Il lupo, la luna, la luce, l’inizio

Lo lupo si è uno animale che have in sé due proprie nature: ché elli si è nominato rappace, cioè rapitore, ché elli vive da preda; e quando elli viene a intrare in alcuno luogo per involare, sì va molto guardingamente, e se elli facesse alcuno sentore, sì si prende li piedi colli denti e sì se li morde fortemente. L’altra natura si è che elli tolle lo vigore all’omo, se ello vede l’omo ‘nansi che l’omo vegga lui; e si l’omo vede ‘nansi lui che ‘l lupo lu vegga, sì tolle l’omo lo vigore al lupo.

Spauracchio, guardiano, astuto predatore o feroce guerriero, il lupo percorre nel corso della storia dell’uomo un cammino ad esso parallelo, con il quale spesso s’incontra o scontra e non di rado si confonde.
L’indagine sull’animale risulta più vasta di quanto si possa pensare in un primo momento, poiché la sua figura si ricollega ad un’enorme quantità di leggende, storie, miti e religioni di tutto il mondo. Nel folklore medioevale europeo esso trovò nell’inconscio collettivo un territorio così fertile da meritarsi un posto di spicco nel variegato universo degli archetipi psico-magici dell’epoca.

L’estratto in lingua volgare di cui sopra proviene infatti da Il libro della natura degli animali, una compilazione anonima della fine del Duecento che descrive il lupo sia a livello comportamentale (rappace), sia in senso simbolico ponendolo sullo stesso piano dell’uomo.
Ciò che rende l’uomo ed il lupo rispettivamente preda o predatore non dipende solo dalla loro natura, ma dalla capacità di pre-vedere l’agire dell’uno sull’altro.
Tale analogia, che vede la bestialità prendere il sopravvento sull’umanità solo quando questa la ignora, è il monito che spinge alla presa di coscienza dell’intima natura che ci compone.
La realtà che percepiamo, infatti, è la risultante del rapporto tra ciò che ci circonda e ciò che ci abita, perciò il rapporto uomo-lupo deve essere colto parimenti sia nel suo significato esteriore (essoterico) che lo rende fruibile a tutti, sia in quello diretto verso l’interno (esoterico), che ai più è celato.
Tale quindi è il fine di questo breve scritto, che vuol cogliere, nella spessa trama del mondo al di là delle mere apparenze, il giusto valore del connubio uomo-lupo, depurandolo dalle distorsioni che nel corso dei secoli ne hanno assottigliato lo spessore magico e simbolico.

Le origini

Il mal di luna identifica oggi quel fenomeno conosciuto come “delirio zooantropico”, una manifestazione di natura isterica ove un individuo si sente spinto al comportamento animale.
Tale patologia ha origini antichissime, giacché se ne trova traccia nell’Antico Testamento, dove nei Libri Profetici viene narrata la storia del re di Babilonia Nabucodonosor.
Questi, arrivato all’apice del potere, per l’eccessiva superbia si vide togliere il regno da Dio stesso: “fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l’erba come i buoi ed il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo: il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli” (Daniele 4,25).
Dopo sette anni il re poté tornare alla civiltà, dove si vide restituire la maestà perduta, tra il giubilo della popolazione e la consapevolezza che ciò che gli era stato donato da Dio non era di sua proprietà.
Per tale ragione il mal di luna venne anche detto lincatropia di Nabucodonosor.

La parola licantropo di derivazione greca è composta da lykos e da anthropos, rispettivamente “lupo” e “uomo”, nel latino volgare divennero lupus e hominarius, originando così il lupo mannaro.

Il nome mal di luna fu coniato nell’Europa del ‘500, quando era diffusa la credenza secondo la quale le trasformazioni avvenivano nelle notti di luna piena. Curioso come ancor oggi venga utilizzato nel napoletano per indicare l’epilessia.

Il comportamento animalesco di alcuni individui venne anche razionalizzato in termini di attacchi di rabbia canina e, dato che nell’Europa dell’epoca i canidi, soprattutto allo stato selvaggio, spopolavano designandosi predatori per eccellenza, non è difficile intuirne le cause.
La vera ragione per cui la figura del lupo assunse una valenza nefasta è che questo animale totemico rappresentò le culture pagane che la chiesa cattolica tentò di addomesticare nel periodo medioevale, tanto che non è raro trovare nell’iconografia di quest’ultima figure di santi che ammansiscono dei lupi.
Quanto alle reali motivazioni che accomunavano le mutazioni al magnetismo della luna piena, esse vanno ricercate certamente nei fenomeni fisici cui essa dà luogo, ma soprattutto nelle loro radici che affondano nel sincretismo mistico, sciamanico ed astrologico che fu alla base di molte religioni, culture e tradizioni dell’antichità [1].

