Demoni, lupi mannari, e l’inferno germanico

C’è un curioso legame tra i cani ed il viaggio nel regno dei morti. Può essere trovato in particolare nella mitologia indoeuropea, sebbene sia presente anche in Egitto, in Siberia e nel nord America. Secondo la mitologia vedica dell’India antica, ad esempio, i morti devono oltrepassare i cani dai quattro occhi di Yama, re dei morti; e la mitologia greca ci racconta del cane Cerbero, dotato secondo la tradizione di tre teste, che fa da guardia all’ingresso dell’Ade. Vanno ricordati anche i segugi bianchi dalle orecchie rosse del mito celtico. Ma l’idea di un cane da guardia del regno dei morti sembra raggiungere la piena, e più complessa espressione, tra i popoli germanici.

In Scandinavia i segugi sono associati a Niflheimr, la terra dei morti governata dalla sinistra regina Hel. Il poema eddico Baldrs draumar (“Il sogno di Balder”) ci racconta di come Odino cavalchi Niflheimr per scoprire il significato dei sogni che hanno disturbato suo figlio. Sulla strada

He met a hound that came from Hel. That one had blood upon his breast, and long did he bark at Baldrs father. Onward rode Odin – the earth-way roared – till he came to the high hall of Hel. [1]

[traduzione mia: Incontrò un segugio che giunse da Hel. Quello che aveva sangue sul suo petto, e a lungo abbaiò al padre di Balder. Proseguì Odino – il terreno ruggì finché giunse nelle grandi stanze di Hel.]

Anche nell’Edda poetica, nella sezione Fjolsvinnsmal del poema Svipdagsmal, due cani fanno la guardia al Lyfjaberg (“Montagna della Guarigione”), la dimora nell’altro mondo della fanciulla Mengloth, circondata da un muro di fuoco, ed un muro d’argilla chiamato Gastropnir. H.R. Ellis Davidson [2] ha identificato, in modo convincente, Mengloth con la dea Hel, sulla base di sufficienti similitudini significative tra Niflheimr e Lyfjaberg che suggeriscono che i sovrani dei due luoghi erano probabilmente intesi come uno solo. Vale la pena guardare da vicino i due cani:

One is called Gifr, Geri is the other, if you wish to know: they are strong watchdogs, and they keep watch until the doom of the gods. [3]

[Traduzione mia: Uno si chiama Gifr, Geri è l’altro, se vuoi saperlo: sono forti cani da guardia; ed essi lo saranno fino al destino degli dei.]

Gifr significa “rapace”, così come Geri. Quest’ultimo è anche il nome di uno dei due lupi di Odino – l’altro è Freki, il cui nome ha lo stesso significato. Come ha dimostrato Bruce Lincoln, questi nomi derivano tutti dalla stessa radice indoeuropea *gher-, che si pensa denoti il suono fatto da un animale, in questo caso la varietà canina. In sintesi, tutti i nomi significherebbero “ringhiare/colui che ringhia”. Dalla stessa radice si è sviluppato il nome Garmr, “cane”, la spaventosa bestia che si dice sia incatenata davanti Niflheimr; ed il nome Kerberos (Cerbero).

Lincoln sottolinea inoltre che dalla stessa radice deriva un insieme di parole che descrive come “pronunce sotto-verbali: parole che la gente emette comunemente ma nessuna delle quali consiste in una parola reale”. Conclude che le parole germaniche così derivate si riferiscono  all’avidità come “quella caratteristica per cui un essere umano si riduce al livello di una bestia affamata: ringhia, è vorace, ed inarticolata”, e suggerisce che l’associazione del cane con l’oltretomba può essere in parte dovuta alla diffusa reputazione del cane come divoratore di cadaveri; il borbottio rabbioso denota “l’avidità di null’altro se non la morte che tutto divora” [4].

