Una dichiarazione di poetica

“Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho mai in realtà scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come un nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale ma anche un sistema.
[…] Ma se, degli elementi individuabili nella musica e nella pittura spiccano, nel vocalizzare, soltanto i ritmi (durate e tempi) ed i colori (timbri e forme), nello scrivere e nel leggere le cose vanno un poco diversamente: noi contemporaneamente pensiamo. In tal caso non solo ha suono (rumore) la parola; anzi a volte non ne ha affatto, e risuona soltanto come idea nella mente.
[…] La lingua in cui scrivo volta a volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica associativa è certamente quella di molti popoli e riflettibile in molte lingue.
È con queste preoccupazioni ch’io mi misi ad un certo punto della mia adolescenza a cercare le forme universali [questa la classificazione considerata dalla Rosselli: lettera, sillaba, parola, frase, pensiero].
[…] Premettevo che il discorso intero indicasse il pensiero stesso, e cioè che la frase (con tutti i suoi coloriti funzionali) fosse una idea divenuta un poco più complessa e maneggiabile, e che il periodo fosse l’esposizione logica di una idea non statica come quella materializzatasi nella parola, ma piuttosto dinamica e “in divenire” e spesso anche inconscia.

[…] Quanto alla metrica poi, essendo libera, essa variava gentilmente a seconda dell’associazione o del mio piacere.
Insofferente di disegni prestabiliti, prorompente da essi, si adattava ad un tempo strettamente psicologico, musicale ed istintivo.
[…] Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e significativa che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e lo spazio. […] Ma […] la realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi, versi, rime, tempi)”.

[da Amelia Rosselli, Antologia Poetica, Milano, Garzanti, 1987]

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One Response to Una dichiarazione di poetica

  1. Natalia Lisi says:

    Amelia Rosselli era una pianista, una musicista prima che poeta. Dicono che suonasse senza grazia, con l’impeto di pigiare i tasti troppo forte: era un suono duro come dura sarà la sua voce poetica. La sua follia di essere Beethoven la porterà al suo primo ricovero in clinica: sentire la musica nel corpo, una sorta di invasamento profetico da posseduta. Lo stesso slancio che permise a Beethoven di comporre la nona quando era completamente sordo.
    Ha scritto almeno in tre lingue, italiano, francese ed inglese ed in modo assolutamente diverso a seconda della lingua: una lingua sperimentale, spericolata non sempre della medesima intensità, irta di neologismi: e la musica è sempre presente.Vuole esplorare tutta la profondità insondabile della parole: e lo fa nelle forme del suo primo libro, quelle forme cubiche che dovevano contenere i frantumi della sua anima in pezzi, quelle variazioni belliche che chiamò variazioni= musicale, come le variazioni Golberg di Bach che lo splendido Glenn Gould suonò due volte a differenza di anni in un modo assolutamente diverse e belliche ad intendere la forza bellicosa dell’adolescenza femminile, la vitalità della donna-poeta, quel discorso inconscio e a tratti incomprensibile che la donna-cassandra rivolge verso il mondo.

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