Il dono del mattino e il diritto della notte

Le mie origini “sudiste” mi hanno sempre spinta a cercare qualcosa che fosse sempre più a nord, altrove…
Così nel periodo fecondo e stupendo dei miei studi di filologia germanica prima e come guida turistica poi mi sono imbattuta in una parola che ai miei occhi ha sempre avuto un fascino particolare: morgingab, o morgincap. Il dono del mattino.

Et si noluerit accepere, habeat ipsa mulier et morgingab et, quod de parentes adduxit, id est faderfio: parentes vero eius potestatem habeant eam dandi ad alium maritum, ubi ipsi et illa voluerint.

Il morgengabio (in italiano la resa a mio avviso è orrenda, per cui che piuttosto si dica morgengabe, morgengab, morgingab o appunto “dono del mattino”) era il regalo che il marito longobardo faceva alla propria moglie il giorno immediatamente dopo la prima notte di nozze.
Era chiamato anche praetium virginitatis, il prezzo della verginità.

Questa consuetudine germanica era tipica dei Longobardi ed era disciplinata, per gli aspetti successori, dall’editto di Rotari (? – 652):

(LA)

« Et si noluerit accepere, habeat ipsa mulier et morgingab et, quod de parentes adduxit, id est faderfio: parentes vero eius potestatem habeant eam dandi ad alium maritum, ubi ipsi et illa voluerint. »
(IT)

« Anche se non vorrà accettare, abbia la donna stessa sia il morgengabio sia ciò che aggiunge da parte dei genitori, cioè il faderfio: i genitori, infatti, hanno questo potere, di darla ad un altro marito, laddove loro stessi e quella lo vorranno. »
(Rotari, Edictus, cap. 182)

Liutprando (? – 744) la istituzionalizzò con una specifica previsione:

(LA)

« Si quis langobardus morgingab coniugi suae dare voluerit, quando eam sibi in coniugio sociaverit: ita dicernimus, ut alia diae ante parentes et amicos suos ostendat per scriptum a testibus rovoratum et dicat: “Quia ecce quod coniugi meae morgingab dedi” , ut in futuro pro hac causa periurio non percurrat. »
(IT)

« Se qualcuno che vive sotto la legge longobarda vorrà dare alla sua sposa il morgengabio, nel momento in cui la unirà a sé nelle nozze, stabiliamo così, che il giorno successivo (alle nozze), di fronte ai suoi genitori ed agli amici la mostri, con uno scritto validato da testimoni e dica: “[Che] ecco, donai questo alla mia sposa come morgengabio. »
(Liutprando, Leges, cap. 7.)

Stabilì che il suo valore non dovesse essere superiore alla quarta parte delle sostanze del marito,

(LA)

« Ipsum autem morgingab nolumus ut amplius sit, nisi quarta pars de eius substantia, qui ipsum morgingab fecit. Si quidem minus voluerit dare de rebus suis, quam ipsa quarta portio sit, habeat in omnibus licentiam dandi quantum voluerit; nam super ipsam quartam portionem dare nullatenus possit. »
(IT)

« Non vogliamo tuttavia che questo morgengabio sia più consistente della quarta parte del patrimonio di colui che diede questo stesso morgengabio. Se qualcuno volesse dare una parte delle sue cose minore di un quarto, abbia, sotto ogni aspetto, libertà di dare quanto vorrà; perciò nessuno può dare più di questa quarta parte. »
(Liutprando, Leges, ibid.)

Il morgengab era una sorte di dote che il marito costituiva a favore della moglie e allo stesso tempo era l’ufficializzazione del matrimonio, che sostanziava attraverso la sua cerimonia. Il morgengab, infatti, provato in forma scritta davanti a parenti e amici testimoniava non solo l’avvenuta unione carnale dei coniugi ma, principalmente, il riconoscimento che il marito longobardo faceva della moglie come tale.

Per l’entità dei beni che comprendeva, aveva la funzione di assicurare non soltanto il mantenimento della moglie durante il periodo della – eventuale – vedovanza, ma anche lo stesso mantenimento dei figli.

