gelosa della sua verginità. Giano, innamoratosi di lei, riuscì a possederla con uno stratagemma e, per compensarla della perdita della verginità le concesse il potere divino di tutelare i cardini degli usci.
Un giorno Proca, l’erede al trono di Alba Longa, ancora in fasce fu assalito dalle strigi: uccelli dalla testa grossa, gli occhi fissi, il becco rapace, le penne bianche e gli artigli come uncini. Secondo Plinio e la credenza popolare erano donne trasformate magicamente in uccelli.
La nutrice, spaventata per gli strilli, accorse e vide che il bambino stava morendo. Chiese aiuto alla dea Carna, che toccò per tre volte la porta con un ramo di corbezzolo; poi prese le viscere crude di una scrofa e le offrì alle strigi perché risparmiassero quelle del bambino. Per questo motivo il corbezzolo è considerato anche una pianta che respinge le streghe.

Probabilmente il corbezzolo è anche un simbolo di immortalità poiché compare nelle esequie di Pallante, compagno di Enea, per cui fu preparato un letto funebre intrecciando rami di corbezzolo e di quercia.

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Anche la verbena è considerata una pianta del periodo festivo perché alle calende di gennaio, con l’inizio dell’anno nuovo, i Romani si scambiavano doni augurali, le strenæ, così chiamate perché inizialmente venivano prelevate da un boschetto dedicato alla dea Strena o Strenia, di origine sabina, che portava buona fortuna e felicità.
“Quasi alle origini della città di Marte”, riferiva Simmaco “nacque l’uso delle strenne per iniziativa di Tazio, che per primo prese dal boschetto di Strenia delle verbene di arbor felix come auspicio dell’anno nuovo”. Varrone invece parla solo di “una pianta propizia” (arbor felix) raccolta nel bosco della dea Strena.
In realtà con il termine verbena si intendeva inizialmente ogni ramo di arbor felix usato sia nei sacrifici sia per incoronare gli altari e le statue delle divinità.
È probabile che la prima strena fosse proprio una verbena (Verbena officinalis), un’erba selvatica che cresce ai bordi delle strade, nei prati aridi e nei campi; e sembra fatta con il fil di ferro per i suoi rametti rigidi e sottili, il fusto ruvido e angoloso e i fiori piccolissimi e poco profumati.

I Romani utilizzavano la verbena nelle cerimonie purificatrici degli altari e per le missioni dei Fetiales, gli ambasciatori che stringevano patti o indicevano la guerra. “Le verbene si chiamavano sagmina, ovvero “erbe pure”, poiché venivano prelevate da un luogo santo dal console o dal pretore, quando gli ambasciatori partivano per stringere patti o indire la guerra; oppure da sancire, ovvero “confermare” – scriveva Festo -.

Le “verbene” per gli ambasciatori erano raccolte non nel bosco della dea ma dall’arx, dalla Rocca capitolina, dove al culmine di ogni mese il flamine Diale sacrificava a Giove Celeste e da dove gli auguri traevano i loro auspici. La particolare sacralità della zona deriva quindi da uno specifico contatto con il divino e le verbenæ, le “erbe pure” che conferiscono (con il tramite significativo del rex) al padre la sua dignità di rappresentante dello stato romano nelle trattative, sono portatrici di energia che giunge dallo stesso Giove.
Per Servio quell’erba pura era il ros marinumlibanotis, colto sul Campidoglio, e per estensione ogni tipo di fronda sacra.
Colui che durante la cerimonia aveva il compito di portare l’erba pura e gli arredi sacri era chiamato verbenarius.

La verbena era un’erba originariamente consacrata alla Grande Madre visto che Greci e Romani la chiamavano anche Lacrime di Iside, Lacrime di Giunone, Persephonion, Demetria, Cerealis.
La tradizione vuole che chi possiede un filo d’erba con una verbena sarebbe diventato invulnerabile.
Dioscoride e molti altri naturalisti antichi le attribuivano proprietà miracolose. I Germani e i Celti la utilizzavano nei riti religiosi e magici e la consideravano una panacea. Di queste credenze alcune sono giunte ai giorni nostri sopravvivendo nella cristianità: in Inghilterra si diceva che fosse spuntata sul monte Calvario e perciò fosse santa, come testimonia una formula di incantesimo che si doveva pronunciare cogliendola:

Hallowed be thou Vervain, as thou growest on the ground

for in the mount of Calvary there thou was first found.

