Il segreto dei nani

La fiaba di Biancaneve e i sette nani non è solo la storia di una fuga in un bosco e di un lieto fine. È anche un percorso denso di simboli, in cui nulla è casuale. Ci sono richiami perfino all’opera alchemica, che Disney certo non ignorava… ma la sua origine è molto più antica.

La fiaba di Biancaneve è forse una delle più famose in Occidente, ed anche una delle più antiche. Purtroppo dobbiamo la sua “forma” attuale, un po’ stereotipata, soprattutto nella versione cinematografica di Disney. In realtà esistono molte “varianti” sia nordiche che mediorientali della storia di Biancaneve, in cui i personaggi cambiano nomi e ruoli, ma non la funzione simbolica.
La storia è stata analizzata e scomposta in ogni modo, soprattutto alla luce della morfologia proposta da Propp e Campbell. Analisi, quest’ultima, rigidamente orientata in chiave meccanicistica e quindi collegata a degli schemi abbastanza rigidi, che tendono ad individuare delle vere e proprie “mappe” comportamentali alle quali deve soggiacere ogni storia eroica (compresi i racconti mitologici omerici ed altri).
Tale ipotesi è stata parzialmente contestata e smontata da Lévi-Strauss e da altri ma, a proposito della strutturazione del racconto eroico, si rinvia al libretto Il cinema dietro lo schermo (edizioni Simmetria), dove viene effettuata un’analisi particolareggiata e divertente su come Hollywood riproponga costantemente il monomito di Campbell, al fine non dichiarato di costruire storie dentro reti “emozionali” predefinite, tutte uguali a se stesse, con l’obiettivo di assicurarsi facili successi di pubblico.

Torniamo però alla storia di Biancaneve, guardando velocemente i passaggi principali.
Biancaneve è una fanciulla, poco più o poco meno che adolescente; ha una matrigna-strega che più cattiva non si può (le matrigne cattive sono un presupposto strategico per la partenza di molte fiabe), mentre del padre si sa ben poco. Sicuramente è un re o un grande signore ma non è comunque, per lo meno ufficialmente, parte attiva della storia. Forse è malato, o è morto, o è succube della matrigna.
La matrigna possiede il terribile specchio “delle brame” che le dice costantemente ed implacabilmente che lei non è la più bella del reame e che Biancaneve è più bella di lei. Mal sopportando questo confronto, la matrigna ordina ad un personaggio misterioso (un servo, un cacciatore, un guardiano, un contadino, un viandante, o chissà chi) di ucciderla.
In genere c’è un primo tentativo che fallisce e poi un secondo, più spietato, in cui la matrigna chiede, come prova della morte, il cuore di Biancaneve.
Ovviamente il cacciatore si commuove ed organizza l’inganno a fin di bene: sacrifica un cerbiatto, o un altro animale, ne prende il cuore e lo porta dalla matrigna-strega (che inspiegabilmente sembra non accorgersi della sostituzione), mentre Biancaneve fugge nel bosco.
Questa è la prima parte della storia.

La seconda parte prevede la scoperta della casetta dei sette Nani, momentaneamente vuota, l’ingresso di Biancaneve nella casetta, l’addormentamento della fanciulla su tutti e sette i letti dei Nani che, per ospitarla, vengono avvicinati tra loro.
Come sappiamo, al ritorno dei Nani, celebri scavatori di pietre preziose, poco puliti, poco ordinati, c’è il fantastico incontro, lo stupore per la bellezza della fanciulla, la promessa di Biancaneve di restare nella casetta e di non dare confidenza a nessuno, lo sviluppo di una grande amicizia tra i Nani e Biancaneve ed infine l’impegno della fanciulla a tenere ordinata la casa.
A questo punto la matrigna-strega reinterroga lo specchio e scopre che la sua “rivale” è ancora viva e lo specchio le mostra il suo nascondiglio.
La strega prepara la mela avvelenata (a metà) e la porta a Biancaneve. La giovane non riconosce la matrigna, morde la mela e muore (apparentemente). I Nani tornano, la trovano morta; pianto dei nani, la bara di cristallo, l’arrivo del principe azzurro, il bacio, il risveglio… e tutti vissero felici e contenti.

I contenuti archetipici che animano questa formidabile struttura sono talmente tanti da costituire un intreccio sconfinato ed affascinante. Alcuni apparati simbolici sono facilmente decifrabili, per lo meno in chiave psicologica; altri sono decisamente più criptici, così come avviene, del resto, per tutte le fiabe del mondo, che trasferiscono nella tradizione popolare l’essenza dei racconti, base dei processi iniziatici e delle cosmogonie di ogni tradizione.

