La danza hopi del serpente – D. H. Lawrence

Questa è la danza del serpente
che viene giù dai monti
per ritrovare la sua coda
che ha perduto un dì.
Ma dimmi un po’
sei proprio tu
quel pezzettin del mio codin?

L’indiano d’America non vede separazioni tra Spirito e Materia, Dio e non-Dio. Ogni cosa è viva, seppure non in senso personale. Tuono non è Thor né Zeus, Tuono è l’immenso tuono vivente che si impone come un mostro incomprensibile o un gigantesco rettile-uccello del cosmo primigenio.
Come conquistare il tuono dalle fauci di drago? Come catturare la pioggia alata?
Noi facciamo bacini e canali d’irrigazione e pozzi artesiani. Noi facciamo parafulmini e costruiamo immense centrali elettriche. È questione di scienza, energia, forza, diciamo noi.
Ma l’indiano dice: No! Tutto vive. A queste cose dobbiamo accostarci con riguardo, con rispetto profondo, ma pure con disperato coraggio. Poiché l’uomo deve conquistare i mostri cosmici del tuono vivente e della viva pioggia. La pioggia che sgorga dalla sua sorgente e rifluisce imperscrutabile, generando lungo il percorso una strana energia, un’energia che, perfino secondo la nostra scienza, appartiene alla vita: è questa, che l’uomo deve conquistare. La serpeggiante, l’alata pioggia.

La nostra conquista è fatta con dighe, con bacini e mulini.
L’indiano, come l’antico Egizio, realizza la conquista tramite la volontà mistica che è dentro di lui, che si oppone al Drago Cosmico.
Va ricordato che secondo la concezione animistica non abbiamo avuto origine da un Dio perfetto, la cui sapienza ci ha creato e che ha preordinato tutte le cose. Nulla del genere. All’origine non vi è altro che la terrificante, terribile, rude Sorgente, il Sole mistico, il luogo in cui tutte le cose affiorano. Da questo Sole mistico scaturiscono i Draghi, la Pioggia, il Vento, il Fulgore del Tuono, la Luce. Le Potenze dei Poteri. Queste generano la Terra, poi i rettili, gli uccelli e i pesci.
Le Potenze non sono dèi: sono Draghi. Il Sole della Creazione è esso stesso un drago tra i più terribili, grandi e potenti, e tuttavia non tanto ricolmo di essere quanto noi. Sono gli uomini i soli dèi sulla terra. Poiché gli dèi, come l’uomo, non esistono da tempi precedenti: sono creati e si evolvono per gradi, come eoni di fatica, dal crogiuolo infuocato della vita. Essi sono la creazione più elevata, temprati nella fornace del Sole-Vita e battuti sull’incudine della pioggia, con il maglio o il tuono e il mugghiare del vento impetuoso. Il cosmo è una gran fornace, una tana di drago dove gli uomini, eroi e semidei, si forgiano all’essere. È un’immensa e violenta matrice dove le anime si formano come diamanti nel sottosuolo, soggetti a un’estrema pressione.

Dunque gli dei non sono l’origine ma il risultato.
E gli dèi migliori che siano mai nati, fino a oggi, sono gli uomini. Ma dèi fragili come fiori; portatori anche della natura divina di chi ha guadagnato la perfezione liberandosi dagli artigli di drago del cosmo. Gli uomini sono fragili come fiori. L’uomo è come un fiore, la pioggia può ucciderlo o soccorrerlo, il calore può distruggerlo con uno schiocco della sua coda lucente; oppure, d’altro canto, può dolcemente richiamarlo all’esistenza dall’uovo del caos. L’uomo è delicato come un fiore, divino più dei fiori, e la sua signoria è una faccenda instabile.
Deve conquistare e mantenere quanto è suo e conquistare ancora, senza posa. Conquistare i poteri del cosmo. La nostra religione di conquista è la scienza, dunque attraverso la scienza siamo i conquistatori e di conseguenza gli dèi della nostra terra. Ma per l’indiano i cosiddetti processi meccanici non esistono. Tutto vive. E la conquista si realizza per mezzo della volontà vivente.
È questa la religione di tutta l’America originaria. (…)

