La Poesia

Dopo la comparsa della prima edizione, nel 1946, nessun esperto di antico irlandese o gallese si è mai offerto di aiutarmi a mettere a punto la mia tesi o mi ha segnalato gli inevitabili errori o ha anche solo avuto la cortesia di rispondere alle mie lettere. Ne sono dispiaciuto, ma non del tutto sorpreso.
Il libro risulta in effetti molto singolare alla lettura, ma è pur vero che nessuno aveva mai tentato di scrivere una grammatica storica della lingua del mito poetico, e per scriverla coscienziosamente ho dovuto affrontare alcune “domande che, ancorché difficili, non trascendono ogni congettura” di cui Sir Thomas Browne fornisce un esempio nelle sue Hydriotaphia: “Qual fosse il canto delle Sirene, o qual nome avesse assunto Achille allorché si nascose tra le donne”. Ho trovato una risposta pratica e non evasiva a queste e a molte altre domande simili, ad esempio:
Chi rese fesso il piede del Diavolo?
Quando giunsero in Britannia le cinquanta Danaidi con i loro vagli?
Quale segreto era intrecciato nel nodo gordiano?
Perché Jahvèh creò gli alberi e le erbe prima del sole, della luna e delle stelle?
Dove si troverà la saggezza?
Ma per onestà devo avvertire i lettori che questo resta pur sempre un libro molto difficile e molto singolare, da evitarsi accuratamente se si è turbati o stanchi, o se si ha una mente rigorosamente scientifica. Ho preferito non tralasciare nessun passo della laboriosa argomentazione, non foss’altro perché i lettori dei miei recenti romanzi storici hanno sviluppato un certo sospetto verso le conclusioni non ortodosse di cui non sempre vengono citate le fonti. Forse ora saranno contenti di sapere, ad esempio, che la formula del mistico vitello e i due alfabeti arborei introdotti nel mio Jesus Rex non sono “mero frutto” della mia immaginazione, bensì conclusioni logicamente dedotte sulla scorta di autorevoli documenti antichi.

La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all’età paleolitica; e che esso resta a tutt’oggi la lingua della vera poesia – “vera” nel senso nostalgico moderno di “originale non suscettibile di miglioramento e non un surrogato”.
Questa lingua fu manomessa verso la fine dell’epoca minoica, allorché invasori provenienti dall’Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i mutamenti della società. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemente ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza venne elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classico), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu imposto al mondo come il non plus ultra dell’illuminazione spirituale.
Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente incontrastata nelle scuole e nelle università europee
, dove i miti sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell’infanzia dell’umanità.

Uno dei più intransigenti denigratori dell’antica mitologia greca fu Socrate. Spaventato o offeso dai miti, egli preferì volger loro le spalle e addestrare la mente al pensiero scientifico, per “conoscere la ragione dell’essere di ogni cosa – di ogni cosa com’essa è, non come appare – e rifiutare tutte le opinioni di cui non si può dare conto”.
Ecco un passo caratteristico dal Fedro di Platone (nella traduzione di Cary):
“FEDRO. Dimmi, o Socrate, non raccontano che Borea abbia rapito Orizia proprio da uno di questi posti sull’Ilisso?”
“SOCRATE. Così dicono.”
“FEDRO. Non potrebbe essere stato proprio da questo punto? Perché qui l’acqua appare bella, chiara e trasparente, proprio adatta ai giochi delle fanciulle.”
“SOCRATE. No, è più in basso, almeno due o tre stadi, dove si attraversa per andare al tempio della Cacciatrice e dove si trova, proprio in quel punto, una sorta di altare sacro a Borea.”
“FEDRO. Non l’ho mai notato. Ma dimmi, per Zeus, o Socrate, tu credi che questa storia favolosa sia vera?”
“SOCRATE. Se non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei colpevole di alcuna assurdità. E poi, ricorrendo a sottigliezze, direi che la fanciulla, mentre giocava con Farmacea, fu sospinta giù da queste rupi da una folata di Borea, ed essendo morta in questo modo, si disse che Borea l’aveva portata via con sé, ma la cosa potrebbe anche essere avvenuta sulla collina di Ares, perché c’è un’altra storia che narra di come fu rapita da lì e non da questo luogo. Io però dal canto mio, o Fedro, considero cose simili graziose, sì, ma pane soprattutto per un uomo molto curioso, pignolo e non troppo felice, non foss’altro perché, dopo aver spiegato questa vicenda, egli dovrà darci conto della forma degli Ippocentauri, e poi di quella della Chimera. Ed ecco che si riverserà su di lui una folla di mostri siffatti, Gorgoni e Pegasi e altri ancora, incredibili per numero e assurdità, sì che se qualcuno si rifiutasse di prestarvi fede e cercasse di ridurli a una maggiore verosimiglianza, avvalendosi a tal fine di una sorta di grossolano ingegno, costui avrebbe bisogno di parecchio tempo. Ma io non ne ho di tempo per occuparmi di simili argomenti, e la causa di ciò, amico mio, è la seguente: io non riesco ancora a conoscere me stesso, secondo il precetto delfico. E mi sembra ridicolo, fintanto che sono ignorante su questo punto, occuparmi di argomenti che non mi riguardano”.

