I fannulloni geniali

Ci fosse stato l’agitatissimo Renato Brunetta a capo dell’Agenzia praghese delle Assicurazioni Generali, l’impiegato Kafka che, come uno scarafaggio, si imboscava negli angoli bui e stava lì a tossire e a scribacchiare improbabili lettere al padre, sarebbe stato licenziato in tronco come fannullone. Avremmo perso una manciata di capolavori ma – vuoi mettere? – Brunetta avrebbe dato una lezione esemplare a quello spilungone dissipato di Franz che era capace di fissare a bocca aperta la vecchia Remington in preda a chissà quali incubi d’ufficio che ben sapeva utilizzare – il furbacchione – a fini letterari.

Anche a quello scansafatiche di Italo Svevo Brunetta avrebbe prima decurtato lo stipendio di almeno il trenta per cento e poi lo avrebbe cacciato giudicando intollerabile quel suo doppio lavoro di scrittore clandestino senza coscienza aziendale.

Ora, sappiamo bene che tra gli impiegati pubblici d’Italia non ci sono né Kafka né Svevo e forse neppure Dino Risi il quale diceva con Conrad: “Non riesco a far capire a mia moglie che, affacciato alla finestra, sto ancora lavorando”. Ma sappiamo che c’è qualcosa di calvinismo strapaesano e di “tu vò fa l’americano” (o forse il giapponese), e c’è soprattutto qualcosa di ingiusto in questa ossessione del ministro non tanto contro l’otium dell’operoso Seneca quanto contro il dipendente pubblico italiano che sempre più somiglia a un imputato che ogni giorno deve provare la propria innocenza.

È al contrario vero che nel nostro Paese l’impiego pubblico è stato colpevolmente allargato a dismisura dal fascismo e dall’antifascismo perché è sempre stato il modello di tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, che così trasformavano i disoccupati in clienti politici. Insomma, mille professori politici, come è Brunetta, e mille intellettuali ministri come è Brunetta – anch’essi, come vedremo, oziosi nel senso latino – hanno devastato il pubblico impiego, specie nel Meridione, usandolo a fini anticongiunturali.
 

Così, per esempio, già nel 1920 Salvatore Quasimodo fu assunto a Roma al ministero dei Lavori Pubblici e distaccato al Genio Civile di Reggio Calabria per fare nulla. Il politico che lo raccomandò pensava di legare a sé e alla propria scuderia di partito un povero meridionale senza arte né parte e non certo di formare un premio Nobel per la poesia.

E però se peccato vi fu contro la morale pubblica – e non è questione di retorica – non lo commise certo Quasimodo che solo nel gergo brunettiano fu un fior di fannullone, più o meno come quei ventuno impiegati di Reggio Calabria che hanno la sola funzione di registrare la loro inutile presenza in ufficio. Ma, come scrisse Albert Camus, “togliete ad un impegato i suoi documenti da ricopiare e da catalogare e ne farete un accidioso e, all’occasione, un criminale”.

E difatti psicanalisti, economisti e poeti sanno bene che non esistono persone che hanno per aspirazione il non far nulla. Al contrario, a faticare di più sono appunto quelli che sono stati assunti proprio per non lavorare, che è l’attività di lavoro più dura che possa capitare all’impiegato di concetto, all’intelletuale. E basti pensare ai professori universitari – anche Brunetta lo è – che infatti non si contentano del doppio lavoro ma arrivano al triplo e al quadruplo, con le consulenze, gli articoli, la politica.

Insomma, non si capisce perché il doppio lavoro porti lustro e credito sociale al professore universitario e al barone accademico che tanto più è stimato quanto meno si fa vedere all’università, e porti invece decurtamenti dello stipendio, licenziamento, disprezzo, ammiccamenti e smorfie moralistiche all’impiegato di concetto che di sera si trasforma in piccolo muratore.