Ogni sezione della fiaba di Biancaneve ha, ovviamente, un profondo richiamo alle dinamiche psichiche (che sono state quelle più indagate e che fanno godere a dismisura gli psichiatri di tutto il mondo: basti pensare, tanto per fare un esempio, al formidabile pastrocchio edipico del quadrilatero padre-matrigna-cacciatore-Biancaneve) ma anche delle significative tracce alchemiche ed ermetiche che la ricollegano alla grande fiaba d’Amore e Psiche narrata da Apuleio (che, non per nulla, era… un mago).
C’è da dire che i bambini non studiano antropologia né psicologia. Eppure tale fiaba comunica meravigliosamente a livello inconscio, ed è da sempre straordinariamente amata. C’è l’avventura, il terrore, il cattivo, il buono, il sacrificio, il protettore, la sconfitta dei malvagi, il trionfo della giustizia, e tali messaggi arrivano alla mente senza particolari mediatori intellettuali.

Qui ci soffermiamo solo su un particolare, tanto per mostrare la vastità dell’impianto scenico e le sue implicazioni mitiche.
Parliamo dunque dei Sette Nani.

È evidente come tale numero non sia casuale. I sette pianeti, le sette Virtù, i sette chakra, i sette colori dell’iride, i sette giorni della settimana, le sette note, il collegio romano dei septemviri, le sette stelle dell’Orsa, etc., ricordano che siamo di fronte ad un numero che è alla base di tutte le mitologie e di tutte le religiosità arcaiche. Dunque, a partire dal titolo, la fiaba unisce indissolubilmente la storia di Biancaneve a quella dei Nani. L’una non può esistere senza gli altri.
Biancaneve è perseguitata e arriva nella magica casetta dei Sette Nani per caso o, per usare un termine più appropriato, diremmo “per ventura”.
L’incontro avviene dopo una lunga fuga (alcuni potrebbero dire da se stessa e dal suo Edipo, oppure che stava scoprendo la sua femminilità, come Cappuccetto Rosso, etc., ma qui tralasciamo gli aspetti psicologici). Quando arriva alla casa dei Nani è stanca, spossata da un viaggio pericoloso nel bosco dei suoi terrori, ma anche nella foresta dei suoi impulsi e delle sue intuizioni.
È in fuga forse dal suo alter ego, madre usurpatrice che ha soggiogato il maschile paterno, che ha sovvertito l’ordine e la legittimità nel governo del regno, che vuole il suo cuore (indubbiamente tale “madre” non ce l’ha, ed usa fino a che può, come surrogato del cuore nel quale andare a trovare se stessa, uno specchio, altro oggetto magico che gioca un ruolo cardine in tutta la storia).

La casa dei Nani è piccola, davvero non paragonabile al castello da cui proviene Biancaneve, tanto è vreo che lei c’entra appena. La fanciulla si incuriosisce delle dimensioni dei letti ma poi è troppo stanca per porsi altre domande e ci si abbandona sopra, avvicinandoli gli uni agli altri. Ora bisogna rendersi conto che, il suo stendersi sui letti accostati, posti orizzontalmente rispetto al suo corpo, ed il suo abbandonarsi al sonno, superando così le proprie paure, ha un effetto potentemente evocativo. È una vera e propria incubazione, paragonabile forse a quella degli adepti dei misteri orfici. Infatti, al suo risveglio, i sette proprietari dei letti le sono improvvisamente intorno, e la guardano stupiti.

Dunque, se vogliamo vedere le cose da un punto di vista prevalentemente “magico” il contatto con i “sette letti” dove riposano i Nani ha il potere di far apparire i “proprietari” dei letti medesimi, di estrarli dalle loro miniere. Il parallelo tra i centri sottili della cabala giudaico-cristiana e i noti chakra della tradizione induista è fin troppo facile.
È evidente che al “risveglio” di Biancaneve anche i Nani sono “svegli” (nella fiaba si dice che hanno appena finito di scavare) e la scoperta reciproca lascia interdetti.
Se ci rifacciamo al simbolismo proprio della tradizione ermetica rinascimentale, facilmente riscontrabile nell’iconologia dell’epoca, potremmo dire che il corpo di Biancaneve (che nelle fiabe originali non è vestita come una rubiconda educanda americana anni Trenta, ma è una splendida giovane coperta di pochi veli) ha scoperto di essere governato da sette pianeti, da sette metalli, etc. Ed è evidente che lei se ne stupisca così come i Nani si stupiscono di essere collegati direttamente a quel corpo e che il loro lavoro ha portato… degli ottimi frutti.

