Erlkönig

Carl Gustav Carus (1789-1869): ‘Der Erlkönig’

L’Erlking, dal tedesco Erlkönig, “il re dell’ontano” ma anche “il re degli elfi”, è un personaggio della letteratura tedesca che compare in molte ballate e poesie come creatura malvagia che infesta boschi e foreste e conduce i viandanti verso la morte. Il nome è una cattiva traduzione del XVIII secolo della parola originale danese elverkonge, “il re degli elfi”. La più famosa composizione poetica in cui compare è Der Erlkönig, ballata di Goethe, da cui l’adattamento musicale di Franz Schubert con lo stesso titolo.

L’Erlkönig è un archetipo del folklore europeo, la creatura seducente ma mortale simile ad una sirena omerica (cfr. La Belle Dame sans Merci [v. Joep Leerssen, On the Celtic Roots of a Romantic Theme, in Configuring Romanticism: Essays offered to C. C. Barfoot, pag. 3, Rodopi, 2003]).
Nella sua forma originaria nel folklore scandinavo si trattava di un personaggio femminile (la figlia del re degli elfi, Elverkongens datter). Simili storie erano diffuse in numerose ballate in tutta la Scandinavia in diverse versioni: solitamente un’elverpige, un elfo femmina, intrappolava esseri umani con il pretesto di soddisfare il loro desiderio di invidia, lussuria o sete di vendetta [Lorraine Byrne, Schubert’s Goethe Settings, pagg. 222-228].

Johann Gottfried von Herder introdusse il tema nella letteratura tedesca in Erlkönigs Tochter, ballata pubblicata nel suo volume del 1778 Stimmen der Volker in Liedern. Era basata sulla ballata popolare danese Hr. Oluf han rider pubblicata nel Danske Kæmpeviser del 1739 [Lorraine Byrne, ibidem], che Herder tradusse liberamente rendendo il termine danese elvermø (“fanciulla elfo”, cfr. inglese elf maid) con Erlkönigs Tochter, “figlia del re degli elfi”; secondo la leggenda danese gli antichi tumuli funerari sono le abitazioni degli elverkonge, in dialetto elle(r)konge, quest’ultima parola fraintesa dagli studiosi di cose antiche come “re dell’ontano” (cfr. danese elletræ, albero d’ontano) anche per l’assonanza della parola tedesca elle, “ontano”. Si è spesso ritenuto che la traduzione sia un errore, ma è stato anche suggerito che Herder stava tentando di equiparare il folletto malvagio del testo originale a un demone dei boschi (da cui il nome di re degli ontani) [John R. Williams, The Life of Goethe: A Critical Biography, pagg. 86-88, Blackwell Publishing, 2001].
La storia, riformulata da Herder, racconta di un uomo chiamato Sir Oluf che, mentre si reca al suo matrimonio, viene stregato dalla musica degli elfi. Una delle fanciulle del popolo degli elfi, nella traduzione di Herder la figlia dell’Elverkonge, la figlia del re degli elfi, appare e lo invita a danzare con lei. Egli rifiuta nonostante le sue offerte di doni e oro. Infuriata, ella lo colpisce ed il cavaliere si allontana, mortalmente pallido. Il mattino dopo, il giorno del suo matrimonio, sua moglie lo trova morto sotto il suo mantello scarlatto [Lorraine Byrne, ibidem].

Benché ispirato dalla ballata di Herder, Goethe si discosta significativamente sia da Herder sia dall’originale scandinavo. Il protagonista di Der Erlkönig di Goethe è, il nome suggerisce, lo stesso Erlking piuttosto che la figlia. Der Erlkönig di Goethe si differenzia anche perché la sua preda è un bambino e non un adulto dello stesso sesso. L’Erlkönig è anche molto più simile all’originale motivo germanico dell’elfo e della valchiria – una forza distruttrice e mortale più che uno spirito magico [Lorraine Byrne, ibidem].

