I falò del 17 gennaio

Il 17 gennaio si celebra il culto di Sant’Antonio Abate che fu, secondo le fonti agiografiche, un’importante figura dell’ascetismo anacoretico egiziano del III secolo e.v.
Il santo è venerato come protettore degli animali (simbolo del maialino) e guaritore (da cui anche “il fuoco di Sant’Antonio”), mentre il racconto popolare lo descrive come uno strenuo lottatore contro i diavoli e le fiamme dell’inferno.
Novello Prometeo, egli avrebbe inoltre rubato all’inferno una favilla per donare agli uomini il fuoco di cui erano privi.

Pratiche, credenze e leggende connesse con questo culto si sono largamente diffuse, hanno trovato svariate rielaborazioni locali e lo stesso Santo, ad esempio in Sardegna, ha significativamente assunto il nome di “Sant’Antonio del fuoco”.
Egli viene invocato per ottenere grazie ed in suo onore vengono innalzate gigantesche cataste di legna o enormi tronchi d’albero cavi cui viene dato fuoco la sera del 16 gennaio, vigilia della festa liturgica.
Il rito dell’accensione dei falò, documentato solo dalla metà del XIX secolo, ma le cui origini risalgono probabilmente al XVII secolo, è celebrato soprattutto nelle aree centrali della Sardegna.
Il suo svolgersi è caratterizzato da elementi magici che convivono con motivazioni religiose, mentre l’atmosfera della festa coinvolge i fedeli e rafforza i legami sociali. Dopo i riti liturgici e la benedizione del fuoco la gente si ferma a lungo presso il falò, parlando, cantando, scambiando e mangiando i dolci realizzati per l’occasione. Mentre il falò arde, benefico e purificatore per tutta la notte, dalla direzione del fumo si traggono auspici per l’annata agraria e, alla fine, tizzoni, carboni e ceneri vengono conservati ed usati per curare e scongiurare malattie degli uomini e del bestiame e per preservare le colture.. da intemperie e malesseri.

Nel territorio circostante Milano i falò si accendono in prossimità del 17 gennaio, ricorrenza di Sant’Antonio Abate, da cui la festa prende il nome popolare di “falò di Sant’Antonio”.

Il fuoco costituisce uno degli attributi iconografici legati alla figura di Sant’Antonio, al punto che ad alcune patologie caratterizzate da esantemi cutanei viene dato ancor oggi il nome di “fuoco di Sant’Antonio”.
La tradizione dei falò è tuttora viva persino in alcuni parchi pubblici di Milano: nel Parco delle Cave e nel Boscoincittà si accompagna abitualmente a canti popolari, danze ed alla degustazione di vin brulé.
Da secoli, presso Linterno e numerose altre cascine dell’ovest milanese, fa parte della tradizione il trarre auspici dal movimento della “barba” del santo, ovvero dalla fine sospensione di materiale incandescente che i contadini producono smuovendo con forche da fieno la brace del falò quando la fiamma viva del materiale combustibile si è spenta.

La festa di Sant’Antonio era in passato una delle ricorrenze più sentite nelle comunità contadine. Anche oggi è piuttosto diffusa, soprattutto nelle zone rurali e nei paesi di provincia dove le tradizioni sono più radicate che nelle grandi città.
Nella cultura popolare Sant’Antonio Abate veniva raffigurato con accanto un porcellino; i contadini, per distinguerlo dall’altro Antonio, quello comunemente detto “da Padova” (e che invece è di Lisbona), lo chiamavano infatti “Sant’Antoni del purscell”; spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino; sul suo corpo spiccava il tau, croce egiziana a forma di “T”, simbolo della vita e della vittoria contro le epidemie – cosa a cui sembra alludere anche il campanello, che era utilizzato appunto per segnalare l’arrivo dei malati contagiosi -.
Egli è considerato il protettore per eccellenza contro le epidemie di certe malattie, sia dell’uomo che degli animali. Infatti è invocato come protettore del bestiame (che durante la festa viene benedetto), dei porcai, dei macellai e dei salumieri e la sua effige era in passato collocata sulla porta delle stalle. Il santo veniva invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes (herpes zoster) nota appunto come “fuoco di Sant’Antonio” o “fuoco sacro”.
Questo morbo invase ripetutamente l’Europa tra il X ed il XVI secolo, e fu proprio in questo periodo che si diffuse la credenza dei suoi poteri contro questo male.

