Arcana naturae. Il mistero delle origini nella paleontologia umana

Ab ovo usque ad mala
[Orazio, Satire, I, 3]

Ogni disamina del nostro passato biologico quale storia naturale dell’uomo ha spesso bisogno, per una più congrua comprensione, anche di una ricostruzione paleogeografica quale insieme di dati paleobotanici, archeofaunistici, cronostratigrafici e geoarcheologici.
Alla luce poi dei più recenti orientamenti della paleoantropologia non è certo da sottovalutare il grande peso delle nuove scoperte della biologia molecolare e della genetica delle popolazioni.

Si preferisce però qui presentare un quadro “classico”, per così dire, della “paleontologia umana”: ossia si restringe l’indagine, per economia di spazio e facilità alla lettura, alle principali “morfologie” cranico-scheletriche delle diverse sottofamiglie biologiche, fossili e viventi, consapevoli che la “morfologia” non è solo “forma”, o “dimensioni e proporzioni” fra le singole parti ma, soprattutto, indagine profonda sulle fisionomie spirituali che “pre-esistono” e si “manifestano” appunto – la preesistenza dei modelli di sviluppo di C. H. Weddington – attraverso quella specifica “forma”, lo spazio paleogenetico di R. Thom. Infatti, l’idea “ancestrale” che gli antichi ebbero delle nostre origini fu, molto probabilmente, una “percezione” umbratile, misteriosa ed occulta, quasi l'”aurora” di un’ignota notte: un retaggio aureo che nella manifestazione fisica e fenomenica dell’Io ebbe appunto l’inizio della sua “fine”, il suo “tramonto”.

alt

 

 

 

 

 

 

 

 

Diversamente, l’idea “scientifica” che i moderni hanno elaborato delle nostre origini, è appunto una “visione” diurna, tutt’al più crepuscolare, di un paesaggio che si è incapaci, o non si vuole, osservare di notte; si preferisce “vedere” solo ciò che i soli raggi solari illuminano, un’apparente chiarezza, e non soffermarsi sulle maestose espressioni misteriose che l’oscurità avvolge e, allo stesso tempo, dischiude.

La Paleoantropologia pertanto non è neanche “una scienza hard, classica o popperiana”: ossia nessun esperimento, come noto, può replicare la presunta “ominazione” né, tantomeno, la “verificabilità” dell’ipotetica “evoluzione può trovarsi nei resti fossili”, come osservato giustamente dall’antropologo A. Salza. Quest’ultimo studioso afferma infatti che “l’umanità non ha origini, in quanto risultato di un processo che parte con la formazione dell’universo […]”; come per l’universo quindi, al momento del Big Bang, le condizioni iniziali al «contorno» dell’umanità non hanno un «bordo», proprio come la superficie della terra non ha un «contorno» al Polo Nord.

M. Landau 1) asserisce inoltre che molte interpretazioni, spesso patetiche, dell’evoluzione umana, assumono appunto la forma della “favola”: un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe), una fatina (la teoria darwiniana), un talismano (la stazione eretta o l’encefalizzazione) ed un lieto fine (Homo sapiens, noi)…

I. A scuola dallo scimpanzè: il nostro parente più stretto..?

“Non dalle scimmie”, recitava il titolo e l’assunto di un celebre libro del paleontologo finlandese B. Kurtén 2) che sosteneva appunto la discendenza di “antropoidi e scimmie inferiori da antichi progenitori dell’uomo”. Lo stesso paleontologo P. Messeri 3) del resto, fece notare che “nessuno oggi parla più di un rapporto di figliolanza dell’uomo con le scimmie, ma semmai di cuginanza […]”; difatti “le origini dell’uomo non si riesce neppure a coglierle nel tempo”.

Il celebre biologo A. Portmann fece pertanto notare che “non ci è possibile tentare di spiegare le peculiarità spirituali dell’uomo facendole derivare da questa o quella attività animale, per quanto grande possa essere, a prima vista, l’analogia con queste ultime”.

altI nostri parenti più “stretti” invece, alla luce delle più recenti indagini della Primatologia e dell’Etologia cognitiva, risultano essere proprio le scimmie antropomorfe “superiori” (per la capacità, tra l’altro, di riconoscersi allo specchio) che, tra diversi primati non umani, sono quelle appunto che più ci assomigliano e, soprattutto, i cui “antenati” hanno preceduto i nostri sul pianeta, diversi milioni d’anni prima. Sebbene poi “attribuire una tradizione culturale nel senso antropomorfico ed antropologico del termine, anche alle società animali, non è corretto […]”, dice lo psicologo A. Tartabini 4), già da tempo diversi primatologi hanno censito molti comportamenti pre-culturali decisamente sorprendenti, che hanno radicalmente modificato ed eliminato il pregiudizio antropocentrico che in passato condizionava pesantemente ogni prospettiva di studio sugli animali. Il lavaggio delle patate e la decantazione del grano, l’uso di bastoncelli di legno per nutrirsi delle termiti, la pesca con le mani e la caccia ai molluschi marini, l’uso di foglie per attingere acqua piovana, l’utilizzo di rudimentali incudini e martelli o pietre per aprire noci di cocco e di cola, sono appunto alcuni esempi della capacità di alcune scimmie antropomorfe di adottare comportamenti “intelligenti”, ossia “abitudini sociali tramandate di generazione in generazione”.

È poi da tempo noto che l’uso degli strumenti e le capacità cognitive, associative e di controllo del linguaggio, non si sono sviluppate separatamente; ricerche svolte su primati non umani suggeriscono infatti che lo sviluppo della lateralizzazione del sistema verbale della comunicazione umana possa essere derivato da un più antico sistema comunicativo gestuale eseguito appunto con mani e faccia.

