La donna nella letteratura

Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.

Ma i poeti di oggi danno voce a un sentimento che, in verità, viene creato in noi e nello stesso momento ci viene strappato via. Tanto per cominciare non lo riconosciamo; spesso, chissà perché, lo temiamo; lo osserviamo con attenzione e lo paragoniamo, con gelosia e sospetto, all’antico sentimento che conoscevamo. Da qui la difficoltà della poesia moderna; ed è proprio a causa di tale difficoltà che non si riescono a ricordare più di due versi consecutivi di un qualsiasi bravo poeta moderno.

Avete idea di quanti libri sulle donne si scrivono nel corso di un anno? E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini? Vi rendete conto di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo?

Il sesso e la sua natura possono certo attrarre medici e biologi; ma la cosa sorprendente e di difficile spiegazione era il fatto che il sesso – e cioè le donne – attragga anche degli amabili saggisti, narratori dal tocco leggero, giovani laureati in possesso di M.A.; uomini senza alcun diploma; uomini senza alcuna riconoscibile qualifica eccetto il fatto di non essere donne.

(…) Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?

Perchè è un enigma senza fine cercare di capire come mai nessuna donna abbia scritto una sola parola di quella straordinaria letteratura mentre un uomo su due, a quanto sembrava, era in grado di comporre una canzone o un sonetto. In quali condizioni vivevano le donne, mi chiedevo; poiché la narrativa, che è opera di immaginazione, non viene fuori all’improvviso come un sassolino che cade per terra, come può succedere alla scienza; la narrativa è come una tela di ragno che se ne sta attaccata in maniera forse lievissima, ma pur sempre attaccata, alla vita, con tutti e quattro gli angoli. Spesso tale attaccamento è appena percettibile; le opere di Shakespeare, ad esempio, sembrano starsene appese con le loro sole forze. Ma quando la ragnatela viene tirata di sghimbescio, appesa a un bordo, strappata nel mezzo, allora ci ricordiamo che quelle ragnatele non sono tessute a mezz’aria da creature incorporee, ma sono opera di esseri umani che soffrono.

Il mondo, sganasciandosi dalle risate le diceva: Scrivere? E a che ti serve scrivere?

C’era sempre quella affermazione – non puoi fare questo, sei incapace di fare quello – contro cui combattere, da superare.

E così, dal momento che nessuna donna dotata di buonsenso e di modestia poteva scrivere dei libri, Dorothy (n.: Osborne), che era sensibile e melancolica, esattamente l’opposto della Duchessa quanto a indole, non scrisse niente. Le lettere non contavano. Una donna poteva scrivere lettere mentre sedeva accanto al letto del padre malato. Poteva scriverle seduta accanto al fuoco mentre gli uomini chiacchieravano, senza disturbarli. Che cosa strana.

Si sarebbe potuto giurare che in lei vi fossero le potenzialità dello scrittore. Invece: “Dal canto mio, neanche se rimanessi due settimane senza dormire sarei in grado di arrivare a tanto”; si può misurare l’ostilità che era nell’aria nei confronti della donna che scriveva quando si scopre che persino una donna con una grande predisposizione per la scrittura si era convinta che scrivere un libro sarebbe stata una impresa ridicola fino a farla apparire folle.

La grandissima attività intellettuale che si manifestò tra le donne alla fine del Settecento – il parlare, l’incontrarsi, lo scrivere saggi su Shakespeare, la traduzione dei classici – si fondava sulla certezza che le donne fossero in grado di guadagnare del denaro scrivendo. Il denaro conferisce dignità a ciò che è frivolo quando non viene pagato. Può darsi che qualcuno ancora schernisse le “pedanti con la mania di scribacchiare”, ma non si poteva negare che esse riuscissero a mettersi dei soldi nel borsellino. Così, verso la fine del Settecento si produsse un cambiamento tale che, se dovessi riscrivere la storia, io lo descriverei più a fondo e lo riterrei più importante delle Crociate o della Guerra delle due Rose. La donna della classe media cominciò a scrivere. Perché se Orgoglio e Pregiudizio è importante, e se Middlemarch e Villette e Cime tempestose sono imporanti, allora importa assai più di quanto io sia in grado di dimostrare in un’ora di discorso, che le donne in generale, e non solamente la solitaria aristocratica, chiusa nella sua casa di campagna fra le sue carte e i suoi adulatori, cominciarono a scrivere. Senza queste progenitrici, Jane Austen e le Brontë e Georgie Eliot non avrebbero potuto scrivere senza Marlowe, o Marlowe senza Chaucer, o Chaucer senza quei poeti dimenticati i quali aprirono la strada e domarono la naturale primitività della lingua. Perché i capolavori non sono nascite isolate e solitarie; essi sono il risultato di molti anni.

E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn che si trova, assai scandalosamente, ma alquanto giustamente, nella abbazia di Westminster, perché fu lei a conquistar loro il diritto di dire quello che pensavano.

