Donne. Perché?

Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire:
j’écris pourtant.

[Marceline Desbordes-Valmore]

Un’antologia di donne. Perché?

Un’antologia di poetesse è una di quelle operazioni culturali che comunemente si ritiene non debba essere fatta. E che pure, nel corso dei secoli, anche dalla nostra letteratura non molto prodiga di voci femminili è stata spesso riproposta e attuata. Come mai? E con quali scopi? L’ultimo infausto tentativo in ordine di tempo, a proposito della situazione italiana, ritiene di poter definire “una antologia della poesia femminile un non-senso, una erronea interpretazione non solo del valore della poesia, ma della stessa natura umana” (ci si riferisce qui alla Poesia femminile del ‘900 di Gaetano Salveti, Padova, Edizioni del Sestante, 1964, esemplare a giudizio della Frabotta per incomprensione critica del problema della poesia femminile).
Non è la prima volta del resto che si registra un tono di ambivalente ed incerta sufficienza critica nei confronti della poesia femminile (tendenziosa e fortemente viziata da una pedissequa applicazione di stilemi critici crociani, l’Antologia delle scrittrici italiane dalle origini al 1800 di Jolanda De Blasi – Firenze, casa editrice Nemi, 1930 – è uno dei pochi tentativi novecenteschi di questo genere. Per gli anni del dopoguerra ricordiamo la smilza antologia curata da Giovanni Scheiwiller, Poetesse del Novecento, Milano, 1951).
Quando poi queste operazioni si compiono, tutti sospettano di tutto: le autrici, i critici, gli editori che pure di questi tempi sono costretti a soppesare la buona fama (di mercato) del sesso femminile, con quella pessima della poesia, da sempre parente povera nelle opime stalle dell’industria culturale. La paura di uscirne malconci e la diffidenza costringono spesso i migliori intenzionati a desistere dal progetto. Che senso ha dunque mettere insieme un certo numero di poetesse diverse per generazione, correnti letterarie, misura stilistica? Non si finisce così per discriminare ulteriormente la poesia femminile, istituzionalizzando quasi un suo destino alla separatezza come subalternità? E che queste non siano domande retoriche è avvalorato dal fatto che quasi tutte le risposte delle poetesse al questionario che chiude l’antologia, a malapena celano questa preoccupazione. Un’autrice, e non certo delle meno famose, ha addirittura rifiutato il consenso a lasciarvi apparire le sue poesie. La resistenza che spesso una poetessa ha di fronte a una definizione che la esclude dal novero dei poeti per collocarla in quello delle poetesse è evidentemente giustificata e può suscitare simpatia. Perché esporsi tutte insieme come in un umiliante circo-ghetto all’interno della cultura del re? Non è dunque possibile superare una volta per tutte quest’assurda discriminazione?

La poesia, si dice, non subisce aggettivi: in quanto si definisce “femminile”, si riconosce anche subalterna, imitativa, in qualche modo di seconda categoria nei confronti della poesia tout court, quella universale, quella linguisticamente determinata da pochi per tutti, al di là di secondarie classificazioni (queste argomentazioni, sostenute da un intellettuale di sinistra al di sopra di ogni sospetto, come Franco Fortini, sono rimbalzate persino sul Manifesto. Vedi l’articolo di risposta di N. Fusini e M. Gramaglia, Poesia femminista, linguaggi e stereotipi culturaliManifesto del 01.03.1975). Se dunque il problema fosse questo, le strade da seguire sarebbero altre, sociopolitiche o scolastico-educative. Si tratta, si lascia intendere, di portare fino in fondo l’emancipazione anche culturale della donna, avviando una sua rapida integrazione e promozione scolastica e sociale. Ovviamente il problema è anche qui. Sappiamo cioè, e le esperienze non direttamente letterarie ce lo hanno insegnato, che la vischiosa e ostinata aderenza della “poesia femminile” non si distacca dalla nostra pelle come una crosticina che si secca sulla ferita rimarginata (sul rapporto tra poesia e femminismo vedi l’introduzione-conversazione di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia alla Poesia femminista – Roma, Savelli, 1974 -, antologia di testi prevalentemente anglo-americani). E non basta ripetere che i miracoli, a livello linguistico e letterario, avvengono anche nell’ambito della poesia femminile. Ci sono, in passato come al presente, grandi scrittrici che pure non avendo perso le loro caratteristiche femminili, hanno realizzato opere comunemente ritenute capolavori. Questo era ciò che rendeva Jane Austen tanto cara a Virginia Woolf. Questa è una delle più comuni argomentazioni ripetute a favore della asessualità della poesia. In realtà quasi sempre una donna che comincia a scrivere trova in sé la prima nemica, il primo ostacolo da superare: in qualche modo prevenuta contro se stessa, amerebbe non dilungarsi nell’intimità di un diario che si ripete all’infinito, con l’illusorietà dell’eco, il riflesso che di lei la società complessivamente le offre, e che quando ci giunge, se mai giunge, è come un raggio che assomiglia più alla densa atmosfera cui è filtrato che alla fonte di luce da cui è stato originato (vedi il notissimo saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, in Per le strade di Londra, Milano, Garzanti, 1974). Diaframma fra sé e il mondo, la donna che scrive può spaventarsi della sua stessa immagine e finire per credere al mito maschile della sua magica aderenza alla realtà oggettuale, alla natura che permette la sopravvivenza di chi di questa visceralità deve farsi coscienza, coscienza critica o pratica che sia.
“La donna singola” – scrivono Adorno e Horkheimer – “è un esempio sociale della specie esponente del suo sesso, e così, interamente conquistata dalla logica maschile, rappresenta la natura, substrato d’infinita sussunzione nell’idea, d’infinita sottomissione nella realtà. La donna come preteso essere naturale è il prodotto della storia che la snatura” (Max Horkheimer – Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1975, p. 121).
A questo punto si potrebbe sospettare che l’intento di una simile antologia sia la difesa, generosa quanto inopportuna, di una finalmente matura consapevolezza femminile.

[sta in: donne in poesia – antologia della poesia femminile in italia dal dopoguerra ad oggi, a cura di Biancamaria Frabotta, con una nota critica di Dacia Maraini, Savelli SpA, settembre 1976)

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