Il linguaggio, importante per un’innovazione “tecnologica”, si è visto che non è essenziale per fare un’invenzione; le regole sintattiche del linguaggio articolato sono analoghe infatti alle regole che devono essere applicate tutte le volte che devono costruirsi degli strumenti. La manipolazione dei simboli da parte di questi animali quindi, sarebbe equivalente alla proprietà di denominazione caratteristica del linguaggio; il “celebre” bonobo (una varietà di scimpanzè) Kanzi ha dimostrato, a sei anni d’età, di poter conoscere circa 200 lessigrammi (linguaggio yerkish = collezione di simboli) e di comprendere oltre 400 parole inglesi. Proprio recenti studi sui bonobo 5), hanno smentito inoltre il concetto di supremazia del maschio nell’evoluzione umana, verificando uno spiccato carattere matriarcale in cui le femmine sono decisamente dominanti; queste indagini hanno così permesso d’individuare molte analogie con il nostro comportamento, anche nella peculiare sessualità “umana” (copula faccia a faccia) praticata dai bonobo…

Diverse ricerche testimoniano pertanto un’innegabile capacità rappresentativa ed un’incontestabile capacità di categorizzazione e classificazione di oggetti da parte degli scimpanzè. L’esistenza di un “substrato anatomico in gran parte identico in tutti i primati”, la presenza di “specializzazioni emisferiche e funzionali confrontabili”, inducono quindi diversi studiosi di linguistica a credere che quella degli scimpanzé addestrati sia effettivamente una “proto-lingua”, ossia possa realmente costituire “uno stadio primitivo dello sviluppo del linguaggio” 6).

Le ricche e diverse tradizioni culturali degli scimpanzè quindi, sono seconde, per complessità, solo alle tradizioni dell’umanità. I primatologi infatti hanno descritto almeno diciannove tipi di attrezzi usati e ben trentanove modalità di comportamenti d’origine culturale, tra cui, anche una nostra “vecchia” pratica: l’estrazione del midollo attraverso bastoncini, da ossa già rotte. Gli scimpanzè ed altre scimmie, sono pertanto in grado di elaborare una sintassi: usano e costruiscono accuratamente strumenti, possono decodificare una scrittura idiogrammatica, sviluppano una suggestiva architettura psicologica dell’inganno e contro-inganno quale “rappresentazione veicolata del pensiero” 7).

Sebbene “sia presto per affermare che lo scimpanzè sia l’unica specie del pianeta che condivide con l’uomo la capacità culturale”, questa scimmia stupisce perché sa ispezionare con foglie le ferite, è in grado di liberarsi dai parassiti e di sbucciare la frutta, danza sotto la pioggia, tira al bersaglio – sebbene con mira imprecisa – ed usa grandi foglie per sedersi sul terreno bagnato, nonché… può divenire un killer molto organizzato di altre scimmie 8). Lo scimpanzè inoltre sbalordisce: si è scoperto infatti che, quando ferito o malato, consuma fiori, cortecce o gambi di svariate specie vegetali dotate di proprietà antimicrobiche, antivirali ed antiparassitarie. Questo primate sviluppa comportamenti culturali di automedicazione tramite selezione di particolari piante terapeutiche: proprio l’esame della corteccia di uno di questi alberi, Albizia grandibracteata, ha permesso agli studiosi 9) la scoperta di quattro nuove molecole che distruggono le cellule cancerose in cultura…

Al momento attuale inoltre, sono stati riscontrati solo pochissimi geni con variazioni strutturali tra noi e lo scimpanzè, con cui condividamo appunto il 99% del DNA; per alcuni studiosi infatti, le “piccole” diversità rimaste, possono risiedere in gran parte nei cosiddetti meccanismi di regolazione che interferiscono sull’espressione dei geni, quindi sul numero di copie prodotte dalla stessa proteina.

La stessa pratica della caccia fu per lungo tempo ritenuta “un’attività esclusivamente umana” fin quando la famosa primatologa Jane Goodall non la individuò anche tra gli scimpanzè: così anche il nutrirsi di carogne fu considerato un comportamento “indegno da primati”, finchè non si individuarono scimpanzè e babbuini contendere le prede a ghepardi e leopardi. Negli ultimi vent’anni si è quindi appurato che gli scimpanzè hanno una “coscienza di ordine superiore rispetto a tutte le altre scimmie”, possiedono “capacità intuitiva”, sanno interpretare “credenze vere e false degli altri”, manifestano empatia, quindi “codificano lo stato mentale in cui si trova un individuo”, esprimono un alto grado di complessità mentale, solidarietà sociale, altruismo reciproco e cooperazione; agiscono quindi in “modi equivalenti ad un comportamento morale” 10). Oltre che umani, dice giustamente l’etologo dei primati F. de Waal, “ci gloriamo di essere umanitari” ignorando però che la “moralità” non è più “il marchio distintivo della nostra cultura”.

II. Alle origini: una “paleo-scimmia” in tutti noi ?

Tutto l’animale è nell’uomo,
ma non tutto l’uomo è
nell’animale (Lao Tze)

Le scimmie antropomorfe viventi, già note come le scimmie più simili all’uomo, sono state suddivise, per convenzione scientifica, in “superiori” ed “inferiori”. Mentre queste ultime, – tipo il gibbone ed il siamango – hanno come peculiarità la brachiazione, si dondolano, ossia praticano lo spostamento aereo per mezzo dei lunghi arti superiori, le prime – come l’orango asiatico, gli scimpanzè ed i gorilla africani – non sono dei veri brachiatori, sebbene abbiano anch’essi arti superiori relativamente lunghi. Difatti scimpanzè e gorilla, come noto, sono “quadrumani”, svolgono una vita prevalentemente terrestre, mentre l’orango, arboricola. Tutte queste grandi scimmie però, occasionalmente, sono anche bipedi, ossia utilizzano sia il margine esterno delle mani, sia le nocche – knuckle-walking – come supporto per la deambulazione.

altL’assenza di una coda esterna, la presenza di arti altamente flessibili, la maggior capienza del volume cerebrale rispetto a quella di tutti gli altri primati e l’uso intenzionale di strumenti, sono, per gli studiosi, alcuni di quei tratti fondamentali che accomunano all’uomo appunto le scimmie antropomorfe viventi ed estinte, nella grande “superfamiglia” degli “ominoidi/ominoidei”. Questo termine quindi, comprende tutte le scimmie antropomorfe, compresi gibboni e siamanghi, nonché l’uomo ed ovviamente i suoi antenati fossili.

