Lamia

Qualunque cosa si possa dire di lei, non è essenzialmente
malvagia. A parte la sua stessa sofferenza e la sua pietà
protettiva per la ninfa del bosco, resta il fatto che non
progetta nessun male per il mortale che ama.
W. J. Bate, John Keats

Lamia, dopo tutto, è una lamia, e la simpatia che
istintivamente sentiamo per lei in certi momenti
è più un indice della dolcezza dei nostri istinti sociali
che un suo merito…
W. H. Evert, Aesthetic and Myth in the Poetry of Keats

Ma per quanto il narratore si dia da fare, dobbiamo a ogni
costo […] tener bene a mente che Lamia è ancora
fondamentalmente un personaggio malvagio,
una donna serpente associata ai demoni
J. Stillinger, The Hoodwinking of Madeline

Nomi

Nel decimo canto dell’Odissea (x, 81) Omero, iniziando a raccontarci l’episodio dei Lestrigoni, ci parla della rocca scoscesa di Lamo, il capostipite di quel popolo: il suo nome, Lamus, fu certamente messo in relazione con il punico laham, che significa “mangiare”, “divorare”: di lì le fantasie sui Lestrigoni, visti come antropofaghi.
Ma una Lamia, figlia di Poseidone e accoppiatasi con Zeus, fu madre della Pizia, la Sibilla che governò sui libici (in: Pausania, Viaggio in Grecia, x, 12, 1).
La comune origine libica, come la parentela con Poseidone, che in questo caso sarebbe suo nonno, appartiene anche a un’altra bellissima Lamia, figlia di Belo e, appunto, di Libia (queste notizie si trovano principalmente in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, xx, 41, ma anche in Plutarco, Della curiosità, 2, e Aristofane, scol. a Pace, 758, e Strabone). Fu amata da Zeus, da cui ebbe vari figli, ma tutti, salve Scilla, furono uccisi da Era, ingelosita. Chiusasi in una caverna solitaria, spinta dalla disperazione, Lamia divenne un mostro geloso delle madri più felici di lei, di cui si vendicava rapendone e divorandone i figli. Era, per perseguitarla ancora, l’aveva privata del sonno: il suo volto si trasformò allora in una maschera da incubo. Zeus, ricordando il passato amore, fu preso da pietà per lei, e le concesse il singolare potere di levarsi gli occhi dalle orbite e di rimetterseli a piacere. Vi erano dunque momenti, soprattutto quando aveva bevuto molto vino, in cui Lamia poteva dormire, dopo aver deposto gli occhi in un vaso accanto a sé: allora non c’era niente da temere da parte sua. Ma altre volte errava insonne, di notte come di giorno, e aspettava al varco i bambini per divorarli.
Dalla sua figura, legata certamente a quella della Gorgone, nacque la figura della “lamia”, ormai nome comune, figura demonica femminile che succhiava il sangue dei giovani.
La leggenda di Alcioneo (in: Antoninus Liberalis, Transformationes, 8), il bel giovane di Delfi che su ordine di Apollo fu portato in sacrificio a Lamia per essere divorato, e fu poi messo in salvo da Euribato che, spaccata la testa del mostro, ne fa sgorgare la sorgente di Sibari, da cui sorgerà la futura città, attesta la diffusione della figura della “lamia”, capace di tenere sempre insieme una morte e una fondazione: così come la sua possibilità di levarsi e rimettersi gli occhi, legata al motivo dell’insonnia, non può non connettere i temi dell’accecamento e della visione.
Sempre in Pausania, nel suo Viaggio in Grecia, I, 1, 3, troviamo attestata la mescolanza tra le varie etimologie, come dimostra la seguente nota, in cui si fa presente il nesso tra l’ennesima città, Lamia – fondata da Lamo, figlio di Eracle e della sua padrona Onfale – e “lamia” come mostro ormai comune:

Città di Lamia: secondo alcuni fu così chiamata da Lamio, figlio di Eracle; secondo altri dal nome di una donna, Lamia, che fu regina dei Trachini. Lamia è anche un nome comune, e significa apertura […] Aristofane, invece, dice che deriva dalla statua di una donna mostruosa (lamiodes) che si ergeva sulla piazza d’Atente. Per alcuni una donna che scoreggia sulla piazza è una lamia. Lamie sono anche gli spettri, le bestie, anche un pesce e le persone voraci.

È evidente, qui, come le etimologie abbiano fondato e dato corpo ad una narrazione: se uniamo il “divorare” del punico laham con la “ingordigia” (lamyros) e la “gola” (laimos), avremo già la composizione di una figura di vampiro, che, al femminile, non può che connotare anche lascivia. Ed ecco allora la vicenda di Lamia che si unisce con Empusa, figlia di Ecate, e assieme giacciono con giovani viandanti di cui succhiano il sangue mentre dormono (in: Aristofane, Le rane e Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana). Nel dizionario mitologico di J. Lemprière, Bibliotheca Classica (1788), il testo di mitologia più letto e usato da Keats, della “lamia” si dà il seguente ritratto:

…certi mostri d’Africa, che avevano il volto e il petto da donna, ma il resto del corpo come quello d’un serpente. Allettavano gli stranieri perché venissero a loro, così da poterli divorare; anche se non erano dotate della facoltà di parola, i loro sibili erano gradevoli e intriganti. Alcuni le ritenevano streghe, o piuttosto spiriti maligni, che sotto le spoglie di belle femmine, attiravano i giovani e li divoravano.