Dettaglio di un affresco dell’Erlkönig di Carl Gottlieb Peschel, 1840

Der Erlkönig (spesso chiamato solo Erlkönig) è una poesia di Johann Wolfgang von Goethe che parla della morte di un bambino assalito da uno spirito sovrannaturale, l’Erlking o Erlkönig (la cui traduzione suggerita è “re degli elfi”, ma non solo). Fu composta nel 1782 come parte di un’opera intitolata Die Fischerin (“la pescatrice”).
La poesia era stata utilizzata come testo per un Lieder (canzone artistica per voce e piano) da molti compositori classici, il più famoso tra i quali è senza dubbio Franz Schubert con il suo Opus 1 (D. 328). Vi sono molti adattamenti [Snyder Lawrence, German Poetry in Song, Fallen Leaf Press, 1995, contiene un elenco selezionato dei 14 adattamenti del poema; e “Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?”The Lied and Art Song Texts Page. Contiene 23 rifacimenti della poesia]. Altri rifacimenti importanti sono quelli di membri del circolo di Goethe, come l’attrice Corona Schröter (1782), Andreas Romberg (1793), Johann Friedrich Reichardt (1794) e Carl Friedrich Zelter (1797). Beethoven tentò di musicare il poema ma abbandonò l’idea; i suoi appunti tuttavia erano abbastanza completi per essere pubblicati con un completamento, cosa che fece Reinhold Becker (1897). Alcune altre versioni del XIX secolo sono quelle di Václav Tomášek (1815), Carl Loewe (1818) e Ludwig Spohr (1856, con violino obbligato). Un esempio del XXI secolo è il pianista Marc-André Hamelin con Etude No. 8 (da Goethe) per piano solo, basato sull’Erlkönig.

Un ragazzino viene portato a casa la sera dal padre a cavallo. A quale tipo di casa non è precisato, in quanto il tedesco Hof ha un significato piuttosto ampio, da “cantiere” a “corte”. Qui Hof è stata ritenuta essere una fattoria, anche se in genere in prosa si utilizza la forma Bauernhof per chiarire questo senso. La mancanza di specificità circa la posizione sociale del padre permette al lettore di immaginare ulteriori dettagli.
Man mano che la poesia si dispiega, il figlio sembra vedere e sentire degli esseri che suo padre non vede e non sente; e il padre dà sempre delle spiegazioni naturalistiche per ciò che il bambino vede – un filo di nebbia, il fruscio delle foglie, i salici luccicanti -. Infine, il bambino grida che è stato attaccato. Il padre allora corre verso la Hof più velocemente. Qui, il bambino è morto.

Si racconta che Goethe fosse in visita ad un amico quando, una sera tardi, una figura scura con un fardello nelle braccia fu visto a cavallo davanti al cancello, a grande velocità. Il giorno seguente a Goethe ed al suo amico fu detto che avevano visto un contadino che stava portando il suo figlio malato dal medico. Questo episodio, insieme con la leggenda, si dice sia stata l’ispirazione principale per la poesia.
Si può supporre che il ragazzo sia semplicemente febbrile, delirante, e bisognoso di cure mediche. La poesia lascia la questione aperta.

Testo originale in tedesco

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater mit seinem Kind;
Er hat den Knaben wohl in dem Arm,
Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

“Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht?” —
“Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht?
Den Erlenkönig mit Kron und Schweif?” —
“Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif.”

“Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
Manch’ bunte Blumen sind an dem Strand,
Meine Mutter hat manch gülden Gewand.” —

“Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht,
Was Erlenkönig mir leise verspricht?” —
“Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind;
In dürren Blättern säuselt der Wind.” —

“Willst, feiner Knabe, du mit mir gehen?
Meine Töchter sollen dich warten schön;
Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn,
Und wiegen und tanzen und singen dich ein.” —

“Mein Vater, mein Vater, und siehst du nicht dort
Erlkönigs Töchter am düstern Ort?” —
“Mein Sohn, mein Sohn, ich seh es genau:
Es scheinen die alten Weiden so grau. —”

“Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt.” —
“Mein Vater, mein Vater, jetzt faßt er mich an!
Erlkönig hat mir ein Leids getan!” —

Dem Vater grauset’s, er reitet geschwind,
Er hält in Armen das ächzende Kind,
Erreicht den Hof mit Müh’ und Not;
In seinen Armen das Kind war tot.

La storia dell’Erlkönig deriva da una favola danese, e Goethe ha basato la sua poesia sull’Erlkönigs Tochter (“la figlia dell’Erlkönig”), un’opera danese tradotta in tedesco da Johann Gottfried Herder. Questa apparve come “La figlia del re degli elfi” nella sua collezione di canzoni folkloriche Stimmen der Völker in Liedern (pubblicata nel 1778). La cantata di Niels Gade Elverskud opus 30 (1854, testo di Chr. K. F. Molbech) fu pubblicata nella traduzione come Erlkönigs Tochter.

La natura dell’Erlkönig è stata oggetto di un fervente dibattito. Il nome letteralmente è una traduzione dal tedesco per “re dell’ontano” piuttosto che la traduzione comune inglese “Re degli Elfi” (che sarebbe da rendere, in tedesco, come ElfenkönigElbenkönig). Spesso è stato suggerito che Erlkönig è una traduzione errata dall’originale danese elverkonge, che significa “re degli elfi”.

