Traduzione e pubblicazione: pensieri e analisi

Una ragazza scrive: “ho solo un libro tradotto (neanche tutto, sto ancora lavorando) su un file Word e già penso al mio nome stampato a lettere d’oro sulle copertine dei migliori best seller… una mia traduzione [potrebbe] stuzzicare la gola di qualche cattivo di turno, che se appropria diventando ricco… Mi dispiace essere passata per un’ingenua sprovveduta”

(prima mia parentesi: stai ancora lavorando alla traduzione, e non hai neanche fatto la revisione. Rifletti.
Se a malapena il nome dell’autore ha lettere in grassetto, e sicuramente non d’oro, figurati il traduttore, che spesso non viene neanche preso in considerazione/citato. Almeno in Italia. E dai uno sguardo alla proposta del governo norvegese di eliminare l’indicazione dei nominativi dei traduttori sui testi.
Chi scrive best seller e se appropria non ha proprio un occhio analitico… e meno che mai letterario).

Di seguito la risposta da parte di una traduttrice, che mi sembra molto interessante:

*, l’ingenuità e la sprovvedutezza non sono il Male, ma diventano un problema se sono l’unica lente attraverso cui si guarda il mondo, anche quando si tratta del piccolo mondo dell’editoria e dell’ancor più piccolo mondo della traduzione per l’editoria. I sogni sono un’importante elemento della vita, ma poi bisogna alzarsi dal letto.
Per usare i tuoi esempi, nella realtà non ci sono ancora editori che stampano a lettere d’oro il nome del traduttore sulle copertine dei best-seller, e per giunta a caratteri più grandi di quello dell’autore; nella realtà, ci sono ancora colleghi che hanno difficoltà ad andare sul frontespizio, e non parliamo di chi non pubblica per niente i loro nomi.
Nella realtà, qualcuno si arricchisce *scrivendo* libri (e sono eccezioni, sul totale degli scrittori pubblicati, in Italia e all’estero) ma nessuno diventa ricco pubblicando libri e tanto meno traducendoli. Qualche editore è persona ricca malgrado faccia i libri, non perché li fa; molti si danno all’editoria perché hanno fatto i soldi in altri modi, e molti tra i “piccoli” non sono ricchi, non lo saranno mai, e alcuni faticano a chiudere i conti e pagare stipendi ogni mese. Silvio Berlusconi, che sostanzialmente è il padrone del gruppo Mondadori e di un pezzo dell’Einaudi, era straricco prima di comprare queste aziende e lo rimarrebbe se le perdesse domani.

L’ambizione a tradurre letteratura per mestiere è legittima, ma sarebbe meglio sfrondarla di questi trasognati equivoci, perché non aiutano a raggiungere l’obiettivo. Qualcuno chiama in causa la “casta” dei traduttori letterari, chiusa a riccio contro la massa degli aspiranti, degli esordienti, dei principianti che preme ai cancelli per entrare; il fatto è che la realtà è questa, volenti o nolenti. Qualcuno è dentro e qualcuno è fuori, qualcuno di quelli che sono fuori entrerà, la maggior parte no, perché non hanno né il talento, né la determinazione necessari a conseguire l’obiettivo; e ci vogliono entrambi, oltre al tempo, oltre a una solida preparazione tecnica, oltre, anche, a un pizzico di fortuna.
È inelegante citare se stessi, ma giusto un anno fa scrivevo: “…i traduttori letterari sono un’élite, che ci piaccia o no; non perché siano unti del Signore, ma perché sono numericamente pochi sul totale della popolazione, e stanno dentro a un’industria che occupa poche persone, e che finanziariamente conta molto meno – sto sempre parlando di numeri – dell’industria delle piastrelle o del tondino di ferro“. Se l’obiettivo è quello di entrare in questa élite, allora bisogna darsi da fare per acquisire le competenze necessarie (studiare, viaggiare, scrivere ma soprattutto leggere) e arricchirle continuamente (studiando, viaggiando, scrivendo ma soprattutto leggendo), e nel contempo capire come funziona l’ambito di cui si vuol far parte.

Tu hai affrontato un libro intero per motivazioni squisitamente personali, e ti preoccupi che qualcuno ti possa rubare questo lavoro; io ho tentato di spiegarti che se non sei una professionista e vuoi diventarlo questa è veramente l’ultima delle preoccupazioni che dovresti nutrire, e che forse sarebbe più importante verificare invece in cosa consista il talento che pensi di avere, che so, iscrivendoti a un corso di traduzione, mettendoti al lavoro su un breve racconto da far rivedere a un traduttore di qualche esperienza anziché su un romanzo da far leggere a un’amica… Prima di preoccuparti che la tua traduzione “perfetta” possa far gola a un cattivo (ma che cos’è, un film di cappa e spada?), chiediti se un traduttore di mestiere la giudicherebbe tale – fermo restando che i traduttori si guardano bene dal parlare di traduzioni perfette – e preparati ad accettarne serenamente il giudizio.
Sognare non basta, desiderare non basta, persino tradurre non basta. Si leggono qui e altrove tanti messaggi di aspiranti traduttori che, è evidente, non hanno una padronanza solida della lingua di partenza e talvolta hanno una padronanza anche più labile dell’italiano; che sostengono di non avere tempo per leggere (!) perché già devono studiare (!); che scrivono perchè, finchè, qual’è, pò, e se glielo si fa notare rispondono che palle, qui siamo su Internet; che non sanno nulla di nulla dell’editoria italiana, di chi ci sta dentro e come, facendo cosa, e non si preoccupano di impararlo. Però vogliono firmare i contratti e vogliono firmare i libri…
Ma voler fare un lavoro *è* un lavoro, direi quasi un lavoro a tempo pieno. Da svolgere con grande dispendio di tempo e di fatica, e completamente gratis: le soddisfazioni, se verranno, verranno molto più in là.
Buon pomeriggio a tutti,