Questo ci riporta all’Hopi: il suo è il compito più arduo, il destino più disagevole. Un fato occulto lo ha condotto in cima a queste mesas riarse dove tutto è rocce e aquile, sabbia e serpenti, e vento e sole e alcali. E questo ha dovuto conquistare. Non soltanto, potremmo dire, la natura del luogo, ma il misterioso spirito vitale che vi regnava. L’aquila e il serpente.
È un destino come un altro. Il destino dell’essenza animistica dell’uomo, in luogo del nostro destino fatto di Mente e Spirito. Noi abbiamo intrapreso la conquista scientifica delle forze e della natura. È stato relativamente facile e siamo usciti vincitori.
(…)
Gli Hopi hanno perseguito la conquista per mezzo della volontà mistica e viva che sta nell’uomo, opposta alla viva volontà del cosmo-drago. Molto tempo fa gli Egizi realizzarono una parziale conquista con gli stessi mezzi. Noi abbiamo realizzato una parziale conquista con altri mezzi. Il grano non ci tradisce: non patiamo carestie di sette anni, né pare che mai ne patiremo. Ma altro ci tradisce, lo strano sole interiore della vita; il pellucido mostro della pioggia non ci mostra mai le sue strisce. Per noi, il cielo accende la luce del giorno o apre i rubinetti degli acquazzoni. Noi piccoli dèi non dominiamo che la macchina: è la nostra somma creazione. Il nostro cosmo è un grande motore. E moriamo di tedio. Un drago infido ci punge nel bel mezzo della nostra prosperità. Quos vult perdere Deus, dementat prius.
Domenica sera ha luogo una prima piccola danza sulla plaza di Hotevilla, detta danza dell’Antilope. Il piccolo spiazzo è caldo, polveroso, oblungo, con un ciuffo di rami verdi di pioppo conficcato come un pennacchio all’estremità sud, e ai piedi del ciuffo il piccolo coperchio di una botola. Dicono che i serpenti siano lì sotto.
Dicono che i dodici officianti appartenenti al clan del serpente della tribù siano stati per nove giorni a caccia di serpenti tra le rocce. Hanno celebrato i misteri per nove giorni, nel kiva, e per due giorni hanno osservato il digiuno completo. In tutti questi giorni hanno atteso ai serpenti, li hanno purificati con frequenti lustrazioni, li hanno placati e hanno scambiato con essi lo spirito. Lo spirito dell’uomo che placa e che cerca e che si cambia con gli spiriti dei serpenti. Poiché i serpenti sono più rudimentali, più vicini ai grandi poteri convulsivi. Più vicini al Sole senza nome, più esperti delle oblique vie della pioggia, del picchiettio dei piedi invisibili del mostro-pioggia che viene dal cielo. I serpenti sono i più vicini emissari dell’uomo presso gli dèi della pioggia. I serpenti sono più prossimi alla sorgente della potenza, al sole oscuro, latente, intenso che sta al centro della terra. Poiché per l’animista sapiente, come l’indiano Pueblo, l’oscuro centro della terra cela un oscuro sole, fonte del nostro essere isolato, intorno a cui il mondo avvolge le spire come un grande serpente. Il serpente è più prossimo al sole oscuro e lo conosce meglio.(…)
Lontano sul sentiero, piccole sagome scure e nude con le braccia racchiuse, andavano i due giovani, correndo veloci verso il fondo della conca, rimpicciolendo, attraversando la conca per raggiungere altre dure rocce dall’altra parte. Due piccole sagome umane minute, rapide, intente, sempre più impercettibili. Minuscole, oscure scintille di uomini. Granelli di divinità.
