Un caso particolare

Quando traduciamo, partiamo dal presupposto di poter determinare quel “qualcosa”, che non è necessariamente una “cosa”, ma può essere un gruppo di significati espressi in una parola. Come giustifichiamo la nostra traduzione? C’è un unico referente per la parola tradotta?
In ogni caso, iniziamo col prendere il nome metaforicamente, vale a dire col tradurlo. Metafora significa letteralmente traduzione, o secondo Aristotele: anómatos allotríou epiphorá (la traduzione di un nome straniero). Ma una volta che a un nome (…) è stato imposto il fardello di esprimere anche il significato di una parola straniera, una volta che siamo consapevoli che una parola porta con sé anche il significato di una parola tradotta, difficilmente riusciamo, e spesso solo con degli artifici, a costringerla a mantenere semplicemente il suo vecchio significato. Difficilmente possiamo evitare, alla lunga, l’apertura di un vaso di Pandora che libera tutti i significati concomitanti che la parola straniera porta invisibilmente con sé. Queste concomitanze non sono necessariamente ombre di significati: spesso sono relazioni sostanziali di vicinato che nutrono e sostengono la parola in questione, rendendola significativa in modo indipendente. Ogni parola, in effetti, è un microcosmo e porta con sé un universo che, liberato, rivela l’intero mondo contenuto implicitamente in essa. Le parole non vivono di isolamento, sono nutrite da un ben più grande universo di discorso, il quale è celato nel cavallo di Troia dello studio autentico di una cultura diversa.
(…)
Abbiamo accennato alla dimensione politica di questo problema. In effetti, tanto l’arena pubblica quanto il fattore del potere sono chiaramente visibili. Molto dipende da dove è situato il potere, e quale lingua, cultura, religione sono predominanti. Si può obliterare il significato originale della parola tradotta cooptandola nel sistema di pensiero della lingua ospitante.
(…)
Le regole dell’incontro non dovrebbero essere stabilite da una parte soltanto.
(…)
La reciproca fecondazione può iniziare e con essa anche la chiarificazione di significati nuovi e antichi. Non è certo questione di riconciliazioni superficiali o di chiusure esclusiviste. Il dialogo dialogico dà adito ad un’euforizzante esperienza del potere indipendente della verità a guidare la chiarificazione dei problemi.
Mi sono limitato, tuttavia, a sottolineare solo uno degli aspetti di questo complicato processo. Ciò di cui qui si tratta è di capitale importanza: il passaggio da concetto a simbolo. Un concetto è valido in sé e significativo soprattutto là dove è stato concepito. Il suo ideale è di essere univoco. Ecco perché tutti i sistemi concettuali procedono e progrediscono grazie all’introduzione di un sempre maggior numero di successive distinzioni. I simboli, invece, sono polisemici e polivalenti. Ecco perché le visioni del mondo procedono e progrediscono lasciando emergere i simboli.

(…)
Che l’Essere sia linguistico e anche linguisticalità, che le cose siano parole cristallizzate, come suggerisce l’etimologia stessa di cosa, che l’anima della cosa sia la sua parola, che chi conosce la parola abbia già un certo dominio sulla cosa, che dare la parola sia il legame più forte con il quale l’uomo si può legare, che la parola sia un sacramento; tutto ciò, per quanto buono e certo, entra in crisi quando l’uomo si accorge che (egli stesso) non solo impara a parlare ascoltando, ma anche che parlando fa cose e crea situazioni. “La parola è o deve essere la duplicazione del suo contenuto” (F. Ebner, Schriften, Kösel, München, 1963, vol. I, p. 948). La cosa può esseree il nome, ma il nome nella bocca dell’uomo acquista un’autonomia che fa sì che la pura magia linguistica non corrisponda più all’esperienza umana: il nome non fa la cosa; i vocaboli hanno una certa libertà rispetto alle cose (già il Nyāyasūtra 2, 2, 66 diceva che i vocaboli hanno tre significati [artha]: la cosa individuale [uyakti], la sua forma o figura [ākrti] e l’universale [yāti]).
(…)
Tutte le cose hanno un nome e tutte le parole si riferiscono a qualcosa; per questo sono parole: perché infrangono il mutismo della cosa, potremmo dire giocando ancora una volta con l’etimologia (Dicimus multum nullum, i.e. nullum emisseris verbum. L’interiezione mu (mu facere) da cui mutus (“muto”) e il greco mýō (“chiudere” – le labbra). Cfr. sanscrito mūkah (“muto”)).
Come però aveva già visto Eraclito, e prima i Veda, la relazione non è puramente arbitraria.
Le parole si riferiscono alle cose, diciamo pure ai contenuti d’esperienza di esse. Questa esperienza, però, può funzionare su tre livelli: il sensibile, l’intellettuale e lo spirituale; o, ispirandoci a Platone, li potremmo dire tà aisthētá, tà noētá, tà mystiká. Ogni parola racchiude un contenuto sensibile che può essere predominante o più o meno latente. La pietra, io la tocco; l’odio, lo deduco da un comportamento sensibile; gli angeli, li accetto come entità che hanno lasciato delle vestigia sensibili che non abbiamo potuto spiegare in altro modo.
Ogni parola ha anche un contenuto intellettuale: la pietra la conosco in modo diverso da come la percepisce un gatto e la penso come materia e massa; sull’odio posso avanzare una teoria e sugli angeli creare tutta un’angelologia.
Ogni parola racchiude anche un riferimento al mistero (trascendente o immanente). Rivelando ciò che dice ci mostra che ci nasconde dell’altro. A rigore, il parlare è probabilmente la prima porta verso l’esperienza della trascendenza. Le parole non hanno fondo. Ogni parola dice più di quanto non esprima. La pietra è un mistero fisico e metafisico; l’odio è ben reale e come il male, al medesimo tempo, incomprensibile; gli angeli sono messaggeri di misteri molto più che di notizie. Chi parla, in fondo non sa mai tutto ciò che dice né tutto ciò che è detto.

(Raimond Panikkar, Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri Editore, 2007)

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One Response to Un caso particolare

  1. mapri says:

    Ci voleva questo estratto per proseguire il discorso della traduzione con grazia, complimenti! Le parole di Panikkar ricordano molto i concetti espressi da Foucault in “Le parole e le cose”.
    Proprio perché “le parole si riferiscono alle cose, diciamo pure ai contenuti d’esperienza di esse” il tradurre deve conoscere l’esperienza delle cose che ha la civilità con cui si entra in contatto ( questa conoscenza avviene con lo studio della letteratura, della filosofia, dell’arte e tutte le forme che racchiudono il pensiero di un popolo e la sua evoluzione ).
    Le università odierne propongono due tipi di formazione di un traduttore: quello economico e quello letterario. Facoltà come Scienze del turismo formano il primo, la facoltà di lingue dovrebbero creare il secondo. Poi il caos si crea quando le persone uscite dalle varie università non si rendono conto della differenza e così si vengono a creare traduzioni abominevoli come quella del “Signore delle mosche” della Mondadori ( e della stessa casa editrice si potrebbero fare vari esempi di “mala traduzione” ).
    Ma onde evitare di non fare di tutta l’erba un fascio, ricordo che oltre alla formazione universitaria il bravo traduttore si crea da sè. Dubito che tutti i fraquentanti di Lingue abbiano la passione e la costanza nello studio che dimostri tu. Dubito che tutti, oltre lo studio dell’esame in se, si informino sulla questione della traduzione.
    E qui il problema passa dalla traduzione all’animo umano. Questione troppo complessa…

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