Magie di primavera

La spiegazione che abbiamo dato di queste, e di molte altre cerimonie simili, è che esse sono, o sono state in origine, riti magici intesi ad assicurare il risveglio della natura in primavera, attraverso la magia imitativa o empatica. Fuorviato dalla sua ignoranza circa le vere cause degli eventi, l’uomo primitivo riteneva che, per provocare i grandi fenomeni naturali dai quali dipendeva la sua sopravvivenza, fosse sufficiente imitarli; e che, subito dopo, mediante una empatia occulta ed un’influenza mistica, il piccolo dramma che egli rappresentava nella radura della foresta o nelle valli della montagna, sulla pianura desertica o sulle ventose rive del mare, sarebbe stato accolto e ripetuto da attori ben più potenti di lui, su un ben più ampio palcoscenico. Mascherandosi con foglie e fiori, egli riteneva di aiutare la terra brulla a rivestirsi di verzura; e, mimando la morte o la sepoltura dell’inverno, di allontanare quella oscura e malinconica stagione, rendendo dolce il sentiero all’incedere della luminosa primavera. È ben difficile, per la nostra fantasia, proiettarsi in un atteggiamento mentale per cui tali cose appaiono possibili; possiamo, invece, meglio figurarci lo sgomento che può avere invaso il selvaggio quando, per la prima volta, cominciò ad elevare la sua mente dalle necessità puramente animali e a riflettere sulle cause degli eventi; al timore che si potesse interrompere quella catena di fenomeni che oggi chiamiamo leggi di natura. Per noi, che ben conosciamo l’uniformità e la regolarità con cui si succedono i grandi mutamenti cosmici, sembra assurda l’idea che le cause da cui quegli effetti derivano possano venire a mancare, se non altro nell’immediato futuro. Ma questa fiducia nella stabilità della natura nasce esclusivamente dall’esperienza, derivata da una più ampia osservazione ed una più lunga tradizione; mentre il selvaggio, nella sua limitata sfera di osservazione e con la sua breve storia, manca proprio di quell’esperienza che, sola, potrebbe tranquillizzarlo di fronte ai sempre mutevoli e spesso minacciosi aspetti della natura. Nulla di strano, quindi, che un’eclisse di luna lo getti nel panico, e lo induca a pensare che il sole e la luna sicuramente periranno se egli non produrrà un gran frastuono, lanciando le sue fragili frecce nell’aria per difendere i due astri splendenti dal mostro che minaccia di divorarli. Nulla di strano che, nell’oscurità della notte, sia terrorizzato quando si disegna in cielo la scia luminosa di una meteora, o l’intera volta dell’arco celeste si accende con il tremulo chiarore dell’aurora boreale. Anche i fenomeni che si ripetono ad intervalli costanti e regolari lo colmano di trepidazione, prima che riesca a percepirne la periodica ricorrenza. La rapidità o la lentezza con cui il primitivo arriva a riconoscere questi mutamenti periodici o ciclici della natura dipendono, in massima parte, dalla durata del particolare ciclo. Un ciclo di 24 ore, per esempio, è ovunque tranne che nelle regioni polari, così breve e, quindi, così frequente, che l’uomo probabilmente smise assai presto di occuparsene seriamente; anche se, come abbiamo visto, gli antichi Egizi celebravano ogni giorno i loro incantesimi per richiamare al mattino l’astro fiammeggiante che, la sera prima, era sprofondato nel cielo scarlatto dell’Occidente. Le cose andavano però molto diversamente per quanto riguardava il ciclo annuale delle stagioni. Un anno è un periodo lungo per tutti, visto quanti pochi ce ne sono concessi. Ma per l’uomo primitivo, con la sua breve memoria ed i suoi mezzi inadeguati a scandire il trascorrere del tempo, un anno può essere apparso talmente lungo da non riconoscerne la natura ciclica; e quindi egli osservava i mutamenti esteriori della terra e del cielo con perenne trepidazione, ora gioiosa ora spaurita, sollevato o depresso, poiché le vicissitudini della luce e del calore, della vegetazione e della vita animale, facilitavano o minacciavano la sua esistenza. In autunno, quando le foglie avvizzite turbinavano nella foresta trasportate dalle raffiche gelide, guardando quei rami spogli, come poteva nutrire la certezza che il bosco sarebbe tornato a verdeggiare? E quando il sole, giorno dopo giorno, era sempre più basso nel cielo, come poteva essere sicuro che quella luce avrebbe mai ripreso il suo celeste cammino? Anche la luna calante, la cui pallida falce era ogni sera pià sottile sulla fascia dell’orizzonte, può aver fatto nascere in lui il timore che, una volta svanita, non ci sarebbe mai più stata una luna.

