Kenningar

Le cosiddette kenningar possono essere considerate citazioni enigmistiche strettamente correlate al meccanismo della metafora, ma tipicamente sottoforma di parola complessa, e perciò comuni e caratteristiche della poesia islandese, e delle lingue anglosassoni in genere.
Questo lavoro risulta curioso per gli appassionati di linguistica e probabilmente tedioso al lettore occasionale non implicato tecnicamente nel dibattito.

L’antica arte poetica islandese suole suddividere i nomi in due grandi gruppi:

a) (ókend) heiti o fornofn, che sono tutte quelle particolari forme della lingua poetica, scarsamente rappresentate nella lingua dell’uso, che passano in genere sotto il nome di sinonimo, metafora, metonimia, sineddoche, ecc;

b) in kenningar, le quali sono più propriamente espressioni tipiche dell’antica poesia nordica (e peculiari di quella scaldica) e che meritano un’illustrazione più particolareggiata. Negli scritti teoretici degli Islandesi non si dà una definizione generale della kenning e quindi si deve ricostruirla dalle accezioni con le quali tale termine è stato impiegato (per una visione sistematica della kenning si veda R. Meissner, Die Kenningar der Skalden, Bonn-Lipsia, 1921).

La kenning, da un punto di vista puramente logico, quantunque non sempre nelle sue applicazioni artistiche, è una metafora, ed il suo nome proviene da un uso del verbo kenna: kenna eitt vidh (o eptir) eitt, che significa “esprimere o descrivere qualcosa per mezzo di un’altra”, ciò che in altri termini può definirsi “perifrasi”.
Se la kenning da un punto di vista concettuale ed etimologico è un equivalente di metafora e di perifrasi, sotto l’aspetto linguistico essa è l’equivalente composizionale di un sostantivo della lingua dell’uso; infatti la kenning semplice è un composto o un’espressione bimembre, in cui il primo elemento offre la determinazione e il secondo il valore fondamentale, ma il cui significato è direttamente estraneo a ciascuno dei due membri. Il tipo della composizione nominale è piuttosto antico e risale senza dubbio al periodo dell’unità indoeuropea dove è quasi certamente nato per sostituire parole che erano “tabù”, come sembra dimostrare la loro frequenza in testi di carattere di prevalenza religioso; ma, per quello che concerne il germanico, solo nella poesia scaldica è stato portato ad una sistematicità veramente eccezionale ed indicativa.

Anche in italiano si conoscono perifrasi del genere della kenning come “il cigno di Busseto” per indicare Giuseppe Verdi, “la nave del deserto” per indicare il cammello.

Qualche kenning eddica:
vágmarr risulta dall’insieme di due elementi: vágr “onda” e marr “destriero”, e questo composto significa “la nave”, racchiudendo nel giro di una breve espressione sintetica un concetto più largo: “come un destriero salta e si impenna così la nave salta e si impenna in mezzo alla furia delle onde”.
E così la kenning:
– lyngfiskr per indicare il “serpente”: è composta di due elementi, lyng “brughiera” e fiskr “pesce”, il cui rapporto semantico è da ricercarsi in un confronto del genere: “come il pesce guizza e saetta in mare così il serpente guizza e saetta nella brughiera”.

Appare dunque evidente che la kenning ha il senso di una frase subordinata, ma con meno rilievo enfatico, permettendo così di essere introdotta nel testo poetico senza distrarre troppo l’attenzione dall’essenziale e dal sostanziale.

Talvolta il significato della kenning appare immediatamente dal confronto dei due termini, talora invece il significato è più nascosto o addirittura inafferrabile, finché non si posseggano conoscenze particolari. In tal modo alcune kenningar si presentano al lettore moderno in forma enigmatica così come è il caso di orm-bedhr, nome composto da ormr “serpente” e bedhr “giaciglio”, che è una kenning per indicare “l’oro”: questo senso non sarebbe assolutamente ricostruibile se non si tenesse presente che nella leggenda dei Nibelunghi si dice che Fafnir sta a custodia del suo tesoro mettendosi accovacciato sopra ad esso.

L’uso delle kenningar, o di composti nominali simili, risale all’epoca indoeuropea, ma è soprattutto nel germanico che tale uso ha trovato una particolare strutturalità di impiego, come si può vedere dal confronto di kenningar che si ritrovano, per esempio, nel Béowulf: helm-berend (“portatore d’elmo”) per “guerriero”, < ýd-lida (“attraversatore di onde”) per “nave”. Si deve però subito aggiungere che soltanto nel settentrione germanico si è sviluppato l’impiego della kenning e soprattutto di quella kenning più oscura ed enigmatica a cui accennato.

In seno all’antica letteratura islandese l’uso delle kenningar è un tipico mezzo stilistico della poesia scaldica mentre è piuttosto scarso nei carmi eddici, almeno nei carmi più antichi o più arcaizzanti che, come tali, sono naturalmente o volutamente esenti dalle influenze degli scaldi. Ma, come è da aspettarsi, il metro ha una grande importanza nell’impiego delle kenningar, difatti i carmi eddici composti in liódhaháttr mancano quasi del tutto di tali espressioni perifrastiche, mentre il fornyrdhislag, il metro epico per eccellenza, è, relativamente agli altri, più ricco di kenningar; il málaháttr mantiene invece una posizione intermedia fra gli altri due metri.

[continua…]

 

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