Il termine “ominidi” dunque, più specifico, in passato riguardava una “famiglia” tradizionalmente riservata all’uomo ed ai suoi progenitori fossili ritenuti “protoumani” 11). Diversamente, oggi, in questa suddivisione si tende sempre più ad includere anche parte delle grandi scimmie antropomorfe. Per molti studiosi infatti, attualmente, sia il gorilla che lo scimpanzè sono a tutti gli effetti da includere nella famiglia degli “ominidi”. Il nuovo termine “ominini” invece, di più recente uso, indicherebbe pertanto una “sottofamiglia” che dovrebbe riferirsi alla “linea di discendenza umana in senso stretto”, ossia il solo “genere” Homo 12). Pertanto, proprio perché una presunta chiarezza sul livello tassonomico del clade umano non è mai stata raggiunta, il lettore, a questo punto, non ce ne voglia se non tralasciamo di far presente che di recente, altri studiosi, si sono spinti addirittura oltre questo dibattito, fino a considerare le scimmie antropomorfe africane parte appunto del nostro stesso “genere” Homo

La sovrana confusione che regna quindi circa il modo di classificare la linea umana, ha da poco indotto la comunità scientifica mondiale dei paleoantropologi a tentar di rivedere quindi l’ardua impresa di classificazione dell’umanità…

A tal uopo, ci sembra opportuno non dimenticare alcune preziose parole di Messeri, 13) già docente di Paleontologia Umana a Firenze, in merito al “primo ed imperdonabile errore degli antropologi fisici nell’interpretare l’aspetto naturalistico dell’uomo”: ossia “quello di studiarlo con deliberato proposito alla stregua degli altri animali, trascurando il fatto determinante che l’uomo è un animale particolarissimo ed eterogeneo fra gli altri che implica una quantità di problemi specifici e collaterali che bisogna affrontare […]”, così dimenticando che i soli “resti fossili fisici […] non portano che un aiuto ben misero alla conoscenza”.

III. Gli “Ominoidi” del Miocene: i nonni dei «patriarchi»?

Il periodo chiamato Miocene (24-5,5 milioni anni) è quella fase geologica in cui si ritiene siano apparse le prime scimmie antropomorfe del Vecchio Mondo, contraddistinte da una notevole diversità biologica; la variegata pletora di reperti collezionati ha indotto appunto vari scienziati a parlare di una grande eterogeneità adattativa degli ominoidi – 40 generi e circa 100 specie – che nel Miocene appunto, dominavano con buona probabilità il complesso mondo dei primati -.

Questa grande varietà è stato così possibile suddividerla, per alcuni, in tre grandi gruppi: a) i driomorfi, dai denti ricoperti da un sottile strato di smalto, b) i ramamorfi, da uno spesso strato di smalto, c) i pliomorfi, tipici esclusivamente dell’Eurasia e con caratteristiche comuni alle catarrine primitive 14). Di recente, si tende a collocare la cosiddetta “radiazione” di tutti i grandi antropomorfi da un presunto ceppo ancestrale verso la metà del Miocene, tra 18 e 16 milioni d’anni, e la presunta “divergenza” degli “ominidi/ominini” da una linea di antropomorfi africani, verso il tardo Miocene, ossia tra gli 8-7 milioni d’anni.

Prima però di soffermarci brevemente solo su qualcuno dei nomi più significativi, è d’uopo ricordare che molti, se non la maggioranza, dei reperti fossili “ominoidi” risalenti a prima di 4 milioni d’anni, sono terribilmente frammentari (qualche dente e se va bene porzioni di cranio) nonché, spesso, insufficientemente datati.

Grande eccezione, Proconsul africanus (20-16 milioni d’anni), è un genere di ominoide quadrupede detto “generalista,” poiché il suo tipo di locomozione, per il paleontologo de Bonis ad esempio 15), non può individuarsi direttamente in alcuno dei precedenti adattamenti specializzati menzionati. Il “genere” Proconsul quindi – con almeno 4 specie finora riconosciute – ritenuto quasi una sorta di celebre “archetipo”, sebbene le “sue caratteristiche complessive non hanno alcuna somiglianza con quelle di un qualsiasi primate superiore attuale”, è stato ritenuto essere una «scimmia antropomorfa in formazione», arboricola, frugivora e con un accentuato dimorfismo sessuale (canini dei maschi più grandi rispetto a quelli delle femmine).

