La poesia gallese delle origini: il Câd Goddeu

L’espressione poesia gallese può essere riferita alla poesia in gallese, in anglogallese o a qualunque altra poesia scritta in Galles o da poeti gallesi.

Il Galles ha una delle sue prime tradizioni letterarie nell’Europa del nord che va indietro ai giorni di Aneirin (intorno al 550) e Taliesin (seconda metà del VI secolo), e al Neuadd Cynddylan, che è la più antica opera letteraria ricordata, che fu scritta da una donna nell’Europa settentrionale.
Nella letteratura gallese il periodo precedente il 1100 è conosciuto come il periodo dei
Y Cynfeirdd (“i primi poeti”) o dell’Yr Hengerdd (“l’antica poesia”). E questa segna più o meno la nascita della lingua gallese.
Dal 1100 circa al 1600 circa la poesia gallese può essere più o meno divisa in due periodi distinti: quello dei poeti del principe (
Beirdd y Tywysogion, detto anche Y Gogynfeirdd), precedente alla perdita di indipendenza del Galles nel 1282, e quello dei poeti della nobiltà (Beirdd yr Uchelwyr) dal 1282 al XVI secolo.
Il più antico poema inglese derivato da un poema gallese risale al 1470 circa.
Spesso i poeti gallesi si nascondevano sotto nomi bardici per nascondere la propria identità nelle competizioni di
Eisteddfod.

Fino al tardo Medioevo, i metri tradizionali della poesia gallese consistevano di 24 diverse forme metriche scritte in cynghanedd. Un awdl era una forma di poema lungo simile all’ode. La forma metrica più popolare era il Cywydd, nato nel XIV secolo, e diverse versioni dell’Englyn, un verso conciso ed allusivo simile all’epigramma greco e all’haiku giapponese.

Awen

Awen è una parola gallese che significa “ispirazione (poetica)”. Viene utilizzata storicamente per descrivere l’ispirazione divina dei bardi nella tradizione poetica gallese. Colui che è ispirato, un poeta o un indovino, è un awenydd.
Nel suo utilizzo corrente,
awen è a volte riferito ai musicisti ed ai poeti, ma la parola viene più che altro utilizzata come un soprannome/nome femminile.
Appare nella terza stanza di
Hen Wlad fy Nhadau.

Etimologia

La prima attestazione registrata della parola si trova nella Historia Brittonum di Ennio, un testo latino del 796, basato in parte su scritti precedenti del monaco gallese Gildas.
Awen deriva dalla radice indoeuropea *-uel che significa “soffiare”, ed ha la stessa radice della parola gallese awel che significa “brezza”. C’è un parallelismo con la parola irlandese ai, che significa anch’essa “ispirazione poetica” e che deriva dalla stessa antica radice [Jarman, A.O.H. Jarman (ed.), A guide to Welsh literature, Vol. 1, chapter 1, di Lewis. V. anche Calvert-Watkins Indo-European metrics and archaic Irish verse, o P.K. Ford,The Celtic Poets: songs and tales from early Ireland and Wales, introduzione, pag. xxvii].

Neo-Druidismo

In alcune forme di Neo-Druidismo il termine è simbolizzato da un emblema che mostra tre linee dritte che dipartono verso il basso, disegnate all’interno di un cerchio o una serie di cerchi di vario spessore, spesso con un punto sopra ogni linea. Il simbolo fu inventato da Iolo Morganwg e adottato da alcuni neo-druidi.

L’Ordine dei Bardi, degli Ovati e dei Druidi (Order of Bards, Ovates and Druids, OBOD), descrive le tre linee come raggi che emanano da tre punti di luce, che rappresentano il triplice aspetto della divinità e anche i punti in cui il sole sorge negli equinozi e nei solstizi – è conosciuto come la Triade delle Albe -. L’emblema utilizzato dall’OBOD è circondato da tre cerchi che rappresentano i tre cerchi della creazione [Order of Bards, Ovates & Druids (2001), Approaching The Forest: Gwers 2, pag. 24, Oak Tree Press].

