Dalla Pizia a Trasillo, quelle divinazioni sono parte di noi

https://i2.wp.com/www.viaggio-in-germania.de/pizia-apollo.gifTra i tanti possibili modi di conoscere il futuro, l’astrologia è, a quanto è dato saperne, il più antico o quantomeno uno tra i più antichi.
Sviluppatasi probabilmente in modo indipendente nelle diverse civiltà, nel 3000 a.C. era già praticata in Mesopotamia e da qui si diffuse fino a raggiungere l’Asia Minore, l’Egitto, e quindi la Grecia e Roma, dove andò ad affiancarsi ai molti sistemi qui in uso.
In Grecia, ad esempio, era praticata l’arte della capnomanzia, che leggeva il futuro nella forma delle spire di fumo; la igroscopia, che esaminava, interpretando, il corpo delle vittime dei sacrifici; la catoptromanzia, che leggeva i segnali per mezzo dello specchio…
La varietà non mancava, anche se la pratica divinatoria più diffusa era quella oracolare, che aveva luogo in un tempio, dove il dio rispondeva alle interrogazioni che gli venivano proposte. A volte, per farlo, si serviva di segni naturali, come a Olimpia la fiamma del fuoco in cui si consumavano le vittime o, nel tempio di Dodona, lo stormire delle fronde della quercia sacra.
Altre volte il messaggio giungeva attraverso la voce di una profetessa, che fungeva per così dire da “megafono” al dio.

Il più importante tra tutti gli oracoli di questo tipo era quello di Apollo a Delfi, che continuò ad essere frequentato fino al VI secolo AD, quando tutti i culti pagani vennero vietati da Teodosio.
A consultare l’oracolo si recavano, oltre ai privati cittadini, molti uomini di stato, che chiedevano un responso sull’opportunità di istituire nuovi culti, di promulgare le leggi, di concludere alleanze politiche, e così via. E a tutti il dio rispondeva con la voce della celebre Pizia, profetessa invasata di furore mistico, che pronunciava parole spesso incomprensibili, successivamente interpretate da un sacerdote (cresmologo), che le traduceva per lo più in versi, in forma così ambigua da far sì che l’oracolo risultasse comunque veritiero. Non diversamente, va detto, da quanto accadeva quando a profetare era la Sibilla cumana, di cui parla Virgilio, che secondo la tradizione avrebbe così risposto, ad un soldato che la interrogava sull’esito di una spedizione bellica: ibis redibis non morieris in bello; frase che, se si pone una virgola prima di “non”, significa: “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”; se invece si mette la virgola dopo “non”, significa: “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”.

Infine, in età ellenistica, alle forme più tradizionali della mantica locale si affiancò l’astrologia, che divenne particolarmente popolare a Roma, dove vissero astrologi (teorici e pratici) molto noti, molto ricchi e molto potenti. Alcuni di essi, come ad esempio il grammatico alessandrino Tiberio Claudio Trasillo, avendo pronosticato a Tiberio la futura carica imperiale come successore di Augusto, quando l’evento si verificò andò a vivere ed esercitare la sua arte a corte, ricevendo la cittadinanza romana come ricompensa dei suoi servizi.

Ma non tutti gli astrologi erano teorici raffinati come Trasillo: la maggior parte di essi era di livello sociale e culturale assai meno elevato ed era vista con notevole sospetto.
Nell’11 AD Augusto vietò le consultazioni private (il racconto in Dione Cassio). Durante il regno di Tiberio il senatore Libone Druso, posto sotto accusa capitale in quanto mago ed astrologo, si suicidò (la storia in Tacito).
Ma questo non fu che l’inizio dei problemi. A partire da Diocleziano, l’astrologia venne punita con la pena capitale, ed il Codice Teodosiano, nel 367, la incluse tra i reati esclusi da ogni possibilità di grazia. Nel diritto criminale gli astrologi, definiti mathematici, erano ormai equiparati ufficialmente ai maghi.
Oggi la situazione è molto diversa. Ci sono astrologi consultati in televisione, che scrivono sui giornali, nelle cui previsioni molte persone credono ciecamente. La credulità popolare, giustamente tenuta dagli antichi, è ancora forte.
Comunque la si pensi in proposito, agli oroscopi dobbiamo riconoscere di essere una parte, pur piccola, della nostra lunga storia.

[di Eva Cantarella, sta qui]

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