Ma perché mai (…) con pochissime eccezioni, erano tutti romanzi? L’impulso originario era verso la poesia. La “suprema sorgente del canto” (n.: è Saffo, che Swinburne tradusse) fu una poetessa.

Poi lessi di come Jane Eyre se ne andava sul tetto quando la signora Fairfax preparava le gelatine di frutta, e guardava il paesaggio lontano, al di là dei campi. E desiderava ardentemente – e la ragione per cui la biasimavano era che

desideravo ardentemente una capacità di visione che fosse in grado di oltrepassare quel confine; che fosse in grado di raggiungere quel mondo indaffarato, e le città, e le regioni piene di vita delle quali avevo sentito parlare ma che non avevo mai visto; desideravo una esperienza pratica più grande di quella che possedevo; più frequenti rapporti con i miei simili, e una conoscenza di diversi caratteri maggiore di quanto fosse alla mia portata. Apprezzavo quanto vi era di buono nella signora Fairfax, e quanto vi era di buono in Adèle; ma credevo nell’esistenza di altre e più intense forme di bontà, e le cose nelle quali credevo, io desideravo vederle.
Chi mi biasima? Molti, non c’è dubbio, e sarò considerata una persona scontenta. Non potevo farci niente: l’irrequietezza era nella mia natura; a volte mi agitava fino a farmi male…
Non ha senso dire che gli esseri umani dovrebbero accontentarsi della tranquillità: hanno bisogno di azione; e se non riescono a trovarla la creano. Sono milioni le persone condannate a un destino più immobile del mio, e sono milioni quelli che silenziosamente si ribellano al proprio fato. Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra. In generale si pensa che le donne siano calme: ma le donne provano le stesse cose che provano gli uomini; hanno bisogno di esercitare le proprie facoltà e di un terreno per i loro sforzi, tanto quanto ne hanno bisogno i loro fratelli; soffrono di costrizioni troppo rigide, di una immobilità troppo assoluta, la stessa della quale soffrirebbero gli uomini; ed è un sintomo di ristrettezza mentale da parte dei loro simili più privilegiati dire che esse dovrebbero limitarsi a fare dolci e calze ai ferri, suonare il piano e ricamare borsette.
È sconsiderato condannarle o deriderle se cercano di fare più di quanto la tradizione abbia decretato necessario per il loro sesso.

Scriverà con rabbia…

Era necessario sottomettersi alle convenzioni sociali e venir “tagliata fuori da quello che chiamiamo il mondo”.

Se si chiudono gli occhi e si pensa al romanzo nel suo insieme, questo ci apparirà come un’opera dotata di una certa somiglianza speculare con la vita, seppure con innumerevoli semplificazioni e distorsioni. A ogni modo si tratta di una struttura che lascia una sua impronta sull’occhio della mente.
(…)
Questa forma (…) suscita in chi legge il genere di emozione che si addice al romanzo stesso. Ma quella emozione subito si mescola con le altre, perché la “forma” non è data dal rapporto tra pietra e pietra, ma dal rapporto fra essere umano ed essere umano.
(…)
La vita entra in conflitto con qualcosa che vita non è.
(…)
L’intera struttura (…) è fatta di una infinita complessità, perché risulta formata da tanti giudizi diversi, da tante diverse forme di emozione.
(…)
Ciò che si intende con il termine di integrità, nel caso di un romanziere, è la certezza, che egli ci comunica, che questo è la verità. Sì, pensiamo, non avrei mai creduto che questo potesse essere così; non ho mai conosciuto nessuno che si comportasse in questo modo. Ma tu mi hai convinto che le cose stanno così, che è così che succede. Man mano che si legge si avvicina alla luce ogni frase, ogni scena – perché la natura sembra, assai stranamente, averci provvisti di una luce interiore attraverso la quale formulare un giudizio sulla integrità o mancanza di integrità del romanziere. O forse accade piuttosto che la Natura, nei suoi momenti più irrazionali, abbia tracciato con inchiostro invisibile sui muri della mente un messaggio premonitore che questi grandi artisti confermano; un disegno che deve solo essere avvicinato al fuoco del genio per divenire visibile. E, quando, così esposto, lo si vede prendere vita, ecco che si esclama estasiati: “Ma è proprio quello che ho sempre sentito, e saputo, e desiderato! E ci si sente traboccare dall’emozione, e allora, chiudendo il libro con una sorta di reverenza, come se si trattasse di qualcosa di molto prezioso, un punto di riferimento al quale tornare per tutta la vita.

Non riusciranno a comprare anche la letteratura.
La letteratura appartiene a tutti.
Io mi rifiuto di consentirti, per quanto Custode tu sia, di scacciarmi dal prato.
Chiudete a chiave le vostre biblioteche, se volete; ma non c’è cancello, né serratura, né chiavistello che voi possiate mettere alla libertà del mio pensiero.

[da A Room of One’s Own, Virginia Woolf, trad. italiana Oscar Mondadori “Una Stanza tutta per Sé”, collana “Scrittori del Novecento”]

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