Ambrogio di Milano, vescovo e dottore della Chiesa

Nato nel 340, morto nel 396, si ricorda oggi 7 dicembre.
In latino era chiamato Ambrosius Mediolanensis; in italiano Ambrosio, Ambrogiotto; in francese Ambreuil, Amborix; in spagnolo Ambrosio; in inglese Ambrose of Milan; in tedesce Ambrosius von Mailand; in russo Ambrosii Mediolanski.

Quando ancora era in culla, uno sciame di api si posò sulla sua bocca, e le api ne entravano e ne uscivano, portandovi il loro miele, allora paragonato all’ambrosia, il tradizionale dolcissimo cibo degli dei.
Era nato a Treviri, dove il padre era prefetto; alla sua morte tornò a Roma con la madre dove assistette, il giorno di Natale del 353, alla professione di verginità della sorella Marcellina.
Formato da studi letterari, iniziò poi come magistrato a Sirmione una brillante carriera che lo portò a reggere come consularis le province della Liguria e dell’Emilia, che comprendevano l’attuale Lombardia, con sede nella Milano tormentata dalle lotte tra ariani e cattolici. La sua opera fu equa e benevola.
Alla morte del vescovo della città, Aussenzio, la comunità si riunì in chiesa per l’elezione del suo nuovo pastore: l’assemblea era tumultuosa per la discordia tra ariani e cattolici, e Ambrogio vi si recò per placare il tumulto in qualità di funzionario imperiale. Fu un ragazzino che gridò: “Ambrogio vescovo!”, e il popolo concorde, subito acclamò l’amato funzionario: se il fatto non è vero, dice comunque quanto fosse autorevole Ambrogio.
Questi, che era ancora catecumeno, non avrebbe potuto essere eletto vescovo, ma tale era il suo prestigio che sia l’imperatore Valentiniano che gli altri vescovi furono concordi nel riconoscere nella volontà popolare un segno divino, e la sua consacrazione avvenne il 7 dicembre, giorno in cui ancor oggi la Chiesa lo ricorda.
Ambrogio, trovandosi ad insegnare prima di aver imparato (De officiis, I, 1, 4) si preparò accuratamente ad un’azione pastorale che lasciò il segno, e lo rese uno dei grandi vescovi defensores civitatis, intorno ai quali la comunità, civile e religiosa, si costituiva e si sentiva sicura. Di questa comunità sentì la forza il giovane retore Agostino giunto a Milano dove fu battezzato da Ambrogio in duomo: ancor oggi nel duomo di Milano si può vedere il battistero ottagonale. Nel corso del suo episcopato, effettuò anche il ritrovamento delle reliquie dei santi protomartiri di Milano, Gervasio e Protasio.

Ambrogio godette in vita di grande autorevolezza, ed ebbe buoni rapporti con gli imperatori, ma fu nettissimo nel giudicare i rapporti tra l’autorità religiosa e quella civile. Dichiarò esplicitamente che gli imperatori erano incompetenti in materia religiosa, ed affermò, davanti alle pretese degli ariani che volevano abbandonasse la città, che “un sacerdote di Dio non può consegnare ad alcuno il suo tempio” (Epist., 20,1).
A Tessalonica, nel 390, l’imperatore Teodosio acconsentì ad una strage di inermi cittadini radunati nel circo: era stata la rappresaglia per l’uccisione da parte di una banda di tifosi di un comandante militare che aveva osato carcerare un auriga idolo delle folle appassionate di corse di bighe. Ambrogio lo scomunicò, ed anzi lasciò la città per non doverlo incontrare: nacque così la famosa rappresentazione di Ambrogio che impone la penitenza a Teodosio, fermandolo sulla porta della chiesa. La scena in realtà materialmente non si verificò mai, ma nella sostanza la rappresentazione è esatta, perché mostra come Teodosio cedette e riconobbe l’autorità del vescovo. Ambrogio fu poi grande amico di Teodosio, che lo venerò, e quando questi morì prematuramente, lo commemorò in un commosso elogio funebre.
La morte di Ambrogio, che si ricorda il giovedì dopo Pasqua, nel 396 non pose fine al suo amore per i milanesi, di cui divenne patrono: fu sepolto nella cripta della basilica che da lui prende il nome, accanto ai corpi di Gervasio e Protasio. La tradizione vuole che, nel 1338, quando la città era minacciata dall’esercito dell’imperatore Luigi di Baviera, intervenisse a cavallo nella lotta mettendo in fuga i nemici con uno staffile a tre corde, che è entrato nella sua iconografia.

La sua produzione è notevolissima, ed è considerato uno dei quattro dottori della Chiesa Occidentale: per questo la sua figura compare spesso sui pulpiti insieme a quelle degli altri dottori.
È patrono di uomini e cose connesse alle api: apicultori e lavoranti della cera, e anche fabbricanti di particolari pani speziati, detti bakers of honey-bread; naturalmente protegge le api.
Come patrono della Lombardia, è patrono anche dei tagliapietre, poiché un tempo originari di questa regione.
È rappresentato sempre in abito vescovile, con il pastorale ed il libro, ai quali vengono aggiunti come attributi principali l’alveare e le api che lo visitarono bambino e che alludono al suo nome, e lo staffile tripartito, forse anche richiamo alla Trinità da lui difesa contro l’eresia ariana. Altri attributi sono un bambino in culla che ricorda quello che lo acclamò; più raramente sono presenti anche delle ossa, a ricordo delle reliquie dei protomartiri ritrovate.

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