‘Erlkönig’ by F. Jung.
Wia-Künstlerkarten-Verlag, Postcard, 1920

Nella versione originale della fiaba scandinava l’antagonista era la figlia dell’Erlkönig piuttosto che l’Erlkönig stesso; l'”elfo fanciulla”, o elvermø, cerca di intrappolare gli esseri umani per soddisfare il suo desiderio, la propria gelosia e il desiderio di vendetta.

La prima volta che si legge la poesia Erlkönig di Johann Wolfgang von Goethe, la prima reazione è orrore. La corsa del padre, per quello che si presume essere di aiuto per il suo bambino malato, è inutile: non riesce a raggiungere la destinazione in tempo e trova suo figlio morto tra le sue braccia. Fa spezzare il cuore. L’Erlkönig è un personaggio soprannaturale che sta cercando di convincere il bambino a seguirlo; si pensa che in seguito questa figura avrebbe portato alla morte terrena. Molte persone leggono questa poesia come una storia horror, come prima impressione. Tuttavia, la morte di un bambino, se non avesse spirato il suo ultimo respiro tra le braccia di suo padre, avrebbe reso una storia così inquietante? Ciò che l’Erlkönig offre non sembra grande ed inquietante? Forse come il paradiso, per un bambino malato e morente? E questo personaggio soprannaturale sta davvero cercando di fargli del male? Oppure lo conforta (in un modo solo apparentemente piuttosto prepotente) durante i suoi ultimi minuti? Qualunque siano state le intenzioni reali dell’Erlkönig, la storia è senza dubbio sconvolgente, e la maggior parte delle interpretazioni vedono l’Erlkönig come una creatura seducente e maligna.

The Erl King by Kristina Carroll Art

Un adattamento in inglese, rimato (The Alder King di Edgar Alfred Bowring, 1853)

Who rides there so late through the night dark and drear?
The father it is, with his infant so dear;
He holdeth the boy tightly clasp’d in his arm,
He holdeth him safely, he keepeth him warm.

“My son, wherefore seek’st thou thy face thus to hide?”
“Look, father, the Elf King is close by our side!
Dost see not the Elf King, with crown and with train?”
“My son, ’tis the mist rising over the plain.”

“Oh, come, thou dear infant! oh come thou with me!
For many a game I will play there with thee;
On my strand, lovely flowers their blossoms unfold,
My mother shall grace thee with garments of gold.”

“My father, my father, and dost thou not hear
The words that the Elf King now breathes in mine ear?”
“Be calm, dearest child, thy fancy deceives;
the wind is sighing through withering leaves.”

“Wilt go, then, dear infant, wilt go with me there?
My daughters shall tend thee with sisterly care
My daughters by night on the dance floor you lead,
They’ll cradle and rock thee, and sing thee to sleep.”

“My father, my father, and dost thou not see,
How the Elf King is showing his daughters to me?”
“My darling, my darling, I see it aright,
‘Tis the aged grey willows deceiving thy sight.”

“I love thee, I’m charm’d by thy beauty, dear boy!
And if thou aren’t willing, then force I’ll employ.”
“My father, my father, he seizes me fast,
For sorely the Elf King has hurt me at last.”

The father now gallops, with terror half wild,
He holds in his arms the shuddering child;
He reaches his farmstead with toil and with dread,–
The child in his arms he finds motionless, dead.

L’Erlkönig e l’Erlkönig di Goethe

Der Erlkönig viene tradotto in inglese in vari modi differenti: the Erkling, the Elfking, e the Oak o Alder King.

L’Erlking – L’Erlking è un personaggio che ha origine in un archetipo folkloristico comune a tutta l’Europa, la fata seducente ma letale, o la sirena. Nella sua forma originaria nel folklore scandinavo il personaggio era uno spirito femminile, la figlia del re degli elfi (Elverkongens datter). Storie simili esistono in numerose ballate in tutta la Scandinavia in cui un‘elverpige (“elfo femminile”) irretiva gli esseri umani per soddisfare i propri desideri, o per sete di vendetta.

La figlia dell’Erlking – Johann Gottfried von Herder introdusse questo personaggio nella letteratura tedesca con Erlkönigs Tochter, traducendo il termine danese elverkonge erroneamente come Erlkönig, re dell’ontano. La confusione sembra derivare dal fatto che in tedesco la parola elle significhi appunto ontano. Si è sempre pensato che la traduzione errata fosse il risultato di uno sbaglio, ma è anche stato suggerito che Herder stava cercando di identificare lo spirito malefico della fiaba originaria con un demone dei boschi (da qui il re dell’ontano).

