The Black Dog – il cane nero (1)

Let me tell you, mama, what that black dog done done to me
Let me tell you, mama, what that black dog done done to me
He cheated me from my regular, now he’s after my used-to-be
Black dog, black dog, you caused me to weep and moan
Black dog, black dog, you caused me to weep and moan
You cause me to leave my, sweet old happy home
Black dog, black dog, you forever on my mind
Black dog, black dog, you forever on my mind
If you only let me see my baby one more time
So long black dog, I’m quittin’ your hard luck line
So long black dog, I’m quittin’ your hard luck line
‘Cause you got me so blue, keep ’bout to love her sometime

[Black Dog Blues, Blind Arthur Blake, circa 1926-1932]

Fino all’epoca di Winston Churchill ci sono diverse pietre miliari in ambito lessicografico circa l’origine del termine black dog, “cane nero”, per la depressione, forse addirittura fino all’856 negli Annales Francorum. Le pietre miliari nella letteratura inglese includono Arthur Conan Doyle, Robert Louis Stevenson, Sir Walter Scott e Samuel Johnson e anche Bartholomew de Granville, le cronache anglosassoni ed il Beowulf – quasi mille anni di riferimenti e suggerimenti del cane nero che abita le menti in difficoltà -.

Il cane nero ha attraversato la letteratura inglese partendo dal folklore inglese fino ad arrivare alla terminologia per la depressione. Questa cultura era basata sulla lingua e sugli influssi culturali di Celti, Anglosassoni, Normanni e Vichinghi, abitanti ed invasori dell’Inghilterra. Il black dog potrebbe dunque essere solo un bastardino.

I progenitori del black dog sono gli hellhounds (“cani infernali”) neri e demoniaci. Essi impaurivano le persone superstiziose, ed erano una spiegazione per l’ignoto ed il legame tra questo e l’altro mondo.
La depressione, la malinconia o la bile nera non erano lontane dalla mano del diavolo.
Oggi il black dog può aver allontanato i demoni, ma non la depressione.

“Depressione” è un termine coniato da Adolf Meyer, ed è sempre apparso insufficiente.
William Styron, nel racconto sulla sua depressione, Darkness Visible, scrisse “malinconia”, che sarebbe una parola ancora più adatta ed evocativa per le forme più oscure del disordine, ma che è stata usurpata da un nome dalla blanda formalità e cui manca qualunque presenza magistrale. L’autrice americana Susan Sontag fu più succinta: “La depressione è la malinconia con meno fascino…”.
Churchill chiamò la sua depressione black dog [la figlia di Churchill, Lady Soames, disse della depressione del padre: “Molto è stato detto della sua depressione dagli psichiatri che non sono mai stati nella stessa stanza con lui. Lui stesso parlava del suo “cane nero”, e aveva periodi di grande depressione, ma il matrimonio con mia madre sembrò mettere quel cane al riparo. Certo, se si ha un cane nero ogni tanto fa capolino nella tua natura e non potrai mai bandirlo del tutto, ma non l’ho mai visto disarmato dalla depressione” [v. http://www.winstonchurchill.org/i4a/pages/index.cfm?pageid=775].
Egli non fu il primo né l’ultimo ad usare il termine black dog, “cane nero”, per descrivere la depressione. Mentre il termine è sopravvissuto a Churchill, le sue origini nella storia della lingua inglese sono ancora oscure.
Una fonte principale sta nello scoprire il significato nella lingua inglese. Questa fonte è l’Oxford English Dictionary (OED), che fornisce due citazioni per il termine black dog in relazione alla depressione. Nel 1882 Robert Louis Stevenson scrisse “The black dog was on his back, as people say, in terrifying nursery metaphor” [dal romanzo New Arabian Nights]. La fonte precedente è del poeta Sir Walter Scott del 1826: “I passed a pleasant day with the kind J. B., which was a great relief from the black dog which would have worried me from home” [da Lockhart, Life of Scott, vol. 8, pag. 335]. La citazione di Scott proviene dal suo diario del 12 maggio 1826 scritto ad Edimburgo.
Comunque, nonostante l’Oxford English Dictionary, è chiaro che l’utilizzo di black dog come termine per indicare la depressione è precedente a Scott. Samuel Johnson, che studiava il lessico, nel giugno 1783 scrisse “The black dog I hope always to resist, and in time to drive though I am deprived of almost those that used to help me. When I rise my breakfast is solitary, the black dogs wait to share it, from breakfast to dinner he continues barking”. Johnson nel suo Dictionary of English Language del 1755 include la parola melancholy ma non black dog. Il dizionario di Johnson era la fonte autorevole della lingua inglese fino alla pubblicazione, nel 1928, dell’OED.
Johnson, come Churchill e molte altre figure letterarie (tra cui: Hans Christian Andersen, Honoré de Balzac, James Barrie, William Faulkner (H), Francis Scott Fitzgerald (H), Ernest Hemingway (H), Hermann Hesse (H), Henrik Ibsen, Henry James, William James, Samuel Clemens (Mark Twain), Joseph Conrad, Charles Dickens, Isak Dinesen, Ralph Waldo Emerson, Herman Melville, Eugene O’Neill (H), Mary Shelley, Robert Louis Stevenson, Leo Tolstoy, Tennessee Williams (H), Mary Wollstonecraft, Virginia Woolf (H).
Tra i poeti: William Blake, Robert Burns, George Gordon, Lord Byron, Samuel Taylor Coleridge, Hart Crane, Emily Dickinson, T. S. Eliot (H), Oliver Goldsmith, Gerard Manley Hopkins, Victor Hugo, Samuel Johnson, John Keats, Vachel Lindsav, James Russell Lowell, Robert Lowell (H), Edna St. Vincent Millay (H), Boris Pasternak (H), Sylvia Plath (H), Edgar Allan Poe (H), Ezra Pound (H), Anne Sexton (H), Percy Bysshe Shelley (H), Alfred Lord Tennyson, Dylan Thomas, Walt Whitman.
Il simbolo (H) indica la permanenza presso ospedali psichiatrici (fonte www.theblackdog.net/walk.htm), soffriva di depressione, e scriveva: “life so dissipated and useless, and my terrors and perplexities have so increased, that I am under great depression and discouragement” [Roesh R., The Encyclopedia of Depression, pag. 118].