Vari gruppi ed individui appartenenti ai neo-druidi danno la propria interpretazione all’Awen. Le tre linee fanno riferimento alla terra, al mare e all’aria; al corpo, alla mente e allo spirito; all’amore, alla saggezza e alla verità. Si dice che l’Awen non sia una semplice ispirazione, ma l’ispirazione per la verità; senza l’Awen non si può proclamare la verità. I raggi stanno anche per le lettere da cui si sono evolute tutte le altre: la I, la O e la U. Si dice che “nessuno senza l’Awen di Dio possa pronunciare correttamente queste tre lettere” [v. “The Awen” su http://www.druidry.org:

The Awen by Katinka the Broc’h
“Negli scritti dei bardi si fa continuo riferimento alla cultura relativa alle origini dell’alfabeto, alla sua relazione con gli alberi ed al nome segreto di Dio.
La scrittura fu inventata dal gigante Einigid, figlio di Alser, con lo scopo di registrare atti lodevoli. I simboli della scrittura (le lettere) vennero prima scolpiti su doghe di legno chiamate
coel bren. Le prime tre lettere furono ottenute da Menw l’anziano, che osservò la luce che cadeva in tre raggi. Questo segno è conosciuto come Awen, che si dice sia il nome con cui l’universo chiamasse interiormente Dio. Si dice che l’Awen rappresenti le lettere OIU, da cui sono state ottenute tutte le altre. La O si riferisce al cerchio perfetto di Gwynvyd, la I al mondo dei mortali, Abred, e la U al calderone di Annwn. Esse si riferiscono alla terra, al mare e all’aria; al corpo, alla mente e allo spirito; e all’amore, alla saggezza e alla verità. La parola Awen non significa soltanto questa combinazione di lettere ma anche ispirazione e anima.
I tre cardini di
Awen sono:
Comprendere la verità
Amare la verità
Conservare la verità”
(traduzione mia da
qui)

Câd Goddeu


Câd Goddeu (gallese “La Battaglia degli Alberi”) è un poema contenuto nel Libro di Taliesin, dove il leggendario mago Gwydion anima gli alberi di una foresta per combattere e sconfiggere Bran il Benedetto. Il poema è noto per l’impressionante ed enigmatico simbolismo ed il folto numero di interpretazioni proposte.
Lungo 248 versi (di solito pentasillabi) e diviso in molte sezioni, il poema si apre con un’estesa affermazione in prima persona di una conoscenza totale, in uno stile che si ritrova poi in altri passi del poema e anche in molti altri attribuiti a Taliesin:

CÂD GODDEU

Sono stato in molte forme,
prima di conseguirne una congeniale.
Sono stato la stretta lama di una spada.
(Ci crederò quando apparirà).
Sono stato una goccia nell’aria.
Sono stato una stella splendente.
Sono stato una parola in un libro.
Sono stato un libro in origine.
Sono stato la luce di una lanterna.
Per un anno e mezzo.
Sono stato un ponte per traversare
sessanta fiumi.
Ho viaggiato in forma di aquila.
Sono stato una barca sul mare.
Sono stato uno stratega in battaglia.
Sono stato i legacci delle fasce di un bimbo.
Sono stato una spada nella mano.
Sono stato uno scudo in battaglia.
Sono stato la corda di un’arpa,
incantata per un anno
nella schiuma dell’acqua.
Sono stato un attizzatoio nel fuoco.
Sono stato un albero di una macchia.
Nulla c’è in cui non sia stato.
Ho combattuto, seppur piccino,
nella battaglia di Goddeu Brig,
davanti al Sovrano di Britannia,
dalle flotte numerose.
I bardi mediocri simulano,
simulano un animale mostruoso,
dalle cento teste,
e un combattimento atroce
alla radice della lingua.
E un’altra battaglia si combatte
nel retro della testa.
Un rospo che ha sulle cosce
cento artigli,
un serpente crestato maculato,
per punire nella carne
cento anime per i loro peccati.
Ero a Caer Fefynedd,
là si affrettavano erbe e alberi.
I viandanti li scorgono,
i guerrieri sono attoniti
al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion.
Si invoca il Cielo,
e Cristo perché compia
la loro liberazione,
il Signore Onnipotente.
Se il Signore aveva risposto,
con formule magiche e magica arte,
assumete l’aspetto degli alberi più importanti,
con voi schierati
trattenete la gente
senza esperienze di battaglie.
Quando gli alberi subirono l’incantesimo
ci fu speranza per gli alberi,
di riuscire a frustare l’intenzione
dei fuochi tutt’intorno…
Son meglio tre all’unisono,
che si divertono in cerchio,
mentre uno di loro racconta
la storia del Diluvio,
e della croce di Cristo,
e del giorno del Giudizio che è prossimo.
Gli ontani in prima linea,
furono loro a dare l’inizio.
Il salice ed il sorbo selvatico
furono lenti a schierarsi.
Il susino è un albero
non amato dagli uomini;
di natura simile è il nespolo,
che vince una dura fatica.
Il fagiolo porta nella sua ombra
un esercito di fantasmi.
Il lampone costituisce
non il migliore tra i cibi.
Al riparo vivono
il ligustro e il caprifoglio,
e l’edera durante la sua stagione.
Grande è la ginestra spinosa in battaglia.
Il ciliegio era stato rimproverato.
La betulla, pur molto magnanima,
si schierò in ritardo;
non fu per codardia,
ma per le sue grandi dimensioni.
L’aspetto del […]
è quello di uno straniero e di un selvaggio.
Il pino nella corte,
forte in battaglia,
grandemente lodato da me
alla presenza di re,
gli olmi sono i suoi sudditi.
Non si volge di lato per lo spazio di un piede,
ma colpisce giusto nel mezzo,
e all’estremità più lontana.
Il nocciolo è il giudice,
le sue bacche sono la sua dote.
Benedetto è il ligustro.
Capi forti in guerra
sono il […] e il gelso.
Prospero è il faggio.
L’agrifoglio verde scuro
fu molto coraggioso:
difeso da ogni lato delle punte,
che feriscono le mani.
I pioppi durevoli
molto franti in battaglia.
La felce spogliata;
le ginestre con la loro progenie:
il ginestrone non si comportò bene
finché fu domato.
L’erica offriva consolazione
confortando la gente.
Il ciliegio selvatico incalzava.
La quercia che si muove agilmente,
dinanzi a lei tremano cielo e terra,
robusto custode della porta contro il nemico
è il suo nome in ogni terra.