Sappiamo, soprattutto dalle tradizioni nordiche, che il popolo dei Nani è collegato sia alla Terra che a Vulcano, quindi sia alla nutrice primordiale (assai più generosa della perfida matrigna) e al dio del Fuoco primordiale, al grande forgiatore dei metalli primordiali. I Nani sono perciò degli scavatori di pietre preziose ma anche dei forgiatori di metalli. Potremmo dire che ognuno di loro è preposto ad un particolare tipo di pietra e di metallo.
Il lavoro di “scavo”, sotto questo profilo, rifacendoci alla tradizione ermetica del Pimandro ed alle elaborazioni di Lullo e di Agrippa, è un’opera che l’Anima “risvegliata” (brutta parola che apre a facilonerie new age ma non ne abbiamo di migliori) esegue su se stessa, estraendo le “qualità” insite in ogni parte. In tale estrazione l’essere umano è paragonabile ad una miniera ma i metalli estratti vanno poi finemente lavorati per depurarli dalle scorie, raffinarli ed impreziosirli.
L’apparente assurdità del ruolo dei Nani nella fiaba è data dal fatto che non hanno relazioni con il mondo esterno. Il loro lavoro sembra fine a se stesso. Infatti, vivono nella loro casetta in modo totalmente autonomo e non commerciano, né accumulano per loro stessi, le pietre che scavano. Oseremmo dire che sono chiusi in un vaso ermetico, apribile solo a determinate condizioni. Ma essi preparano lo straordinario dono di nozze a colui che saprà incontrarli e stupirli.

Ovviamente se Biancaneve non avesse un cuore puro non avrebbe mai trovato la casa dei Nani e questi non sarebbero mai diventati realmente “visibili”. Sotto questo profilo la storia ci propone un mondo che oggi definiremmo “tolkieniano”, dove il contatto con gli elementi naturali avviene proprio grazie alla assoluta assenza di malignità, di doppi fini, di strategie da parte della protagonista.

Biancaneve è un’anima algida, alla ricerca di se stessa e del suo calore. Non ha studiato… filosofia, non conosce quasi nulla del mondo. È semplicemente pura, vergine (“bianca come la neve, rossa come il sangue” – nota mia -), ma prigioniera della sua matrigna. La prima operazione che fa è allontanarsene (per mezzo dell’enigmatico viandante-cacciatore-servo) che la induce a fuggire. Lo stesso nome “Bianca-neve” (che in altre versioni della fiaba è leggermente diverso) è collegato al concetto di purezza, di impalpabilità e di freschezza. Per questo lei trova la casa dei Nani. Non è dunque un caso, ma una necessità metafisica.

Anche la matrigna andrà nel bosco, novello fantasma del lato ombra di Biancaneve. Essa non si perde tra le ombre della foresta e non ne ha paura, ma il suo unico obiettivo apparente è distruggere la “bianca-neve” che dispone di un cuore e di una bellezza immacolata. E sarà proprio grazie a Biancaneve che ha inconsapevolmente resto visibile la casa dei Nani, ed allo specchio magico che la riflette, che la strega giungerà a trovarla. Per cui la matrigna, avendo un’immagine speculare della casa, cioè invertita rispetto all’ordine naturale, la vede solo come rifugio della sua antagonista e non ne comprende la funzione (se volessimo fare un parallelo con l’Alice di Carroll potremmo dire che la porta della casa dei Nani è, per alcuni versi, simile a quella da cui passa il Bianconiglio). Perciò la strega non potrà mai entrarci e, pur essendoci arrivata vicino, nel suo tentativo di distruggere la Purezza e di diventare, in tal modo, esteriormente la più bella, non sarà in grado di riconoscerne il valore.

Ovviamente quando i Nani scoprono che Biancaneve è morta per essersi fatta tentare dalla mela (eh, queste mele, che ci perseguitano dall’inizio della Creazione!) ne piangono la perdita e le costruiscono la famosa bara di cristallo. Insomma la proteggono e lasciano il corpo come mummificato ed in attesa della rinascita definitiva.
È evidente che la morte di Biancaneve ha una doppia valenza. Da una parte sembra la vittima ingenua di un inganno altrettanto ingenuo. Dall’altra soggiace ad una operazione necessaria. In realtà la strega fornisce il veleno che uccide ma, allo stesso tempo, tiene la “Bellezza” in animazione sospesa, che permetterà ai Nani di coagularla nella purezza del cristallo.

Il Principe completerà l’opera e Biancaneve, ormai pronta per aver affrontato la morte, troverà la sua completezza nella congiunzione con l’amato. È chiaro che non si tratta di un colpo di fulmine ma di una conseguenza incontrovertibile. Il Principe-principio (spirituale) arriva quando l’anima è pronta ad accoglierlo e non in altri momenti.
Ora, quest’analisi veloce e superficiale non è assolutamente esaustiva, né dell’episodio estratto dalla fiaba né, tantomeno, del senso della fiaba stessa. Molto ci sarebbe da dire sui singoli personaggi e, in particolare, sull’enigmatico cacciatore, sullo specchio, sulla casa, sulle pietre, e soprattutto sul Principe, deus ex machina, che appare per un solo istante ma che corona la storia con un apparente quanto improbabile lieto fine… Ma suscitare un minimo di curiosità è uno degli scopi di chi racconta le fiabe, e quindi se sarà possibile… ne riparleremo ancora, un’altra volta…

[di Claudio Lanzi con miei adattamenti; per approfondimenti sull’autore dell’articolo www.simmetria.org]
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