È curioso notare che le diverse affinità ipotizzate per questo animale, dalle dimensioni di un babbuino (taglia variabile tra i 10-80 kg, scatola cranica 160-180 cc), dipendevano di volta in volta, in un arco di oltre 30 anni, proprio dalla parte anatomica che veniva scoperta e studiata. Difatti è lo stesso studioso Pilbeam 16) a ricordarci che quando “un fossile viene rinvenuto sotto forma di frammenti raccolti nel corso di un determinato arco di tempo […], è l’ordine stesso dei ritrovamenti che influisce sulle interpretazioni filogenetiche”. Proconsul pertanto, ebbe sicuramente maggior mobilità nei tratti terminali degli arti rispetto alle scimmie non antropomorfe, ma con queste ultime condivideva tratti ancor decisamente “primitivi”, come ad esempio lo spostamento sopra i rami (né il dondolamento o l’appendimento), e soprattutto la dentatura, molto simile a quella di primati più remoti (detti “omomini”), delle stratigrafie appunto dell’Oligocene del Fayum (es. Aegyptopithecus, oltre 30 milioni d’anni). L’alimentazione quindi era sicuramente orientata, data l’evidenza di uno smalto sottile, verso cibi teneri quali frutta, germogli, foglie e non certo coriacei ed abrasivi, come radici o tuberi. Insomma, per alcuni studiosi, Proconsul potrebbe essere un “nostro antenato”, ma non lo si può affermare con certezza, e, ovviamente, si ignora quale specie di questo genere sia eventualmente da indicare come “vera progenitrice”…

Tuttavia, gran parte delle scimmie antropomorfe dell’inizio del Miocene “si estinse senza discendenti”; da un’evidente rarefazione nella documentazione fossile in terra africana (17-15 milioni d’anni), come noto, dovuta a vasti cambiamenti climatico-ambientali e faunistici, tra i 15 ed i 14 milioni d’anni, la densa foresta primitiva va diradandosi insieme a profonde modifiche paesaggistiche e dietetiche. Si manifesta il cosiddetto “primate di savana”, con denti dotati di smalto più spesso e più adatti a cibi coriacei come le noci.

È l’Afropithecus ad esser oggi ritenuta, per alcuni paleontologi, l’antenata delle specie che per la prima volta raggiunsero l’Eurasia, circa 16,5 milioni d’anni fa; ma, come spesso avviene, già nuovi fossili indicano che scimmie antropomorfe con mandibole robuste e denti adattati alla triturazione, furono già presenti in Eurasia prima d’allora.

Dal Miocene superiore la presenza di questi primati ominoidei si sposta decisamente più a nord, con almeno 6 generi eurasiatici 17). I Ramamorfi, principalmente asiatici ed afrorientali, tipici del Miocene medio, originariamente ritenuti due generi distinti, RamapithecusSivapithecus, hanno – per diversi scienziati – vari caratteri spiccatamente affini tra loro che, inoltre, ricordano proprio quelli di ominidi africani posteriori.

Ad esempio il primo, Ramapithecus, aveva mascelle robuste e grossi molari con spesso strato di smalto, il secondo invece,Sivapithecus, il gruppo di specie più conosciuto – nonostante tuttora non sia nota da elementi diretti quale fosse stata la sua esatta capacità cranica – soprattutto per la parte inferiore dello scheletro facciale, (livello premascellare-mascellare), rappresenta con grande probabilità quasi un antesignano dell’attuale orango del sud-est asiatico. Da ricordare inoltre che altri studiosi, diversamente, collocano RamapithecusKenyapithecus nel genere Sivapithecus.

Sia per il Dryopithecus che per il Sivapithecus si è così osservato che i resti scheletrici dell’articolazione del gomito, manifestano evidenti adattamenti alla brachiazione. Quest’ultima appunto, è infatti una morfologia esclusiva delle scimmie antropomorfe, fondamentale per il dondolamento ed anche per il lancio di oggetti con velocità e precisione, sebbene il tipo di locomozione praticata da questo primate rimanga assai oscura, poichè non sembra curiosamente avere analogie nelle antropomorfe viventi. Entrambe le forme comunque, sia Sivapithecus che Dryopithecus, sulla base di evidenze dentarie, ebbero una crescita piuttosto lenta come le antromporfe attuali.

Kenyapithecus è infine un’altra specie, decisamente più simile alle antropomorfe rispetto a Proconsul, che indica un cambiamento della dieta verso cibi più solidi, grazie ad uno smalto più duro ed una masticazione robusta. Octavipithecus, risalente al medio-tardo Miocene, è stata ritenuta invece la prima scimmia antropomorfa del Sudafrica. Ma, da poco scoperto, il Pierolapithecus catalaunicus (13 milioni d’anni), con postura eretta, faccia piatta, polsi flessibili e falangi piccole, circa 40 kg., è già stato ritenuto il presunto capostipite degli ominoidi; alimentatosi per lo più da frutta e bacche, quest’ultimo primate è infatti tra i fossili più completi – cranio, vertebra e costola – e ben conservati. Pierolapithecus è quindi un nuovo significativo taxon miocenico, per l’équipe del paleoantropologo Salvador Moyà-Solà, un ipotetico progenitore del clade grandi antropomorfe-uomo, che dimostra come la capacità di arrampicarsi in verticale e la sospensione siano sorte indipendentemente l’una dall’altra. Con la fine del Miocene medio (13 milioni d’anni) quindi, si è da tempo appurato che i Driomorfi, per lo più eurasiatici ed afrorientali, come le grandi antropomorfe attuali, possedevano capacità cerebrali analoghe a quelle di uno scimpanzè, nonché mandibole allungate e robuste dotate di un apparato dentario adatto ad una dieta di frutti maturi, morbidi e di teneri germogli. Anche il muso, piuttosto abbreviato, per alcuni rappresenta un’importanza ridotta dell’olfatto a vantaggio della vista.

Il Dryopithecus appunto (13-9 milioni d’anni), con una scatola cranica allungata, bassa e la parte inferiore della faccia piuttosto grande, sebbene sia da ritenersi vicino alle antropomorfe asiatiche, presenta tuttavia, come tante altre “specie”, una collocazione assai discutibile e controversa. Di recente ne è stata individuata una relazione stretta con l’Ouranopithecus della Grecia e si è dedotto, dalla ricercatrice Senut, quale aspetto decisamente peculiare del Dryopithecus, quello appunto di essere “clinorinco”: ossia, vista di profilo, questa “scimmia” aveva la faccia inclinata verso il basso, diversamente dagli orangutan, gibboni, siamanghi e Proconsul, che sono invece “airorinchi”, ossia hanno la faccia rivolta verso l’alto 18).