Il gittaione avvinto assieme
fu offerto per essere bruciato.
Altri furono respinti
a causa dei vuoti creati
dalla grande violenza
sul campo di battaglia.
Molto furente il […]
crudele il cupo frassino.
Timido il castagno,
che rifugge dalla gioia.
Vi sarà una nera tenebra,
vi sarà un terremoto sul monte,
vi sarà una fornace purificatrice,
vi sarà in primo luogo una grande ondata,
e quando l’urlo verrà udito –
le cime del faggio stanno mettendo nuove foglie,
mutando e rinnovandosi dal loro stato avvizzito;
le cime della quercia sono aggrovigliate.
Dal “Gorchan” di Maelderw.
Sorridendo accanto alla roccia
(era) il pero non di natura ardente.
Né di madre né di padre,
quand’io fui fatto,
erano il sangue o il corpo mio;
di nove tipi di facoltà,
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece,
del fiore della primula di monte,
dei germogli di alberi e cespugli,
di terra della specie terrestre.
Quando fui fatto
dei fiori dell’ortica,
dell’acqua della nona onda,
fui legato come incantesimo da Math,
prima di diventare immortale.
Fui legato come incantesimo da Gwydion,
grande mago dei Britanni,
di Eurys, di Eurwm,
di Euron, di Medron,
su miriadi di segreti
io sono dotto quanto Math…
Io so dell’Imperatore
di quando fu bruciato a mezzo.
Io so la conoscenza astrale
delle stelle prima che (fosse creata) la terra,
da dove sono nato,
quanti mondi vi sono.
È usanza dei bardi compiuti
recitare le lodi del loro paese.
Ho suonato a Lloughor,
ho dormito nella porpora.
Forse che non ero nel recinto
con Dylan Ail Mor,
su un giaciglio nel centro
tra le ginocchia del principe
sopra due lance spuntate?
Quando vennero dal cielo
i torrenti giù nell’abisso,
precipitandosi con impeto violento.
(Io so) ottanta canzoni,
per soddisfare il loro piacere.
Non c’è vegliardo né infante,
oltre a me quanto alle loro poesie,
nessun altro cantore che conosca tutte le novecento
che io conosco,
riguardo alla spada macchiata di sangue.
La mia guida è l’onore.
Il sapere vantaggioso viene dal Signore.
(Io conosco) l’uccisione del cinghiale,
il suo apparire e scomparire,
la sua conoscenza delle lingue.
(Io conosco) la luce il cui nome è Splendore,
e il numero delle luci regnanti
che diffondono raggi di fuoco
in alto sopra l’abisso.
Sono stato un serpente maculato sopra una collina;
sono stato una vipera in un lago;
sono stato un tempo una stella maligna.
Sono stato un peso in un mulino [?].
La mia tonaca è tutta rossa.
Io non profetizzo alcun male.
Ottanta sbuffi di fumo
a chiunque li porterà via:
e un milione di angeli
sulla punta del mio coltello.
Bello è il cavallo giallo,
ma cento volte migliore
è il mio color della panna,
veloce come il gabbiano,
che non può superarmi
tra il mare e la riva.
Non sono io preminente nel campo del sangue?
Io ho cento parti del bottino.
La mia corona è di gioielli rossi,
l’orlo del mio scudo è d’oro.
Non è nato nessuno valente come me,
né mai se ne è conosciuto uno,
tranne Goronwy,
dalle valli di Edrywy.
Lunghe e bianche sono le mie dita,
lungo tempo è passato da quand’ero un mandriano.
Ho viaggiato sulla terra
prima di diventare un uomo erudito.
Ho viaggiato, ho compiuto un circuito,
ho dormito in cento isole,
ho abitato in cento città.
O druidi eruditi,
profetizzate voi di Artù?
O è me che essi celebrano,
e la crocifissione di Cristo,
e il giorno del giudizio che è prossimo,
e uno che riferisce
la storia del Diluvio?
Da un gioiello dorato montato in oro
io sono arricchito;
e indulgo al piacere
grazie alla fatica opprimente dell’orafo.