L’Erlking di Goethe – Sebbene ispirato dalla ballata di Herder, Goethe se ne allontanò significativamente, così come si allontana dall’originale scandinavo. L’antagonista del Der Erlkönig è, come suggerisce il nome, lo stesso Erlking piuttosto che sua figlia. L’Erlking di Goethe è diverso anche per altri motivi: la sua versione fa preda sui bambini, e non su adulti di sesso opposto, e i motivi dell’Erlking non sono mai resi chiari. L’Erlking goethiano è molti più assimilabile al ritratto tedesco degli elfi e delle valchirie – forze maligne che portano alla morte piuttosto che, semplicemente, spiriti magici -.

La traduzione della parola Erlking deriva direttamente da Erlkönig, dove könig = king = re.

Un’altra teoria completamente diversa suggerisce che forse Goethe sapeva benissimo ciò che stava facendo…
Infatti nel saggio linguistico Die Erlkönigin di Burkhard Schröder si evidenzia come questo genere di storie probabilmente ha origine nell’antica Grecia ed in Mesopotamia e che tramite la migrazione dei popoli queste favole giunsero con loro e furono trasformate.

Schröder credeva che sia l’Encyclopedia Britannica che l’Oxford English Dictionary Reference sbagliassero nell’attribuire a Goethe l’errore della cattiva traduzione del titolo, e che per coincidere con la traduzione inglese di The Elf King avrebbe dovuto essere Der Elfenkönig. Schröder sostiene che così come Goethe ha preso probabilmente in prestito la storia da quella dell’Erlkönigs Tochter, così ha potuto fare notevoli ricerche sull’origine della storia ed attingere dagli originali temi mesopotamici.
Molti credono che le diciture Alder King o Oak King derivino dalla parola elle, in tedesco letteralmente Alder. Gli elfi e le querce e gli ontani potrebbero non avere nulla in comune a parte il fatto di vivere tutti nella foresta.

Le parole Eller könig o Elberich (rich vuol dire “re”) ed Alberich (“Alberico”) hanno la stessa radice etimologica. Il nano Alberich, re del sottosuolo, appare nell’epica nazionale tedesca The Nibelungenlied, o La canzone dei Nibelunghi.
La radice alb originariamente significava “bianco” e descriveva il colore ma anche il “frutto”. La parola greca alphos sta per “lebbra bianca” (latino albula da albus, “bianco”.
Un intero capitolo del romanzo Moby Dick di Herbert Melville sulla caccia della balena bianca è dedicato alla domanda perché il colore bianco evochi associazioni con il mistero…

Non è una mera coincidenza che l’evidenza storica rimandi ad uno dei più antichi miti dell’area mediterranea: la leggenda della sinistra dea Alphito (la dea Alphito era “la dea arcadica del grano bianco che aveva il diritto esclusivo di infliggere la lebbra”. Una pianta chiamata Alphitonia excelsa sembra che abbia il nome che deriva dal greco, dove significava orzo perlato).
Alphito nell’antica Grecia terrorizzava la gente. Le parole “incubo”, in tedesco Albtraum, e “albino” derivano dal nome di questa dea, così come il nome del fiume Elbe.

Anche un passaggio della Bibbia indica, cripticamente, un sacrificio ad Alphito: nel terzo libro di Mosè, al versetto 10 (i primi cinque libri della Bibbia, in Germania, sono chiamati “Libri di Mosè 1-5”. Il versetto è Levitico 14:10), si parla della guarigione di una persona dalla lebbra, per cui una cesta di orzo (nel testo originale: orzo; Lutero usa Rusk – dalla Bibbia di Martin Lutero del 1912; altre Bibbie come la New King James Version e The New Oxford Annotated Bible fanno riferimento alla farina per l’offerta) va sacrificata alla dea. Albdrücken è sinonimo di incubo, in precedenza anche “Incubus”, un demone.

Il romano Plinio sapeva inoltre che l’antica parola Albion fosse riferita alle isole britanniche; e lo storico Nennio, che intorno all’820 a.C. pubblicò la Historia Brittonum sosteneva che il nome Albion derivasse da Albina, la dea bianca dei greci Dani, i leggendari antenati di Micene.

