Pelle di lupo e demoni del grano

Nell’articolo precedente tratto dal sito di Gianluca Toro erano stati raccolti alcuni riferimenti sulla conoscenza tradizionale dell’ergot (segale cornuta) nelle Valli Valdesi (Toro, 2009; pagg. 35-38). Toro li riprende in un altro contributo in relazione ad un racconto riportato da M. Bonnet (1994; pag. 319) per una località non precisata, sempre nelle Valli Valdesi. Il tema è quello della licantropia che, attraverso il contesto in cui si sviluppa, potrebbe rimandare ai cosiddetti “demoni del grano” ed alla segale cornuta.
Segue il racconto:

“Due contadini trovarono, falciando un prato, una pelle di lupo nascosta dietro un cespuglio. Dopo averla esaminata con curiosità il più giovane, di diciott’anni, volle indossarla.
– “No! È una pelle che porta male, lasciala lì!” diceva prudentemente il compagno.
Ma il giovane non volle dargli retta e, mettendosi carponi, introdusse la testa e le due braccia nella parte anteriore della pelle misteriosa. Di colpo, gridò con voce soffocata:
– “Per carità, levatela, levatela, se no vi mangio tutti!”
Una volta liberato dalla pelle, confessò di avere provato un violento desiderio di mordere e strappare con i denti carne umana.
Qui il protagonista si trasforma in lupo per averne indossato la pelle, e ne acquisisce l’istinto predatore.
La pelle di lupo in relazione alla licantropia è citata in diverse testimonianze del passato. Ne riportiamo due tra le più significative (Toro, 2005; pagg. 72-77):
in Examen of Witches (1602) H. Boguet afferma:
“Le confessioni di Jacques Jamprost, Thievenne Paget, Pierre Gandillon e Georges Gandillon sono rilevanti per le nostre argomentazioni, poiché essi confessarono che, allo scopo di trasformarsi in lupi, si unsero con un unguento, poi Satana li coprì con una pelle di lupo e se ne andarono a quattro zampe correndo per la campagna, cacciando ora una persona, ora un animale per saziare il loro appetito”.

 

Nelle Disquisitiones magicarum (1606) M. Del Rio scrive:
“A volte egli [il demonio] li cinge ben strettamente la pelle autentica di una bestia attorno ai loro [degli stregoni] corpi: che ciò avvenga, e che la pelle di lupo che si dà loro è nascosta nel tronco vuoto di un albero, è provato dalle confessioni di certi testimoni”.

Si suppone che la licantropia avesse una base farmacologica. Già Virgilio, nelle Bucoliche (I secolo d.C.), parla di certe piante che crescono nel Ponto e che avrebbero il potere di trasformare una persona in lupo. Nel XV e XVI secolo si trovano numerose testimonianze secondo cui questa trasformazione avveniva proprio per mezzo di un unguento.
È possibile ipotizzare l’identità dei componenti attivi di tale unguento seguendo quanto scrive Paulus Ægineta in un trattato di medicina (VII secolo d.C.):

“Coloro che operano sotto licantropia escono di notte imitando i lupi in tutto e per tutto, e si aggirano per i cimiteri fino al mattino dopo. Potete riconoscere simili persone dai seguenti tratti: essi sono pallidi, la loro vista è debole, gli occhi sono secchi, la bocca ancor più secca, la salivazione bloccata; sono assetati, hanno le gambe gravemente ferite per le numerose cadute.”

Il comportamento e le condizioni fisiche descritte si adattano agli effetti di specie psicoattive della famiglia delle Solanacee, principalmente belladonna (Atropa belladonna), stramonio (Datura stramonium), giusquiamo (Hyoscyamus albus o Hyoscyamus niger) e mandragola (Mandragora autumnalis o Mandragora officinarum).

Nel racconto riportato in apertura non troviamo riferimenti all’unguento, ma si può proporre una relazione del lupo/uomo lupo con i demoni del grano e la segale cornuta. Il campo in cui i due protagonisti trovano la pelle di lupo, mentre stanno falciando, sembra un campo generico, non necessariamente un campo di grano, ma è comunque possibile che il racconto rappresenti una variante della tradizione relativa ai demoni del grano (cfr. Frazer, 1990; pagg. 537-541, 555).

I demoni del grano sono esseri dell’immaginario popolare tipici delle culture agricole europee. Essi incarnano lo spirito del grano sotto forma di animale, identificandosi in lupo, cane, toro, bue, cavallo, capra, maiale, gatto, lepre, volpe, oca, quaglia e gallo e stabilendosi in un campo di grano, da cui fuggono durante la mietitura. Questi demoni possono essere catturati o uccisi nell’ultimo covone e la persona che taglia le spighe rimanenti o lega proprio l’ultimo covone prende il nome dell’animale. Spesso, quest’ultimo è rappresentato con un fantoccio, fatto sempre con l’ultimo covone.

