da “Sagarana”, di Julio Monteiro Martins, una PROFONDA RIFLESSIONE

Cari amici di Sagarana,
questo in fondo è un testo per la vostra riflessione di domenica.
Le osservazioni presenti in questo testo, e anche nel libro di Giannini qui citato, mi sembrano molto acute e lucide. Potrei solo aggiungere il fatto che secondo me le idee presenti nel testo, verissime fino a 10 giorni fa, hanno subito una sorta di “dislocamento storico”. Dopo l’elezione di Barack Obama, il “regime mediatico” prevalente in Italia, il “cesarismo elettronico” nelle parole di Eco, sembra essere invecchiato di mezzo secolo in una notte, quella tra il 4 e il 5 novembre. L’imbarazzante battuta dell'”Obama abbronzato” lo conferma, una battuta più che razzista o sciocca, inedeguata, fuori tempo, senile insomma. La mia intuizione (o la mia speranza, come saperlo?) è che questa malinconica inadeguatezza sarà sempre più evidente e già nei prossimi mesi gli italiani, anche quelli che formano la “maggioranza di destra” di cui parla Tremonti, si sentiranno improvvisamente “invecchiati”, come chi si scopre a fare una brutta figura in una festa con i vestiti fuori moda. La storia, così come gli stessi esseri umani, non invecchia gradualmente e in modo uniforme, ma a volte sembra ferma, immobile per un lungo tempo e in poche ore o giorni scende o sale un “gradino”, e subito il panorama cambia, si vede con chiarezza tutto ciò che il giorno prima era invisibile, niente è più lo stesso e tutto questo sembra sin dal primo momento stranamente naturale, scontato, come se fosse sempre stato il quel modo, come se fosse molto difficile immaginarlo diverso. Secondo me, l’Italia si sta avvicinando a questo “gradino”, in una sorta di movimento sotterraneo del suo inconscio collettivo, di spostamento invisibile delle sue “placche tettoniche”. Gli studenti, i più giovani, sembrano di averlo già capito, e vanno avanti imperterriti. Sappiamo però che non è possibile fare questo passo tutti insieme, e che qualcuno per forza rimarrà indietro. Speriamo che rimangano indietro proprio quelli che in questo momento ancora – ma per poco tempo, sono sicuro – detengono l’egemonia politica e culturale nella penisola.
Buona domenica a tutti,
Julio
 
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ANTICIPAZIONI
Esce il nuovo saggio di Massimo Giannini “Lo Statista”, analisi del fenomeno Berlusconi
Il Ventennio del Cavaliere
di MASSIMO GIANNINI

 

Anticipiamo parte dell’introduzione del libro di “Lo Statista. Il Ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo” (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 280, euro 17) in questi giorni in libreria

“I codardi della radio e i teppisti miliardari dell’editoria controllata dalla Casa Bianca della banda di Lindbergh dicono che Winchell è stato licenziato per aver gridato “al fuoco!” in un teatro affollato. Signor New York City e signora, la parola non era “fuoco”. Era “fascismo” che Winchell ha gridato. E lo è ancora. Fascismo! Fascismo! E io continuerò a gridare “fascismo” a ogni folla di americani che riuscirò a trovare finché il partito del tradimento filo-hitleriano di Herr Lindbergh non sarà espulso dal Congresso il giorno delle elezioni”.

Non so dire bene il perché. Ma quando ho cominciato a pensare a un libro su Silvio Berlusconi le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle descritte da Philip Roth nel suo Complotto contro l’America, il racconto fanta-politico su Sir Charles Lindbergh che vince le elezioni del 1940 al posto di Roosevelt facendo precipitare gli Stati Uniti e il mondo intero nell’incubo. Grande aviatore e trasvolatore di oceani, ovunque atterri con il suo mitologico Spirit of St. Louis trova ad aspettarlo i reporter dei giornali e migliaia di cittadini radunati per vedere e acclamare il loro giovane presidente, con la sua famosa giacca a vento e il caschetto di pelle da aviatore.

Il romanzo di Roth è un affresco superbo sul declino di una nazione assuefatta. Sulla sua progressiva caduta di attenzione sociale e di tensione morale. Questione di luoghi, questione di simboli. Il Palazzo romano al posto di Washington. L’Italia profonda al posto dell’America. Il predellino di una Mercedes al posto della cabina di un monoplano. Il doppiopetto al posto della giacca a vento. O la bandana al posto del caschetto. Non so perché. Ma per quanto ardita e fantasiosa, la comparazione mi ha convinto. Ho cominciato a scrivere. Stimolato anche dalle amare riflessioni di un Grande Vecchio della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Gli italiani sono presi da una strana cupidigia di servitù. E più Berlusconi straccia il tessuto istituzionale, più loro chiedono di essere servi”. Non è una bella immagine. Ma purtroppo è drammaticamente vera.