The Erl king, Albert Sterner, ca. 1910

Cos’altro hanno in comune gli elfi e l’ontano? Il danese Ellerkonge era in realtà riferito all’antico dio Bran, il re degli ontani, scrive Robert von Ranke-Graves ne The White Goddess. La risposta all’indovinello è nascosta in un’antica leggenda gallese, La battaglia degli alberi, che i druidi celtici, e poi gli ultimi menestrelli, trasmettevano oralmente.
Questa leggenda descrive, in forma criptata, la conquista di una città morta sulla piana di Salisbury durante l’invasione della Britannia da parte dei Celti – i progenitori dei Galli – durante l’Età del Ferro. Le divinità dei vincitori e dei vinti combattono gli uni contro gli altri come alberi. Secoli dopo il significato della storia deve ancora essere decifrato.

I druidi celtici usavano un alfabeto con le dita: la lettera F (per fearn, l’ontano) era il mostrare la punta del dito medio, come nell’odierno linguaggio dei segni. Giulio Cesare, il conquistatore della Britannia, si lamentava che i Druidi non avevano nulla di scritto, ma dei caratteri segreti tramite i quali parlavano l’uno con l’altro e, cosa che né lui né i missionari cristiani comprendevano, essi utilizzavano asseritamente lettere greche.
Lo storico inglese Edmund Spenser sostenne nel 1596 che i druidi britannici avevano ottenuto le loro lettere da un popolo che giungeva dal Mediterraneo e viaggiò attraverso la Spagna per giungere in Britannia.

Edmund Brüning (1865-?), cartolina

Un’altra indicazione che i miti e le divinità tradizionali dei druidi provenivano dai popoli che migrarono dalle regioni mediterranee può essere ritrovata nel Romance of Taliesin. Qui appare Gwion, il bardo più famoso dei miti celtici. La sua controparte è la dea oscura Cerridwen, la forma appare nella teoria della dea tripla (un’interessante idea resa popolare da Graves, l’autore di The White Goddess menzionato poc’anzi, è un’idea del culto della dea che va ricercato nell’antico vicino Oriente. Quest’unica dea simbolizzerebbe la nascita, la morte e la rigenerazione), e nel calderone che bolle e straborda (Cerridwen utilizzava Morda, un uomo cieco, per girare il calderone e per tenere segreto il processo di creazione della pozione e la conoscenza degli ingredienti da coloro che non avevano diritto di sapere). Dietro la storia di Cerridwen si cela la dea greca Aphito, nume tutelare dei raccolti d’orzo e che può trasformarsi in una scrofa bianca che mangia i cadaveri (Milano, nella leggenda, non era stata “creata” da una scrofa bianca?).
La parola cerdd in antico irlandese e gallese significa “bianco” (ma secondo il University of Wales English/Welsh dictionary la parola cerdd significa “poesia” mentre bianco si dice gwyn). E anche nella lingua spagnola vi sono tracce di questo folklore: cerdo significa “maiale” e la Cerdaña è la famosa danza propiziatoria per l’orzo ed i cereali nei Pirenei spagnoli, chiamata anche Sardana, in inglese Cerdanya, che si tiene nella città di Puigcerda, che si traduce “la collina dei maiali”.

Ad Arles in Francia si può vedere il ruolo della morte in questo mistero della dea tripla alla fine di maggio quando si celebra la festività delle tre Marie di Provenza. Questo rituale ha radici nell’interpretazione cristiana di pietre tombali pagane del cimitero di Alyscamps (si racconta che le tre Marie arrivarono in Francia con Giuseppe d’Arimatea dalla Palestina, dopo la crocifissione di Gesù. Il cimitero stesso era sia per cristiani che per pagani, ma la festività è cristiana e si riferisce proprio alle tre viaggiatrici dalla Palestina). L’Étymologique Dictionnaire de la langue française di Albert Dauzat sostiene che le sillabe Alys derivano dalla parola gallese Alisia, che si trova in molti toponimi ed è la parola spagnola per ontano.

L’Erlkönig di Schubert

La leggenda degli “uomini dell’ontano” e del “re degli elfi” ci mostra solo immagini annebbiate di un’antichissima dea bianca della morte e della trinità, la cui patria originaria era l’antica Grecia, e poi la Spagna prima di emigrare in Inghilterra, dove Aphito ovvero Cerridwen cambiò il proprio genere e divenne Bran.