Il demone del grano in forma di lupo è comune in Francia, Germania e nei paesi slavi. Quando il vento fa ondeggiare il grano si dice che “il lupo attraversa il grano”, e quando i bambini desiderano andare per i campi di grano, li si avverte del pericolo dicendo “il lupo sta nel grano e ti sbranerà”.
In Germania si dice che “il lupo sta nell’ultimo covone”.
Quando i mietitori si raccolgono intorno alle spighe rimaste da tagliare si dice che stanno per “prendere il lupo”. Queste spighe si chiamano “lupo”, così come chi le taglia; egli si identifica nell’animale, ululando e fingendo di mordere gli altri. Anche la donna che lega l’ultimo covone si chiama “lupo”, e di essa dicono che “il lupo la morde”.
Sull’isola di Rügen, sempre la donna che lega l’ultimo covone, quando ritorna a casa, deve mordere la padrona e la cameriera, ricevendo in cambio una fetta di carne. Nei pressi di Magdeburgo, dopo la battitura, i contadini portano in processione un uomo incatenato avvolto in paglia battuta, detto “lupo”.
Nella Guyenne, dopo aver mietuto le ultime spighe, viene portato per il campo un montone inghirlandato di spighe, fiori e nastri, chiamato “lupo del campo”. L’animale è poi ucciso, rappresentando così la morte dello spirito del grano presente nell’ultimo covone.

Probabilmente, l’incarnazione dello spirito del grano in un animale in genere, e nel lupo in particolare, deriva dal fatto che in passato era comune vedere animali selvatici nelle zone rurali. La sola presenza di un lupo in un campo di grano faceva sì che per l’osservatore si instaurasse una relazione tra l’animale ed il grano stesso, relazione basata semplicemente sull’osservazione diretta della natura.

Poiché in passato era un fatto comune che i campi coltivati fossero infestati da funghi parassiti, come la segale cornuta, si può ipotizzare che quest’ultima sia stata associata al lupo e al licantropo, di cui costituiva una trasfigurazione (Toro, 2009; pag. 38). In Germania, la segale cornuta è nota come “lupo” ed uno dei suoi nomi popolari è Wolfszahn (“dente del lupo”) per la forma dello sclerozio. Quest’ultimo nome identifica anche un demone, il quale si manifesta attraverso il vento che scuote un campo di segale. Inoltre, si crede che il colore della segale cornuta sia quello della saliva del lupo dopo che ha morso un uomo o un animale. Non dimentichiamo che in alcuni casi il lupo del grano, dopo la cattura, è personificato da un uomo, quindi un licantropo. Tra gli effetti riportati a seguito dell’ingestione della segale cornuta, vi è un comportamento istintivo e rabbioso, che corrisponde bene a quello di un animale come il lupo in cerca della preda. Metaforicamente, indossare la pelle di lupo significa ingerire la segale cornuta e identificarsi con un lupo, così come accade a chi taglia le ultime spighe o lega l’ultimo covone. Inoltre, il ritrovamento della pelle di lupo indicherebbe che il lupo è stato ucciso, ovvero che è stato ucciso lo spirito del grano, e indossarla lo riporterebbe in vita. In questo modo, si favorirebbe il ritorno del lupo del grano, cioè il rinnovarsi e perpetuarsi del ciclo cerealicolo. E in alcune aree europee si crede che il lupo preso nelle ultime spighe viva nella fattoria per tutto l’inverno, rinnovandosi in primavera, quando ritornerà nei campi (Frazer, 1990; pag. 556).

In definitiva, il racconto qui discusso sembra essere costituito da una base piuttosto antica legata ad attività propiziatorie del ciclo cerealicolo, nel caso specifico attraverso l’uccisione simbolica ed il ritorno in vita del lupo del grano. A ciò, è possibile che si siano aggiunte credenze relative alla licantropia. Il racconto potrebbe rappresentare la possibilità di trasformarsi in animale per mezzo della segale cornuta, ma non è da escludere che vi sia anche un riferimento agli effetti dell’unguento prima citato. Un unguento magico, questa volta per volare al sabba delle streghe, compare in un altro racconto da Villar Pellice (Bonnet, 1994, pag. 290-295). E non dobbiamo tralasciare il fatto che, per queste trasformazioni animali, hanno probabilmente avuto un certo ruolo le aspettative, i desideri e l’ambiente sociale e culturale. In questo senso, oggetti come la pelle di lupo potevano suggestionare le persone influenzandone l’esperienza.

Riferimenti
– Bonnet M., 1994, Tradizioni orali delle Valli Valdesi del Piemonte, A. Genre Cur., Claudiana, Torino
– Frazer J.G., 1990, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, Torino
– Toro G. 2005, Sotto tutte le brume sopra tutti i rovi. Stregoneria e farmacologia degli unguenti, Nautilus, Torino
– Toro G., 2009, “Conoscenza tradizionale della segale cornuta nelle valli valdesi: alcune testimonianze”, La Beidana, 66: 35-38.

fonte: http://www.anthroposweb.com/
[tratto da qui: http://psiconautica.byethost13.com/content/view/1129/29/ di Gianluca Toro]
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