 

La prima tesi di questo libro è che il Cavaliere è ormai uno Statista. Tra i peggiori della storia patria. Ma un vero Statista, che ha saldamente in mano il destino della nazione… Tra cinquant’anni, quando saranno finalmente spurgati gli ultimi liquami ideologici dell’estenuante Novecento italiano, gli storici si affacceranno sull’abisso della Prima Repubblica e dovranno riconoscere che tutto quello che è venuto dopo (si tratti di Seconda, di Terza o di Nessuna Repubblica) si chiama Berlusconi. Quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo dal 1994, con qualche marginale intermezzo, è a tutti gli effetti il Ventennio berlusconiano.

Non c’è vizio privato o virtù pubblica, carattere culturale o ethos popolare, che l’uomo di Arcore non abbia saputo al tempo stesso anticipare o amplificare, in un vorticoso e a tratti misterioso gioco di specchi in cui alla fine era ed è sempre più difficile distinguere chi riflette che cosa. Con il terzo trionfo elettorale del 2008, Berlusconi si è ripreso definitivamente l’Italia… e come il fascismo per Piero Gobetti, anche il berlusconismo ha finito per trasformarsi davvero in un’altra “biografia della nazione”…

Lo dice lui stesso, alla costituente del Pdl: “Il nostro non è soltanto un nuovo partito, è la nuova Italia. E’ una grande forza politica che riunisce tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra e che ci hanno fatto conoscere la loro volontà alle ultime elezioni”. Nulla da eccepire: quando ha ragione, ha ragione…
La seconda tesi di questo libro è che quella italiana è ormai una democrazia in profonda trasformazione. Lo Statista sta trascinando l’Italia su un terreno che definirei “post-democratico”, secondo la formula coniata da Colin Crouch… Non è una dittatura in senso classico, ma sicuramente una democrazia “nella sua parabola discendente”.

Ma discendente verso cosa? Il punto di caduta di questa deriva italiana è una forma moderna di “totalitarismo” post-ideologico, inteso in senso tecnico e filosofico. L’Italia è troppo disincantata per incappare in un vero “regime” in cui siano conculcate le libertà fondamentali… La posta in gioco è un’altra. E’ una nuova, subdola ma comunque pericolosa forma di egemonia politico-culturale. E’ lo svuotamento e il depotenziamento dei “luoghi” nei quali si sviluppano una riflessione oppositiva e una visione positiva sull’Italia che c’è e su quella che ci vorrebbe.

E’ l’assenza di poteri autonomi che bilanciano lo strapotere dell’esecutivo, dalle istituzioni all’establishment economico-finanziario, ridotto a un puro ruolo di vassallaggio, ricattato e ricattabile attraverso il meccanismo incestuoso delle concessioni governative e il circuito perverso del finanziamento bancario.

E’ lo sgretolamento dei contenuti della politica, lo smantellamento sistematico della verità dei fatti, il disfacimento scientifico del linguaggio, che trasforma l’informazione in “rumore bianco”, ininfluente e inascoltabile, e omogeneizza tutto, il consenso e il dissenso, nel frullatore dell’assenso… Fareed Zakaria, nel suo Democrazia senza libertà teorizza l’esistenza delle “democrazie illiberali”, che combinano elezioni e autoritarismo. “Spesso, i governi democratici rivendicano una sovranità, ovvero un potere assoluto, e questo determina un eccessivo accentramento dell’autorità, non di rado mediante mezzi extracostituzionali e con esiti non sempre apprezzabili.

Ne deriva una forma di governo non troppo diversa da una dittatura, nonostante la maggiore legittimità”. Non so perché. Ma ancora una volta questi ragionamenti mi fanno pensare alle cose che succedono dalle nostre parti.

La terza tesi di questo libro è che lo Statista va ormai preso sul serio. Nel suo “ramo” è davvero il “professionista” migliore su piazza, e non può più essere trattato come un fenomeno da baraccone. E il suo governo di destra dura e pura riflette inevitabilmente la “vocazione totalitaria” di chi lo guida, ma sta dicendo e facendo cose che piacciono agli italiani… Dice Giulio Tremonti, ideologo della maggioranza: “L’Italia è un Paese sostanzialmente di centrodestra. C’è stata una maggioranza di centrodestra, c’è e ci sarà. Il problema è dare una rappresentanza a questa massa maggioritaria di voti”.