Ma, come Keats stesso attestò alla fine del suo poemetto nell’edizione del 1820, l’intero plot gli fu suggerito dalla lettura di un passo di uno dei libri a lui più cari, quella Anatomia della malinconia (1621) di Robert Burton (The Anatomy of Melancholy è un’opera monumentale che si presenta come un trattato di medicina e spazia, nelle sue macchinose divisioni e suddivisioni, su tutti gli aspetti della vita umana. Considerato, insieme a Montaigne e a Francis bacon, tra i precursori dell’essay moderno, Burton continuò, anche dopo il Seicento, ad attrarre l’attenzione di letterati e scrittori, tra i quali Samuel Johnson e Lawrence Sterne, e, tra i romantici, Coleridge, Southey, Charles Lamb e naturalmente Keats, che a lui si ispirò anche per la Ode alla malinconia), che alla parte III, sezione II, 1, là dove il discorso è dedicato al “potere e alla portata universale dell’amore”, ci racconta, a sua volta in citazione dal De Vita Apollonii di Filostrato, di un certo

Menippo Licio, un giovane di venticinque anni, che viaggiando tra Cencrea e Corinto incontrò un fantasma con l’apparenza di una bella donna, la quale, presolo per mano, lo condusse a casa sua, nelle vicinanze di Corinto, e lì gli disse d’essere fenicia per nascita, e che se lui si fosse indugiato un poco, lì, con lei, l’avrebbe sentita cantare, e poi bevuto un vino che nessuno aveva mai bevuto, e, infine, che nessuno l’avrebbe mai molestato. Lei, bella e amabile, sarebbe vissuta e morta con lui, che pure era bello e amabile da guardare. Il giovane, un filosofo, altrimenti sempre sobrio e discreto, capace di moderare le proprie passioni, ma non quest’amore, si fermò con lei con grande soddisfazione sin quando, alla fine, la sposò. Al loro banchetto nuziale, tra gli altri invitati, venne Apollonio, che, sulla base d’una supposizione ben fondata, scoprì che lei era un serpente, una lamia, e che tutta la sua casa, come l’oro di Tantalo descritto da Omero, non aveva sostanza ma era solo illusione. Quando lei si vide scoperta, pianse, pregò che Apollonio stesse zitto, ma quello non si lasciò commuovere, e così lei, banchetto e casa intera e tutto ciò che in essa vi era contenuto, svanirono in un istante.

Sarà la morte di Licio l’apporto principale di Keats alla storia; l’episodio iniziale della ninfa e di Hermes infatti, è già in qualche modo inscritto nella serie logica delle “metamorfosi per amore” che circondano nel medesimo capitolo dell’Anatomia, la storia appena raccontata (Eros, cacciato dall’Olimpo perché troppo potente, con le ali tagliate per impedirgli di tornare – e l’immagine trapasserà in Lamia, II, 234 – continuerà comunque ad esibire il suo potere, sia su sua madre stessa, Venere, che pur l’aveva minacciato di spezzargli arco e frecce, sia su Giove, che “per amore si trasformò in Satiro, Pastore, Toro, Cigno, pioggia dorata e non si sa in cos’altro…”).
Ma se torniamo brevemente là dove eravamo partiti, alla questione del nome, vedremo che l’ambiguità tra il nome comune, che fa della protagonista del poemetto solo l’ennesima incarnazione di una potenza che è stata assegnata al “male” dalla tradizione stessa che la costituisce (“Credo che il poemetto sia costruito attorno a lei proprio perché secondo la tradizione la sua bellezza seducente è falsa e il suo effetto sulla vita umana pericoloso…” dice Walter H. Evert, Aesthetic and Myth in the Poetry of John Keats, Princeton 1965, p. 275), e il nome proprio, “Lamia”, usato da Keats e da Licio, ma rifiutato da Apollonio, che anzi compie la sua opera proprio derealizzando Lamia nella sua individualità per riportarla alla generalità assoluta di un nome comune – “un serpente” – ci porta dritti al cuore stesso del poemetto che, inscrivendo sotto le categorie d’epoca di “immaginazione” e “realtà” quella che più tardi sarebbe stata chiamata caratteristica separazione tra individuo e società, costruisce un mito dell’origine e dell’individuazione capace di mettere in scena le forze stesse che l’hanno determinato: schiacciare il poemetto Lamia sul personaggio Lamia, e identificare l’illusione di Licio con quella di Keats, costruendole come illusione soggettive di contro a un reale “pubblico” e oggettivo, non farebbe che raddoppiare l’errore di Apollonio nel corso del poemetto stesso, ossia schiacciare Lamia su una qualsiasi lamia, e cioè non rendersi conto che anche un’illusione privata è sempre e comunque prodotta da e all’interno di una realtà sociale, e deve quindi essere letta all’interno di un sistema a forze concentriche e non opposte.
[Silvano Sabbadini, prefazione a Lamia, di J. Keats, Letteratura Universale Marsilio]

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One Response to Lamia

  1. lamia82 says:

    Finalmente qualcuno torna ad esibirmi…:)
    Complimenti per il blog! E’ interessantissimo, favoloso!
    E’ con grande stupore che avverto il mio nome qui.

    Un caro saluto.
    Greta

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