Dalla mistica lunare al lunario agricolo

Una rete complessa di simboli e di corrispondenze mitiche ha segnato, dallo sboccio primordiale dell’intelligenza umana, la presenza della luna nel cosmo. Ancor prima del tempo astronomico l’umanità si è servita del tempo concreto misurato sulle fasi della luna: e la parola mese è la trasformazione di una radice sanscrita mas, passata al greco mene, al latino mensis, al gotico mena che vogliono significare “misura”; e il sanguis menstruus che conclude il ciclo femminile è misurato sul calendario lunare.

Nell’iconografia, già perfezionata nell’era glaciale, la spirale descrive le fasi della luna, con allusioni analogiche alla vulva-conchiglia-acqua, e alle corna, simbolo di fertilità; così luna-acqua-donna-fertilità, e quindi vegetazione, si associano al concetto di nascita-vita-morte-rigenerazione, nel perpetuo divenire di cui è rappresentazione il pianeta freddo che ruota intorno alla terra e con la terra intorno al sole da miliardi di anni, dopo che i principi della vita, fuoco-acqua-terra-aria, si sono spenti per eventi endogeni o per decrepitezza.

La coscienza arcaica dell’umanità ha costruito, per intuizione e per esperienza, e via via li ha perfezionati, i simboli ed i valori basati sull’osservazione delle fasi lunari, derivandone omologie che si sono identificate con la realtà assoluta, con il “sacro”, da cui si sono originate le varie teofanie, miti cosmici, rituali iniziatici, concezioni religiose.
Innanzitutto l’inesauribile manifestarsi della luna nella sua crescita, nel suo pieno splendore, nel suo decrescere e scomparire, per poi ricominciare lo stesso ciclo nel ritmo delle tredici lunazioni del suo anno, ha indotto l’umanità ad identificare le fasi del satellite con quelle della vita e della morte e della successiva rigenerazione, che sono una realtà nella luna, una speranza ed una fede nell’uomo.

Di qui la connessione con la fertilità delle vegetazioni e con una loro identica metamorfosi, visibile nel seme che nel “buio” muore per rifermentare in germoglio, e dal germoglio il fiore, il frutto e poi la maturità e la morte che nel ritmo delle stagioni riprende forma e vita nuova. Ma mentre il mondo vegetale e animale vive e muore e poi rinasce, ma in altre forme sempre differenti ed irripetibili, la luna perennemente ripete i suoi cicli e si misura con l’eternità, si identifica con l’immortalità.

I miti greci più vicini alla nostra cultura, quelli di Ecate e Persefone (come quello egizio di Osiride), costituiscono il racconto più sconvolgente delle verità che l’uomo di tutti i tempi e di tutti i continenti ha chiaramente intuito fin dalle origini.
La speculazione escatologica dei filosofi ha fissato non ingenuamente nella luna la sede dove le anime vanno a rigenerarsi per risalire al cerchio supremo del sole, che accoglie la quintessenza sottile della ragione, mentre la psiche si riassorbe nella sostanza lunare ed il corpo si decompone in seno alla Grande Madre, diventa polvere ma assimila le forze per iniziare una nuova esistenza. La mediazione della luna nel dualismo luce-tenebra, vita-morte, e, nel conseguente concetto etico, bene-male, è evidente.

Persino l’alfabeto, come ideogramma di vocali e consonanti ma soprattutto come insieme di suoni, è stato studiato in corrispondenza alle fasi lunari; e tutte le rappresentazioni funerarie, come quelle della regalità o del lavoro agricolo, hanno sempre qualche attinenza con la figurazione del “corno” o del “doppio corno” lunare, o del suo disco, nelle fasi di plenilunio o di novilunio. Così come il serpente, derivazione viva del segno della spirale, è sempre stato simbolo di fecondità e associato alla donna; ed è anche simbolo di perennità per il mutare della sua pelle che lo restituisce rigenerato a nuovi cicli di vita: diventa perciò “presenza”, “forza” della luna, tra le più conturbanti nei miti di tutti i popoli della terra, come la lumaca, l’orso, la rana per altri aspetti, immagini tutte di arcaici custodi delle fonti di immortalità.

Mutazione e ritorno ciclico, tessitura del destino cosmico, a volte ridimensionato nel destino storico dell’umanità che passa da epoche buie ad epoche luminose attraverso cataclismi purificatori, come quelli descritti dagli Stoici nei cicli dei Grandi Anni o dai cristiani nel quadro enigmatico dell’Apocalisse: o anche nel destino individuale, certamente più suggestivo anche se fondato su intuizioni precarie, che identifica l’estro lunare con la fortuna, regolatrice dell’esistenza umana.
Non devono far sorridere quindi gli sforzi compiuti dagli autori dei libri per descrivere e documentare gli effetti delle radiazioni lunari sulla vegetazione: non è che un ulteriore contributo, il più chiaro possibile, alla conoscenza del mondo che ci circonda, nel quale la luna costituisce una presenza inconfondibile ed una forza che non si può rinnegare. Non sono soltanto i movimenti delle maree a dimostrarlo, ma tutto ciò che i “lunari” dei contadini insegnano e dimostrano come realtà, buone o nefaste.

[Robert Frederick, L’influsso della luna sulle coltivazioni, Edagricole, trad. it. di Franco Mollia; prima edizione Parigi 1978 La Maison Rustique; edizione italiana 1982 Edagricole; con modifiche lievi effettuate da me]
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