L’assenza poi della fossa subarcuata (profonda depressione sulla faccia endocranica che ospita un’appendice del cervello) individuata nel frammento d’osso temporale del Dryopithecus laietanus (CLL-18000) scoperto a Can Llobateres in Spagna (9 milioni d’anni) – una lacuna esistente anche nei successivi ominidi – per i paleontologi Moyà e Kohler è stato un indizio plausibile per far risalire quest’ominoide alla stessa linea filetica dei seriori ominidi 19).

Ma è sicuramente con il Miocene superiore (9 milioni d’anni) che assistiamo alla maggior diversificazione geografica e dei cosiddetti “generi” degli ominoidi: Gigantopithecus, come da tempo noto, con almeno due specie, fu probabilmente il più grande primate vissuto sulla Terra (un peso di circa 150-230 kg), ed è stato ritenuto un parente stretto di Sivapithecus. In base a qualche mascellare si è poi appurato che quest’ominoide si alimentava di vegetali fibrosi come il bambù, come il moderno panda.

Da menzionare inoltre l’Ouranopithecus (7 milioni d’anni), tipico della Grecia, costituito per lo più da mascelle, denti ed una faccia quasi completa, con un evidente dimorfismo sessuale; un altro tipo di ominoide quindi, la cui dentatura e masticazione presentano grandi affinità con le specie più antiche degli Australopiteci.

Infine, tra le poche altre forme note del periodo, l’Oreopithecus (10-7 milioni d’anni) di Monte Bamboli, vicino Grosseto, con grande taglia ma cervello piccolo come quello di un gibbone ed in bilico tra una scimmia cercopitecoide e gli ominoidi, risulta presente sino alla fine del Miocene in un ambiente di fitte foreste. Il paleontologo Lorenzo Rook ha difatti scoperto che quest’ominoide era sorprendentemente dotato di una mano simile alla nostra, ossia di un pollice opponibile e quindi di una buona presa di precisione. Oreopiteco quindi praticò certamente una “andatura bipede lungo i rami degli alberi”, su cui però ovviamente non abitava per via delle mani troppo corte, ed è stato ritenuto… “un eccellente esempio di evoluzione a mosaico”, ma non più certo “quell’antenato dell’uomo” di cui parlò a suo tempo lo studioso Hurzeler.

Una specie quindi, l’oreopiteco, che “aveva il pollice in grado di flettersi come avviene nell’uomo”, e “poteva afferrare un oggetto con precisione e forza come nessuna scimmia riesce a fare […]” 20).

A questo punto, come si conviene ad ogni buon corso di “catechismo dell’evoluzione”, la grande sintesi “fossilifera” sul Miocene, potrebbe quasi dirsi esaurita se, come spesso avviene, non fossero usciti fuori nuovi e controversi fossili, resti cranici e dentari, di un certo Sahelantropus del Ciad (7 milioni d’anni), e di un tal Orrorin tugenensis del Kenia (6 milioni d’anni), per lo più denti, falangi e femore.

Il cranio ricostruito del Sahelantropus, dotato di una capacità cerebrale di 320-380 cc, di canini piccoli e smalto spesso, risalta subito per quella spiccata e massiccia cresta sopraccigliare ed un lieve prognatismo facciale che lo dovrebbero collegare, per il paleontologo Brunet, a gran parte dei successivi ominidi.

Per alcuni paleontologi quindi è un “patriarca” dell’umanità, visto che la conformazione del foramen magnum è compatibile con la stazione eretta, sebbene l’assenza dei resti post-cranici non consenta di parlare di bipedia. Le orbite oculari distanziate ed il ridotto volume cerebrale lo rendono infatti ancor abbastanza “ominoide” – ossia più scimmia antropomorfa (forse la forma femminile di un antenato dello scimpanzè o un ascendente del gorilla) – anziché “ominide”.

Il femore di Orrorin (= “uomo delle origini” in lingua Tugen) invece, è stato ritenuto “notevolmente simile a quello umano”; tuttavia i canini grandi e appuntiti e le ossa del braccio predisposte all’arrampicata, hanno indotto alcuni a credere che non fossero pienamente presenti tutti i caratteri necessari per la completa locomozione bipede 21).

IV. Ardipiteco: un «patriarca» per gli ominidi?

Natura non facit saltus
(Leibniz, Nuovi Saggi, IV, 16)

Che la vita progredisca gradualmente, o per salti,
verso la complessità, è pura immaginazione
(G. Sermonti)

Tra i nuovi fossili datati tra i 7 e i 5 milioni d’anni fa (Miocene superiore-finale), per quanto rari, forse tre nuove “forme” stanno decisamente sconvolgendo tutto ciò che sembrava potersi ritenere da tempo in parte acquisito, sulle “quasi” canoniche suddivisioni tra ominoidi ed ominidi, tra “generi” e “specie”, tra “alberi” e “cespugli” filogenetici.

Si ignora insomma – e non è poco – per dirla con A. Bacon, quali siano stati gli antenati diretti degli australopiteci e dell’uomo, le stesse forme di transizione tra postura eretta e locomozione bipede; ci è quindi fondamentalmente “ignoto tutto un periodo di notevole estensione fra 11 e 5 milioni d’anni fa” 22). Proprio i criteri per definire le «specie» poi sono rimasti sicuramente tra i problemi più “spinosi”; con le sole specie fossili, come noto, è infatti impossibile ricorrere alle stesse regole che i biologi usano per definire le specie viventi: ossia che gli accoppiamenti diano prole feconda. Ci ricordano a proposito, G. Biondi ed O. Rickards, docenti di antropologia molecolare, che spesso assistiamo ad un “balletto delle specie che compaiono e scompaiono sotto le luci della ribalta”.