 

 

 

 

 

 

 

Regina del Cielo e Madre della Terra

L’osservazione del cielo accompagna l’uomo fin dalle sue origini, poiché questo è sempre stato al centro della sua ansia spirituale e conoscitiva; in effetti, la stessa dimensione temporale esiste grazie al movimento degli astri, testimoni muti della nostra storia e delle nostre origini.
La luna è stata protagonista della mitologia fin dagli albori della civiltà e già 20.000 anni fa l’uomo di Cro-Magnon ne annotava i cicli incidendoli sulle ossa.
Il suo nome deriva dall’antichissima radice indoeuropea *leuk che significa “splendere” ed è passata nel greco leukos che significa “lucente”, “bianco”, fino al latino lux, “luce”. A noi però la parola giunse attraverso la mediazione mitologica: ad Efeso il satellite era divinizzato come dea della fecondità dotata di cento mammelle, veniva adorata come Diana, Artemide o Lucina e proprio dalla sincope del nome di quest’ultima sarebbe derivato il nostro “Luna”.

Il simbolo della Luna proviene invece dai culti egizi tributati ad Iside e, parimenti alla Madre Terra, veniva considerata il ricettacolo della vita e della fecondazione universale.
Rappresenta il principio femminile e passivo (salvo eccezioni), opposto e complementare al sole, ma anche la conoscenza riflessiva e quindi speculativa, l’inconscio, l’immaginazione e la memoria.
Come tutti gli archetipi la Luna presenta una doppia natura: se da un lato questa è vivificatrice e partecipe della fecondità di tutte le forme viventi, dall’altro il suo aspetto pallido e spettrale è considerato uno degli ingressi al Regno dei morti; tale carattere duale la rese protagonista di numerosi riti di iniziazione.

 

 

 

 

 

“Il suo bipolarismo è espresso dalle diverse divinità che la personificano: la dea mesopotamica Ishtar (plenilunio) rappresenta l’aspetto positivo e fecondante della Luna; la vergine Diana (luna crescente) ne incarna la funzione celeste e ordinatrice; la Signora degli Inferi, Ecate (luna nuova), è un principio negativo, sotterraneo ed acquatico, mentre Jana bifronte è la guardiana delle porte del Cielo e dell’Inferno” [2].

La tradizione cristiana sovrappone alle dee lunari pagane la figura di Maria, la Grande Madre universale dispensatrice di grazia, che come Signora dell’Apocalisse ne esprime anche l’aspetto legato alla morte. Tra le personificazioni al negativo della Luna compare anche quella della gorgone Medusa, la cui chioma serpentina rappresenta i raggi lunari e le proiezioni negative degli ego sprigionate dalla mente.
Dotato da Minerva (la saggeza) di uno scudo d’avorio lucente come uno specchio (la Luna), soltanto l’eroe Perseo riesce vittorioso dall’incontro con la gorgone.
Egli è l’archetipo dell’uomo che sviluppa la propria natura divina e che, grazie all’intelligenza riflessiva e speculativa acquisita, non soccombe più alle proiezioni dell’ego, cioè a tutte quelle forme di pensiero che invece di elevare l’individuo lo appesantiscono e lo imprigionano pietrificandone l’energia vitale.

Tracce del culto lunare si trovano anche nel Libro di Geremia (VII sec. a.C.), ove viene deprecata l’usanza delle donne ebraiche di offrire focacce alla “Regina del Cielo”.
L’associazione pane-luna del paganesimo ebraico ricorda quella dei Misteri Eleusini cari a Demetra, dea greca della vegetazione, dei campi e dell’agricoltura e quella dei Misteri Orfici, la cui divinità principale era Ecate. Proprio in quest’ultima si trova il legame tra la terra, la luna ed il pane. Essa infatti venne associata nel suo aspetto celeste a Selene (da selas: “splendore”, “fiamma”), in quello terrestre ad Artemide (o Demetra) ed in quello infero a Persefone (o Proserpina). Oltre ad essere la regina del cielo, regnava quindi sul mondo fenomenico e su quello sotterraneo.
Essa è al contempo divinità bipolare, in quanto guida delle zone liminali, e trinità poiché capace di manifestarsi su tre piani distinti.

Ecate, il cui appellativo Trivia e la cui caratterizzazione di Triformis nascono dall’iconografia tradizionale, viene rappresentata come figura luminosa dal triplice aspetto o dal triplice volto: umano nella sua forma terrestre, equino nella sua veste lunare e canino nel suo habitus infernale.
Tale natura la designava divinità tutelare dei punti di passaggio (come Janus e Jana), ma soprattutto dei trivi e dei crocevia, sia in senso temporale (presente – passato – futuro), sia in termini di crescita coscienziale (stadio caotico – stadio celeste).

