Svipdagr e lo Svipdagsmál

Svipdagr (Antico Norreno “giorno improvviso / giorno veloce”, v. Orchard 1997:157. Praticamente tutti i nomi del carme sono appellativi, soprannomi dal significato simbolico concorrenti a definire anch’essi una possibile chiave di lettura del testo) è l’eroe dei due poemi eddici in Antico Norreno GrógaldrFjölsvinnsmál, contenuti entrambi nel corpo di un’opera unica, lo Svipdagsmál (in Antico Norreno “il lamento di Svipdagr”; poema epico simbolico facente parte di alcune edizioni dell’Edda poetica, non non presente nel Codex Regius del XIII secolo, ma in manoscritti tardi risalenti al XVII secolo). A Svipdagr è affidato un compito dalla sua matrigna: incontrare la dea Menglöð, che il destino vorrà poi essere la sua sposa (v. Grógaldr 3 e Fjölsvinnsmál 40-41). Per portare a termine questo compito quasi impossibile, egli evoca dalla tomba tramite la necromanzia l’ombra di sua madre defunta, Gróa, una völva che appare anche nell’Edda in prosa, per lanciare nove incantesimi per lui. Questo è ciò che lei fa, e poi il poema termina bruscamente.

All’inizio del secondo poema Svipdagr arriva al castello di Menglöð, dove il guardiano gli pone delle domande sottoforma di un gioco di enigmi, e al quale nasconde il suo vero nome. Il guardiano si chiama Fjölsviðr, che nel Grímnismál 47 è uno dei nomi di Odino. Egli è accompagnato dai suoi lupi-segugio Geri e Gifr. Dopo una serie di diciotto domande e risposte riguardanti il castello, i suoi abitanti, ed il circondario, Svipdagr alla fine apprende che i cancelli si apriranno solo ad una persona: Svipdagr. Rivelando la sua identità, i cancelli del castello si aprono e Menglöð appare per salutare il suo atteso amante, dandogli il benvenuto perché egli è tornato “indietro” da lei.

Un campione con lo stesso nome, probabilmente lo stesso personaggio, appare nel Prologo dell’Edda in prosa, nella Heimskringla e nelle Gesta Danorum.

Sin dal diciannovesimo secolo, seguendo quanto detto da Jacob Grimm, Menglöð è stata identificata con Freyja dalla maggior parte degli studiosi. Nel suo libro per bambini Our Fathers’ Godsaga lo studioso svedese Viktor Rydberg identifica Svipdagr con il marito di Freyja Óðr/Óttar. I motivi per questo sono sottolineati nel primo volume del suo libro Undersökningar i germanisk mythologi (1882). Altri studiosi che hanno commentato in dettaglio questi poemi sono Hjalmar Falk (1893), B. Sijmons e Hugo Gering (1903), Olive Bray (1908), Henry Bellows (1923), Otto Höffler (1952), Lee M. Hollander (1962), Lotte Motz (1975), Einar Ólafur Sveinsson (1975), Carolyne Larrington (1999) e John McKinnell (2005).

Da un approfondito confronto con il poema Skírnismál, l’autorevole letterato svedese Viktor Rydberg sostenne, alla fine dell’Ottocento, la tesi, divenuta popolare, che Svipdagr e Skírnir, protagonista del poema Skírnismál, fossero due varianti di uno stesso personaggio. I personaggi di Svipdagr e Menglöð (la coprotagonista del poema) rappresentano, per Brian Branston, in accordo con le chiavi interpretative del mito formulate da Joseph Campbell, un archetipo del passaggio dall’adolescenza all’età adulta e del primo rapporto sessuale.

C’è anche un personaggio che si chiama Swæbdæg nella Anglo-Saxon Chronicle tra i progenitori di Aella, re di Deira.

Lo Svipdagsmál è un testo piuttosto complesso, ricco di simbolismi e metafore (kenningar), in realtà costituito da due carmi distinti, il Grógaldr (Incantesimo di Gróa) e il Fjölsvinnsmál (Il lamento di Fjölsviðr), ma tra loro così interconnessi che la maggior parte degli editori li tramanda come un unico testo.

Grógaldr (Incantesimo di Gróa)

Svipdagr è figlio di Sólbjartr (luce del sole) e di Gróa.
Dopo la morte di Gróa il padre si risposa con una donna malvagia, che invita il figliastro in una pericolosa spedizione. Svipdagr deve recarsi in un luogo dove è assente la vita e cercare Menglöð. La madre, prima di morire, si è raccomandata che il figlio, in caso di bisogno, la evochi presso la sua tomba.

Svegliati Gróa! Svegliati madre!, illustrazione di John Bauer.

Disperato, timoroso di morire, Svipdagr piange sulla tomba di Gróa, richiamandola dalla tomba ed invocando il suo aiuto. Lo spirito di Gróa, allora, intona un canto magico capace di tessere tutti gli incantesimi di cui il figlio potrà avere bisogno nella sua avventura.

Vengono cantate nove formule magiche:

  • un canto per scacciare le paure del figlio e ispirargli fiducia;
  • un canto perché i legami di Urðr lo tengano saldo quando debba percorrere un cammino contro la sua volontà (Urda (Urðr) è una delle Norne, quella che fila le trame della vita, che crea il destino degli uomini. Il senso del secondo canto magico sembra quello di una benedizione);
  • un canto per proteggerlo dalla violenza delle correnti maligne. Quando questo accadrà i fiumi Horn e Ruðr invertiranno il loro corso e torneranno nell’Hel (gli inferi nella tradizione norrena);
  • un canto contro gli uomini che cercheranno di impiccarlo;
  • un canto per sciogliere le catene;
  • un canto per calmare le tempeste marine e proteggere la sua nave;
  • un canto contro i ghiacci delle alte montagne;
  • un canto per proteggerlo quando, vagabondando di notte sul Niflveg (la via della nebbia), una donna cristiana morta potrebbe maledirlo;
  • un canto per proteggerlo in combattimento contro un gigante.

Col termine del canto di Gróa e la partenza di Svipdagr si conclude questo carme.

La storia di Skírnir è narrata in forma più sintetica anche nell’Edda in prosa di Snorri Sturluson.

I due poemi (il testo di Snorri appare chiaramente una forma derivata dallo Skírnirsmál), pur differenti in più punti come trama, presentano una storia molto simile come struttura narrativa e sicuramente afferente ad una tradizione comune.

Rydberg arrivò a concludere l’identità fra i due poemi, tra i protagonisti maschili dei due carmi, tra Fjölsvidhr e Odino, e, infine, fra Menglöð, la donna amata da Svipdagr, e la dea Freyja che compare nel racconto di Skírnir come protettrice del giovane assieme a Odino.

Questa tesi, divenuta in seguito popolare, è stata parzialmente criticata, negli anni sessanta, dall’inglese Brian Branston che, pur accettando l’identità fra la dea e la fanciulla e la comune tradizione dei due poemi, contesta che vi sia una perfetta identità fra scritti che porterebbe a risultati discutibili: se Freyja coincide con la sposa di Svipdagr e Fjölsvidhr con Odino, allora anche Svipdagr, amante di Freyja, coincide con Odino.

Fonti:
Svipdagsmál di anonimo del XVII secolo
Brian Branston, Gli dei del Nord, Oscar Saggi Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1991
Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi, Milano, 1991
Gabriella Argati e Maria Letizia Magini, Miti e saghe vichinghi, Oscar Narrativa Mondadori, Milano, 1990

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