I cavilli economici nella traduzione

Una persona desiderosa di divenire traduttrice va quest’anno all’appena passata edizione della Fiera del Libro di Torino, seguendo alla lettera i consigli di un gruppo/forum di traduttori online, proponendosi come traduttore freelance per alcune case editrici (a me piacerebbe sapere quali). Di questo mondo, lei dice, è profana: solo pochi mesi fa ha collaborato come traduttore per un’agenzia e attualmente è (come credo tutti i traduttori) alla ricerca di nuovi clienti.
In Fiera alcune delle risposte sono state scoraggianti, ma chiare: molte case editrici, visto il costo dei traduttori, ne limitano il servizio rivolgendosi ai pochissimi di cui si fidano (e io chiedo: ma non costano comunque? Ma il lavoro non dev’essere comunque pagato?). Chi, guardandola negli occhi, ha visto la sua fame e soprattutto il suo entusiasmo di crescere nel settore, le ha detto: “Certo, da qualche parte si dovrà cominciare“. Un modo che per questa persona significa “professionisti si diventa”. E ciò è giustissimo.

Sono, poi, ovviamente, arrivate le risposte da parte dei traduttori. In primis, chi risponde: “I costi dei traduttori? Ma che dicono queste case editrici? Non lo sanno che il traduttore è quello che viene pagato meno in tutta la filiera del libro?”

Le risposte fioccano: “Molto interessante quello che dici! Da molto tempo volevo porre questa domanda, qualcuno ha dei dati concreti a questo proposito? Mi piacerebbe capire quanta differenza fa veramente per un editore pagare, per esempio, 15 invece di 10 Euro a cartella. Voglio dire, quanto incide in percentuale il costo della traduzione in quella che * chiama la ‘filiera del libro’?”

P. risponde che da più di un editore si è sentita dire che ciò che incide molto sui loro costi è che in Italia, rispetto a paesi anglofoni o francofoni, si traduce moltissimo, e quindi il problema, più che dal costo della singola traduzione, sarebbe dato dalla proporzione rappresentata dalla voce “traduzione” rispetto ai costi editoriali complessivi. Secondo queste persone, in questo fenomeno andrebbe anche ricercata la retribuzione nettamente inferiore riconosciuta ai traduttori editoriali verso l’italiano a fronte di quella praticata all’estero.

Ma c’è anche chi non ha dati, numeri e percentuali, e quindi non li fornirà, ma vuol giustamente fornire qualche semplice considerazione. C’è chi non è certo che i traduttori siano quelli pagati meno nella filiera del libro: si è pagati poco rispetto all’impegno profuso e nel confronto con colleghi di altri paesi, ma molti lavoratori interni alle case editrici, a livello basso, ricevono compensi da fame, e tutti con contratti atipici (ma questo, dico io, è vero di tutti i settori in Italia, e non solo quello editoriale); peggio ancora si pensa siano pagati i revisori esterni (a molti è capitato di rivedere testi altrui e ben si sa che lavoro fastidioso sia, e i compensi possono essere della metà o anche di un terzo rispetto al compenso a cartella spettato al traduttore). E il tutto senza nemmeno la soddisfazione della firma.
Il fatto è che il libro tradotto porta con sé il costo della traduzione insieme a tutti gli altri costi: acquisto dei diritti di traduzione, lavoro di revisione e impaginazione/composizione, stampa, tiratura, distribuzione, rese. I diritti, specie di opere prime che non abbiano venduto milioni di copie in patria o di titoli tratti dalla blacklist di autori magari defunti, non costano moltissimo, e a fronte magari di una spesa di mille dollari per accaparrarseli bisogna poi sborsare una cifra superiore (1500, 3000, 5000 Euro secondo la tariffa e la mole) per la traduzione, e poi c’è tutto il resto. Se un editore facesse, poniamo, un budget tra i sette e i diecimila Euro di costi di produzione di un libro medio (non il bestseller del momento) e la traduzione se ne portasse via tra i due e i quattromila, ecco che sì, la fetta è abbastanza imponente rispetto al resto. Però è ovvio che se in Italia si pubblicano più traduzioni che opere native, che non sono gravate dal costo della traduzione, è perché le traduzioni di soldi ne portano anche a casa, per tanti motivi.

In conclusione, dal punto di vista dell’imprenditore-editore quest’ultima traduttrice tende a dare credito all’affermazione che la traduzione sia un costo pesante sul totale, ma non crede che questo sia un buon motivo per pagare così poco e trattare così male i traduttori. Ci sono altre voci di costo che si possono controllare, e poi politiche gestionali malate per cui bisogna pubblicare tanto (quindi, anche tanta fuffa) per raggiungere un break-even situato molto in alto, quando si potrebbe pubblicare meno e meglio contenendo le dimensioni, ma è un fatto che anche l’industria editoriale che occupa la più ampia quota di mercato vada verso enormi concentrazioni proprio come tanti altri settori se non tutti, e che a un certo punto l’aumento della quantità diventi imperativo e prioritario rispetto alla qualità.

Ci sarebbe da analizzare la questione a fondo… ma si cadrebbe nei cavilli economici invischiandosi troppo.

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