Thou healedst our Savior Jesus Christ, and staunchedst his bleeding wound,

In the name of the Father, the Son, and the Holy Ghost,

I take thee from the ground.

(“Santa sei verbena, perché cresci nella terra
perché sei stata trovata in principio sul monte Calvario.
Tu curasti il nostro Salvatore Gesù Cristo, e chiudesti le sue ferite sanguinanti,
Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
io ti raccolgo dal terreno”). – traduzione mia.

Era considerata erba pura e purificatrice, che esigeva la castità: il Savonarola scrisse “verbena manducata non permittit per septem dies coitum”.
In Piemonte fino ai primi del Novecento si credeva che sfregando della verbena sul palmo della mano si sarebbe stati amati dalla prima persona cui si sarebbe stretta la mano.
In Sicilia veniva invocata in diverse pratiche magiche, accompagnate dalla recita di particolari scongiuri, come questo associato a santa Lucia, protettrice della vista:

Santa Lucia
nta cammira stapia

oru tagghiava.
“Matri mia!”
“Chia hai Lucia?”
“Ch’aviri matri mia, hiu na resca all’uocciu
ca nun mi fa ‘bbintari”.
“Va nta lu me uortu,
c’è bbibbina e c’è finuocciu,
cu li me manu l’haiu ciantatu,
cu li mi peri l’haiu scappisatu,
scuagghia purpu,
squagghia pirata,
squagghia sta vina ‘nzanguinata”.

(Santa Lucia
stava in una camera
tagliava oro.
“Madre mia!”
“Che hai Lucia?”
“Che cosa devo avere, madre mia, ho una lisca nell’occhio
che non mi lascia in pace”.
“Va nel mio orto,
c’è verbena e c’è finocchio,
con le mie mani li ho piantati,
con i miei piedi li ho calpestati,
squaglia il polipo,
squaglia l’impedimento,
squaglia questa vena insanguinata”.

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Si può considerare pianta “solstiziale” anche l’alloro (Laurus nobilis) perché la cerimonia in Italia che meglio festeggia simbolicamente l’Immacolata Concezione si svolgeva nel secolo scorso a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta: il 7 dicembre i notabili del luogo andavano nelle campagne a cogliere grossi rami di alloro con le loro fronde. Poi li trasportavano in una casa e ne strappavano i rametti che gettavano dal balcone ai paesani.
I più svelti si impossessavano di un rametto con cui partecipavano, la sera seguente, alla processione illuminata da lumini e fiaccole in onore della Madonna: quei rametti di lauro erano il simbolo del Salvatore di cui Maria era figlia e madre nello stesso tempo.

Due giorni dopo, il 10 dicembre, si celebra nelle Marche la solennità della Beata Vergine Maria di Loreto, una festa che risale ai primi decenni del XVI secolo e in cui le due verità dell’Incarnazione e dell’esenzione della Madonna dal peccato originale sono compresenti.
Secondo un’antica tradizione, nella chiesa di santa Maria di Loreto si conserva la Santa Casa della Madonna a Nazareth, dove lei nacque e ricevette l’annuncio della nascita di Gesù. La leggenda vuole che quando alla fine del 13° secolo i musulmani occuparono Nazareth, gli angeli staccarono delicatamente dal suolo la casa della Madonna e la trasferirono in volo prima al colle di Tersatto, sopra Fiume, poi attraverso l’Adriatico fino al porto di Recanati, in un bosco di lauri di una donna chiamata Loreta: era la notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294. A causa di quel volo la madonna di Loreto è anche la patrona degli aviatori che nella processione notturna, alla vigilia della festa, ne trasportano la statua e il giorno seguente si esibiscono con gli aerei nel cielo di Loreto. Loreto, in latino Lauretum, “boschetto di lauri”, simboli solari di vittoria e regalità. E la sera del 9 si accendono in tutte le campagne del Piceno grandi falò, detti in dialetto focaracci, che servono, secondo la tradizione, a illuminare il cammino degli angeli.