In un oracolo caldaico Ecate è definita come la fonte dell’acqua dell’anima cosmica: simbolicamente, quindi, essa è la fonte della vita e sorgente della luce, del fuoco, dell’aria e dell’etere; in sostanza ad Ecate si attribuisce il potere vitale su tutti gli elementi: essa è il ventre del cosmo.
Questa facoltà di animare con la vita ogni cosa le dà anche la possibilità di rianimare i morti, perciò è spesso la divinità demiurgica che presiede all’operazione di morte e rinascita delle cerimonie d’iniziazione e per tale motivo, come luna, le viene spesso associato un canide, che ha funzione di psicopompo, cioè di guida infera.
Dea della magia e della trasformazione di cui il lupo è simbolo per antonomasia, Ecate viene spesso riconosciuta come divinità malevola, in parte per opera dell’indottrinamento delle religioni patriarcali, in parte per tenere lontani dalla Vecchia Religione ignoranti e curiosi.
Al contrario ad essa si associa l’idea lunare di evoluzione e ciclo: il tempo vivente del quale essa è la misura attraverso le sue fasi successive e regolari.
Anticamente le tre differenti fasi lunari stabilivano la tripartizione del mese, venivano interpretate come i diversi volti di Ecate Trivia ed al contempo come i tre stadi di crescita del grano (germe, maturo, mietuto).

Antropofagia iniziatica

Il secondo caso di mal di luna di cui si ha testimonianza risale al periodo greco antico.
Nella regione denominata Arcadia il re, tale Lykaon, era dedito al culto di Zeus Lykaios (“Giove Liceo”).
Sul monte omonimo, presso il suo tempio, si celebrava un rito durante il quale venivano mangiate carni umane ed animali e si diceva che ci se ne fosse cibato sarebbe stato trasformato in Lykànthropos.

 

 

 

 

 

La leggenda narra che il primo licantropo fu proprio il re e sacerdote Lykaon, trasformato da Zeus dopo aver immolato e mangiato le carni di uno dei suoi cinquanta figli.
Anche in questo caso i “licantropi” dovevano lasciare la loro vita di uomini semplici e ritirarsi tra i loro simili nei boschi per nove anni, astenendosi dal mangiare carne umana.
La trasformazione di Licaone, come quella di Nabucodonosor, è una diretta conseguenza della volontà divina, essotericamente letta come castigo, ma che al contrario fungeva da portale per uno stato superiore di coscienza, in cui l’esilio dalla civiltà simboleggiava il viaggio all’interno di se stessi.

 

 

 

 

 

La foresta, luogo lussureggiante ed al contempo oscuro e tetro, deriva da un termine del latino tardo la cui radice significa “stare al di fuori”. Anche il luogo simboleggia uno stato “altro” di coscienza, un percorso interiore che proprio per la sua difficoltà diviene catartico; alla foresta viene infatti paragonato il labirinto, che è per antonomasia il percorso iniziatico dell’apprendista all’interno del suo Io [3].

Alla luce greca lyké può essere accostato lykos cioè lupo.
In tale maniera il licantropo acquista il significato esoterico di “uomo-luce” o meglio “illuminato”.
L’episodio del re Licaone (nome che tra l’altro identifica l’omonima specie di canidi) è però arricchito da due elementi: il suo stato di sacerdote di Zeus ed il cibarsi di carne umana.
Nell’immaginario collettivo il cannibalismo è ovviamente una pratica turpe e primitiva, se poi viene inserito nell’ambito di un rituale il suo aspetto negativo assume le fosche tinte di un fanatismo religioso; ma di quanti banchetti sacri a base di carne umana siamo a conoscenza?
Tutte le culture indoeuropee (e non) delle origini annoverano nella loro mitologia rituali di questo tipo, probabilmente quello a noi occidentali più noto è l’ultima cena di Gesù.
Durante il rituale arcadico il sacerdote del culto di Zeus Lykaios sacrificava le carni del figlio e le distribuiva agli iniziandi al culto.
Analogamente, nella Bibbia, il Padre fecondò la Madre Terra con il figlio, il Cristo portatore di Luce ed Amore e questi, una volta giunto a maturazione (33 anni), si sacrificò offrendosi metaforicamente in pasto a dodici iniziandi ed oggettivamente all’umanità intera.
Il Messia, in quanto agnello sacrificale, al culmine della sua vita d’illuminazione donò il proprio corpo ed il proprio sangue per nutrire e dissetare i suoi apostoli; le sue ultime parole furono “amatevi gli uni con gli altri come io ho amato voi”.
Amore ed antropofagia quindi, un connubio alquanto strano, se non fosse per l’ipertesto iniziatico che vi si cela.

[1] Il termine “tradizione” va qui inteso nell’accezione sviluppata da René Guénon: esso designa la civiltà con tutte le concezioni del mondo da questa determinate che tendano all’Alto ed allo Spirito, non in quella comune accostabile a sinonimi di costume o abitudine.
[2] Voce “Luna” in Dizionari dell’Arte – Simboli e Allegorie, Electa
[3] Cfr. il mito di Dedalo e Harry Potter e il Calice di Fuoco
 
 
 
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