Sono convinto, a malincuore, che il superministro dell’Economia abbia ragione… Il conflitto di interessi è e resta senz’altro “un” problema. Ma non è più “il” problema. Quello che Umberto Eco aveva definito a suo tempo “cesarismo elettronico”, come cifra del nuovo potere berlusconiano, è oggi solo il corollario di un epifenomeno politico e sociale molto più radicato e complesso… Ormai non è più vero quello che scrisse una volta Furio Colombo, e cioè che siamo al cospetto di “un leader elettronico che non ha un popolo, ma un pubblico di spettatori”.

La novità di questa terza reincarnazione berlusconiana è che il leader non è più solo “elettronico”, ma si è fatto compiutamente “politico”. E soprattutto non ha più solo “un pubblico”, ma ormai si è costruito anche “un popolo”…

La quarta tesi di questo libro è che il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo. La contiguità, e la continuità, non è ovviamente con un regime inteso come struttura violenta e repressiva. Ma come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi, ma che incontrano il favore della gente. Niente succede per caso. Ci sarà un motivo se fino ad oggi, nonostante un’episodica eccezione nell’ultimo 25 aprile, lo Statista non è mai riuscito a dichiararsi apertamente e serenamente “antifascista”.

Ci sarà un motivo se oggi ci sono sindaci che rivalutano il Ventennio e ministri che celebrano Salò. Ci sarà un motivo se un gruppo di giovani squadristi neofascisti fa irruzione negli studi Rai di via Teulada per una “spedizione punitiva” contro un programma televisivo. E ancora, ci sarà un motivo se oggi, 27 anni dopo la scoperta della famosa lista nella villa di Castiglion Fibocchi, rispunta fuori Licio Gelli, addirittura in un suo spettacolo in tv: “Sono nato sotto il fascismo, sono fascista e morirò fascista… L’unico che può portare avanti il Piano di rinascita democratica è Berlusconi”.

Nessuno, e io meno che mai, pensa per questo che il premier non rappresenti il governo legittimo del Paese, democraticamente eletto dagli italiani… Ma la consapevolezza di quella legittimità formale non deve impedire di constatare, e soprattutto di contestare, l’inammissibilità sostanziale di molte enunciazioni e di molte decisioni. Per lo più illiberali, a volte persino incostituzionali… Paragonare il Ventennio del Cavaliere al Ventennio del Duce non è un reato.
Tanto più che adesso è lo stesso Statista ad autorizzare il confronto, scherzando con i cronisti: “Con altri cinque anni arrivo a 19 anni di attività politica. Quanti ne mancano, per arrivare a quello lì?” Eppure, ancora una volta, c’è poco da scherzare. Leggo da Democrazia e dittatura, scritto nel giugno 1934 da Gaetano Salvemini: “Il leader di una democrazia dice ai suoi avversari: “Credo di avere ragione, ma potrei aver torto; fatemi provare a vedere quali sono i risultati pratici delle mie azioni. Se saranno negativi, allora avrete la vostra occasione”. Il dittatore dice: “Ho ragione io, e i risultati della mia attività saranno sempre buoni”; “o con me o contro di me”; “tutto dentro lo Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”; “lo Stato sono io, chi si oppone allo Stato è un fuorilegge””. Vedete voi, sulla base di quello che dice e che fa, dov’è più giusto collocare il nostro presidente del Consiglio.

(15 novembre 2008)

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One Response to da “Sagarana”, di Julio Monteiro Martins, una PROFONDA RIFLESSIONE

  1. Marco Saya says:

    sono considerazioni che scrivo da più dieci anni…, come tanti Gennariello (citando PPP) in attesa dell’educatore e non di questi squallidi personal trainer che si nutrono a base di scipide insalatine. Questo è un popolo sottomesso, una maggioranza sempre più silenziosa e passiva, anche egoista, se posso essere franco. Ne aveva di tempo per poter reagire, ora è troppo tardi e penso che anche la “dialettica politica” sia stata comprata. possiamo solo sperare in macro fattori esterni. gli studenti? mah…alla fine sono sempre più proccupati dall’ultimo modello dell’i-pod, la mia generazione, quella del 68 si nutriva di quegli ideali che ti danno la forza propulsiva per l’azione, oggi mancano. Infine gli intellettuali, una classe sempre più dis-organica!

    Marco Saya

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