Al significato dato da Lincoln si può aggiungere la semplice osservazione che il ruolo comune del cane nella comunità umana lo rende un candidato naturale per la parte del guardiano dell’oltretomba. Ma c’è molto più di questo da dire. I cani ed i lupi sono strettamente collegati, nella mitologia tradizionale così come in natura. Il poema epico in Old English Beowulf descrive il mostro Grendel e sua madre in termini che lasciano pochi dubbi sulla loro natura lupesca – tra le parole utilizzate per descriverli ci sono werga, werhtho, heorowearh, brimwylf, grundwyrgenne, tutte che contengono gli elementi wearg/wearh o wylf. Grendel è anche chiamato scucca (demone), da cui deriva il secondo elemento del nome di Black Shuck, il cane sovrannaturale incontrato dai viaggiatori notturni nel folklore dell’East Anglia. Di Grendel è anche detto che him of eagum stod ligge gelicost leoht unfaeger: “nei suoi occhi splendeva una luce balenante come il fuoco” [5].

Grendel e sua madre sono entrambi cacciatori e guardiani di un tumulo funerario nella palude, e viene dato loro un aspetto acquatico che combacia – brimwylf, ad esempio, vuol dire “lupo d’acqua”. Ciò fa venire in mente i corsi d’acqua – di solito i fiumi, ma a volte anche i laghi o il mare – che solitamente circondano l’oltretomba indoeuropea, e quella di alcune culture non indoeuropee. Ciò conduce, strano ma vero, a San Cristoforo.

Nella tradizione cristiana popolare San Cristoforo era un gigante che trasportava i viaggiatori lungo un fiume. La storia è conosciuta e non c’è bisogno di ripeterla qui. Ma le tradizioni antiche inglesi del santo sono abbastanza strane. Secondo la Passion of St Christopher in Old English “se w s healf hundisces mancynnes”: “lui era di quella razza umana che era per metà segugio”. La Martyrology in Old English riporta quanto segue: egli era “thaere theode thaer men habbath hunda heafod & of thaere eorthan on theare aeton men hi selfe”, ovvero “proveniva dalla nazione dove gli uomini hanno la testa di un cane e dal paese dove gli uomini si divorano l’un l’altro”; inoltre, he haefde hundes haefod, & his loccas waeron ofer gemet side, & his eagan scinon swa leohte swa morgensteorra, & his teth waeron swa scearpe swa eofores texas”: “aveva la testa di un segugio, le sue ciocche erano molto lunghe, ed i suoi occhi brillavano come la stella del mattino, ed i suoi denti erano affilati come zanne di cinghiale” [6].

È chiaro che non è proprio questo il santo patrono dei viaggiatori di cui ci raccontano a catechismo. Si tratta di una versione particolare in Old English di San Cristoforo. Egli assomiglia al mostruoso Healfhundingas, una razza citata in due testi in Old English: The Wonders of the East (“Le meraviglie d’Oriente”) e The Letter of Alexander to Aristotle (“La lettera di Alessandro ad Aristotele”). Fino al punto che assomigli ai mostri lupeschi del Beowulf. Come molte altre tradizioni indoeuropee, i Germani sembrano aver concepito un traghettatore che conduceva i morti nell’oltretomba; in realtà Odino era dipinto come tale in epoca vichinga. Sembra ragionevole supporre che l’attività ed il luogo dove si trovava San Cristoforo toccano corde familiari per l’epoca anglosassone, e che conseguentemente la leggenda aveva preso delle sfumature dai motivi germanici legati all’oltretomba.

A questo punto torniamo alla famiglia di Grendel, e ai lupi di Odino. Grendel e sua madre sono caratterizzati numerose volte da composti della parola wearg o della sua variante wearh, che può essere più familiare ai lettori di Tolkien nella sua forma continentale tedesca warg, sebbene abbia forme simili in altre lingue germaniche. Questa è una parola complessa: spesso utilizzata semplicemente per indicare il lupo, denota anche un fuorilegge o lo stato di fuorilegge, in tal caso riferito a coloro che hanno commesso crimini imperdonabili o irredimibili, e che sono scacciati dalla loro comunità e condannati a vagare fino alla loro morte. I fuorilegge erano tradizionalmente abitanti dei boschi, e potevano essere legittimamente uccisi.