Pensando alle feste del periodo natalizio che risalgono alla notte dei tempi è immediato pensare a san Nicola: le leggende fiorite sul santo e sui suoi miracoli risalgono infatti ai primi secoli della cristianità. Il legame tra il santo e i bambini è talmente forte che in Puglia e nell’Europa orientale la festa di san Nicola è un anticipo del Natale: si fanno infatti trovare dolci e regalini ai bambini, come a Bari e Molfetta.
Ma un’usanza medioevale induce a qualche riflessione sulla figura del santo.
Il 6 dicembre i seminaristi usavano eleggere tra loro un “vescovello” (episcopellus) e i suoi cappellani, destinati a essere protagonisti, alla festa dei Santi Innocenti il 28 dicembre, di una cerimonia parodistica, l’episcopus pueroruminnocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) che si svolgeva in chiesa.
Il vescovello indossava i paramenti e impartiva la benedizione come un vescovo autentico; ma chierici e preti si scatenavano in scherzi, battute e dopo la messa correvano, saltavano e ballavano in chiesa. Questi eccessi erano la sopravvivenza di culti e usanze precristiane che la Chiesa in tutti i modi aveva tentato di occultare e infine di espungere dalle feste natalizie in una lunga lotta conclusasi solo nel 15° secolo.
Ma qual è il legame tra il vescovello e san Nicola?
Prima di tutto, seguiamo un itinerario verso Nord: san Nicola, che nel primo medioevo si chiamava Sanctus Nicolàus – dal greco nikólaos, composto da nikân, “vincere” e laós, “popolo”, quindi “vincitore tra il popolo”- diventò popolare nell’Europa centrale e settentrionale. Gli olandesi storpiarono il nome latino di san Nicola in Santa Claus non diversamente da altri popoli europei: nel mondo germanico lo chiamarono, secondo le zone, Sankt Nikolaus, Niklaherr, Samichlaus, Sanda Klaus. Quando i loro discendenti emigrarono nell’America settentrionale, portarono nel nuovo continente le loro usanze al santo legate. Fra le tante notizie si diceva persino che la sua immagine fosse intagliata nella chiglia della prima nave di emigranti giunti dai Paesi Bassi.
Simbolo ormai della frenesia del Natale, Santa Claus – Babbo Natale non si limita più a comparire la notte del 5 dicembre, ma è diventato una figura familiare fino alle feste di fine anno, per poi essere sostituito da un’altra immagine mitica, la vecchia a cavallo della scopa, che i più oggi chiamano Befana.

Eppure anche Babbo Natale, che giunge dalle regioni polari con la slitta trainata da renne e carica di doni (gli hanno anche dedicato un villaggio in Lapponia), rivela – a prescindere dalle intenzioni del grafico Haddon Sundblom che nel 1931 per la prima volta lo dipinse di rosso vestito e di pelliccia bianca bordato, recuperando il logo della famosa bevanda di cui Sanda N’caul, per dirla alla barese (a Bari sono custodite le sue reliquie), sarebbe stato testimonial inconsapevole – tratti enigmatici che rinviano a tradizioni precristiane, tipiche dei periodi che precedevano il Capodanno, come per esempio i Saturnali romani, celebrati nella Roma imperiale fra il 17 e il 23 dicembre.
Il primo giorno veniva nominato in ogni comunità un rex Saturnaliorum che regnava per una settimana tra banchetti, giochi d’azzardo – proibiti nel resto dell’anno -, mentre i ruoli sociali si invertivano: gli schiavi potevano burlarsi del padrone e farsi servire a tavola.
La libertà concessa agli schiavi e l’allegro caos erano memori dell’età dell’oro in cui aveva regnato Saturno, un dio italico che più tardi, per influsso della mitologia greca, venne identificato con Kronos.
Si narrava che i Pelasgi, antica popolazione ellenica, fossero stati scacciati dalle loro terre e vagassero cercando una nuova sede: la maggior parte si riunì a Dodona per conoscere dall’oracolo il luogo dove recarsi e fissare la nuova dimora. E l’oracolo rispose:

Andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi
e degli Aborigeni, Cotila, dove galleggia un’isola.