[Traduzione di A. Pelissero  dalla traduzione inglese tardo-ottocentesca di D.W. Nash, riportata da Robert Graves]

Bum cledyf yn aghat: “io ero una spada in un pugno”. Bum yscwyt yg kat: “io ero uno scudo in battaglia”. Bum tant yn telyn: “io ero una corda in un’arpa”. L’introduzione culmina con l’affermazione di essere stato a Caer Vevenir quando il Signore di Britannia fece battaglia. Segue il racconto di una mostruosa creatura, della paura dei Britanni e come, per l’abilità di Gwydion e la grazia di Dio, gli alberi marciarono in battaglia. Poi segue un elenco di piante, ognuna con attributi notevoli, ora chiare ora oscure.
A questo punto c’è una digressione in prima persona che canta la nascita di Blodeuwedd e poi la storia di un grande guerriero, una volta un pastore ed ora un viaggiatore istruito (forse re Artù o Taliesin). Dopo un riferimento al diluvio, alla crocifissione di Gesù ed al giorno del giudizio, il poema si chiude con un oscuro riferimento alla metallurgia.

Nelle Triadi gallesi la Battaglia degli Alberi viene definita “frivola, mentre in un altro componimento del Libro di Taliesin il poeta afferma di esser stato presente alla battaglia.
Secondo un riassunto di una storia simile preservata in Peniarth MS 98B (fine XVI secolo) il poema descrive la battaglia tra Gwydion e Arawn, il re di Annwn (l’oltretomba). La battaglia si scatena dopo che il divino aratore Amaethon ruba un cane, una pavoncella ed un capriolo ad Arawn. Alla fine Gwydion trionfa indovinando il nome di uno degli uomini di Arawn: Bran (forse Bran il Benedetto).
Nella storia dell’infanzia di Lleu Llaw Gyffes del
Mabinogion Gwydion fa apparire una foresta come una forza d’invasione.

Il Câd Goddeu, di difficile traduzione per la sua allusività ed ambiguità grammaticale, è stato soggetto a molte teorie interpretative nel XIX secolo. Stephens afferma che il componimento è “una superstizione elio-archita, una metempsicosi di un capo druido ed un racconto simbolico del diluvio”. Messey suggerisce che il componimento riflette la religione egizia. Nash credeva fosse una favola di bassa qualità del XII secolo sovrapposta ad una storia di epoca arturiana ed unite con altri frammenti poetici. Skene pensava invece che il componimento riflettesse la storia del nord del paese durante le incursioni irlandesi. Ifor Williams si domandava se non si trattasse della Battaglia di Celyddon Wood. Robert Graves sostenne che gli alberi che combattevano in battaglia fossero le lettere dell’alfabeto ogamico.
Ogni albero aveva un significato proprio e Gwydion indovina il nome di Bran dal ramo che portava. Graves supponeva che il poeta originale aveva conciliato segreti druidici su un’antica religione matriarcale celtica per paura della censura delle autorità cristiane. Suggerisce che Arawn e Bran erano i nomi della stessa divinità infernale e che la battaglia era di ingegno ed accademia: le forze di Gwydion potevano essere sconfitte solo se il nome della sua compagna Lady Achren (“alberi”) fosse stato indovinato, e l’esercito di Arawn solo se il nome di Bran fosse stato indovinato. Marged Haycock e Mary Ann Constantine respingono l’idea di Graves di un’antica religione nascosta e la riducono ad una parodia del linguaggio bardico. Francesco Bennozo sostiene che il componimento rappresenta antiche paure per la foresta ed i suoi poteri magici.

Il motivo di un esercito di alberi è presente nel folklore britannico, infatti appare nel Macbeth di Shakespeare, che poi è stato di ispirazione agli Ent de Il Signore degli Anelli di Tolkien e alle Cronache di Narnia di C. S. Lewis.
Una traduzione del
Câd Goddeu in sanscrito è stata utilizzata per Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma da John Williams, che ha basato il secondo movimento del suo Concerto per Corni del 2004 sulla Battaglia degli Alberi.

Il gallese Libro rosso di Hergest contiene, oltre alla famosa raccolta del Mabinogion, anche una miscellanea di cinquantotto composizioni poetiche, nota come Libro di Taliesin. È tra queste che si trova la lunga, pressoché incomprensibile composizione nota come La battaglia degli alberi. L’originale è composto di brevi versi rimati, con la stessa rima spesso ripetuta per dieci o quindici versi. Il significato del testo rimane un po’ problematico, in quanto gli studiosi non sono ancora riusciti a decifrarne il senso. Alcuni lo considerano un nonsensescherzosamente solenne, inteso a suscitare il riso; altri lo ritengono un testo misto legato alla dottrina druidica della trasmigrazione delle anime; interessante la teoria di Robert Graves secondo la quale si tratterebbe in realtà di una sorta di complesso indovinello. Qualunque cosa sia questa strana «Battaglia degli alberi», ricordiamo che nelle antiche Triadi gallesi, raccolta di nozioni storiche e osservazioni sentenziose disposte in forma epigrammatica a gruppi di tre, tale battaglia è ricordata come una delle «Tre frivole battaglie di Britannia», combattuta tra Arawn re di Annwn e Gwydion e Amathaon figli di Dôn. Si tratta dunque di un testo che affonda profondamente le sue radici nel mito celtico, anche se oggi appare di difficile comprensione.

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2 Responses to La poesia gallese delle origini: il Câd Goddeu

  1. Raul Bucciarelli says:

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