Il mito riporta correttamente che Bran adescava i bambini per portarli in un altro mondo, proprio come il suo alter ego Erlkönig.  L’Erlkönig in realtà è una donna e porta una corona ed una coda, come nella poesia di Goethe. Questa figura si trova anche nella mitologia ebraica. La dea greca Alphito è molto più antica, e rapisce i bambini.
La verità nascosta dietro Alphito è Lilith che, secondo il Talmud, era la prima moglie di Adamo. Lilith fu violentata perché si rifiutò di obbedire ad Adamo. Siccome non ritornarono al paradiso come richiesto, Yahweh ordinò a tre angeli di uccidere cento bambini al giorno. Ed ecco perché lei rapisce i bambini appena nati. La dea è stata trasformata in un demone femminile notturno, stando alla seguente frase:

“Sappiate che non sono stata creata con lo scopo di indebolire e punire i bambini, gli infanti ed i neonati. Ho potere su di loro dal giorno in cui sono nati fino al loro ottavo giorno se sono maschi, al ventesimo se sono femmine”.
E quando i tre angeli ebbero sentito il suo discorso volevano abbatterla con la forza, ma lei li pregò di lasciarla vivere, ed essi continuarono. Lei giurò che quando sarebbe giunta, se avesse visto il nome o le immagini o i visi di questi tre angeli, Senoi, Sansenoi e Sammangelof, su un amuleto o un cameo nella camera dove c’era un bambino, ella non l’avrebbe toccato. Ma siccome non ritornò da Adamo, ogni giorno cento dei bambini muoiono. La leggenda di Lilith ed il messaggio dei tre angeli si trova in diverse fonti di cultura rabbinica, tra cui quella da cui è tratta questa frase, l’Alphabetum Siracidis [(Sepher Ben Sira), edit. Steinschneider, 1858. Vedi anche Gaster, in Monatsschrift fuer Gesch. u. Wissenschaft d. Judent., Vol. XXIX (1880), pagg. 553-555].


Moritz Ludwig von Schwind (1804-71): ‘Erlkönig’

Lilith è presente nella mitologia folklorica da lungo tempo, ed è stata rappresentata con lunghi capelli selvaggi ed ampie ali, come riporta l’Encyclopaedia Judaica. Immagini di Lilith si conoscono sin da Babilonia.
In Germania c’erano poche testimonianze di Lilith. Il cimitero ebraico di Vogelsberg Grebenau mostra una creatura alata dal viso umano. Se non si tratta dell’angelo Rasiel, come spesso creduto, si potrebbe trattare di Lilith, il cui secondo nome è Meyalleleth nel libro Sefer Rasiel. Ci sono anche delle formule che sarebbero scritte su amuleti portati dai bambini appena nati per proteggerli dal demone.
La corona e la coda dell’Erlkönig sono una parodia dell’iconografia popolare dei capelli e delle ali di Lilith.


‘Wer reitet so spät durch Nacht und Wind Mit Noten’.
Eckart-Verlag, Wien, VIII., Fuhrmannsgasse 18

Secondo il folklore tedesco e danese, l’Erlkönig è presagio di morte: esso apparirà solo alla persona che sta per morire. La sua forma e l’espressione diranno anche alla persona che tipo di morte avrà: un’espressione di dolore significa una morte dolorosa, un’espressione pacifica significa una bella morte.

Due parole sull’ontano…

L’ Ontano è sempre stato circondato da un alone di mistero e affetto, questo è dovuto ai posti dove cresce, luoghi umidi ed acquitrinosi, quindi luoghi spesso immersi nella nebbia, che hanno fatto dell’ontano una creatura della nebbia con tutto il suo carico di significati.

In più bisogna ricordare che la nebbia, così come il crepuscolo, è un momento straordinario per l’aumento delle capacità percettive dell’essere umano.
Ma il motivo principale che rende l’ontano un albero speciale è che sanguina: infatti la sua linfa diventa immediatamente rossa a contatto con l’aria. Per questo, oltre che per il suo legame con le nebbie, quest’albero aveva una forte carica mistica.
Purtroppo non ci sono arrivate testimonianze dirette del suo ruolo spirituale nei periodi precristiani, però un’idea la danno tutti quei simbolismi e quelle storie antiche che ai nostri occhi oggi fanno parte del medioevo ma che in realtà sono di ispirazione senz’altro precedente.
Un esempio è la saga medioevale di Wulfdietrich, in cui nel secondo canto è presente una donna selvatica dei boschi, completamente ricoperta da pelo: essa lancia una maledizione all’eroe, che impazzisce e corre per i boschi nutrendosi di erba per sei mesi. Dopo di che la donna, che si chiama Else (derivazione diretta dall’anglosassone alor e dal gotico *alisa/alder), per l’appunto ontano, porta l’eroe tramite una nave nel paese di cui è regina. Una volta lì ella fa il bagno in una sorgente magica, da cui ne esce con la pelle liscia e come la donna più bella del mondo: da qui cambierà il suo nome in Sigeminne, ovvero “vittoria dell’amore”.
La mitologia della donna ontano rientra in svariate leggende popolari tedesche, in cui essa è sempre una donna bellissima, che seduce gli uomini libertini e, una volta che è tra le loro braccia, li punisce trasformandosi in un essere peloso.
La morale può sembrare influenzata da una mentalità fortemente cristiana, ma il suo reale significato è “segui il tuo cuore, non i tuoi appetiti”.