Dunque la terra Saturnia era il Lazio, già conosciuta con quel nome prima che i Greci giunsero nella penisola. Il mito romano narra infatti che Giano, dio italico di cui il Carmen Saliare dice “tu sei il buon creatore (…) il dio degli dei”, regnava sul Lazio quando dal mare giunse Saturno.
Giano lo ospitò imparando l’arte dell’agricoltura, e lo associò al regno per ringraziarlo. Era la aurea ætas, la mitica età dell’oro.
Quando Saturno scomparse, Giano chiamò Saturnia in suo onore la regione sottoposta al suo potere e gli consacrò un altare con riti sacri, i Saturnali, durante i quali ci si scambiavano candele di cera.
A questo mito Saturno non era ancora identificato con il greco Kronos, se ne sovrappose più tardi un altro, secondo il quale i Pelasgi, obbedendo al responso dell’oracolo di Dodona, erano giunti a Saturnia e l’avevano occupata scacciandone gli abitanti, Siculi o Sicani.
Successivamente Ercole, attraversando l’Italia con i buoi di Gerione, consigliò ai discendenti dei Pelasgi di offrire agli dei non teste, ma statuette di argilla riproducenti figure umane e di venerare gli altari di Saturno non con l’immolazione di esseri viventi ma con lumi accesi “poiché in greco phota significa non soltanto “uomo” ma anche “luci”.
Da questo deriva, secondo l’interpretazione che ne fu poi data in età imperiale, l’usanza di scambiare candele di cera durante questo periodo.
Ugualmente l’allegro caos dei Saturnalia indica il periodo del gioco, l’unico durante l’anno. Come osserva Margarethe Riemschneider, il gioco d’azzardo era un atto rituale in stretta connessione con il dio, e soltanto poco a poco, dopo modifiche e aggiunte, venne introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento.
“Ci è noto il gioco d’azzardo” aggiunge “tanto nel culto quanto nel mito; un tempo però era prerogativa degli dei o del re, loro rappresentate in terra.
Nell’epos indiano sono gli dei Śiva e Pārvatī che giocano tra loro, e il loro gioco rappresenta e segna gli eventi del mondo.
Ma anche presso i Germani c’è una totale consapevolezza del carattere rituale del gioco: Tacito (Germania, 24) si meraviglia nel constatare che i Germani, buoni bevitori, giocavano solo da sobri, ritenendo il gioco “una questione seria, e potremmo dire fortemente radicata nel culto”. La fortuna del giocatore non è legata, per loro, al capriccio della sorte, ma è piuttosto l’espressione del volere degli dei. Il gioco dei dadi è una forma di gioco semplificata e non più conosciuta, oggi, nel suo significato rituale (e neanche ai tempi dei Romani).
Il più antico oracolo di culto è il gioco da tavola in cui le pedine si muovono secondo le indicazioni del dado.
Quasi tutti gli antichi giochi di questo tipo imitano, nella loro struttura, un sistema cosmologico. Distinguono cielo, terra, inferi”.
Jean de Vries sostiene: “Il lancio dei dadi diviene quindi un mezzo per cercare la propria collocazione in questo sistema: è un importante mezzo divinatorio”.
Anche le candele e le statuette di argilla (sigillaria) che ci si scambiava durante i Saturnali, erano in realtà connessi al gioco, come rivelano le tradizioni arcaiche, secondo la Riemschneider: “Di conseguenza l’oracolo pretende che alle feste si portino a Ade o al padre di questo, Kronos, teste e uomini, cioè pedine, che nel folklore diventano candele e statuine di argilla”.

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Così, l’attuale gioco della tombola nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come lo era il gioco dei dadi nella Roma imperiale, dell’arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non solo all’ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni individuo nel cosmo all’inizio del nuovo anno.

Per distribuire i doni ai bambini oggi scomodiamo Babbo Natale, o Knecht Rupprecht o san Nicola o il Pelzickel, ma dietro tutti loro c’è sempre l’invernale Saturno: se ancor oggi i bambini lasciano vicino la porta o in sala o vicino il camino una scarpa, un piatto con del cibo o qualche altro oggetto, affinché il santo porti loro mele o frutta secca, è perché esse costituiscono da sempre l’immagine infantile della buona fortuna. Che può essere simboleggiata anche dal corredo, nella leggenda di san Nicola che alle ragazze senza dote lancia furtivamente, dalla finestra, tre palle d’oro: omologhe dei dadi con cui si gioca.

Ma si potrebbe dire che la data dei Saturnalia non corrisponde a quella di san Nicola. È vero, ma vi è una coincidenza: il 6 dicembre gli allievi dei seminari sceglievano il vescovello, come anzi detto.

Le coincidenze del calendario non sono mai casuali, così come non lo sono i simboli di cui è tessuta la trama dei giorni, che la maggior parte della gente ha malauguratamente dimenticato; come non lo è tutta la storia artefatta di Babbo Natale, che con la sua slitta tirata dalle renne allude, anche, alla lunga traversata della notte artica verso il nuovo anno di luce.

[I parte – continua…]

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