L’ebbrezza artificiale nella poesia

Si parlava di poeti. E chi ha commentato, qui, mi ha fatto venire in mente un passo tratto da Il Dio dell’ebbrezza di Elemire Zolla in cui si sottolinea, mettiamola così, una certa similitudine tra i “grandi”, in particolar modo poeti. Certo, rammentando Coleridge, De Quincey, lo stesso Edgar Allan Poe, e ai giorni nostri Jim Morrison (che pure era cantante e non poeta tout court), viene da pensare che siano stati in molti a far uso di droghe in passato. Ma oggi, oggi che chi si droga è nel mondo dello spettacolo, della musica, della moda… oggi, nel mondo della poesia (chiamiamo così, come ho detto altrove, quell’entità astratta fatta di persone)… chi fa uso di droghe?
Sarebbe interessante fare una stima, esattamente come un’altra che già sto conducendo (vedi qui un primo accenno a mo’ di esempio), circa lo stato dell’arte in Italia. Ovviamente, in quest’ultimo caso, è molto più complesso. Ma la curiosità in me emerge.

*

Un passo folgorante della Gaia scienza di Nietzsche invoca una storia degli stupefacenti come storia del sentire. Oggi la parte della droga nella sensibilità si scaglia chiaramente, Dioniso come mai prima figura al centro del foro.
Le civiltà sciamaniche sono basate sulla droga, erba o fungo che sia, ne deriva il pantheon, il mondo del sottosuolo e dei cieli, lo schema della pittura.
Fin dai primordi la Cina coltivò vini e canapa. Già sacra seimila anni fa, questa cancellava l’io e schiudeva al tao. Fin dal 220 d.C. si fruì di uno stupefacente alchemico, han shi, polvere di minerali freddi tratti da stalagmiti e gusci, con aggiunta d’aconito; se ne servivano monaci ed aristocratici per amplificare la coscienza, affinare la sensibilità musicale e sessuale. Alla fine dei Ming si diffuse l’oppio, assunto a strumento di liberazione dai taoisti. Nel secolo XIX gli inglesi si scatenarono in due guerre contro l’Imperatore che aveva voluto difendere il Paese dall’importazione massiccia di oppio bengalese.
In India oppio e hashish sono di uso corrente da quando si ricorda, ma è scomparso il soma sul quale erano fondati l’entusiasmo sacerdotale e la conoscenza dell’universo vedico. Forse era tratto dall’Amanita muscaria.

Nell’Egitto, in certi riti, si afferma: “Osiride sta nell’ombra dell’albero noubs“, l’albero del mondo; epnobou è tradotto da Dioscoride “péganon harmalà”, identico secondo DuQuesne all’erba stupefacente omerica moly e sicuramente all’ayahuasca.
In Grecia la misteriosa bellezza Elena, istruita in Egitto sull’arte delle droghe, nel IV dell’Odissea getta in uno stato stuporoso gli invitati di Menelao quando infonde nel loro vino un nepente “contrario al pianto e all’ira”. Nei riti eleusini si ingeriva una minestra oppiata e forse un infuso che agiva come l’acido lisergico. Quando il mondo antico si dissolse, portò nell’oblio i segreti alchemici tramandati in certe famiglie, come afferma Plinio, e le formule praticate da sette sacerdotali come quella installata sul Soratte.

Sempre nelle civiltà complesse si bevve il vino con cerimonie che ne delimitavano l’uso, come i simposi ateniesi. Ma le droghe erano somministrate anche per alleviare dolori. Marco Aurelio offre un esempio eccelso del gioco possibile tra l’oppio e la sedazione stoica delle passioni.
L’Islâm offrì il caso degli Assassini, società segreta fondata sull’hashish, che reggeva i guerriglieri in uno stato d’animo deciso, quieto e capace. L’esercito turco si appoggiò all’hashish e all’oppio distribuito prima della battaglia. Il sufismo in molte sette coltiva la spersonalizzazione conferita da una droga, sulla scia della Lode al vino di Omar Ibn al Faridh che Emile Dermenghen tradusse nel 1931. Nella cristianità fu la stregoneria a preservare una pratica delle droghe; l’allucinazione ai convegni di streghe s’appoggiava a oppio, cannabis, giusquiamo, belladonna, mandragola, stramonio, aconito. Ma anche gli alchimisti fecero uso degli stupefacenti e ogni città, da Norimberga a Venezia, confezionava una volta all’anno la sua teriaca. Dal Rinascimento in poi la medicina ricorre a oppio e cannabis.

La figura del drogato maledetto si affaccia alla storia sul finire del Settecento. Forse proprio allora il carattere europeo assunse l’aspetto che perdura, in cui durezza e fragilità si combinano intimamente, diventa impossibile un atteggiamento equilibrato e riverente verso una sostanza ambigua, d’effetto variabile.
Ebbe una risonanza assai vasta e fu creduto il trattato di John Brown, morto nel 1788, che riconosceva all’oppio un effetto eccitante.

[Elemire Zolla, Il Dio dell’ebbrezza]

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2 Responses to L’ebbrezza artificiale nella poesia

  1. Salvatore says:

    Ma chi determina quindi il Poeta o un poeta? -e già qui ci sarebbe da riflettere, “un” “il”, c’è differenza!- Poeta è colui che per dono naturale riesce a connettere il tutto col niente e il niente col tutto? è coloui che dà all’empirismo l’uso d’un arnese e se ne serve tenendo conto che non esiste l’astrattismo e che ogni cosa è materia e come tale può essere manipolata? é colui che volente o nolente è oltre l’uomo? è colui al quale il lobo temporale destro dà più che il sinistro? é colui che fisiologicamente espelle l’emozioni che incorpora al pari del ciclo fisiologico della minzione e della defecazione e del pianto e del riso? Chi potrebbe determinare tutto ciò se non il poeta stesso? e chi può determinare il poeta se non il poeta? chi è il poeta? colui che concima terreni fertili coi propri escrementi?

  2. Salvatore says:

    ho commentato nel post sbagliato😦

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