“Febrarius” o della purificazione

Nella Roma arcaica il mese di febbraio era un tipico periodo di passaggio che segnava il tramonto dell’anno vecchio e preludeva alla nascita del nuovo: periodo caotico in cui tutto si rimescolava. Sicché si potrebbe congetturare che i Saturnalia, seguiti da riti purificatori, facessero parte arcaicamente di una serie di cerimonie che accompagnavano il lungo passaggio “invernale” – il periodo oscuro del calendario dei popoli indoeuropei – verso il rinnovamento del cosmo simboleggiato dalla primavera.
Poi, con la creazione dei due nuovi mesi, gennaio e febbraio, i Saturnalia assunsero la funzione di feste che preludevano al rinnovamento dell’anno nel periodo solstiziale, mentre altri riti continuarono a celebrarsi nell’ex periodo di passaggio senza nome, in gennaio e febbraio. Già vi erano le Feriae sementinae, a carattere purificatorio e propiziatorio, che si celebravano nella seconda quindicina di gennaio per favorire la fertilità dei campi e la fecondità degli animali. In febbraio si susseguivano altri riti fra i quali prevalevano quelli di espiazione alle anime dei morti. Macrobio spiegava l’etimologia del mese, febrarius in latino, connettendola ai riti purificatori: februare in latino significa appunto purificare, espiare. Ricordava che Numa lo aveva dedicato al dio Februus.
“Durante questo mese” soggiungeva “bisogna purificare la città, ed egli stabilì che si celebrassero i riti funebri agli dei Mani” [Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 13, 3].

In ogni periodo di passaggio annuale si stabilisce infatti un contatto con il mondo “infero”, e per questo motivo i morti reclamano cerimonie in loro onore. Cantava Ovidio:

“Si onorano anche le tombe: si placano le ombre degli avi
e si portano piccoli doni sui sepolcri.
Poco chiedono i Mani: gradiscono la pietà
come un ricco dono, lo Stige profondo non ha numi ingordi.
Basta coprire la lastra con corone offerte;
basta spargere grano con un poco di sale
e pane che s’inzuppi nel vino misto a viole
contenuto in un coccio abbandonato per strada.
Non vieto doni maggiori; ma bastano quelli per i morti:
s’offrono, oltre il sepolcro, preci e accenti di rito”
[Ovidio, I Fasti, II, 429-452]

Ma fra quei giorni dedicati ai morti e alla purificazione s’inseriva una festa inquietante, i Lupercalia, dove s’intrecciavano riti di purificazione e riti di fecondazione simbolica: “Lupercali, nel cui giorno le donne sono purificate dai Luperci” spiegava Festo [Sesto Pompeo Festo, De verborum significatione, s.v. Febrarius].

Il mattino del 15 febbraio una confraternita di celebranti si radunava nei pressi di una grotta ai piedi del Palatino, chiamata Lupercale e circondata da un fitto bosco dove, secondo il mito, la lupa che aveva allattato poco distante Romolo e Remo si era successivamente nascosta. I membri erano chiamati luperci, ovvero lupacchiotti [sull’etimologia dei luperci, cfr. Károly Kerényi, Lupo e capra nella festa dei Lupercalia, in Miti e misteri, trad. it., Torino 1979, Pagg. 347-348; Georges Dumézil, La religione romana arcaica, trad. it., Milano 1977, pag. 306, nota 31]: formati da due gruppi, Luperci quinctiales e Luperci fabiani, erano diretti da un unico magister. La cerimonia cominciava con l’uccisione di alcune capre e la presentazione ai luperci di due giovinetti nobili ai quali si toccava la fronte con il coltello insanguinato e lo si puliva subito dopo con un batuffolo di lana inzuppata nel latte: i due ragazzi allora si lasciavano andare alla gioia.

Poi i luperci tagliavano in strisce la pelle delle capre, si cingevano, nudi, delle pelli strappate alle vittime e cominciavano una corsa sfrenata lungo la via Sacra partendo dal Lupercale. Correndo, i luperci brandivano le corregge di pelle di capra colpendo con esse le donne, alle quali era così assicurata la fertilità [Plutarco, Romolo, 21; Marco Giunanio Giustino, Pompei Trogi Historiarum Philippicarum Epitoma, 43, 1, 7; Valerio Massimo, Facta dictaque memorabilia, 2, 2, 9].