Scomparvero, non più grandi di sassi, dietro le rocce nell’ombra. Si diceva fossero andati a posare i serpenti davanti a una roccia detta tempio del serpente, per lasciarli andare tutti liberi. Liberi di portare il messaggio e i ringraziamenti agli dèi-draghi che possono dare e sottrarre. Di portare lo spirito umano, l’umano soffio vitale, l’umana preghiera, l’umana gratitudine, il comando umano a essi trasmesso con il respiro della bocca dei sacerdoti, in esso trasferito dai bastoni piumati da preghiera che i vecchi sapienti avevano usato per spolverare le spalle dei giovani portatori di serpenti. Di riportare tutto questo alle regione più immense, più fosche e primordiali dove i mostri della pioggia e del vento alternavano benevolenza a furia. portare la preghiera e il potere di volontà dell’uomo dentro le fosse dei venti, giù fino al cuore di piovra della sorgente della pioggia. Riportare la farina di grano sparsa dalle donne al terrificante, spaventoso, oscuro sole iniziatore che sta nel centro della terra, che ci manda fuori dalla terra il grano, ci manda cibo o morte, a seconda della nostra forza vitale, del nostro potere di volontà sensibile, del nostro coraggio.
È una battaglia, una lotta senza fine. Il Sole, il Sole senza nome, sorgente di tutte le cose, che chiamiamo sole poiché l’altro suo nome incute troppo timore, questo immenso sole protoplasmatico dal quale ha origine tutto ciò che nutre la nostra vita, questa Entità originaria è sempre propizia o avversa. Sistole, diastole, pulsa propizia e avversa al nostro vivere, al nostro passaggio da essere a essere, da umanità ad altra umanità. L’uomo, il piccolo uomo vulnerabile che si è avventurato più lontano di tutti dal cuore oscuro del primo dei due soli, nel cosmo della creazione. L’uomo, l’ultimo dio ad aver guadagnato l’esistenza. E sempre è sorretto e minacciato, spaventato e sorretto dalla Sorgente, dal recondito drago-sole. E sempre deve sottomettersi e deve conquistare. Sottomettersi alla strana benevolenza della Sorgente, le cui ragioni vanno oltre la comprensione. E conquistare la strana malevolenza della Sorgente, incomprensibile anch’essa.
Poiché i grandi draghi da cui traiamo la vitalità sono sempre propizi e avversi al nostro esistere. Perciò soltanto gli eroi, poco a poco, sottraggono l’umanità alla strana tana del cosmo.
L’uomo, il piccolo uomo, con la sua coscienza e la sua volontà, deve tanto sottomettersi ai grandi poteri generatori della sua vita quanto conquistarli. Conquistati dall’uomo che ha sconfitto le sue paure, i serpenti devono tornare nella terra portando i suoi messaggi di tenerezza, di richiesta e di potere. Ritornano quali raggi d’amore al cuore oscuro del primo dei soli. Ma ritornano anche quali frecce scagliate dalla sapienza e dal coraggio dell’uomo, dritto nel cuore resistente e malevolo del nucleo più antico e refrattario della terra. Nel nucleo del primo dei soli, ove l’uomo trae la vitalità, si trova un veleno amaro come quello del serpente a sonagli. È questo veleno che l’uomo deve sconfiggere, dev’essere padrone della sua emanazione. Poiché dal primo dei soli partono i raggi che fanno gli uomini forti e lieti e gli dèi capaci di spaziare tra il noto e l’ignoto. Raggi che saettano fuori dalla terra come i serpenti, colmi di nuda vitalità. Ma ogni raggio ha la sua punta avvelenata per l’incauto, l’irriverente e il vile. La consapevolezza, la cautela è la prima delle virtù secondo la morale dell’uomo primitivo. E questa consapevolezza deve viaggiare avanti e indietro, avanti e indietro, dalle origini più oscure fino ai più luminosi edifici della creazione.

 

[da D. H. Lawrence,The Hopi snake dance, in Mornings in Mexico, London, 1956)

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