Estremo Nord

13 giugno.
Sono trascorsi due giorni e sono sempre nello stesso posto, un posto privo di fascino, senza dubbio, ma questo è solo uno dei suoi pregi, perché l’altro consiste nella sua splendida ed inalterabile uniformità. Tutte le montagne circostanti esibiscono le medesime cime smussate tipiche dell’era glaciale, le medesime cateratte e le stesse rugosità causate dalle erosioni. L’unica vita animale è rappresentata da un paio di corvi che continuano a farmi visita nella felice eventualità che io muoia e loro possano quindi banchettare allegramente con i miei occhi succulenti (si dice che i corvi siano dotati di vista eccellente a causa della loro passione per gli occhi). L’unica flora degna di questo nome è un solitario cuscino di licheni, probabilmente centenario. Oltre a questo, qui non c’è un filo di dolcezza pastorale, neppure una radice erratica. Niente alberi, siepi, arbusti, piante rampicanti, sanguinella o fiori profumati. Ieri mi sono inerpicato lungo il pendio infestato di scorie dell’Eysturtindur e ho gettato la lenza nel Fjallavatn: neppure un pesce.
Mi sono installato su una terra completamente inanimata e spenta come un bambino nato morto. Persino i movimenti sembrano atrofizzati: una cascata pende dall’Artindur come una sottile sciarpa di pizzo e il pulviscolo del suo vapore è un dipinto ghiacciato.
Di sicuro dovrei sentirmi un po’ malinconico per la mancanza di miei simili, ma non è così. Mi sento invece posseduto da una specie di passione neolitica, grazie alla quale gli oggetti familiari assumono colori più intensi oppure sono più intensamente privi di colore e i miei pensieri hanno una nuova acutezza. Ho dinanzi a me un paesaggio inflessibile dove non la varietà – ovvio fascino dei tropici – bensì la sua mancanza si manifesta con evidenza assoluta. Forse la Terra si presentava così quando per la prima volta la sua crosta fu compressa e prese forma. È come se stessi osservando il primo detrito glaciale, il primo ghiaione, la prima cascata e il primo lichene del mondo. Stacco un po’ di quel lichene – ruvido e opaco – da un pezzo di roccia porfirica e lo guardo con ammirazione. È molto difficile non ammirare qualcosa che per vivere abbisogna solo di qualche particella di polvere nutritiva, una goccia o due di acqua, e pochi sporadici raggi di sole ogni quindici o venti anni.

Avevamo proseguito verso ovest parallelamente all’Herdubreidsartögl, le Code di cavallo di Herdubreid, un ripido pendio di palagonite che assomigliava più al corpo di un sollevatore di pesi sdraiato che a delle code di cavallo. A entrambi i lati della pista si ergevano corpi torturati di lava nera simili a sculture di Modigliani e le loro bocche spalancate parevano volerci dire qualcosa: Et in Arcadia ego, voi compiaciuti bipedi su ruote. A quel punto avevo cominciato a vedere Meduse dalla testa canuta, rettili mutanti, enormi avvoltoi e gnomi malevoli accoccolati sugli spalti di rupi sgretolate, tutti in attesa di spiccare un balzo. Una volta avevo visto uno stelo disseccato che sosteneva un fragile fiore; mi era parso un errore evolutivo.
Nel gelo e nel silenzio nulla si muoveva, neppure un insetto. L’effetto complessivo era quello di passare attraverso una città bombardata. Avevo pensato a Dresda. Ancor più avevo pensato a Hiroshima e a Nagasaki, dato che gli islandesi hanno una battuta che dice che un attacco nucleare sul loro paese sarebbe ridondante.
“Adesso ci troviamo dentro l’Ódádahraun” aveva annunciato Gisli in tono riverente, come se fossimo appena entrati in una chiesa, invece che nel più grande e deserto campo di lava del mondo.
L’Ódádahraun, la Lava delle cattive azioni, prende il nome dai fuorilegge che a quanto pare avevano seguito l’esempio di Eyvindur e si erano nascosti lì nel XIX secolo. Tuttavia in questo tratto fantascientifico di 2000 miglia quadrate non è mai stata trovata una benché minima traccia della loro presenza. Che vi abbiano invece soggiornato gli astronauti è fuori questione. Le autorità della NASA, nel 1967, inviarono Neil Armstrong, William Anders, Alan Bean ed altri membri della missione Apollo II a fare i quattro preliminari passi per l’umanità tra le forme demenziali dell’Ódádahraun. Era una copia perfetta della luna: altri campi di lava in altre parti del globo sono stati sfigurati dalla vegetazione o manomessi in qualche modo, così da non essere più sufficientemente lunari.
Gli astronauti dell’Apollo arrivarono, saltellarono un po’ attorno, raccolsero campioni di roccia, gettarono via campioni di roccia e giocarono al football americano, in preparazione al loro storico viaggio di due anni dopo.
“Siamo stati contenti di ospitare i tuoi astronauti”, aveva affermato Gisli.
“Non sono i miei astronauti”, avevo ribattuto un po’ irritato. Io infatti non sono troppo ben disposto nei riguardi di queste vacanze a bordo di missili nello spazio. Qualunque cosa non possa essere raggiunta con un buon paio di scarpe da montagna o con una barca misericordiosamente lenta dovrebbe essere lasciata in pace a divertirsi come può. L’equipaggio dell’Apollo aveva già visitato l’Ódádahraun; c’era davvero bisogno che andassero a fare una visita volante anche al nostro vicino celeste?
Mi rendo conto che questa convinzione tradisce un punto di vista piuttosto limitato, se non decisamente ristretto. Eppure ho cercato di essere di vedute più ampie. Ho cercato di considerare la Luna, Giove, Plutone, Betelgeuse, la galassia di Andromeda eccetera, semplicemente altre isole nella distesa desolata del Creato. Ho tentato di immedesimarmi nello spirito avventuroso dei vichinghi quando rifletto per esempio sulla missione spaziale del Viking. Ma non funziona. Rimango disperatamente attaccato alla terra, prigioniero della mia visione campanilistica e dei miei piedi da provinciale. Come tutti, ho guardato con reverente timore le stelle che luccicano nel limpido cielo notturno, ma le mie sopracciglia si rifiutano di aggrottarsi per la meraviglia alla prospettiva dei loro occupanti extraterrestri e del loro possibile quoziente di intelligenza. Spero e prego solo affinché queste stelle possano mantenere il loro splendore meraviglioso a dispetto dei risultati dell’Uomo Terminale e del suo computer”

[Lawrence Millman, Estremo Nord. Lungo le rotte dei Vichinghi]

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