Ma gli scrittori inglesi come Churchill, Stevenson, Scott e Johnson da dove hanno preso il termine black dog? O forse sarebbe meglio porre la questione in questo modo: come ha fatto il black dog a trovarli?

Le immagini del “cane nero” abbondano nel folklore e nella letteratura popolare inglesi. Forse la più famosa è quella che si trova in Hound of the Baskervilles del 1902 di Arthur Conan Doyle. Quest’ultimo era uno degli autori preferiti di Churchill (“Of course I read every Sherlock Holmes story”).
Arthur Conan Doyle in The Hound of the Baskervilles scrive:

“…there stood a foul thing, a great, black beast, shaped like a hound, yet larger than any hound that every mortal eye has rested upon. And even as they looked the thing tore the throat out of Hugo Baskerville, on which, as it turned its blazing eyes and dripping jaws upon them, the three shrieked with fear and rode for dear life, still screaming, across the moor. One, it is said, died that very night of what he had seen, and the other twain were but broken men for the rest of their days”.

Churchill potrebbe aver derivato il suo black dog dalla black beast of the moors di Doyle. Oppure, visto che era un avido lettore, potrebbe esser stato ispirato da Robert Louis Stevenson che, nel secondo capitolo di Treasure Island, “Black Dog Appears and Disappears”, scrive:

“But suddenly his colour changed, and he tried to raise himself, crying, “Where’s Black Dog?”
“There is no Black Dog here”, said the doctor, “except what you have on your own back”.

O forse perché Churchill conosceva bene il folklore locale e le apparizioni del black dog. Storie che gli venivano raccontate da bambino. Churchill crebbe nelle Midlands, dove l’apparizione del “cane nero” era localmente conosciuta come lo Hooter.
Doyle e Churchill avevano una storia in comune di orrore e guerra. Doyle fu medico in un ospedale di campo durante la guerra boera, mentre Churchill fu corrispondente di guerra e più tardi fu nell’esercito durante la prima guerra mondiale oltre ad essere il Ministro alle Munizioni. Entrambi avevano in comune anche la malattia della depressione.