Questi, e mille altri dubbi angosciosi possono aver affollato la mente e turbato la pace di colui che, per primo, cominciò a riflettere sui misteri del mondo in cui viveva, inducendolo a pensare ad un futuro più lontano dell’immediato domani. Era naturale quindi che, spinto dai suoi pensieri e dalle sue paure, egli abbia fatto tutto il possibile per riportare i boccioli sui rami, il sole basso dell’inverno al suo antico posto nel cielo estivo, la luce argentea della pallida luna alla sua rotonda pienezza. Possiamo anche sorridere dei suoi sforzi vani; ma solo compiendo una lunga serie di esperimenti, alcuni dei quali destinati inevitabilmente al fallimento, quell’uomo apprese dall’esperienza la futilità di alcuni suoi metodi e la validità di altri. Dopo tutto, le cerimonie magiche sono soltanto esperimenti falliti, continuamente ripetuti perché, per i motivi già esposti, il celebrante non si rende conto del fallimento. Col progredire della conoscenza, quei rituali vengono abbandonati, oppure mantenuti per forza d’abitudine, anche molto tempo dopo che il fine per cui erano stati istituiti è caduto nell’oblio. Precipitati, così, dal loro piedistallo, non più visti come solenni cerimonie dalla cui scrupolosa celebrazione dipendevano il benessere e la vita stessa della comunità, essi scadono gradatamente al livello di semplici spettacoli, mascherate e divertimento fino a quando, svuotati oramai di ogni significato, vengono abbandonati dalle persone più anziane e, quella che una volta era stata l’occupazione più seria del sapiente, si trasforma, alla fine, in un gioco per ragazzi. È in questo stadio di definitiva decadenza che quasi tutti gli antichi rituali magici dei nostri progenitori europei sopravvivono oggi; e sempre più rapidamente vengono estromessi da questo loro ultimo rifugio ad opera della crescente marea dei molteplici stimoli morali, intellettuali e sociali che stanno spingendo l’umanità verso una meta nuova e sconosciuta. Proveremo forse un naturale rimpianto per la scomparsa di usanze bizzarre e cerimonie pittoresche che, in un’epoca spesso giudicata noiosa e prosaica, hanno conservato il profumo e la freschezza dei tempi andati, un alito della primavera del mondo; ma il nostro rimpianto sarà meno cocente quando ricorderemo che questi affascinanti spettacoli, questi, oggi, innocenti svaghi, ebbero origine dall’ignoranza e dalla superstizione; essi documentano, sì, la portata dello sforzo umano, ma sono anche un monumento di sterile ingegnosità, di fatica sprecata, di speranze frustrate; e, malgrado i loro ornamenti festosi – i loro fiori, i loro nastri, e le loro musiche – hanno molto più della tragedia che della farsa.

L’interpretazione che, sulle orme del Mannhardt, ho cercato di formulare in merito a queste cerimonie, è stata in non trascurabile misura confermata dalla scoperta – successiva alla stesura di quest’opera – che gli indigeni dell’Australia centrale praticano regolarmente rituali magici per risvegliare le energie sopite della natura, quando si avvicina quella che si potrebbe definire la primavera australiana. Sembra, infatti, che l’alternanza delle stagioni in nessun luogo sia più subitanea, ed il contrasto fra loro più sorprendente, che nei deserti dell’Australia centrale dove, al termine di un lungo periodo di siccità, le solitarie distese di sabbia e sassi sulle quali sembrano aleggiare il silenzio e la desolazione della morte all’improvviso, dopo qualche giorno di piogge torrenziali, si trasformano in un ridente paesaggio verdeggiante, animato da miriadi di insetti, lucertole, rane e uccelli. L’incredibile, affascinante metamorfosi che trasforma il volto della natura in questo periodo, ha qualcosa di magico anche agli occhi degli Europei; non sorprende quindi che il primitivo la considerasse come una vera e propria magia a tutti gli effetti. È proprio quando appaiono i primi segni dell’approssimarsi della buona stagione, che gli indigeni del centro dell’Australia danno inizio a quella serie di cerimonie magiche finalizzate a moltiplicare le piante e gli animali di cui si nutrono. Queste cerimonie presentano, quindi, una stretta analogia con le feste contadine della primavera in Europa, non solo per le date in cui hanno luogo ma anche per le loro finalità; senza dubbio, infatti, i nostri progenitori istituirono dei rituali atti a promuovere la rinascita della vegetazione in primavera mossi non dal romantico desiderio di sentire il profumo delle prime viole, di cogliere le primule appena sbocciate o di ammirare i narcisi color d’oro che danzano nel vento, bensì dalla pratica considerazione, non certo formulata in termini astratti, che la vita dell’uomo è indissolubilmente legata a quella delle piante; se esse dovessero perire, l’uomo non potrebbe sopravvivere.
E la fiducia del selvaggio australiano nell’efficacia dei suoi riti magici è rafforzata dal fatto che, alla loro celebrazione, invariabilmente segue, prima o poi, quel rigoglio di vita animale e vegetale cui essi miravano; e possiamo supporre che, anticamente, fosse così anche per il selvaggio europeo. Nell’erba verdeggiante della boscaglia e nei cespugli, nei fiori che sbocciavano sulle sponde muschiose, nelle rondini che arrivavano dal Sud, nel sole che ogni giorno saliva più in alto nel cielo, egli scorgeva con gioia altrettanti segnali visibili dell’efficacia dei suoi incantamenti e si rallegrava nel sentire che tutto andava bene in un mondo che poteva così plasmare a proprio piacimento. Solo in autunno, quando l’estate si spegneva lentamente, la sua fiducia veniva ancora una volta scossa da dubbi e apprensioni, e dai segni del decadimento che gli dicevano quanto vani fossero i suoi sforzi per allontanare per sempre l’arrivo dell’inverno e della morte.

[James George Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione]

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