Il paleontologo R. Fondi invece annovera almeno sette concetti differenti di «specie», ricordando che in natura le differenze di specie sono intese in senso statistico/collettivo e non assoluto. Forse la vecchia definizione di “specie” dell’insigne biologo E. Mayr, ossia “gruppi di popolazioni naturali effettivamente capaci di riprodursi per incrocio”, potrebbe non esser più di moda in paleoantropologia. Fa notare infatti il genetista G. Sermonti che la “specie è tuttavia solo una entità potenziale”: la “separazione, anche totale, tra le diverse popolazioni di una stessa specie, per sé, non produce nuove specie” anche se interrompe il flusso genico e fa perdere la compatibilità riproduttiva; ossia anche tornando a vivere insieme, quelle popolazioni non producono più discendenza fertile e sono divenute due specie diverse.

Lo stesso paleoantropologo F. Fedele faceva notare pertanto che “definire che cosa convenga intendere come “ominide” è sempre stato difficile e le idee sono più volte cambiate”. Da tempo, anche il paleoantropologo R. Macchiarelli ribadisce che “abbiamo qualche problema nel definire un ominide”, asserendo la stessa “grande difficoltà nel mettere l’etichetta del genere Homo” su parecchi resti fossili; in biologia infatti un genere dovrebb’essere monofiletico – quando prende origine da un antenato comune – e noi invece siamo polifiletici, ossia abbiamo uno o più gruppi monofiletici distinti.

La stessa definizione di “genere” poi è ancor oggi un tema assai discusso e – ci si consenta – decisamente “ambiguo” in tassonomia. Per la sistematica evolutiva (E. Mayr) infatti, un genere comprende le specie di una “medesima stirpe” (gruppo monofiletico o più linee monofiletiche) che condividono un’area ecologica definita; per la cladistica invece, un “genere” concerne solo le specie monofiletiche intese quali unità evolutive: non mancano ovviamente recenti tentativi di integrazione dei vari modelli ecologico-adattativi e funzionalisti (B. Wood).

Tuttavia, proprio Messeri ricordava spesso che le varie categorie degli ominidi fossili hanno l’apparenza di essere, sul piano sistematico, “totalmente diverse e significative, mentre non rappresentano altro che caselle di una classificazione pre-costituita e gratuita,” spesso fondata sulla convinzione quasi unanime che le modificazioni scheletriche siano intervenute con una sequenza ordinata e cronologicamente progressiva.

Ad esempio il molare inferiore di Lukeino (6,5 milioni d’anni), la mandibola frammentaria di Lothagam (5,6 milioni d’anni), l’omero e la mandibola di Chemeron (5,1 milioni d’anni) del Kenia, presentano tuttora una posizione tassonomica, come del resto molti atri reperti, controversa e profondamente incerta.

Di recente si è voluto individuare nell’Ardipithecus ramidus kadabba (= “primigenio” in lingua afar), definito in base a resti etiopici di circa 5 individui (5,8-5,2 milioni d’anni), il primo “capostipite”. Quest’ominide, dotato di canini ben affilati, privi della faccetta dovuta allo strofinio contro il premolare inferiore – invece esistente nel successivo Ardipithecus ramidus ramidus (ramid = radice) in Etiopia (4,4 milioni) – manifesta infatti un carattere equivoco, “tipicamente scimmiesco”: una sua falange completa d’alluce, per Lovejoy presenta un’angolatura tipica da locomozione umana, per Begun invece, da scimpanzè, per T. White, infine, un tipo di locomozione “da cercare al bar di Guerre Stellari…” Tuttavia, sia A.r.kadabba che A.r.ramidus costituirebbero, per alcuni, scienziati appunto, due specie del nuovo “genere” Ardipithecus (ardi = suolo, in lingua afar), da ritenersi pertanto, con il solito beneficio d’inventario, alle “sorgenti” del nostro lungo ed assai pluriforcato “fiume” fossile 23). Così l’eventuale, presunta e precocissima bipedia di Orrorin A.r.kadabba, andrebbe quindi a demolire la teoria dell’esclusivo sviluppo nella savana africana di tale acquisizione, aggravata anche dal fatto che già analisi paleoecologiche hanno verificato che entrambi gli ominoidi vissero in ambienti di foresta, boscosi ed umidi, privi di spazi aperti, abbandonati eventualmente non prima di 4,4 milioni d’anni.

Alcuni dei resti di A.r.ramidus, come per esempio i molari – con smalto più sottile e meno sviluppati rispetto ai canini delle forme australopitecine – e la robustezza delle ossa degli arti superiori, evidenziano inoltre forti somiglianze con l’anatomia delle grandi scimmie africane. Sulla base di prove indirette quindi, si è voluto vedere nell’Ardipiteco sicuramente la presenza di una postura eretta.

Per altri studiosi tuttavia, quest’ominide è sicuramente più affine alle Paninae che non alle Homininae, anche se il foramen magnum(apertura alla base del cranio ove il midollo spinale si connette con il cervello), richiama quello di ominidi successivi. Del resto è la natura stessa dello studio dei fossili, come noto, che offre un grado d’indeterminatezza tale da dipendere proprio dalla pesante soggettività nelle analisi morfologiche: la forma di un reperto può essere infatti valutata diversamente da ogni scienziato, senza speranza di unaexpertise definitiva.