Eppure Brunetta crede di essere il nuovo Falcone italiano perché, nel Paese degli abusivi e degli evasori, dei conflitti di interesse e delle mafie, dichiara guerra al bidello che smonta alle due del pomeriggio e poi, a partire dalle quattro, va a fare le pulizie in un condominio. E vuole licenziare non il barone universitario che porta in cattedra moglie, figli e parenti vari, ma l’operaio comunale che, terminato il normale turno, sale sulla sua Ape carica di attrezzi e gira per le case di campagna, e ora aggiusta un rubinetto, ora monta un lampadario, ora sostituisce un interruttore. Il ministro vuol mettere alla gogna l’usciere del tribunale che usa il proprio tempo ‘libero’ per lavorare e poi ancora lavorare nello studio di un avvocato o in quello di un notaio o, comunque, dove può.

Tanto più che Brunetta finge di stupirsi perché i dipendenti pubblici che vogliono fare il doppio lavoro non accettano il part-time che corrisponde, più o meno, al dimezzamento dello stipendio e dunque della pensione. Ma quale impiegato sano di mente sarebbe disposto a rinunciare a quella metà dello stipendio che forse poi potrebbe, nel migliore dei casi, riguadagnare grazie a un doppio lavoro autonomo che è sempre precario, incerto e talvolta persino virtuale? Ed è bene ricordare che stiamo qui parlando di piccole cifre, di modesti arrotondamenti, di poveri bilanci familiari. E non certo delle ricchezze che, grazie al doppio lavoro, riescono ad accumulare, per esempio, certi medici o certi docenti di diritto amministrativo o ancora molti deputati e senatori, che come ha documentato ieri Tito Boeri, “rendono il mandato ricevuto dagli elettori una fonte di reddito permanente” tessendo una scandalosa ragnatela di conflitti di interesse.

Già Antonio Di Pietro quando fu ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi cercò di trattare il pubblico impiego come aveva trattato il Psi di Craxi (e di Brunetta). Di Pietro propose infatti che “laddove – è puro dipietrese – il dipendente pubblico non riesca a giustificare il proprio tenore di vita è meglio disfarsi di costui piuttosto che aspettare che intervenga il giudice penale: sarebbe troppo tardi e poco selettivo”. Ebbene, alla fretta etica di Di Pietro è ora subentrato l’iperattivismo di Brunetta che sta cercando di far saltare l’Italia dentro un nuovo cerchio di fuoco.

Sogna infatti “negli uffici pubblici la stessa efficienza della Ferrari, della Brembo o di Versace”, vorrebbe attizzare uno scontro di civiltà tra fannulloni e iperattivi, tra depressi e nevrotici, tra brevilinei e longilinei, intesi come luoghi mentali e non fisici, per usare la colta metafora che nel 1935 Amintore Fanfani, allora professore di Storia economica alla Cattolica, presentò al dodicesimo congresso internazionale di Sociologia di Bruxelles e che fu così giudicata dal Duce: “E’ magnifico ma è troppo lungo”. Fanfani leggeva la storia, a partire da quella del pubblico impiego, come lotta tra brevilinei e longilinei, con la tesi che gli iperattivi accumulano e i fannulloni dissipano: da un lato le formiche dello Stato e dall’altro gli eroi dello sperpero e i poeti della decadenza.

Quando lavoravo al desk c’era un collega che non stava mai al suo posto dove invece, secondo contratto, avrebbe dovuto passare sette ore e un quarto. E ce n’era un altro che restava al suo tavolo, sempre occupato in qualcosa. Ebbene, tra i due non c’era confronto possibile: era l’assenteista (il fannullone) che, per esempio, quando bisognava fare i titoli, si materializzava e mostrava quel talento che lo ha poi portato a diventare direttore. Ecco: un uomo intelligente come sicuramente è Brunetta dovrebbe capire che in Italia sarebbe più equilibrato sia evitare di santificare il lavoro come faceva Pascoli: “Poco era il giorno e molto era il lavoro / la falce è grande, ma più grande il prato”, e sia evitare di dannarlo come faceva Cesare Pavese: “Lavorare offende anche l’aria”.

(20 luglio 2008)

 
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