Sarebbe facile presupporre che i fuorilegge erano chiamati warg semplicemente perché le loro offese erano particolarmente cruente, e che come risultato erano paragonabili a lupi, selvaggi, bestiali, incivili. La legge anglonormanna, ad esempio, stabiliva che il fuorilegge sarebbe “stato ritenuto un lupo e… proclamato “testa di lupo” [7]”. È interessante che anche la Lex Salica dei Franchi utilizzi la frase wargus sit (“lui dovrebbe essere un warg“) riferendosi ad un profanatore di tombe [8]. Ma warg non è una parola diretta. Essa deriva da una radice indoeuropea *wergh-, “strangolare/strozzare”, tramite il germanico *wargaz. Ciò suggerisce che l’utilizzo di warg e delle sue varianti nei codici legali germanici come una condanna “originariamente erano delle dichiarazioni magico-legali che trasformavano il criminale in un lupo mannaro degno di essere strangolato” [9]. L’origine molto antica di questo significato nell’indoeuropeo è dimostrata dai testi hittiti che includono la frase zi-ik-wa UR.BAR.RA ki-sa-at, “tu diventerai un lupo”; ed il nome LU.MES hurkilas che denota entità simili a demoni atte a catturare un lupo e strangolare un serpente – hurkilas deriva dalla stessa radice di warg [10] -. Il warg, in ultima analisi, è uno strangolatore, ma che richiede di essere strangolato egli stesso.

La Lex Salica non è la sola a condannare i profanatori di tombe come il warg. Esattamente la stessa cosa si trova nella Lex Ripuaria, e nelle leggi di Enrico I d’Inghilterra. I testi legali della Scandinavia medioevale, comunque, tendono ad applicare il termine affine vargr per coloro che uccidono con vili mezzi, e per coloro che tradiscono i giuramenti; tuttavia, il termine è quasi sempre utilizzato in composti, il che suggerisce che il significato arcaico era stato perduto.

In definitiva, un warg è un fuorilegge, qualcuno che letteralmente è diventato un lupo agli occhi dei suo compagni: un warg può diventare ciò che è essendo messo fuori legge per assassino o per aver tradito un giuramento; o può essere messo fuorilegge per ciò che egli già è, un warg, un profanatore di tombe.

Il metodo tradizionale per disfarsi dei fuorilegge era l’impiccagione, una punizione che è solo una variante minore dello strangolamento. Ciò era il modo prescritto per sacrificarsi a Odino. Come cita il poema Grimnismal “La sala di Odino è facile da riconoscersi: un vargr è appeso impiccato al di fuori della porta ad occidente…” [11]
Odino è conosciuto come Hangaguth, “il dio degli impiccati”; in Old English, Old Saxon e Old Norse, il patibolo è conosciuto come il warg-tree (l’albero warg). Lo strangolamento è implicito in numerosi riferimenti alle corde o alle trappole della dea della morte nel mito indoeuropeo; e qui il nome Mengloth, “colui/colei che è felice della collana” può essere significativo, specialmente in quanto uno dei muri che circondano il suo Lyfjaberg è il muro d’argilla chiamato Gastropnir, “lo strangolatore dell’ospite”. La situazione finora può essere così sintetizzata. Prima di tutto, alla terra dei morti fa da guardia una creatura canina o lupesca. Poi, che quella terra si raggiunge attraversando un corso d’acqua. Ancora, che warg si riferisce ad uomini che sono considerati lupi – o lupi mannari, dato che stiamo parlando di questo – e che sono condannati al cappio. Infine, i riferimenti a Grendel nel Beowulf suggeriscono inoltre che i cani o i lupi che fanno la guardia o ostacolano la via all’oltretomba sono essi stessi warg. Ci sono altre due cose degne di nota prima di andare oltre. Una è un’interessante kenning in un altro poema eddico, Helreith Brynhildar: c’è hrot-garmr, “il cane che abbaia”, che sta a significare il fuoco, ed in questo caso si riferisce specificatamente alla pira funeraria di Brynhild (Brunilde). L’altra kenning è il muro di fuoco che circonda il Lyfjaberg di Mengloth. Vi sono parallelismi a questa kenning in numerosi altri testi medioevali norreni, con mura di fuoco che circondano altri regni dell’oltretomba. Le due idee possono essere collegate: dopo tutto, la cremazione è essa stessa un muro di fuoco, confine tra questo mondo ed il prossimo. Ciò ci riporta, indirettamente, al warg. Il Roggenwolf (“lupo della segale”) del folklore rurale tedesco è un demone che vive nei campi di grano e fa agguati ai contadini, strangolandoli. Questa creatura, essenzialmente un tipo di lupo mannaro, è rappresentato al tempo del raccolto con l’ultimo covone, che è chiamato “Lupo” e legato per annullare la sua malignità. Come Grendel, il Roggenwolf ha una madre sinistra, la Roggenmutter (“madre della segale”) o Kornmutter (“madre del mais/frumento”). Un’altra connessione lupesca è il fungo ergot, che in particolare è associato con la segale. Questo fungo, che dà al grano un’aspetto cattivo, è a volte conosciuto come Wolf o Wolfzahn (“lupo” o “dente di lupo”).