Il fatto è che al tempo di Socrate il significato di gran parte dei miti appartenenti all’epoca precedente era stato ormai dimenticato o costituiva un segreto religioso gelosamente custodito, benché ve ne fossero ancora raffigurazioni pittoriche nell’iconografia religiosa e narrazioni fantastiche dalle quali attingevano i poeti. Invitato a credere alla Chimera, agli Ippocentauri o al cavallo alato Pegaso, tutti chiari simboli cultuali pelasgici, il filosofo si sentiva in obbligo di respingerli come improbabilità zoologiche; e non avendo idea della vera identità della “ninfa Orizia” o della storia dell’antico culto ateniese di Borea, poteva offrire, del suo rapimento sul monte Ilisso, solo una banale spiegazione naturalistica: “È chiaro che cadde, spinta dal vento, da una di queste rocce e così trovò la morte”.

Tutti i problemi menzionati da Socrate sono stati affrontati e risolti in questo libro, perlomeno con mia piena soddisfazione; ma pur essendo “una persona molto curiosa e pignola”, non credo affatto di essere meno felice di Socrate, o di avere a disposizione più tempo di lui, così come non credo che la comprensione del linguaggio del mito sia irrilevante per la conoscenza di sé. L’irritazione che traspare dall’espressione “grossolano ingegno” mi fa pensare che egli abbia passato molto tempo a lambiccarsi il cervello sulla Chimera, gli Ippocentauri e il resto, ma che “le ragioni del loro essere” gli siano sfuggite perché non era un poeta e diffidava dei poeti, e perché, come egli stesso ammise con Fedro, era un convinto uomo di città che raramente faceva un giro in campagna: “I campi e gli alberi non mi insegnano nulla, gli uomini sì”.
Io mostrerò invece che
lo studio della mitologia ha alle sue fondamenta la conoscenza tradizionale degli alberi e l’osservazione della vita nei campi secondo le stagioni.
Volgendo le spalle ai miti dei poeti, Socrate volgeva in realtà le spalle alla dea-Luna che li ispirava e che imponeva all’uomo di rendere omaggio spirituale e sessuale alla donna: il cosiddetto amore platonico, il sottrarsi del filosofo al potere della Dea ed il suo rifugio nell’omosessualità intellettuale, era in realtà amore socratico. Né Socrate poteva addurre a giustificazione l’ignoranza: Diotima di Mantinea, la profetessa arcade che aveva magicamente arrestato la peste ad Atene, l’aveva un tempo avvertito che l’amore dell’uomo era giustamente rivolto alle donne e che Moira, Ilizia e Callone – Morte, Nascita e Bellezza – costituivano una triade di dee che presiedeva a tutti gli atti di generazione: fisica, spirituale ed intellettuale. Nel passo del Simposio in cui Platone fa riferire da Socrate le sagge parole di Diotima, il banchetto viene interrotto da Alcibiade, che irrompe ubriaco in cerca di un bel giovinetto di nome Agatone e lo trova steso a mensa accanto a Socrate. Poco dopo Alcibiade racconta a tutti di avere lui stesso un tempo incitato Socrate, che era innamorato di lui, a un atto di sodomia dal quale, tuttavia, Socrate si era filosoficamente astenuto, pago solo di abbracciare castamente per tutta la notte il bellissimo corpo dell’amato. Se Diotima fosse stata presente, avrebbe arricciato il naso e si sarebbe sputata tre volte in seno. Perché sebbene la Dea, come Cibele e Ištar, tollerasse la sodomia, praticata nei cortili dei suoi stessi templi, l’omosessualità ideale era un’aberrazione morale di gran lunga più grave: era il tentativo dell’intelletto maschile di rendersi spiritualmente autosufficiente. La sua vendetta su Socrate, se così posso esprimermi, per aver cercato la conoscenza apollinea di se stesso, invece di lasciare tale compito a una moglie o un’amante, fu in carattere: egli trovò per moglie una bisbetica e diresse i suoi affetti idealistici su quello stesso Alcibiade che lo ripagò diventando vizioso, empio, traditore ed egoista, la rovina di Atene. Essa pose fine alla sua vita con una bevanda ricavata da una pianta a lei sacra nella sua figura di Ecate [come ben sapeva Shakespeare, si veda Macbeth, IV, I, 25], quella cicuta dai fiori bianchi e dall’odore di topo che i suoi concittadini gli prescrissero come punizione per aver corrotto la gioventù. I suoi discepoli ne fecero un martire e grazie alla loro influenza i miti decaddero ancor di più: diventarono mere storielle divertenti, oppure vennero “spiegati” da Evemero di Messene e dai suoi successori come corruzioni di eventi storici. Secondo la versione evemerista del mito, ad esempio, Atteone era un gentiluomo arcade così dedito alla caccia da venir divorato dalle spese sostenute per mantenere la sua muta di segugi.