Il black dog nel folklore


La ricerca della storia della parola black dog richiede naturalmente l’analisi del black dog nel folklore. Tuttavia va detto che il solo studio del folklore non crea connessione alcuna tra le apparizioni dei “cani neri” e la depressione [v. per esempio Apparitions of Black Dogs di Sherwood; Alternative Approaches to Folklore di Harte e The Black Dog in Folklore di Trubshaw].
Gli studi di folklore, come quello sui black dogs, si focalizzano sulle credenze dei popoli, non su apparizioni a favore o contro qualcosa.

Vi sono numerosissimi black dogs nel folklore. Carol Rose in Giants, Monsters and Dragons. An Encyclopedia of Folklore Legend and Myth, nota che i black dogs sono diffusi nel Norwich, nel Devon, a Newgate (Londra), nel Norfolk, in Scozia, Galles, nell’isola di Man ed in Irlanda. Vi sono “cani neri” rampanti in tutta l’Inghilterra e la Gran Bretagna.

Il dott. Simon Sherwood dello University College di Northampton, che ha scritto molto sui black dogs nelle varie culture, ha identificato diverse interpretazioni delle loro apparizioni. Egli afferma nella sua ricerca che le apparizioni possono essere facilitate o create da variabili interazioni con l’ambiente circostante [a tal proposito è interessante notare come la parola dog sia associata in inglese a tutto un insieme di condizioni atmosferiche: fog-dog, sea-dog, sun-dog e water-dog. Naturalmente vanno ricordate anche le Dog Stars: Sirius (Canis Major) e Proyon (Canis Minor)].

Mentre l’apparizione di un cane nero era di cattivo auspicio, foriera di morte o cattiva fortuna, al tempo stesso un black dog offriva una spiegazione per il sovrannaturale. Walter Scott, nei suoi scritti, in particolare Ivanhoe ed i romanzi di Waverly, fu ampiamente influenzato dalla cultura popolare e dal sovrannaturale.
Coleman O. Parson in Witchcraft and Demonology in Scott’s Fiction tratta con molto dettaglio il background letterario e gli influssi su Scott. Il supernatural è molto ampio: fantasmi, doppia vista, demonologia, magia, luoghi stregati, astrologia, stregoneria e divinazioni sono presenti in tutte le opere scottiane. Parson notava che “Demonology serves many purposes in the Waverley Novels, from slight allusions to the embodiment of folklore” e che “Scott sometimes found that distraction, melancholy, or strong emotion could be expressed vividly in the imagery of demonism”. Il black dog può quindi adesso essere associato alla malinconia, e l’associazione fu resa popolare dagli scritti di Scott e si diffuse con la loro lettura.

Come Scott, Andrew Solomon in Noonday Demon: An Atlas of Depression notava il legame tra il diavolo e la depressione: “deep depression was often evidence of possession; a miserable fool contained within himself a devil…”. Solomon sottolinea la teoria di Tommaso d’Aquino per cui l’anima non è fisica come il corpo, quindi soggetta ad “intervention by God or Satan”.
Il punto di vista di Parson è invece: “Minds of a gloomy and despairing cast are represented in Scott as inviting melancholic, even demonic, occupants”. Forse una mente depresse offre quindi spazio al black dog.

È possibile quindi che il termine black dog per depressione si sia evoluto da apparizioni demoniache, che includevano i “cani neri”. Ci sono numerosissime testimonianze nella cultura popolare inglese per cui i black dogs erano conosciuti anche come demonic hellhounds [gli hellhounds, i cani dell’inferno, tuttavia, non sono confinati alla cultura inglese. Bob Trubshaw in Black Dogs. Guardians of the corpse ways, dice “There are numerous mythological reference “hellhounds” in Greek, Indic, Celtic, Germanic, Latin, Armenian and Iranian sources”].
Nel Norfolk il Black Shuck è un hellhound, ed il nome deriva dall’anglosassone scucca che significa demone o diavolo. Invece il Black Dog of Bungay è visto come “the apparition of the devil in disguise”.
Il Dott. Sherwood, nel suo articolo Apparitions of Black Dogs, parla a lungo dell’opera degli studiosi di folklore Theo Brown e K. Miller. Egli sostiene che probabilmente il primo riferimento al black dog in lingua inglese è la Anglo-Saxon Chronicle del 1127:

“…many men both saw and heard a great number of huntsmen hunting. The huntsmen were black, huge and hideous, and rode on black horses and on black he-goats and their hounds were jet black with eyes like saucers and horrible. This was seen in the very deer park of the town of Peterborough and in all the woods that stretch from that same town to Stamford, and in the night the monks heard them sounding and winding their horns”.