Plutarco riferisce due leggende per spiegare il rito: la prima, narrata da un tale Buta, “espositore in versi elegiaci delle più fantastiche notizie sulle origini delle feste romane”, narra che Romolo e Remo, dopo la vittoria su Amulio, corsero esultanti al sito dove la lupa gli aveva allattati da piccoli. Perciò, i Lupercalia erano un memoriale, diremmo noi, di quella corsa, e la cerimonia con cui si toccava la fronte dei giovani mediante una lama ricordava allegoricamente il pericolo di morte corso dai gemelli, salvati dal latte della lupa.

La seconda leggenda, attribuita a Gaio Acilio, narra che, prima della fondazione di Roma, un giorno il bestiame di Romolo e Remo scomparve. I due gemelli, dopo aver implorato Fauno, la divinità che regnava sui boschi, assimilata poi al Pan greco, si slanciarono nudi alla ricerca degli animali per non essere impacciati nella corsa dagli abiti.

Ovidio infine ne racconta una terza più fantasiosa. Dopo il ratto delle Sabine le spose rapite erano diventate per la maggior parte sterili. Allora uomini e donne si recarono a pregare in un bosco consacrato a Giunone, la quale fece udire la sua voce attraverso le chiome degli alberi: “Un sacro capro si congiunga con le mogli latine” [Italicas matres, inquit, sacer hircus inito! (Ovidio, I Fasti, II, 425-452)].
Rimasero tutti sconcertati: come avrebbero potuto eseguire un ordine tanto mostruoso? Un indovino etrusco risolse l’enigma: immolò un capro e ricavò corregge dalla sua pelle ordinando alle giovani spose di offrire il dorso ai loro colpi: così fu vinta la sterilità.

In realtà quel complesso di riti doveva risalire ad un’epoca precedente la fondazione della Roma quadrata, quando regnava su quei boschi il dio Fauno, simboleggiato dall’hircus, il caprone. La cerimonia dei due giovinetti nobili era un tipico rito di passaggio dall’infanzia alla giovinezza, mentre la corsa sfrenata dei giovani nudi e cinti di pelle di capra simboleggiava, nel finire dell’anno e nella sua rifondazione, il periodo in cui tutto si rinnovava. Quando più tardi giunsero i Sabini, che avevano tra gli animali simbolici il lupo (hirpus) – che simboleggiava non soltanto Mamers, il loro Marte, ma anche un dio infero purificatore e fecondatore, Soranus, venerato sul monte Soratte -, il rito si trasformò sincretisticamente in una cerimonia dove l’hircus-Faunus (capro) si mescolava all’hirpus-Februus-Soranus (lupo): per questo motivo i celebranti si chiamavano luperci, ma si cingevano di pelli di capra e colpivano le donne con corregge dello stesso animale [Károly Kerényi (Lupo e capra nella festa dei Lupercalia, in Miti e misteri, cit., pag. 357) spiega anche da un punto di vista fonetico la commistione rituale: hircus-capro “non è altro che quel nome del lupo – esattamente corrispondente secondo le leggi della fonetica – che i Sabini davano anche ai loro sacerdoti-lupi, ai loro Luperci: hirpus. Originariamente esso significava probabilmente una qualità del lupo, “l’irsuto”, e perciò anche uno dei suoi aspetti. Solo più tardi, durante la vita degli “immigrati” nordici nella cultura meridionale, in cui prevale la capra, hircus ha cominciato a significare caprone”]. Si potrebbe sottolineare per inciso che durante il Carnevale i ragazzi usano colpire scherzosamente le donne con bastoncini di gomma o di panno.

Ma nei Lupercali appare anche la figura di Giunone, detta Iunio Februata, ovvero purificata. La pelle caprina con cui si facevano le corregge era detta amiculum Iunonis, non diversamente dalla sopravveste di Giunone raffigurata nella sua immagine a Lanuvio. E come non poteva essere presente colei che era patrona delle nascite?
La dea si ricordava anche alle calende di febbraio con il nome di Iunio Sospita, ovvero la Salvatrice, quando si commemorava la dedicazione del suo tempio sul Palatino. Nel VII secolo la Chiesa romana adottò al 2 febbraio una festa della Chiesa orientale che celebrava, fin dal IV secolo, la Presentazione al tempio del Signore. Nella ex capitale dell’Impero si chiamava originariamente “festa di San Simeone” in ricordo del sant’uomo di cui parla Luca nel suo Vangelo: “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore (…): ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora, a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone (…) lo Spirito Santo che era sopra di lui gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese fra le braccia e benedisse Dio: “(…) i miei occhi han visto la tua salvezza preparata davanti a te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Poi Simeone aggiunse, rivolto a Maria: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” [Luca, 2, 22-35].