Mary R. Gerstein [12] suggerisce ci sia un legame etimologico tra ergot e warg: ella presenta tutta una serie di esempi in cui varianti di warg sono utilizzati per implicare corruzione morale o fisica e malattia, ed in alcuni di questi essi sono associati con il termine che in Old Norse (“antico norreno”) era rappresentato da argr ed ergi, ed in altre lingue germaniche come earh, earg, arag, arug, e così via. Questo termine è anche utilizzato per denotare l’omosessualità passiva, ed è specificatamente applicato a chi “riceve” nel rapporto anale. È utilizzato anche per descrivere Odino, quale conseguenza del suo utilizzo della tecnica magica chiamata seithr, un’arte propria delle donne. L’idea di Gerstein è che, così come warg indica la trasformazione dell’uomo in lupo, arg denoti il cambiamento da uomo in donna. Arg e le forme affini formano il terzo angolo di questo triangolo etimologico. L’ergot contiene numerose sostanze interessanti, la cui principale è l’acido lisergico, da cui vien fatto l’allucinogeno LSD. L’avvelenamento da ergot (ergotismo) era molto frequente in Europa. Tra i sintomi di questa condizione virale e spesso letale vi erano il blocco delle principali funzioni motorie, che causavano tremori, convulsioni e collo storto, capovolgimento degli occhi, ammutolimento; vertigini, confusione, allucinazioni, attacchi di panico, depressione; sete violenta, appetito incontrollabile, sensazioni di caldo o freddo estremo, con prurito e formicolio, gonfiore e vesciche sulla pelle. L’ergotismo era conosciuto con numerosi nomi: fuoco di Sant’Antonio e – per i medici dell’Inghilterra del diciassettesimo secolo – “soffocamento della madre”. In altre parole, i sintomi dell’ergotismo mimavano l’atteggiamento dei licantropi, e spesso portavano ad una simulazione della morte per strangolamento (collo storto) o soffocamento abbastanza convincente [13]. Inoltre, l’acido lisergico faceva sì che la vittima fosse davvero in un pessimo stato. Dal punto di vista dell’osservatore, i sintomi erano apparentemente simili a quelli della rabbia. L’ergotismo o la rabbia possono spiegare la credenza popolare che la licantropia sia trasmessa dal morso di un lupo mannaro; e in questo contesto l’ergotismo può essere il candidato più papabile. Inoltre, le sensazioni di prurito e bruciore causate dall’estrema compressione vascolare – spesso preludio di necrosi dei tessuti e cancrena – potevano anche essere considerate come l’anticipazione delle fiamme infernali, e l’esperienza avrebbe aumentato gli effetti dell’acido lisergico.
La crescita dell’ergot è stimolata da determinate condizioni atmosferiche: cresce meglio con un tempo umido e nuvoloso.
Le epidemie sono state collegate alle eruzioni vulcaniche, in particolare in Scandinavia, e la presenza delle vicine paludi o dei laghi è sufficiente per inumidire l’aria per facilitare la crescita dell’ergot [14]. A ciò va aggiunto il semplice fatto che la segale è stata a lungo il cereale tradizionale e l’alimento principale in Germania e Scandinavia, sebbene l’ergot non sia in alcun modo legato soltanto alla segale. Tenendo presente tutto ciò, sarebbe utile considerare che l’interpretazione più comunemente accettata del nome controverso Beowulf sia Barley-wolf, ovvero “lupo dell’orzo”, il che suggerisce lo stesso tema, ed aggiunge il significato del guerriero che si trasforma in una bestia rapace, una trasformazione in licantropo che viene espressa anche dal termine norreno berserkr, “camicia d’orso”.  Non è semplice riassumere quest’argomento complesso con chiarezza. Il mito di base indoeuropeo (ma anche euroasiatico), del cane che fa da guardia al regno dei morti, è stato ulteriormente evidenziato dall’idea peculiarmente germanica del fuorilegge come lupo, e come di una vittima sacrificale predestinata. Il termine warg può originariamente essere stato applicato soltanto a coloro che erano colpevoli di dissacrare cadaveri sepolti, o forse anche coloro che erano stati uccisi in modo vile. Quest’ultimo caso, se l’etimologia di warg viene in aiuto, potrebbe indicare degli strangolatori – in altre parole, coloro che uccidevano con un metodo normalmente riservato al sacrificio umano -.
Come quegli uomini che sono argr, omosessuali “passivi”, il warg occupa una posizione marginale: così come un individuo può essere un uomo che si comporta come una donna, così l’altro è un uomo che legalmente è un lupo – ed è anche, bisogna dirlo, praticamente morto agli occhi dei suoi consanguinei. Tali persone possono viaggiare tra i mondi della vita e della morte, come gli sciamani. Che queste idee possano viaggiare insieme è palese nell’epica in Medio Alto Tedesco Eneide di Heinrich von Veldeke, che caratterizza Cerbero sia come arg che come warg:

Cerberus
der
arge
und
alle
sine
warge
die
an
hem
hiengem.

[Kerberos
l’arg
e tutti
gli warg
che lo seguono]
[15]

Il fenomeno dell’ergotismo imita sia lo stato da licantropo del warg e – grazie all’acido lisergico presente – il viaggio nell’oltretomba. Esso dà anche alla vittima una spiacevole “antiveggenza” delle fiamme della pira funeraria, il muro di fuoco che dev’essere attraversato per raggiungere il regno dei morti. Come abbiamo visto, questo fuoco è esso stesso caratterizzato, in un poema, da un cane, e nel folklore tedesco il fungo che ne causa la pre-sensazione è chiamato “un lupo” o “dente di lupo”. Lo stato liminale del cane, ed il suo ruolo come guardiano, sono stati analizzati più in dettaglio da Bob Trubshaw in Black dogs: guardians of the corpseways.

Riferimenti:
1. traduzione mia
2. H. R. Ellis, Cambridge, 1943, The Road to Hel, capitolo 7
3. traduzione mia
4. Bruce Lincoln, Chicago, 1991, Death, War, and Sacrifice: Studies in Ideology and Practice, cap. 7. Tutte le citazioni sono da pag. 100
5. citazione da Sam Newton, Cambridge, 1993, The Origins of Beowulf and the Pre-Viking Kingdom of East Anglia, pag. 6
6. citazione da Sam Newton, ibidem, pag. 5, 6, 7
7. citazione da Mary R. Gerstein, Berkeley, California, 1974, Germanic
Warg: The Outlaw as Werewolf, in G. J. Larson (ed.), Myth in Indo-European Antiquity, pag. 132
8. Katherine Fischer Drew, Philadelphia, 1991, The Laws of the Salian Franks, pag. 118
9. Gerstein, op. cit, pagg. 133-4
10. ibidem, pag. 134
11. traduzione mia
12. Gerstein, op. cit., pagg. 153-4
13. Mary Kilbourne Matossian, New Haven, 1989, Poisons of the Past: Molds, Epidemics, and History, pagg. 11-12
14. ibidem, pagg. 13-14, 94-95
15. citazione da Gerstein, op. cit., pag. 150
16. Bob Trubshaw, Black dogs: guardians of the corpseways, pubblicato originariamente in Mercian Mysteries n. 20. 1994
This entry was posted in anthropology, fairy tales, folklore, literature, mythos, north, poetry, translation and tagged , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s