L’impasto

Bisogna vedere l’essere interiore
mentre combatte la concupiscenza.
Quale fornaio immerse mai
mani così enormi nella sua madia?
Quale fornaio s’è mai visto tanto
oppresso dalla montagna mobile,
lievitante, pericolante dell’impasto?
Un impasto che sale al soffitto
e lo farà saltare.

Henri Michaux, Penna

Nel nostro libro L’Eau et les Rêves, abbiamo già esaminato alcune rêveries che si costituiscono nel lento lavoro dell’impastatura, nel gioco mutevole delle forme che si danno all’impasto da modellare. Ci era sembrato indispensabile studiare una rêverie mesomorfa, una rêverie intermedia tra l’acqua e la terra, ponendoci dal punto di vista dell’immaginazione materiale degli elementi. Si può infatti cogliere una sorta di cooperazione di due elementi immaginari, piena di incidenti e di contrarietà, a seconda che l’acqua addolcisca la terra o che questa le conferisca la sua consistenza.
Per l’immaginazione materiale, che si affida completamente alle proprie preferenze, si ha un bel mescolare i due elementi: uno è sempre il soggetto attivo, l’altro subisce l’azione.
In altri termini, esempio significativo dell’ambivalenza profonda che segna l’adesione intima del sognatore alle immagini materiali, questa cooperazione delle sostanze può, in certi casi, cedere il posto ad una vera e propria lotta: può trattarsi di una sfida della forza dissolvente, dell’acqua dominatrice contro la terra; oppure di una sfida, contro l’acqua, della potenza assorbente della terra che prosciuga. La spugna, la stoppa, il pennello possono essere delle armi nelle mani di un sognatore terrestre. La spugna ha la meglio contro un diluvio. “La terra” scrive Virginia Woolf “beve lentamente il colore come una spugna assorbe l’acqua. Si arrotonda, si appesantisce, ritrova il suo equilibrio e oscilla, sotto i nostri piedi, nello spazio”.
Ecco la terra, spugna enorme, spugna trionfante!

Le lotte di acqua e terra, così come le loro nozze e gli infiniti scambi di masochismo e di sadismo tra questi due elementi, possono fornire numerosissime occasioni per una psicanalisi delle immagini materiali e dinamiche. Il pennello e la spugna sono considerati simboli piuttosto chiari in psicanalisi. Uno è essenzialmente maschile, l’altra essenzialmente femminile. Questi attributi sono così evidenti che possono aiutarci, per inciso, ad illustrare la differenza riscontrabile tra le immagini, come noi le intendiamo nelle nostre tesi sull’immaginazione, e i simboli della psicanalisi classica.
Un simbolo psicanalitico, per quanto sia proteiforme, è tuttavia un centro fisso e tende verso il concetto; è, insomma, con sufficiente precisione, un concetto sessuale. Si potrebbe dire che il simbolo è un’astrazione sessuale realizzata, nel senso in cui gli psicologi di una volta parlavano di “astrazioni realizzate”. In ogni modo, per lo psicanalista, il simbolo ha valore di significato psicologico.

L’immagine è un’altra cosa. L’immagine ha una funzione più attiva. Indubbiamente essa ha un senso nella vita inconscia, indica certamente degli istinti profondi ma, oltre a ciò, vive di un positivo bisogno di immaginare. Può servire dialetticamente a nascondere e a mostrare; tuttavia, bisogna mostrare molto per nascondere poco ed è sotto l’aspetto di questa prodigiosa esibizione che dobbiamo studiare l’immaginazione. In particolare, la vita letteraria è ornamento, ostentazione, ridondanza. Essa si sviluppa senza posa nel mondo della metafora. Può, anche, persino, rivelare delle fissazioni, come dicono gli psicanalisti, ma nell’azione che tende a produrre sul lettore essa vuole essere defissazione (e questo sia detto per avvalersi del diritto ai barbarismi, purché non diventi un’abitudine). Nel momento stesso in cui la libertà di espressione dell’autore libera dall’inibizione forze relative a complessi, essa tende ad affrancare nel lettore immagini inerti fissate nelle parole.

(…)

L’interesse che un sognatore prova per la lotta delle due materie indica un’autentica ambivalenza materiale. Si può vivere l’ambivalenza materiale solo attribuendo la vittoria, di volta in volta, ai due elementi. Se si riuscisse a caratterizzare l’ambivalenza di un’anima con le immagini più semplici, senza le lacerazioni della passione umana, come sarebbe facile far comprendere il carattere fondamentale dell’ambivalenza!
Non è forse seguendo lo scintillio dell’ambivalenza che si può cogliere il dinamismo che si stabilisce tra un’immagine attraente ed un’immagine repellente? In questo campo di immaginazione sensibilizzata, si può assumere una specie di principio di indeterminazione dell’affettività, nello stesso senso in cui la microfisica propone un principio di incertezza che limita la determinazione simultanea delle descrizioni statiche e di quelle dinamiche. Per esempio: se si vuole vivere con un certo distacco una sfumatura veramente affine all’antipatia, ecco che ci piace. Inversamente, se ci si vuole abbandonare con eccessiva intensità ad un’impressione di sfumata simpatia, ecco che ci infastidisce. Vedremo agire spesso questo principio, se consentiremo a praticare la micripsicologia, lavorando a livello delle nostre piccole immagini. Allora capiremo meglio che l’ambivalenza delle immagini è assai più attiva dell’antitesi delle idee.

[Gaston Bachelard, La poétique de la rêverie, 1960]

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