Nell’uso del morgengab ebbe il suo fondamento il cosiddetto matrimonio morganatico o matrimonio ad morganaticam (di probabile derivazione etimologica dal termine morgengab), il quale prevedeva il patto che alla moglie e ai figli non sarebbe spettato alcun diritto sulle sostanze del marito e padre, ad eccezione di quanto determinato all’atto del matrimonio (la dote o morgengab, appunto)[2].

L’istituto del morgengab fu utilizzato ancora nel XIII secolo nel bergamasco da chi professava il diritto longobardo. Vi sono evidenze storiche circa un morgengab istituito nel 1268 da Zenone di Beltrame da Sorisole a favore della moglie Sibilla di Enrico de Coardis di Lemine.

* * *

Sippe è una parola tedesca che significa “famiglia allargata”: indica, infatti, un legame di sangue. È un legame molto vincolante anche nei confronti della legge; infatti, di un reato non risponde il solo colpevole, ma l’intera Sippe. Chi decideva di non fare più parte di una Sippe doveva compiere un atto pubblico rituale, che consisteva nel segnare sul terreno un quadrato (simboleggiante la Sippe), porre ai quattro angoli degli arbusti piantati per terra, spezzare dei rametti, gettarli all’interno del quadrato ed uscirne. I rametti devono essere di un albero (bantano?) che ha la caratteristica di assumere una colorazione rossastra, che simboleggia lo spezzarsi dei legami di sangue, quando viene spezzato un ramo.
Questo rito è tramandato dalla Lex Salica, la raccolta di leggi dei Franchi del VI secolo scritta in latino.

Nella società germanica esistevano due tipi di matrimonio, che i latini non riusciranno a capire, tanto che le chiameranno forme di concubinaggio (!). Il matrimonio ufficiale (contrattuale) che univa due famiglie prevedeva la dote ed il morgingap (una somma che lo sposo dava alla moglie il giorno dopo le nozze; il denaro era di appartenenza specifica della donna, pur sempre sotto il controllo del marito).
Il matrimonio libero non costituiva, invece, un legame di Sippe. Non si tratta di concubinaggio, ma di un’unione riconosciuta, che in genere avveniva per amore quando i due soggetti appartengono a classi sociali diverse o per altre incompatibilità. È quello che succede ai genitori di Teodorico: il padre sposa con matrimonio libero una donna cattolica, quindi non appartenente alla fede ariana dei Goti (i Goti, quando si convertono al cattolicesimo, sposano l’eresia ariana, che non crede nella Trinità).

La funzione della donna nella Sippe era di salvaguardarne l’onore.

* * *

Alcuni riferimenti al morgingap della legislazione longobarda (il testo di riferimento è Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, a cura di C. Azzara, S. Gasparri; Editrice La Storia, Milano, 1992; ora riedito da Viella, Roma, 2005) – la numerazione si riferisce ai capitoli degli editti -:

Edictum Rothari [promulgato nel 643]

182. Della vedova, quali prerogative abbia.
Se qualcuno dà in sposa la propria figlia o una qualsiasi parente ad un altro e occorre il caso che il marito muore, la vedova abbia facoltà , se lo vuole, di darsi ad un altro marito, purché libero. Tuttavia il secondo marito, che decide di prenderla, deve dare come meta [il prezzo dell’acquisto di una donna, la somma che il futuro marito versa al padre di lei per riceverla in moglie ed acquisire il suo mundio] dai suoi beni personali la metà del valore che era stato fissato quando il primo marito aveva contratto gli sponsali con lei a colui che viene riconosciuto come erede prossimo del primo marito. Se [questi] non vuole accettarla, la donna abbia sia il morgingab sia quanto portò con sé dai suoi parenti, cioè il faderfio ; i suoi parenti abbiano comunque facoltà di darla ad un altro marito, qualora loro e lei lo vogliano … [il capitolo prosegue con la definizione della attribuzione del mundio sulla donna].