Ciao, Isa

A me mi par più fatica a far una mano over un semplice panuzzo ne la nostra
arte, che far tutte le scelle del mondo.
(Sebastiano del Piombo a Michelangelo Buonarroti)

A voi l’ardua sentenza.

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3 Responses to Traduzione e pubblicazione: pensieri e analisi

  1. mapri says:

    Una volta, quando le facoltà di lingue non andavano di moda, i traduttori erano i letterati. Senza andare troppo indietro nel tempo basta citare Goethe, Eliot, Montale, Pavese, Vittorini, Pasolini…. Decisamente questo è un argomento interessante, c’è un libro curato da Siri Nargaard della collana Bompiani diretta da Umberto Eco che potrebbe interessarti: “La teoria della traduzione nella storia”. Vari scritti sul problema della traduzione da Cicerone a Benjamin:

    “non si può comprendere fino in fondo quella stupenda realtà che è il linguaggio se non si parte dalla consapevolezzache la lingua è fatta soprattutto di silenzi. E ogni lingua è un’equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi. Ogni popolo tace alcune cose per poterne dire altre. Perché sarebbe impossibile dire tutto. Da questo deriva l’enorme difficoltà della traduzione: essa consiste nel dire in un lingua propio ciò che questa lingua tende a tacere.” ( “Miseria e splendore della traduzione” di Ortega y Gasset )

    PS: mai scaricare da internet testi tradotti!!! Ho scaricato un romanzo di Celine in cui l’espressione francese Allez!Allez! era tradotta con “Alè!Alè!”…

  2. Il problema è che anche oggi, imho, non è che le Facoltà di Lingue vadano troppo di moda, anzi. Si preferisce ad esempio un curriculum come “Scienze del Turismo” con l’illusione di trovare un lavoro più sicuro e più in fretta (la sprovvedutezza della fine dell’adolescenza, periodo di scelta del prosieguo negli studi universitari, porta spesso a questo, purtroppo). La traduzione viene inseguita come un sogno, e infatti oggi noto che chi ad essa si dedica lo fa molte volte “a tempo perso”, però con passione. Questo, a parte ovviamente chi traduce “per mestiere” ma spesso quindi traduce per commissione, dovendo accaparrarsi i lavori più assurdi per sbarcare il lunario.
    Il guaio in molti casi è che appunto la traduzione fatta meramente “per lavoro” a mio parere è diversa, nei risultati, da quella fatta “per passione”. Sicuramente un bravo traduttore si riconosce in ambo i casi ma, quando si tratta di una traduzione fatta per passione, spesso si fanno anche ricerche sul testo di partenza, ci si migliora in itinere verso il testo di arrivo, e ci si interessa alla vita dell’autore o alle peculiarità e alle problematiche che hanno spinto l’autore a scrivere. Invece nelle traduzioni “per commissione” la padrona è la fretta di portare a termine il lavoro, e in molti casi si tratta di traduzione tecnica, di linguaggi diversi dal letterario.

    Quanto al “dire tutto”, necessariamente nella traduzione si omette qualcosa. Alcuni sostengono si tratti di una riscrittura tout court, e a volte anche a me piace pensarlo, soprattutto quando reinterpreto dei versi traducendoli all’italiano. All’università mi hanno insegnato che è un errore, che la traduzione dev’essere il più possibile uguale all’originale, e assolutamente non si deve variare il senso. Ma ciò non può essere, giustamente tu scrivi: “essa consiste nel dire in una lingua proprio ciò che questa lingua tende a tacere” e “ogni lingua è un’equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi”.

    Relativamente ai testi su internet, anche qui bisogna saper fare una cernita. E comunque, a mio avviso, avere sempre, con qualunque testo, un approccio critico, quasi come se si leggesse qualcosa di un dato argomento per la prima volta, desiderosi di andare a fondo, scavare, e cogliere ogni minima sfaccettatura.

    Presto inserirò un brano che mi ha molto colpito su queste tematiche.

  3. Salvatore says:

    Beh!… in tutti campi abbiamo volontà di arrivare senza partire, il viaggiare, il percorrere: stancano, parafrasando un giovane poeta, Pepe, dico che vogliamo essere il viaggio e non il viaggiatore. Avete nominato il simbolo, poiché ormai non è più un’entità terrena, un essere umano o inumano, ecco, questo simbolo fa i danni che fa. Ovviamente berlusconi.

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