Cambridge

Nuova Inghilterra e il mattino.
Prendo per Craigie.
Penso (l’ho già pensato)
che il nome Craigie è scozzese
e la parola crag d’origine celta.
Penso (l’ho già pensato)
che in quest’inverno sono gli antichi inverni
di coloro che lasciarono scritto
che la via è prefissata
e che già siamo dell’Amore o del Fuoco.
La neve e la mattina e i muri rossi
possono essere forme dela gioia,
ma io vengo da altre città
dove i colori son pallidi
e ove una donna, al cader della sera,
annaffierà le piante del patio.
Levo lo sguardo e lo perdo nell’ovunque azzurro.
Più oltre sono gli alberi di Longfellow
e il sopito fiume incessante.
Nessuno nelle vie, ma non è una domenica.
Non è un lunedì,
il giorno che c’illude che s’incominci.
Non è un martedì,
giorno cui il rosso pianeta presiede.
Non un mercoledì,
il giorno di quel dio dei labirinti
che nel Nord fu Odino.
Non è un giovedì,
giorno che già si arrende alla domenica.
Non è un venerdì,
il giorno governato dalla divinità che nelle selve
inteccia i corpi degli amanti.
Non è un sabato.
Non è nel tempo successivo
a nei regni spettrali del ricordo.
Come nei sogni,
dietro le alte porte non c’è nulla,
neppure il vuoto.
Come nei sogni,
nessuno dietro il viso che ci guarda.
Dritto senza rovescio,
moneta ad una faccia, son le cose.
Codeste miserie sono i beni
che il precipite tempo ci concede.
Siamo il nostro ricordo,
siamo museo immaginario di mutevoli forme,
mucchio di specchi rotti.

[sta in: Borges, Elogio dell’ombra]

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