Non tutte le traduzioni dell’Anglo-Saxon Chronicle si riferiscono così ai blackhounds. Tuttavia, nel Project Gutenberg vi è una simile traduzione:

“The hunters were swarthy, and huge, and ugly; and their hounds were all swarthy, and broad-eyed, and ugly”.

Il dott. Sherwood fa inoltre riferimento ad un’altra testimonianza inglese, l’apparizione del Black Dog a Bungary nel Suffolk nell’agosto 1577. Durante un violento temporale “the people knelt in fear, praying for mercy, suddenly there appeared in their midst a great black Hell Hound. It began tearing around the Chruch, attacking many of the congregation with its cruel teeth and claws. An old verse records:

All down the church in midst of fire,
the hellish monster flew
And, passin onward to the quire,
he many people slew”

Nel 1621 lo studioso inglese Robert Burton pubblicò The Anatomy of a Melancholy, un trattato medico sulla depressione che univa folklore, studio e conoscenza medica. L’opera è sicuramente il primo testo di una certa importanza sulla storia della scienza cognitiva occidentale, e pone le basi per il pensiero mainstream europeo sulla cognitività nei tre secoli successivi, sia a livello di concetto che di lessico.
Burton fece riferimento al black dog e lo collegò al diavolo:

“A third dares not venture to walk alone, for fear he should meet the Devil, a thief, be sick, fears all women as witches, & every black dog or cat he sees he suspecteth to be a Devil, every person comes near him is maleficiated, every creature, all intend to hurt him, seek his ruin”.

Burton qui porta il black dog dal folklore al trattato di medicina, dalla superstizione alla conoscenza di massa. L’opera di Burton divenne così popolare che fu rivista nel 1628, 1632, 1638, 1651, e ristampata nel 1660 e nel 1676. Si può a giusto titolo pensare che Burton fornì un’importante pietra miliare per il black dog, portandolo in ambito medico.

La prima apparizione letteraria registrata di un black dog è nel manoscritto francese Annales Francorum, scritto nell’856. Il testo racconta di “un’improvvisa oscurità che avvolse una piccola chiesa. Un hellhound, con occhi rossi fiammanti, fu visto mentre cercava qualcosa prima di scomparire velocemente”. Eppure, nonostante questa nota, il black dog non esiste nella cultura francese. Si afferma anche che il black dog “molto probabilmente ebbe origine con i Vichinghi, che temevano i cani del loro dio Odino, e che portarono le loro storie e la loro cultura in Inghilterra” [gli Annales Francorum furono scritti nel periodo in cui i Vichinghi si stavano espandendo in Europa, incluso il regno dei Franchi. Il periodo dal 750 al 1050 è stato descritto come uno dei “movimenti di massa dei popoli scandinavi (vichinghi), una delle grandi migrazioni della storia europea”. Ciò suggerisce che il racconto francone poteva essere stato influenzato dai vichinghi].

Nello Spectre Hound Susanna Duff afferma che il nome Shuck abbia origine nell’antico inglese (almeno prima dell’anno 1000). Il poema epico in antico inglese Beowulf descrive il mostro Grendel e sua madre. Grendel viene chiamato scucca (demone), e Scucc veniva pronunciato probabilmente come lo pronunciamo oggi.
Il poema dice anche di Grendel che “him of eagum stod ligge gelicost leoht unfaeger”, cioè che una luce di baleno, simile a fuoco, brillava dai suoi occhi.

Le origini norrene sono supportate dal fatto che il black hound di Odino era un grande spettrale avviso di morte. Nel poema scandinavo Baldrs draumar (“Il sogno di Bald”) Odin cavalca verso Niflheimr, la terra governata dalla regina Hel, per scoprire il significato dei sogni che infestano il sonno di suo figlio. Durante il suo viaggio Odino incontra un cane che viene da Hel. Questo cane ha sangue sul suo petto, e abbaia a lungo al padre di Bald. Odino continuò a cavalcare oltre, finché raggiunse le alte stanze di Hel [v. Hellhounds, Werewolfs and the Germanic Underground di Alby Stone].