V. Gli “ominini” più arcaici del Pliocene: gli Australopitechi.

“Mille sentieri vi sono non ancor percorsi;
mille salvezze e isole nascoste della vita.
Inesaurito e non scoperto è ancor sempre
l’uomo e la terra dell’uomo”.
(Zarathustra, Della virtù che dona)

A partire da 4 milioni d’anni, per alcuni, i dati sembrano quindi un po’ più precisarsi: si ritiene infatti che tre specie del genere Australopithecus “rivaleggiano” per antichità: A.anamensis (4,2-3,9 milioni), A.afarensis (4,1-3 milioni) e A.bahrelghazali (4-3,5 milioni).

Il primo, A. anamensis (da anam = lago, in lingua turkana), presenta tratti “primitivi”, come la sinfisi mandibolare che ha la stessa forma ad U dello scimpanzè – ossia con i due rami ravvicinati e paralleli anziché allargarsi posteriormente come in altri ominidi successivi – e i denti con smalto più spesso per cibi probabilmente più coriacei, nonchè il meato uditivo esterno (canale auricolare) ridotto; manifesta invece tratti più “evoluti” nella tibia, molto simile a quella umana, in cui l’estremità superiore è allargata per una più alta quantità di tessuto osseo spugnoso, atto ad assorbire appunto le sollecitazioni tipiche di un’andatura bipede. A.anamensis quindi – per Meave Leakey 24), presunto antenato di A.afarensis, cui è molto simile “dal collo in giù” – dopo una meticolosa collazione ossea (Kanapoi, Allia Bay, Turkwel) trentennale, è diveunto una vera e propria “mistura di caratteri”; alcuni assolutamente originali, altri condivisi con lo scimpanzè, come per esempio la testa.

Il secondo ominide invece, è stato identificato in base ai resti più noti provenienti dai siti di Hadar, Middle Awash/Aramis, Omo, West Turkana, Koobi Fora, Lothagam e Laetoli. A.afarensis si distingue infatti per una cresta sagittale (escrescenza ossea mediana del cranio), un peso tra i 25-50 kg., i canini con corona bassa e non più proiettati in avanti come nelle scimmie, nonché per i molari con smalto spesso, idonei per triturare frutti, semi, baccelli, radici e tuberi. A.afarensis ha una scatola cranica di 400 cc (AL 444-2, Hadar) ed è caratterizzato da una forte differenza di statura (femmine, h. 110 cm., maschi, h. 150 cm.) e da grande variabilità morfologica “interspecifica.” Nonostante risulti essere la specie “meglio studiata” di tutti gli australopitechi, tra cui AL 288-1, più celebre come “Lucy” 25), presenta tuttora profonde controversie.

Non si capisce ancora infatti se i reperti di quest’ominide debbano essere ascritti a più specie o ad una sola, come per lo studioso Walker appunto. C’è chi ritiene plausibile, come per il successivo Australopithecus boisei, l’ipotesi di un polimorfismo della specie. Il dibattito che ha più logorato tuttavia gli specialisti su A.afarensis, è la sua propensione, da sicuro bipede, anche alla presunta arrampicata arboricola: ossia dovrebbe avere determinate strutture articolari tipiche anche per quest’altro tipo di locomozione occasionale da folta boscaglia; per alcuni, una semplice permanenza evolutiva… un ovvio retaggio di antenati arboricoli.

Quindi A.afarensis aveva braccia lunghe, gambe corte e mani con forte presa. Il terzo ominide, A.bahrelghazali (= fiume delle gazzelle), diversamente, è riconducibile ad una mandibola, proveniente dal Ciad (KT 12), con 7 denti molto robusti, tra cui alcuni premolari che hanno tre radici invece di due; è stato ritenuto un ritrovamento decisivo che dimostra la presenza di ominidi molto antichi a ovest della Rift Valley, in Africa centrale. In virtù di questa nuova evidenza fossile è venuta meno infatti anche la ben nota e consolidata teoria del paleoantropologo Y. Coppens 26), per il quale la formazione geologica della Rift Valley aveva determinato appunto un presunto isolamento degli antenati ominidi, sul lato orientale, dagli antenati delle scimmie antropomorfe, sul lato occidentale.

Ancor da classificare poi, i resti scheletrici di un altro ominide (4-3,8 milioni d’anni) da poco scoperti nel sito di Mille in Etiopia, dai paleontologi Hailè Selassiè e Latimer; in particolare sono sia la tibia che un osso della caviglia ad indicare la locomozione eretta. A questo punto il cranio di Kenyanthropus platyops (= “faccia piatta”) identificato a Lomekwi in Kenia (3,5 milioni d’anni), dovrebbe rappresentare un’interessante ed elegante scappatoia al problema di quando “realmente” cominciò la presunta divergenza tra il “genere” Australopiteco ed il “genere” Homo. Il nuovo “genere” K. platyops infatti possiede una struttura facciale priva di prognatismo, detta “ortognata”, ossia un viso né proiettato in avanti né flesso all’indietro 27). La capacità cranica di quest’ominide, sebbene sia ancora troppo piccola per poter esser accostata a quella di Homo, richiama fortemente, per Meave Leakey, quella del ben noto cranio KNM ER 1470, di Homo rudolfensis (1,9 milioni d’anni), che dovrebbe rappresentare appunto la prova fossile della nostra non più diretta discendenza dal genere Australopithecus. Tuttavia, può esser stato anche probabile, per gli studiosi, che Kenyantropus (né australopiteco o parantropo, né homo), non abbia necessariamente dato esito a discendenza. Australopithecus africanus (3,5-2,3 milioni d’anni), caratteristico del Sudafrica (il cranio di Taung e Sts 5, Sterkfontein), fin dai tempi della sua scoperta – come tuttora per P. Tobias – era considerato essere un sicuro precursore dell’uomo. Quest’ominide infatti, che si nutriva di frutti e foglie, con un volume cerebrale di 405-415 cc ed un’altezza tra i 140 e 115 cm. per i due sessi, per alcuni studiosi, era stato sicuramente “più bipede” di A.afarensis. Di recente, proprio la scoperta di un intero scheletro (StW 573) nella grotta di Silberberg in Sudafrica (3,5 milioni d’anni), è stata particolarmente sensazionale non solo per la retrodatazione di 700 mila anni di A.africanus, ma anche per l’anatomia del piede e della caviglia, dette appunto “metà umane metà antropomorfe”. Queste ossa infatti sembrano, per il paleoantropologo R. Clarke 28), conformate per una perfetta andatura bipede, con l’alluce divaricato idoneo per l’arrampicata sugli alberi. È stata così rilanciata la South Side Story, ossia una sorta di “progenitura”, per il paleoantropologo Berger, di A.africanus sugli ominidi successivi; ossia dopo uno studio specifico dell’articolazione del ginocchio, più primitivo di A.afarensis, lo studioso ha sostenuto un’eventuale “doppia origine” indipendente del bipedismo. Australopithecus Aethiopicus (2,8-2,5 milioni d’anni) invece, per taluni scienziati forse un precursore delle forme “robuste” dei parantropi, è una forma nota per lo più dal cranio (KNM-WT 17.000, West Turkana) del Kenya settentrionale; definito il “vegetariano d’oriente” per la sua dieta, circa 410 cc di volume cerebrale, con spiccata cresta sagittale, è noto anche per la forma a V della mandibola di Sahungura in Etiopia. Australopithecus robustus (2,6-1,4 milioni d’anni), simile ad A.boisei, sui 50 kg., di altezza 1,50 m, è diversamente noto per lo più dai resti sudafricani provenienti da Drimolen, Kromdraai e Swartkrans; quest’ominide si nutriva appunto, come il “predecessore,” di tuberi, radici, bulbi e semi, grazie soprattutto ai potenti muscoli masticatori ed ai grandi denti molari (SK 6, Swartkrans).