199. Se una vedova fa ritorno alla casa paterna.
Se un padre dà in moglie la propria figlia, o un fratello la sorella, e il caso vuole che il marito muoia e il padre, o il fratello riscatta il suo mundio, come è stabilito sopra, e costei fa ritorno alla casa del padre o del fratello e trova nella csa del padre, o del fratello, altre sorelle; e poi il padre, o il fratello, muore e costei rimane nella casa con la altre sorelle, una o più, e si giunge a dividere le sostanze del padre, o del fratello, con altri parenti o con la corte del re, allora la vedova, che ha fatto ritorno alla casa del padre, o del fratello, abbia per sé per il futuro il morgingab e la metfio [beni promessi dall’uomo alla donna al momento degli sponsali e dati dopo la celebrazione delle nozze; il capitolo prosegue con disposizioni circa l’attribuzione del faderfio].

200. Dell’uccisione di una donna.
Se un marito uccide la propria mogie incolpevole, che non aveva meritato di essere messa a morte per legge, paghi una composizione di 1200 solidi, metà ai parenti che l’hanno data in sposa e che percepirono [la somma] per il mundio e metà al re, in modo tale che vi sia costretto da un attore del re e la soprascritta pena sia composta. Se ha avuto un figlio dalla donna, i figli abbiano il morgingab e il faderfio della loro defunta madre; se non ha avuto un figlio da lei, le sue sostanze tornino ai parenti che la diedero in sposa. Se non ci sono parenti, allora la composizione e le summenzionate sostanze vadano alla corte del re.

216. Se un aldio prende una moglie libera.
Se un aldio di chicchessia prende una moglie libera, cioè fulcfrea, e acquisisce il mundio su di lei e poi, avuti dei figli, il marito muore, se la donna non vuole rimanere in quella casa e i parenti vogliono riprenderla con sé, restituiscano il valore che è stato dato loro per il mundio della donna a colui cui apparteneva l’aldio. Allora quella ritorni dai suoi parenti con i suoi beni, se ha portato con sé qualcosa dei parenti, ma senza il morgingab, o qualsiasi cosa dei beni del marito. [Il capitolo prosegue con la gestione dei beni rispetto alla prole].

Liutprandi Leges [tra 713-735]

7. Se un longobardo vuole dare il morgingab a sua moglie quando la unisce a sé in matrimonio, stabiliamo così, che il giorno dopo [lo] mostri davanti ai suoi parenti ed amici con un documento scritto e ratificato da testimoni e dica: “Ecco ciò che ho dato come morgingab a mia moglie”: dimodoché in futuro non incorra in uno spergiuro riguardo quella questione. Inoltre vogliamo che il morgingab non sia più di un quarto del patrimonio di colui che dà il morgingab. Se qualcuno vuole dare di meno dei suoi beni di detto quarto, abbia licenza ad ogni riguardo di dare quanto vuole; ma non possa in alcun modo dare più di un quarto.

103. A nessuno sia consentito, per qualsivoglia motivo, dare alla propria moglie dai propri beni più di quanto le ha dato nel giorno delle nozze come metphio e morgincap, secondo una precedente pagina dell’editto [capitolo 7]; ciò che dà in più non rimanga stabile.

117. Se un ragazzo prima dei diciotto anni, che noi abbiamo disposto essere l’età legale, vuole contrarre degli sponsali od unirsi ad una donna, abbia facoltà di costituire la meta e di dare morgingab secondo il tenore dell’editto ed anche di contrarre un’obbligazione e di porre un fideiussore e di scrivere, se lo vuole, un documento riguardo questa cosa. Chi fa da fideiussore, o lo scrivano che scrive il documento riguardo questa cosa, non subisca nessuna condanna per questo. Noi abbiamo fatto giungere la causa dei ragazzi fino a quell’età perché essi non debbano mandare in rovina o dissipare i propri beni, ma per quanto riguarda una tale unione voluta da Dio, lasciamo che ciò accada.

Ahistulfi leges [regnante 749-756]

14. Se un longobardo in punto di morte vuole destinare a sua moglie l’usufrutto sui suoi beni e lascia figli o figlie [avuti] da lei, non possa destinarle come usufrutto più della metà de suo patrimonio oltre a quello che le ha dato secondo la legge come morgincap e come meta. Se lascia uno o due figli, o figlie [avuti] da un’altra moglie, possa lasciare come usufrutto a sua moglie un terzo: se [i figli] sono tre, un quarto; se sono di più, si calcoli secondo questo computo. [Ella] abbia inoltre il morgincap e la meta che le sono state date per legge. Se poi si risposa o se muore, l’usufrutto ritorno integralmente agli eredi, ma circa la meta e il morgincap ci si regoli secondo il precedente editto.