L’impatto dei vichinghi sull’inglese fu notevole, e raggiunge il suo apice nel Beowulf, la più grande opera nella letteratura Old English, che è il racconto di un guerriero scandinavo nel sesto secolo.

***

Il significato si può anche comprendere scindendo le due parole black e dog in due parti costitutive della parola: il black dog appare infatti come la somma delle sue parti.

Il nero è il colore della depressione. Il famoso psichiatra tedesco Emil Kraepelin scrisse nel 1921 della persona depressa come colui che “vede solo il lato oscuro”. Per Aristotele la malinconia (il greco per “bile nera” era melaina chole, che divenne malinconia) e la creatività condividevano una causa comune: la bile nera. La bile nera era uno dei quattro umori galenici – il sangue, la bile gialla, la bile nera ed il flegma – che si pensava governassero il benessere e le malattie. Si pensava che la malinconia fosse dovuta ad un eccesso di bile nera. Nel 1398 il vicario e scrittore Giovanni di Treviso scrisse, nella sua traduzione del De proprietatibus rerum di Bartolomeo di Glanville: “This blacke colera is enmiye of kynde”. La parola “nero” ha dei forti precedenti storici che suggeriscono un legame con la depressione: “What a black gloomy condition am I now in”, scrisse il teologo Henry Hammond nel 1659. Le nuvole nere significano dolore e tristezza profonda. Generalmente, in natura si uniscono nel loro significato il nero, la malattia e la morte. In ambito di flora e fauna ci sono le seguenti malattie: black pod, black disease, black arm, black scale, black root rot e black scour (rispettivamente: “baccello nero”, traduzione per la malattia del baccello del cacao, o di alcuni fagioli, ad opera di un fungo chiamato Phytophthora; “malattia nera”, traduzione per una malattia acuta e altamente fatale delle pecore, delle capre e delle mucche, solitamente associata con una malattia al fegato; “braccio nero”, malattia in particolare del cotone statunitense, causata da un batterio del genere Xanthomonas, solitamente il malvacearum; “scala nera”, malattia fungina che colpisce spesso la magnolia impedendo la fotosintesi; “il marciume della radice nera” è un’altra malattia fungina che danneggia la radice delle piante interferendo con la capacità della radice di assorbire i nutrienti per la pianta; “il nero raschiare” è una malattia in particolare delle pecore o dei maiali, colpisce il fegato e viene definita “dissenteria vibrionica”). La Black Death (piaga bubbonica, la “morte nera”, la peste) ha persino la sua filastrocca: Ring-a-Ring o’ Rose (c’è anche la filastrocca Rub-a-dub-dub in cui si parla di un cane nero: “The little black dog ran round the house, And set the bull a roaring, And drove the monkey in the boat, Who set the oar a rowing, And scared the cock upon the rock, Who cracked his throat with crowing.” Ma non ci sono testimonianze sufficienti per collegare questo cane nero alla depressione).
La parola “cane” ha anche altri usi nel linguaggio, non solo quello che potrebbe essere legato alla depressione: “It is naught good a slepyng hound to wake”, scrisse Chaucer nel 1374 nel suo Troylus. In inglese “to the dogs” significa distruzione e rovina. De Proprietatibus metteva in guardia:

“avoid the wood hound as pestilence and venom: and he is always exiled as it were an outlaw, and goeth alone wagging and rolling as a drunken beast, and runneth yawning, and his tongue hangeth out, and his mouth drivelleth and foameth, and his eyes be overturned and reared, and his ears lie back-ward, and his tail is wrinkled by the legs and thighs; and though his eyes be open, yet he stumbleth and spurneth against every thing”.