Australopithecus garhi (= “sorpresa,” in lingua afar) infine, una nuova “sorprendente scimmia australe” da poco ritrovata in Etiopia (2,5 milioni d’anni), misura appena 450 cc cerebrali e potrebbe essere stato il primo degli australopiteci ad aver fatto uso di strumenti in pietra e ad essersi nutrito di carne; quindi, per alcuni studiosi, il primo che volontariamente modificò materie prime. Distante da A.africanus ed A.aethiopicus per l’anatomia del cranio, vicino ad A.afarensis per la robustezza dei denti, per T. White A.ghari è il giusto e diretto antenato di Homo che, guarda caso, viene proprio a sopperire in quel “passaggio” da Australopithecus ad Homo così “provocatoriamente” poco documentato.

L’Australopithecus boisei (2,3-1,4 milioni d’anni) inoltre, dotato di cresta sagittale con zigomi massicci, è divenuto celebre per il suo possente e specializzato apparato masticatorio, dotato di quei molari enormi (quattro volte più grandi dei nostri) con smalto spesso, per i quali è stato definito un “rosicchiatore di noci” ed un consumatore di vegetali fibrosi e coriacei. Le molteplici scoperte hanno tuttavia complicato e rafforzato l’ipotesi di un “polimorfismo della specie”, ossia di una variabilità dei caratteri scheletrici, cranici in particolare, in funzione dell’origine geografica: il suo volume cerebrale oscilla infatti tra i 500 ed i 550 cc. Tale variabilità, relativa al tracciato delle suture temporali, alla presenza-assenza di cresta sagittale sulla sommità del cranio (KNM ER 406, Koobi Fora) o di creste alla giunzione temporo-nucale, sono, per alcuni studiosi, indizi di tassonomie e quindi di «specie» diverse, per altri, espressione invece di un marcato dimorfismo sessuale; anche qui non uno, ma più dilemmi…

Ad ogni modo, in queste forme “robuste”, risultano caratteristici sia una costrizione marcata nella regione retrorbitale, sia il profilo concavo della faccia, dovuto alla proiezione delle ossa zigomatiche davanti all’apertura nasale.

L’alimentazione stessa, diversamente da quella delle più arcaiche forme “gracili” – sebbene tale distinzione in forme gracili e robuste sia stata da poco abbandonata – era essenzialmente fatta di cibi duri e abrasivi, come risultato dall’esame delle strie di usura dei denti; per lo più quindi noci, grani e radici, attraverso una masticazione lunga e ripetitiva.

Come già accennato quindi, mentre in passato si riteneva probabile, sulla base di caratteristiche cranio-dentali comuni, l’origine monofiletica (discendenza da uno stesso antenato comune) delle tre specie A. robustusA. aethiopicusA. boisei, definite appuntoParanthropus, recenti analisi cladistiche (dal greco klados = ramo: ossia studio del cladogramma, albero senza antenati) di McCollum, hanno scoperto diversamente che i “caratteri condivisi non sono indipendenti ma appartengono ad un unico modellamento naso-mascellare determinato dalle grandi dimensioni dei denti”.

Un nuovo dubbio pertanto, sulla tesi “classica” dell’origine comune delle tre specie: A.aethiopicus infatti, la più arcaica delle tre forme, sarebbe una linea indipendente. Questa sintesi “radiografica” degli australopitechi 29), solo apparentemente esaustiva, non deve indurci però a dimenticare che le diverse “specie” considerate, possono tuttora rappresentare una “stima minima”; fa notare infatti I. Tattersall che “non solo la documentazione fossile nota è piena di indicazioni morfologiche di diversità in gran parte sottovalutate,” ma, cosa ancor più siginificativa, “sarebbe avventato sostenere che di ogni specie di ominidi esistita si possiedano testimonianze fossili” 30).

[tratto da qui; di Mario Giannitrapani – 13/01/2011 Fonte: simmetria]

This entry was posted in analysis, anthropology, Culture, history & the past, Nature, reflection, society, the beginning, thinking. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s