Il Níðstang

In età vichinga il modo più spettacolare per effettuare una maledizione ad un nemico era erigere il cosiddetto polo Niding (Nithstong o in inglese scorn post, altrimenti detto Níðstang).
Si tratta di pali alti circa 2,75 metri su cui venivano intagliati insulti e maledizioni in caratteri runici. Per attivare la magia distruttiva del palo vi erano delle cerimonie durante le quali veniva issato, e fissato in cima al palo, il teschio di un cavallo. Il palo veniva bloccato al suolo con il cranio rivolto verso la casa della persona maledetta.
Esso incanalava le forze distruttive di Hela, dea della morte. Queste forze si raccoglievano nel palo e venivano proiettate, così si credeva, attraverso il teschio del cavallo.
Le rune scolpite sul palo definivano il carattere e la destinazione delle forze distruttrici. Tra le altre, Thurisaz e Isa venivano utilizzate per colpire il nemico. Se usate con cattiveria, queste avevano il potere di annullare la volontà della persona maledetta e di consegnarla alle forze della distruzione. Ad esempio, la runa Thorn invoca il potere di Thurs, il demone gigante della terra a volte chiamato Moldthurs. Un esempio lo si può trovare nello Skírnismál, in cui nell’incantesimo utilizzato da Skirnir contro l’amante riluttante di Freyr, Gerdhr invoca il male usando la runa Thorn. Questa fornisce il potere per tre altri runestave (incantesimi con le rune): “Intarsierò Thurs per te, ed altri tre incantesimi: lascivia, e rabbia, e impotenza”.

Dal punto di vista magico, il Níðstang aveva lo scopo di far scatenare la rabbia degli spiriti della terra (i Landvættir o spettri terrestri) che abitano il suolo dove si trova la casa di colui che è stato maledetto. Questi folletti avrebbero poi sfogato la loro rabbia sulla persona maledetta, il cui sostentamento sarebbe mancato e la cui vita sarebbe stata distrutta.
I Níðstang sarebbero anche stati utilizzati per profanare i terreni. Questa tecnica veniva chiamata álfreka, letteralmente “allontanare gli elfi”, così che gli spiriti della terra di un luogo vengono banditi, lasciando il terreno spiritualmente morto.

Il teschio di cavallo sul Níðstang invoca la runa equina Ehwaz, utilizzando la similitudine ed il potere di trasmissione della runa per l’opera magica. Il cavallo è sacro a Odino, dio delle rune e della magia…

[estratto da Rune Magic: The History and Practice of Ancient Runic Traditions, Nigel Pennick; Harper Collins, 1993, ISBN 1855381052]

Durante l’epoca vichinga porre un níð su qualcuno significava fargli una maledizione verbale molto potente. Il potere delle parole non era sottovalutato da quegli efficienti guerrieri che furono i vichinghi, per cui una maledizione di tal sorta era davvero roba seria. Era l’ultimo insulto, e utilizzato solo in determinate circostanze.

Nella Saga di Egil Skallagrimsson (una storia norvegese/islandese del X secolo) il re Eiríkr il Sanguinario (letteralmente Blodøks “ascia di sangue”) subì un torto da Egil e ne fece un fuorilegge. La faida risultò in molte morti da ambo le parti. Dopo una battaglia sull’isola di Herdla (vicino la Norvegia), Egil issò un palo di legno di nocciolo sulla cima dell’isola, e sulla cima del palo mise la testa mozzata di un cavallo, diretta verso la casa di Eiríkr.
Sul palo aveva scritto rune sacre, con un maleficio rivolto al re Eiríkr. E lo disse anche ad alta voce, questo níð:

“Qui pongo questo Níðstang, e
lo volgo contro il re Eirik e la regina Gunnhild –
lo volgo contro tutti gli gnomi e i piccoli esseri
della terra, che possano essere tutti perduti, non ritrovare le loro
case, finché portino re Eirik e la regina Gunnhild
fuori dal paese”
.

Secondo la leggenda, la maledizione ebbe presto effetto, ed il re e la regina si trasferirono nelle isole britanniche.

Quest’antica abitudine è ritornata, ed è nuovamente in uso nei nostri giorni: è un rituale magico molto antico, una maledizione con un potere che non bisogna utilizzare con leggerezza. I Níðstang vengono utilizzati per difendere le tradizioni ed i simboli scandinavi dai neonazisti che “prendono in prestito” i simboli runici per altri scopi.

Veit ek at ek hêkk
Vindga meieþâ
Nætr allar nîu
Geiri uneþaeþr
Ok geeþinn Ôeþni
Sialfr sialfun mer
A þeim meieþi
Er mangi veit
Hvers hann af rôtum, renn. 

Vieþ hleifi mik seldu
Nê vieþ hornigi
Nÿsta ek nieþr
Nam ek upp rûnar
OEpandi nam
Fêll ek aptr þaeþan. 

(…) 

Þa nam ek frævask
Ok vaxa ok vel hafask
Ok frôeþr vera
Oreþ mer af ôreþi
Ôreþs leitaeþi
Verk mer af verki
Verks leitaeþi 

Rûnar munt þu finna
Ok raeþinx stafi
Miök stôra stafi
Miök stinna stafi
Er fâeþi fimbulþulr
Ok göreþu ginnregin
Ok reist hroptr rögna.

[Hávámal, 139-142]

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