Ma anche dopo che Alessandro Magno ebbe reciso il nodo gordiano (gesto di gran lunga più significativo sul piano morale di quanto generalmente non si ritenga), l’antico linguaggio sopravvisse abbastanza puro nei culti misterici di Eleusi, di Corinto, di Samotracia e in altri luoghi. E quando i Misteri furono soppressi dai primi imperatori cristiani, continuò ad essere tramandato nei collegi poetici dell’Irlanda e del Galles e nelle conventicole stregonesche dell’Europa occidentale. Come tradizione religiosa popolare si ridusse al lumicino verso la fine del Seicento, e la poca poesia magica che ancora oggi si scrive, perfino nell’industrializzata Europa, è sempre frutto più di un ritorno ispirato e quasi patologico a quella lingua originale, di una sorta di frenetico “parlare lingue” pentecostale, che di uno studio coscienzioso della sua grammatica e del suo lessico.

L’istruzione poetica inglese dovrebbe iniziare non con i Canterbury Tales o con l’Odissea, e neppure con il Genesi, ma piuttosto con la Canzone di Amergin, un antico alfabeto-calendario celtico esistente in parecchie varianti irlandesi e gallesi ingarbugliate a bella posta, che riassume nelle linee essenziali il mito poetico fondamentale. Con qualche approssimazione, ne ho ricostruito il testo come segue:

Io sono un cervo: dalle corna a sette palchi,
io sono una piena: attraverso una pianura,
io sono un vento: su un lago profondo,
io sono una lacrima: che il Sole lascia cadere,
io sono un falco: alto sulla scogliera,
io sono una spina: sotto l’unghia,
io sono una meraviglia: tra i fiori,
io sono uno stregone: chi oltre a me
infiamma la fredda testa con il fumo?
Io sono una lancia: che ruggisce in cerca di sangue,
io sono un salmone: in una pozza,
io sono un’esca: del paradiso,
io sono una collina: dove camminano i poeti,
io sono un cinghiale: crudele e rosso,
io sono un frangente: che minaccia rovina,
io sono una marea: che trascina alla morte,
io sono un infante: chi oltre a me
guarda furtivamente dall’arco del dolmen non sbozzato?

Io sono il grembo: di ogni bosco,
io sono la vampa: su ogni collina,
io sono la regina: di ogni alveare,
io sono lo scudo: per ogni testa,
io sono la tomba: di ogni speranza.

Malgrado il forte elemento mitico presente nel cristianesimo, l’aggettivo “mitico” è diventato sinonimo di “fantastico, assurdo, antistorico”, e questo è un peccato, perché la fantasia ha avuto ben poco a che fare con lo sviluppo dei miti greci, latini e palestinesi, o di quelli celtici prima che i trovieri franconormanni li sfruttassero nei loro stravaganti romanzi cavallereschi.
Quei miti sono invece la
severa testimonianza di antichi usi o eventi religiosi, e rappresentano elementi storici attendibili, una volta che se ne sia compresa la lingua e si sia tenuto conto degli errori di trascrizione, dei fraintendimenti di riti obsoleti e delle modifiche introdotte di proposito per fini morali o politici.