Nell’antica mitologia, il cane greco Cerbero e i cani indiani di Yama, dai quattro occhi, sono spesso stati rappresentati come guardiani del passaggio all’oltretomba, guardiani spirituali: “like death itself, the hellhound speaks, but does not listen; acts, but never reflects or reconsiders. Driven by hunger and greed, he is insatiable and his growl is eternal in duration. In the last analysis, the hellhound is the moment of death, the great crossing over, the ultimate turning point”. Oppure, con minor modernità, il dipinto di Francisco Goya Il cane è stato interpretato come segue: “perhaps this is how Goya saw on his own situation: as a dog who was barely able to keep his head above the water or the sand, a personification of the proverbial swimming against the current”.

Oltre l’Inghilterra, il black dog è presente in America, nella favola del Connecticut della città di Meridan, che sarebbe stata perseguitata per più di duecento anni da un cane nero.
Un detto dice: “And if a man shall meet the Black Dog once, it shall be for joy; and if twice, it shall be for sorrow; and the third time, he shall die”. Con ogni probabilità il “cane nero” fu portato nel nuovo mondo americano dai pellegrini e da altri immigrati inglesi ed europei. Mentre i black dogs americani includono il gruppo Black Dog della tribù degli Osage, e la leggenda dei Sioux Shunka Sapa, un enorme cane nero di cui si parla nel racconto della fine del mondo, non vi sono testimonianze che collegano il cane nero alla depressione. Oggi il cane nero fa parte della cultura popolare americana. Il cantante folk-blues e chitarrista Robert Johnson dell’era della depressione cantava “I’ve got to keep moving… there’s a hellhound on my trail!”. Mentre Blind Arthur Blake, un cantante blues come Johnson, cantava “Black dog, black dog, you cause me to weep and moan”. Non si sa dove il blues abbia preso l’idea del black dog. In Black Dog, il film del 1998, Patrick Swayze interpreta un camionista reduce da un fermo di due anni per omicidio al volante dopo un incidente accaduto perché aveva visto il mitico “cane nero”, che tormenta gli autisti esausti. Il cane nero qui porta alla rovina ed è alla base della storia. Oltrepassando nuovamente l’Atlantico e andando sul Mar Nero l’autore armeno-statunitense Peter Balakian ha scritto Black Dog of Fate in cui parla del genocidio armeno da parte dei turchi. Il titolo proviene da una storia armena: in questa storia vengono fatte due offerte sacrificali alla dea Destino: una è un succulento agnellino primaverile, ripieno di melagrane e mandorle e che ha dei rubini al posto degli occhi; l’altro è un cane nero morto, con una mela bucata e con verme in bocca. La dea rifiuta l’agnello e accetta il cane. “Le apparenze sono deludenti” spiega Nafina ad un giovane Pietro stupito. “Il mondo non è quello che pensi”.
Se il cane nero è una creazione dell’uomo per spiegare i fenomeni e le credenze, allora il cane nero come apparizione potrebbe apparire potenzialmente ovunque dove ci sono cani neri o dove il cammino dei cani neri porta: dall’Armenia all’America.

tratta da qui

In conclusione, la storiografia del black dog potrebbe benissimo essere la storia della lingua inglese: le storie ed i miti sui demoniaci “cani neri” furono accolte in Inghilterra grazie ai Vichinghi, ai Normanni e agli Anglosassoni. Queste favole si fusero con la cultura celtica in quella inglese. E per gli scrittori inglesi, in particolare coloro che erano affascinati dai demoni, dal soprannaturale e dall’orrorifico, il cane nero era un mezzo perfetto per raccontar storie.

Era qualcosa di familiare ma ancora non conosciuto, e fu Burton che fornì legittimità in campo medico al black dog come simbolo della depressione. Mentre l’ossessione di Scott per il soprannaturale assicurò che il “cane nero” rimanesse legato al diavolo: l’immagine del diavolo nel dominio umano, ciò che porta malinconia alla mente. Churchill, uno storico, autore e lettore, ebbe quasi un millennio di scritture per trovare il suo black dog.
Incurante del luogo da cui il termine derivò, la ricerca dell’origine del black dog deve aver fede nell’osservazione di Arthur Conan Doyle: “Once you eliminate the impossible, whatever remains, no matter how improbably, must be the truth”: una volta che si elimina l’impossibile, qualunque cosa rimanga, per quanto improbabile, dev’essere la verità.

[traduzione mia e adattamento mio, tratto da:
http://www.blackdoginstitute.org.au/docs/Richardson.pdf]

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