Ritornando alla saga di Wulfdietrich, si può dire che in questa storia si trova un tema caro alla mitologia celtica e nordica, ovvero il re o l’eroe che va in sposo alla dea della terra, la quale su questo mondo può avere un aspetto brutto e selvatico, mentre su altri piani è di uno splendore angelico.
Lo stesso episodio di pazzia nel bosco è tipico della mitologia celtica: era un rito di iniziazione atto a raggiungere l’accesso ad altri stati di coscienza; lo stesso viaggio in nave rappresenta il passaggio da una dimensione ad un’altra.

L’ontano era sacro al popolo celtico degli Averni, il popolo dell’ontano. Purtroppo di loro, a parte il nome, non si sa altro.

L’ontano era anche associato a Bran il benedetto, il cui nome significa corvo, cornacchia. Così come il legno d’ontano viene utilizzato per i ponti, così Bran nella mitologia gallese crea un ponte con il suo corpo.
L’ontano è legato a Bran anche come simbolo dei combattenti valorosi: questo si può riscontrare nel Cad Goddeu, “La battaglia degli alberi”, dove il mago Gwyddion trasforma un guerriero in ontano e lo posiziona in prima linea.

L’ontano nero (Alnus glutinosa) cresce in tutta l’Europa lungo i fiumi, forma spontaneamente grandi filari; grazie alla facoltà delle sue radici, che ospitano tra le loro nodosità un fungo microscopico, fissa direttamente l’azoto dell’aria nel terreno.
I suoi tronchi sono stati utilizzati in passato per fissare nell’acqua i pali delle palafitte. L’architetto romano Vitruvio diceva che per costruire Ravenna e Venezia furono utilizzate travi di olmo. In realtà le palafitte di Venezia sono state costruite per metà di olmo e per l’altra metà con ontano.
Nell’antichità l’olmo produceva tre tinture: il verde dai fiori, il bruno dai rami ed il rosso dalla corteccia, che simboleggiavano rispettivamente l’acqua, la terra ed il fuoco. Il quarto elemento, l’aria, era simboleggiato dalla costruzione dei fischietti ottenuti dai rami verdi svuotati.
La sua carbonella produce una cenere di potassio che viene usata in agricoltura.

Nel calendario degli alberi simboleggia il quarto mese (equinozio di primavera) dal 18 maggio al 14 aprile.
In Svezia, Foroneo, figlio del dio fluviale Inaco e di Melia, la ninfa del frassino, sarebbe stato il primo fondatore di una comunità umana.
Foroneo regnava nel Peloponneso dove aveva fondato Argo, una splendida cittadina. Sua sorella Io, sacerdotessa di Era, fu amata da Zeus, ma venne trasformata in giovenca dalla dea gelosa. la figlia di Foroneo, Niobe, che, sedotta da Zeus fu trasformata in pietra.
Foroneo, legato a Zeus e ad Era dalle donne della sua famiglia, compare solo attraverso la leggenda, oltretutto confusa.
Il suo nome rimane misterioso e gli si trova un solo accostamento: l’antichissimo vocabolario pre-ellenico Fearinos, che significa “l’alba dell’anno” e che designava una divinità arcaica, confusa in seguito con Cronos (dio dei morti a cui si offrivano sacrifici animali il giorno dell’equinozio di primavera, a Olimpia).
Fearinos, nella forma fearn che ha conservato in irlandese, era anche il nome arcaico dell’ontano. È perciò probabile che in Grecia esistesse un tempo un culto dell’ontano sopravvissuto ad Argo ma di cui si trova traccia nell’Europa celtica, in Irlanda per esempio, dove il taglio dell’ontano sacro veniva punito con la distruzione per fuoco della casa del colpevole. L’ontano nell’antichità veniva considerato come la vita dopo la morte.

Nell’Odissea è il primo ad essere nominato dei tre alberi di risurrezione che formavano una fitta boscaglia intorno alla grotta della ninfa Calipso, nell’isola di Ortigia.