La presentazione del primogenito al tempio e la purificazione rituale della madre dovevano avvenire, secondo la legge ebraica, il quarantesimo giorno dalla nascita: dunque la festa doveva cadere nel calendario cristiano il 2 febbraio perché il Natale era stato fissato al 25 dicembre [in Oriente, fino a quando la Natività del Cristo era celebrata all’Epifania, il 6 gennaio, la Presentazione al tempio si ricordava il 14 febbraio]. Sicché venne a coincidere con il mese dedicato nella Roma pagana alle purificazioni, a Iunio Februata ed al rito dei Lupercalia. Forse per allontanare quelle presenze pagane e soprattutto Giunone, il 2 febbraio divenne successivamente la Purificazione della Beata Vergine ponendo in ombra l’evento più importante, la presentazione del Figlio al Padre sulle braccia di Maria. “Offri il tuo Figlio, o Vergine santa” pregava San Bernardo “e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita”.

Con la recente riforma liturgica la Chiesa latina, in pieno accordo con quelle orientali, ha restituito al 2 febbraio la categoria di festa del Cristo che aveva originariamente, chiamandola Presentazione del Signore.
È anche detta Candelora perché vi si benedicono e si distribuiscono ai fedeli candele cui la pietà popolare attribuisce virtù protettive contro le calamità, le tempeste, e anche durante l’agonia.

Si legge nel Lunario toscano del 1805: “La mattina si fa la benedizione delle candele che si distribuiscono ai fedeli; la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume ai fedeli che in questo giorno, in onore della falsa dea Februa, con fiaccole accese andavano scorrendo in città, mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana“. La dea Februa era evidentemente Iunio Februata, detta anche Iunio Sospita, Salvatrice: alle calende di febbraio si celebrava la dedicazione del suo tempio sul Palatino che forse si raggiungeva alla luce delle fiaccole. Già nel VII secolo si svolgeva a Roma, in occasione della festa cristiana, una processione notturna con ceri accesi, da ogni parrocchia fino alla chiesa di Sant’Adriano e di qui a Santa Maria Maggiore: processione penitenziale secondo alcuni storici, per esorcizzare una sfilata licenziosa e carnascialesca che si svolgeva in quei giorni. Ma non sarebbe da scartare un’altra ipotesi: che la Chiesa abbia voluto cristianizzare non solo i riti precristiani di febbraio, ma anche anticipare quelli che si svolgevano alle calende di marzo in onore di Vesta e di Giunione e avevano come protagonista il fuoco, simbolo dell’energia divina nel cosmo secondo una concezione arcaica analoga a quella di altri popoli indoeuropei, come gli Indiani ed i Persiani [Georges Dumézil, La religione romana arcaica, pagg. 277-289]

Al 1 marzo il fuoco “perpetuo” dell’aedes Vestae, della sede di Vesta, veniva spento e poi riacceso al momento stesso in cui i vecchi lauri erano sostituiti da nuove fronde nella Regia, nelle Curie e nelle case dei flamini [Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 12, 5]. Vesta non era rappresentata da nessuna immagine nel suo santuario, che non era quadrato come quelli dedicati agli altri dei, ma rotondo per il motivo che spiegava Ovidio:

Vesta è la terra stessa: entrambe hanno il fuoco perenne:
la terra e il fuoco sacro mostrano la loro sede.
La terra, come palla, non sostenuta da nulla,
come gran massa pende nell’aria circonfusa:
tiene la rotondità sospesa la sfera,
né angoli vi sono che premano sui lati
(…)
Devi capire che Vesta è nient’altro che la vivida fiamma;
e nessun corpo vedi nascere dalla fiamma.
Dunque, a ragione, è vergine, come chi seme non rende
né accoglie, e ama solo le vergini seguaci.
Stolto, credetti a lungo che ci fosse una statua di Vesta;
ora so che nella curva cupola non c’è nulla.
Soltanto inestinguibile fuoco si cela in quel tempio,
ma né Vesta né il fuoco hanno alcun simulacro.

[Ovidio, I Fasti, VI, 265-298. Il nome della dea, d’altronde, come spiega Dumézil (La religione romana arcaica, pag. 286), discende, con una derivazione di tipo raro ed arcaico, da una radice che significa “bruciare”].

Per questo motivo le vergini vestali accudivano il fuoco. Quando, per un grave incidente, esso si estingueva o quando, al 1 marzo, veniva spento per simboleggiare la fine dell’anno e poi riacceso per simboleggiarne l’inizio, non lo si poteva far rivivere partendo da un altro focolare: doveva essere un fuoco nuovo, ottenuto per frizione, ovvero scavando, trivellando un pezzo di legno preso da un arbor felix, da un albero fruttifero. Cerimonia che simboleggiava l’energia celeste, origine del primo fuoco celeste, figlio dunque di nessun altra fiamma e la cui funzione era di assicurare stabilità e durata a Roma.