Ovviamente alcuni sono sopravvissuti in una forma più pura di altri. Ad esempio le Favole di Igino, la Biblioteca di Apollodoro e i primi racconti dei Mabinogion gallesi si fanno leggere più facilmente delle cronache fintosemplici del Genesi, dell’Esodo, dei Giudici e di Samuele. La difficoltà maggiore nella soluzione dei problemi mitologici complessi è forse che, per parafrasare l’innografo:

Gli dèi vittoriosi prendono i loro titoli
dai nemici che fanno prigionieri

e che conoscere il nome di una divinità in un dato luogo o periodo è di gran lunga meno importante che conoscere la natura dei sacrifici che gli venivano o le venivano offerti. I poteri degli dèi erano soggetti ad una continua ridefinizione. Ad esempio è probabile che il dio greco Apollo fosse in origine il demone di una confraternita del Topo dell’Europa totemica prearia, il quale fece carriera con la forza delle armi, con il ricatto e con la frode, fino a diventare patrono della musica, della poesia e delle arti e infine, almeno in certe regioni, soppiantò suo “padre” Zeus come sovrano dell’universo identificandosi con Belinus, il dio intellettuale della luce. Jahvèh, dio degli ebrei, ha una storia ancora più complessa.

“Qual è oggi l’utilità o la funzione della poesia?”
La domanda si rivela non meno urgente per il fatto di essere posta in tono provocatorio da tanti babbei o soddisfatta con risposte apologetiche da tanti sciocchi.
La funzione della poesia è l’invocazione religiosa della Musa; la sua utilità è la sperimentazione di quel misto di esaltazione e di orrore che la sua presenza eccita.
Ma “oggi”?
La funzione e l’utilità rimangono le stesse: solo l’applicazione è mutata.
Un tempo la poesia serviva per ricordare all’uomo che doveva mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali era nato, mediante l’obbedienza ai desideri della padrona di casa; oggi ci ricorda che l’uomo ha ignorato l’avvertimento e ha messo sottosopra la casa con i suoi capricciosi esperimenti filosofici, scientifici ed industriali, attirando la rovina su se stesso e sulla sua famiglia.
L'”oggi” è una civiltà in cui gli emblemi primi della poesia sono disonorati: in cui il serpente, il leone e l’aquila appartengono al tendone del circo; il bue, il salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in scatola; il cavallo da corsa ed il levriero al botteghino delle scommesse; e il bosco sacro alla segheria.
Una civiltà in cui la Luna è disprezzata come un satellite senza vita e la donna è “personale statale ausiliario”.
In cui il denaro può comprare ogni cosa eccetto la verità, e chiunque eccetto il poeta posseduto dalla verità.

Datemi pure della volpe che ha perso la coda; io non sono servo di nessuno e ho scelto di vivere nella frazione di un paesino sui monti di Maiorca, cattolico ma antiecclesiastico, dove la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo.
Privo come sono della coda, ossia del contatto con la civiltà urbana, tutto ciò che scrivo deve suonare assurdo e irrilevante a quelli tra voi che sono ancora legati agli ingranaggi della macchina industriale, sia direttamente come operai, dirigenti, commercianti o pubblicitari, sia indirettamente come funzionari, editori, giornalisti, insegnanti o dipendenti di una rete radiofonica.

Se siete poeti, comprenderete che l’accettazione della mia tesi storica vi obbliga ad una confessione di tradimento che sarete restii a fare.
Avete scelto il vostro lavoro perché vi prometteva un’entrata costante e il tempo libero necessario per rendere un prezioso culto a metà tempo alla Dea che adorate.
Vi domanderete a che titolo io vi avverta che essa vuole essere servita a tempo pieno o non essere servita affatto.
Vi suggerisco forse di lasciare il vostro impiego e, in mancanza dei capitali necessari per avviare una piccola azienda agricola, di diventare pastori romantici (come fece Don Chisciotte una volta constatata la propria incapacità di affrontare il mondo moderno) in remote fattorie non meccanizzate? No, la mia condizione di scodato mi toglie ogni diritto di offrire suggerimenti pratici.
Ardisco solo tentare un’esposizione storica del problema: come poi voi ve la vedrete con la Dea è cosa che non mi riguarda.

Non so neppure se la vostra professione poetica sia cosa seria.

[Robert Graves]

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