Riferimenti:
voce Erlking su Wikipedia
voce Der Erlkönig su Wikipedia, in tedesco
Erlkönig il re degli elfi
La ballata romantica
“The What-King”
Ballate di Goethe
The Alder Tree

http://ilcorrieredellagrisi.blogspot.be/2009/05/erlkonig.html
http://www.newworldencyclopedia.org/entry/Elf
Joep Leerssen, On the Celtic Roots of a Romantic Theme, in Configuring Romanticism: Essays Offered to C. C. Barfoot, pag. 3, Rodopi, 2003 [ISBN 904201055X]
Lorraine Byrne, Schubert’s Goethe Settings, pagg. 222-228
John R. Williams, The Life of Goethe: A Critical Biography, pagg. 86-88, Blackwell Publishing, 2001 [ISBN 0631231730]
Snyder, Lawrence (1995), German Poetry in Song, Berkeley, Fallen Leaf Press [ISBN 0914913328]
“Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?”
The Lied and Art Song Texts Page
Hamelin’s “Erlkönig” on YouTube

Machlis, Joseph and Forney, Kristine, Schubert and the Lied – The Enjoyment of Music: an Introduction to Perceptive Listening, nona edizione, Ed. W. W. Norton & Company, 2003
Moser, Hans Joachim, 1937, Das Deutsche Lied seit Mozart, Berlin & Zurich: Atlantis Verlag
Loewe, Carl; Friedlaender, Max (ed.); Moser, Hans Joachim (ed.), Lieder, Lipsia, Edition Peters
Traduzione di Matthew Lewis
Un’altra traduzione trovata su Poems Found in Translation
Songwriter Josh Ritter performs his translation of the poem, titled “The Oak King” on YouTube
“Erlkönig” at Emily Ezust’s Lied and Art Song Texts Page: un’altra traduzione
Musical Adaptation by Franz Schubert registrazione gratuita (mp3)
Schubert’s setting of “Erlkönig”: Free scores at the International Music Score Library Project
Full score and MIDI file of Schubert’s setting of “Erlkönig” from the Mutopia Project
Goethe and the Erlkönig Myth
Audio for Earlkings legacy (3:41 minutes, 1.7 MB), performed by Christian Brückner and Bad-Eggz, 2002.
Paul Haverstock reads Goethe’s “Erlkönig” with background music. on YouTube
Danish text of Hr. Oluf han rider
Die Erlkönigin
Luigi Uhland, Con speciale riguardo all’Italia

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7 Responses to Erlkönig

  1. Sergio Canova says:

    Da ragazzo avevo letto una traduzione italiana della poesia di Goethe, che faceva: “O babbo, mio babbo, del re degli Ontani terribili, adunche mi afferran le mani. Il padre via sprona, compreso d’orrore, il bimbo che geme stringendosi al cuore………….” Non ricordo molto di più. Conosce il testo italiano. Sa dirmi l’autore? Grazie. Il suo saggio è veramente molto bello (anche per il corredo di illustrazioni). Cordiali saluti Sergio Canova

  2. Pingback: Erlkönig von Goethe | lezioni di tedesco

  3. Cattia says:

    Salve, vorrei pubblicare sul sito della notra associazione la parte finale dell’articolo
    Due parole sull’Ontano
    stavo facendo una ricerca sulla ballata della figlia del re degli elfi, che pur non essendo di area celtica è stata ripresa anche in Inghilterra..
    si ringrazia anticipatamente
    Cattia Salto

  4. Sergio Canova, ho finalmente trovato chi ha tradotto la poesia di Goethe come la conosceva. Ho cercato per tanto tempo… e l’antologia che avevo era a portata di mano e non ci avevo pensato!
    Comunque, si tratta di E. Mariano, l’editore è Sansoni, Firenze. La mia antologia si intitola “Concerto” ed era in uso nelle scuole medie italiane negli anni Sessanta. Spero di esserle stata utile! Un cordiale saluto, Eleonora

  5. valeria says:

    Interessante questo articolo, sono rimasta molto affascinata dalla figura multiforme che ne emerge. La poesia di Goethe è bellissima, ma in tedesco… Qualcuno dispone della traduzione di cui parlava il signor Canova? Mi piacerebbe leggerla, non trovo traduzioni italiane decenti.

  6. Federico Rocchi says:

    Mi fa venire in mente, molto tangenzialmente, l’episodio della figlia del re dei Troll del Peer Gynt, e la ballata, ancorché relativamente moderna, di Herr Mannelig. Sono forse più vicini al mito della sirena che a quello del re degli Elfi, però ci sono molti punti di contatto…

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