È curioso di come il diritto veneziano conservi invece un altro istituto che aveva lo scopo di aumentare le sostanze della donna, il donum diei lunae (il dono del lunedì). Com’è noto, i matrimoni veneziani si attuavano la domenica e lo stesso nome dell’istituto indica che veniva effettuato dopo la prima notte, cioè dopo che il marito si era accertato dell’illibatezza della sposa. All’opposto, a Venezia non c’è traccia della donatio ante (propter) nuptias romana. Nessun documento veneziano la menziona.

*

Ma come si sa, al giorno è contrapposta la notte.
Sempre in tema di diritto, se il morgingab è il dono del mattino, esiste un altro “dono” legato alla notte: lo Ius primae noctis altrimenti detto droit de seigneur, dal latino, letteralmente diritto della prima notte: è il diritto di un signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, la prima notte di nozze con la sposa. In realtà la dicitura Droit de seigneur è un’espressione francese (letteralmente diritto del signore) che faceva riferimento ad un’ampia gamma di diritti riconducibili al signore feudatario, inclusa la caccia, le tasse, l’agricoltura.

Sebbene tale diritto sia testimoniato in alcune culture antiche (mesopotamica, tibetana) non vi sono testimonianze di una sua diffusione nell’Europa medioevale. In particolare, nelle fonti storiche non ne sono rintracciabili direttive né da parte delle autorità laiche (re, imperatori), né da parte di quelle ecclesiastiche. Questo ha portato la maggior parte degli storici contemporanei a ritenere lo Ius primae noctis come un mito moderno relativo all’epoca medioevale, sviluppatosi a partire dall’Illuminismo.

Se e quanto lo Ius primae noctis fosse effettivamente diffuso, e in quale misura i signori feudali ne facessero uso, è stato argomento molto discusso.
Secondo la visione che si affermò nell’età moderna, il servo della gleba era legato alla proprietà padronale, e per sposarsi aveva bisogno dell’autorizzazione da parte del signore. Per ottenerla era costretto talvolta ad una sorta di tributo. La massima espressione di questo stato di subordinazione era di concedere la moglie al proprietario terriero per la prima notte di nozze.
Tale diritto viene occasionalmente citato in documenti medioevali: “sol der brütgam den meier bi sinem wip ligen laßen die erste nacht oder er si lösen mit 5 sh. 4 pf” (“lo sposo deve lasciare che il signore giaccia la prima notte di nozze con la sua sposa, o affrancarla con 5 scellini e 4 pfennig”). Secondo le tradizioni popolari, tuttavia, il servo aveva la possibilità di reclamare la propria sposa per sé pagando una certa somma.[1]

In Italia esistono numerosi paesi in cui, secondo la leggenda, nel medioevo era in vigore lo ius. Tra questi vi sono Roccascalegna, Fiuggi, Onzo e Montalto Ligure, il piccolo borgo della Valle Argentina, nell’Imperiese, che la leggenda vuole sia stato il rifugio di due giovani sposi in fuga dallo Ius che il conte Oberto di Ventimiglia pretendeva di esercitare in tutta la zona. Raggiunti da molti amici, costituirono il primo vero nucleo abitato di Montalto (dal latino Mons Altus).

In ogni caso non si può parlare dello Ius primae noctis come di un fenomeno generalizzato del diritto medioevale. Oltre alla assenza di riferimenti legislativi ufficiali civili o ecclesiastici va notato come nel medioevo vi furono numerose rivolte dei contadini in occasione delle quali venivano redatte in forma scritta richieste e lamentele dei rivoltosi (vedi, per esempio i dodici articoli della guerra dei contadini del 1525). In questi testi non si trovano mai accenni allo Ius primae noctis, né a soprusi sessuali d’altro genere.

Anche se una parte degli storici contemporanei sostengano che non esiste una prova definitiva dell’effettivo esercizio di questa usanza nel Medioevo, persiste comunque un profondo disaccordo riguardo l’origine, il significato e lo sviluppo della diffusa credenza popolare e dell’effettivo significato simbolico legato a questo diritto. Esso viene segnalato a partire dal XIII secolo. La ricerca storica, però, sottolinea la finzione che spesso caratterizza le opere giuridico-letterarie dell’epoca, per cui la convizione che esistesse una pratica generalizzata di questo “diritto” potrebbe essere un mito moderno, che rivelerebbe poco sulla realtà del Medioevo.