In Abruzzo le farchie sono gigantesche colonne di canne che vengono innalzate davanti la chiesa di Sant’Antonio Abate ed incendiate nella sommità. Nel suggestivo spettacolo delle fiamme che guizzano nei colori bruni del tramonto, il paese festeggia insieme ai visitatori con canti e musica del folklore abruzzese, buon vino e cibi tradizionali.
Nella chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate viene celebrata la funzione religiosa che ha il suo culmine nella benedizione delle Farchie in presenza della statua del santo. Prima che il fuoco le consumi completamente, le farchie vengono private della sommità ardente e riportate nelle singole contrade, dove la festa continua in un clima di allegria ed ospitalità che caratterizza tutta la manifestazione.

A Nusco invece si chiama “Notte dei Falò”: notte di tradizione e di sapori, di enogastronomia d’eccellenza e di musica. Lo scenario è quello di uno dei centri storici più belli d’Italia.
La “Notte dei Falò” nasce come rito propiziatorio nel XVII secolo: è la festa di sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della comunità contadina. I primi falò venivano accesi per scacciare la peste, che nel 1656 solo a Nusco fece registrare ben 1200 vittime.
In tutto il Regno di Napoli, alla fine del XVII secolo, veniva distribuito il pane di sant’Antonio, preparato con la parte più pura del grasso di un maiale in tenera età. Si trattava di una sorta di unguento per curare l’infezione da Herpes Zoster.
I falò venivano quindi accesi per purificare i luoghi ma anche i corpi, invocando le virtù taumaturgiche di sant’Antonio. Festeggiamenti e riti si accompagnano in onore di sant’Antonio Abate il 17 gennaio di ogni anno. Il più spettacolare degli appuntamenti è senza dubbio quello della sfilata delle due “Cavallerie” della città, confraternite di congregazioni laiche d’origine contadina, ciascuna con il proprio stendardo raffigurante il santo, stendardo che durante l’anno viene custodito nella casa di un appartenente alla congregazione.
Nel giorno della festa lo stendardo viene portato, con una sfilata di cavalli riccamente bardati, sino in piazza dove avviene la benedizione e da qui condotto nella casa di un “festarolo”, eletto ognuno nell’ambito della propria “Cavalleria”. Lo stendardo viene collocato su di un vero e proprio altare allestito all’interno della stanza più importante della casa che nel giorno della festa e nella settimana successiva rimarrà aperta a chiunque voglia far visita per una sosta di preghiera, allietata dall’offerta di biscotti, ciambelle ed un immancabile bicchiere di vino.
Da quasi un secolo ormai le sfilate sono doppie, perché due sono le congregazioni che si contendono il privilegio di onorare il santo: la “vecchia” e la “nuova” cavalleria. Senza dubbio questa sana rivalità, oltre ad una sentita devozione per il santo, ha contribuito a fare della festa di sant’Antonio Abate una delle più importanti del paese.
La domenica immediatamente successiva al giorno della festa i rappresentanti delle due cavallerie si contendono un Palio dipinto in una gara di abilità equestre chiamata “Corsa della Stella”, ed è in quest’occasione che, messi da parte i buoni propositi religiosi, la “sana” rivalità delle due fazioni esprime il meglio di sé.

Il Palio è conteso dalle sette contrade in cui è diviso il paese (Ascensione, San Nicolao, San Rocco, San Michele, Pievania, La Croce, San Francesco).
Sono previste quattro fasi formate da tre batterie ed una finale sempre composta da tre cavalli che si affrontano lungo un tracciato di circa 750 metri, a cui per sorteggio partecipano le sette contrade.
La partenza, fase fondamentale di ogni corsa, è con il classico Canape comandato dal Mossiere.
Oggi il Palio di Buti ha raggiunto livelli notevoli non soltanto per il prestigio di cavalli e fantini che partecipano, ma soprattutto perché si conferma uno dei Palii a sella più importanti e famosi d’Italia tanto da diventare una tappa immancabile per gli appassionati.

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