Il 1 marzo si celebravano anche i Matronalia, istituiti in ricordo di un avvenimento leggendario narrato da Ovidio: i Sabini, dopo il ratto proditorio compiuto dai Romani, assediavano la città. Le Sabine rapite, che volevano evitare una guerra tra i padri ed i mariti, pregarono Giunone, la quale consigliò loro di gettarsi con i bimbi in braccio fra le due schiere armate, ottenendo così la pace. In ricordo dell’episodio fu costruito un tempio sull’Esquilino, dedicato a Giunone Lucina, ovvero “della luce”. Di là dalla leggenda, Giunone Lucina, celebrata il 1 marzo, era un’ipostasi della Grande Madre preposta al rinnovamento dei mesi e dell’anno, e dunque patrona della primavera e dei parti. Cantava Ovidio:

Ora è fertile il suolo; ora il bestiame procrea
e l’uccello prepara sui rami il nido e i lari.
Con ragione la madre latina, per cui milizia
e voto è il parto, onora questa stagione feconda.

E aggiungeva:

Date fiori alla dea che gode delle erbe fiorenti!
E di teneri fiori v’incoronate il capo!
Dite “O Lucina, ci hai dato la luce!”
Dite “Tu ascolti i voti delle partorienti!”
Se poi qualcuna è incinta preghi, sciogliendo le chiome,
ch’ella le sciolga il parto senza duolo.

[Ovidio, I Fasti, III, 201-258]

Tornando alla Candelora cristiana, la benedizione delle candele è un’altra usanza successiva alla processione: documentata a Roma tra la fine del IX secolo e l’inizio del X, pare sia di origine francese. Un tempo le candele venivano accese con un cero in una cerimonia analoga a quella della veglia pasquale, mentre oggi sono semplicemente benedette. La cerimonia antica con l’accensione delle candele aveva due significati: uno collegato alla universale religione cosmica che il cristianesimo ha accolto nella sua liturgia; l’altro collegato all’insegnamento evangelico. Secondo il primo, il cero speciale acceso è il simbolo del nuovo fuoco vitale che riappare nella natura per grazia divina, preparando la primavera: fuoco purificatore e fecondatore, lo si potrebbe paragonare simbolicamente alle corregge brandite dai luperci.
Quel cero è il Cristo stesso – ecco il secondo significato – ovvero la luce del mondo che comunica la “vita nuova” nel battesimo e illumina il cammino verso il “cielo”. Nelle mani del cristiano è invece segno di partecipazione alla luce divina. Per questo motivo il cristiano porta un cero in ogni evento della sua esistenza; e dunque la processione con le candele, pur spente, esprime molto bene “l’andare incontro al Cristo che viene”.

Oggi la Candelora, detta anche Ceriola [alla Candelora, come ad ogni festa connessa anticamente al “passaggio” dall’anno vecchio all’anno nuovo, si riferiscono proverbi che ne testimoniano la funzione di giorno magico dal quale si possono trarre pronostici:
Per la santa Candelora / se nevica o se plora / dall’inverno siamo fora; / ma se è sole o solicello / siamo sempre a mezzo inverno;
Se l’ors a la Siriola la paia al fa soà / ant l’invern tornòm a antrà (ovvero: “se l’orso alla Candelora fa asciugare la paglia – il giaciglio – si rientra nell’inverno – proverbio piemontese);
Della cera la giornata / ti dimostra la vernata / se vedrai pioggia minuta / la vernata fia compiuta, / ma se vedi sole chiaro / marzo fia come gennaio;
Sole micante, Virgine purificante / Nix erit maior quam ante (ovvero: “se il sole è splendente nel giorno della purificazione della Vergine, ci sarà più neve di prima”);
Se per la Candelora il tempo è bello / molto più vino avremo che vinello;
Se nevica per la Candelora / sette volte la neve svola], è rimasta come un’isola liturgica in un periodo che, con il Carnevale, ha perduto, almeno in parte, la connotazione funebre dell’epoca romana perché il mese dei morti è diventato novembre nel quale, fra l’altro, comincia l’Avvento, di carattere purificatorio e di attesa, in armonia con il calendario solstiziale. Tuttavia i riti purificatori non sono scomparsi del tutto dal periodo che prelude alla luna primaverile perché, dopo il Carnevale, cominciano i quaranta giorni della Quaresima, anche se talvolta essa slitta ai primi di marzo.

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