Si ritiene che l’origine di questa credenza risalga al XVI secolo. Il filosofo scozzese Hector Boece riporta il decreto del re scozzese Evenio III secondo cui “il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che vi abitano”; la leggenda vuole che Santa Margherita di Scozia fece rimpiazzare lo Ius primae noctis con una tassa di matrimonio chiamata merchet. Tuttavia Evenio III non è mai esistito e tutto il racconto di Hector Boece attinge largamente dal mito. Nella letteratura del XIII e XIV secolo e nei codici di legge fondati sul diritto consuetudinario lo Ius primae noctis è strettamente correlato alle specifiche tasse di matrimonio degli ex servi.

Secondo alcuni antropologi lo Ius primae noctis può essere considerato la degenerazione di un rituale arcaico. La verginità era collegata ad un tabù molto forte, che poteva essere rimosso solamente da un re/sciamano/personaggio potente. Ogni altro uomo ne sarebbe rimasto danneggiato (!).

Studi recenti vedono nel mito del Ius primae noctis e nei riti carnevaleschi di eliminazione del tiranno ad esso spesso collegati (per es. Ivrea) una funzione apotropaica tipica dei riti di eliminazione del male, ed in ultima istanza propiziatoria della fertilità (Cuniberti, 1996).

Alcuni studiosi hanno sostenuto che lo Ius primae noctis sia effettivamente esistito nella tradizione dell’Europa medioevale e che potrebbe essere stato simile ai riti di deflorazione dell’antica Mesopotamia o quelli tibetani del XIII secolo.[2] Nella letteratura mesopotamica, il diritto della prima notte, ossia il privilegio del signore di deflorare la sposa di un altro uomo, è un topos assai antico, risalente perlomeno al poema epico Gilgamesh (2000 a.C. circa). Anche se le descrizioni letterarie dell’antica Mesopotamia e le leggende dello Ius primae noctis nell’Europa medievale mettono in evidenza tradizioni culturali molto diverse, si ricongiungono nel fatto che, in entrambi i casi, sono coinvolti personaggi di elevato rango sociale.

Erodoto che scrive nel V secolo a.C. nelle Storie IV-168 riporta a proposito dei Libici Adimarchidi: “E al re soli [tra i libici gli Adimarchidi] le vergini che sono in procinto d’accasare presentano: quella che al re stima abbia generato, da questo è deflorata”(traduzione letterale).

Marco Polo, ne Il milione, osservava che nel Tibet del XIII secolo “La gente di queste parti non è avvezza a sposare le ragazze fino a quando queste sono ancora vergini, ma al contrario desiderano che abbiano avuto affari con molti di sesso opposto”.[2] Gli studiosi hanno sottolineato l’analogia tra lo Ius europeo, l’usanza mesopotamica e quella tibetana, evidenziando però che i tre esempi non rappresentano le istanze di un tiranno che impone la sua volontà ai soggetti femminili, bensì un “rituale di deflorazione”, nel quale “la comunità radunava attorno all’opera di supporto l’individuo”, nella fattispecie il defloratore.[2]

Lo Ius primae noctis nella letteratura e nell’arte

Alcune tra le più significative opere letterarie, musicali e cinematografiche in cui compare lo Ius primae noctis:

  • Voyages historiques de l’Europe (Volume IV: pagine 140–141), di Claude Jordan, pubblicato nel 1694; la descrizione è simile a quella di Boezio, ma attribuisce la svolta a Malcom I di Scozia nel X secolo.
  • Lorenzaccio (1834), di Alfred de Musset.
  • Voltaire scrisse nel 1762 la commedia in cinque atti Le droit du seigneur or L’écueil du sage, ma fu rappresentata per la prima volta solo nel 1779, dopo la sua morte.
  • Le nozze di Figaro (1778) di Beaumarchais, che ha ispirato l’opera di Mozart Le nozze di Figaro.
  • Donna, chiesa e stato (1893) di Matilda Joslyn Gage (Capitolo IV: Marquette).
  • Il signore della guerra, film con Charlton Heston.
  • Jus primae noctis, film del 1972 per la regia di Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti.
  • Braveheart, film diretto da Mel Gibson.
  • La serie di romanzi di Aubrey e Maturin di Patrick O’Brian, specialmente L’ammiraglio giallo.
  • Il capitolo VII della prima parte del romanzo 1984 di George Orwell: There was also something called the jus primae noctis which would probably not be mentioned in a textbook for children. It was the law by which every capitalist had the right to sleep with any woman working in one of his factories. :”Vi era anche una cosa che veniva chiamata “ius primae noctis”, probabilmente non da menzionarsi in un libro per bambini. Era la legge secondo la quale ogni capitalista aveva il diritto di andare a letto con ogni donna che lavorava nelle sue fabbriche”
  • La storia dell’antico eroe irlandese Cúchulainn.
  • Wyrd Sisters di Terry Pratchett.
  • A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court di Mark Twain.
  • Hilary Evans, Harlots, whores & hookers: a history of prostitution, Taplinger, 1979.
  • Il romanzo La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones si apre col racconto di un brutale Ius primae noctis esercitato da un signore feudale.
  • Nel Romanzo di Ken Follet I pilastri della terra William Hamleigh dice: «E quando la figlia di un servo si sposa, il signore, dato che è il suo padrone, non ha diritto di goderla la notte delle nozze?».
  1. Joachim Fernau: Und sie schämeten sich nicht
  2. b c Evans Op. cit. p. 30

A proposito di diritti…

Lo Ius osculi era un antico istituto del diritto romano che consisteva nella facoltà dell’uomo di baciare una propria congiunta per acclarare se avesse bevuto o meno del vino.

Alle donne era interdetto, da una legge regia che lo storico Dionigi di Alicarnasso faceva risalire a Romolo, il consumo del vino. Chi contravveniva a questa regola poteva essere tranquillamente uccisa da un proprio congiunto, senza processo pubblico ma ricorrendo a forme di giustizia sommaria. Vi furono donne che vennero soppresse per inedia, o a bastonate. Si narra che un tale Egnazio Mecennio, con il consenso di Romolo, avesse percosso a morte sua moglie, rea di aver bevuto del vino. Stabilire se la donna avesse bevuto oppure no, però, non era facile. I mores romani prevedevano che si potesse condannare a morte anche una donna trovata semplicemente con le chiavi della cantina (!). Per tutti gli altri casi, però si doveva far riferimento allo Ius osculi, che si concretizzava nell’attribuzione al pater familias ed ai parenti e congiunti prossimi, di saggiare l’alito di una donna per capire se avesse consumato vino.
L’esercizio dello Ius osculi è attestato da storici come Plinio,[1] Valerio Massimo,[2] Tertulliano, Arnobio, Aulo Gellio.[3] Lo Ius osculi poneva la donna in una condizione di sottomissione ed inferiorità. Si narra, però, che Messalina fosse solita invocare questo privilegio maschile, allo scopo di farsi baciare dal futuro imperatore Claudio.[4] Secondo altre tesi, risalenti soprattutto al XIX secolo e rappresentate autorevolmente da J. J Bachofen nel libro Das Mutterrecht (1861), lo Ius osculi sarebbe stato altro che l’ultimo residuo di un’antica società matriarcale esistita a Roma, prima della sua sostituzione con il modello patriarcale che storicamente conosciamo.

  1. Eva Cantarella: I supplizi capitali in Grecia e a Roma. Bur, 2000
  2. Eva Cantarella: I supplizi capitali in Grecia e a Roma. Bur, 2000
  3. Eva Cantarella: I supplizi capitali in Grecia e a Roma. Bur, 2000
  4. Catherine Salles: I bassifondi dell’antichità. Bur, 2001
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2 Responses to Il dono del mattino e il diritto della notte

  1. viaconlocina says:

    Mi piace molto questo articolo. Posso abbreviarla e tradurla all’olandese per metterlo sul mio sito? Farò referenza al tuo nome e blog ovviamente.

  2. Pingback: De morgengave en het recht op de eerste nacht « viaconlocina

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