KATA TON ΛAIMONA EAYTOY

Nella Scrittura (Prov. XXIII, 32) si dice che vino e serpente colpiscono alla stessa maniera.
Il serpente alla vite si attorce.
Il serpente attrasse l’attenzione dei padri, perché Gesù risorto nel suo ultimo sermone invitò a maneggiarlo liberamente (Marco 16, 18).
Clemente Alessandrino nel Protrettico parla dei serpenti nei riti sabazi, che rendono evidente Dioniso sabazio ai suoi fedeli strisciando loro sul petto. Esiste un vaso dove figura Dioniso dei misteri eleusini: accarezza il rettile che si avvolge attorno a Demetra.
Il rettile sacrale sopravvisse, fu chiamato piccolo re o regolo delle plebi. Le costumanza preservano strane sopravvivenze: a Offida nelle Marche la strada principale, percorsa a Pasqua da una processione di gente imbacuccata in sacconi sporchi, si chiama via del serpente aureo. Torna in mente Arnobio (Adv. nat., V, 21): “un serpente d’oro è introdotto in seno agl’iniziati di Sabazio e fatto uscire di sotto”.
Nel 1990 uscì un’opera di Giuseppe Lisi sulla regalità serpentina nelle plebi dell’Italia centrale, dove ne è rimasta fino a poco fa la denominazione di “regolo”.
Regolo è certamente il serpente in cima alla colonna di Sant’Ambrogio a Milano.
Esso formò tutt’uno con il fulmine scattato da terreni effluvi, il “crudele” dell’aruspicina, con il lampo che a movenze serpentine scende dai cumuli nerastri, con i dardi e le punte di vanga che mordono e squarciano il suolo per aprire ai semi il loro fecondo sepolcro, infine con il baleno che sprizza nel crogiolo dal metallo depurato della loppa brunastra. È l’antico rettile dionisiaco.


Compariva in molte feste popolari, poiché a marzo i serpari lo scovavano nelle tane e lo portavano a dardeggiare, come a Cocullo negli Abruzzi, dalla statua del patrono. A Cocullo una teca con un serpente era posata su uno degli altari della chiesa maggiore.
La traccia del rettile credo d’averla trovata in un’opera comacina che finora non mi appare studiata a fondo. Sorge in Tuscia, nel contado che da Viterbo porta a Tuscania. Sono vasti, deserti, ondulati, silenziosi campi fra l’ocra e il bigio e, proprio alle soglie di Tuscania, in questa distesa spiccano due alti colli. Erti e stretti si protendono al cielo, primo quello dove sorge la chiesa di Santa Maria Maggiore, del secolo VIII, con accosto una torre campanaria; secondo l’altro dove s’innalza la chiesa di San Pietro, con l’adiacente palazzo arcivescovile antico. Il frontone di San Pietro a sinistra si apre in una bifora dalle colonnine corinzie, circondate da girali. Sotto questa bifora è scolpito in bassorilievo l’identico Dioniso che figura in un fregio del suo tempio a Baalbek, del II secolo, perpetuato nell’arte bizantina e poi come Uomo Verde del duomo di Modena e in tante cattedrali tedesche e inglesi.
Ha una faccia, qui a Tuscania, invasata, sul petto accarezza un serpente tre volte attorcigliato. I fedeli di Dioniso Sabazio s’imprimevano la presenza del dio sentendo quello scivolío sulla pelle. Il gigante spalanca occhi esaltati, sporge la lingua, mentre gli si rizzano i capelli e la barba gli si divide in tre bande. Ai lati del suo faccione frontale spuntano due profili e dalla punta delle loro barbe si protende una coppia di polloni, che vanno entrambi ad attorcigliarsi in girali a fianco della bifora.
Descrivono cerchioni, nel primo e nell’ultimo dei quali una coppia di coccole sta sotto due foglie incurvate, con sopra una ghianda lobata bislunga terminante in trifoglio. Nei due cerchi successivi dal basso e dall’alto un uccello addenta due foglie e una ghianda e nel quarto cerchione una ninfa scosciata in due lische addenta una ghianda. Dalla fecondità vegetale di foglie e di ghiande promana quella animale di ninfe e uccelli. È come se fosse ripetuta l’esaltazione di ghiande e semi delle antesterie.
I due polloni culminano in alto, sopra la bifora, entrando a far parte delle due barbe dei profili attaccati a un altro testone, privo di torso, ma per il resto corrispondente al sottostante: occhi sgranati, lingua profferta, barba uguale ma con corna dionisiache in testa.

Entrambi i mascheroni sono tricefali. I tricefali abbondano, esiste perfino un cognome Trivulzi (1). Ne annoverarono le antichità sabine, eugubine e celtiche. A Roma si venerava Giano tricefalo e tricefalo fu il tempo formato di presente, passato e futuro, come anche la prudenza. Infine sono frequenti le facce triplici a rappresentare la Trinità cristiana. Càpita che una si trovi nella chiesa di San Pietro a Perugia. Sospetto che nel caso nostro si tratti di Dioniso triplice di cui parla Diodoro (III, 62).
Nell’orfismo Dioniso appare all’inizio degli inizi come Dioniso Phanes, uscito da un uovo d’argento, opera del Tempo. Aveva ali d’oro, voce di toro, creava vortici tutt’intorno, era tutt’assieme eros e luce, uomo e donna, grembo d’ogni seme, Lucifero. Egli creò la notte, quindi dispose cielo, terra e Olimpo. Questo primo Dioniso originò Zeus androgino, che lo mangiò e generò insieme alla figlia Persefone, regina dell’Ade, Zagreo, il secondo Dioniso. Seguì la vicenda dei Titani, ma Atena salva dallo scempio il cuore di Zagreo e Zeus se lo mangia, quindi genera con la figlia Semele il terzo Dioniso, che volle serbarsi dentro la coscia affinché maturasse. Questo terzo Dioniso ebbe nome Lièo, il liberatore o dissolvitore. Che in questo fronte sia rappresentato Lièo con ai lati Zagreo e Lucifero, le due fonti di fecondità? Sarebbe una triplicità identica all’indiana, dove Sciva sta al centro con Brahmâ e Vishnu ai lati: Lièo con il creatore e il conservatore. Ma nel caso nostro il triplice si raddoppia. Accenna forse così al duplice cosmo, vegetale e animale, o forse alle due parti dell’anima del mondo, di cui parla il Timeo, Zeus incorporeo e indivisibile e Dioniso sublunare.

Giuseppe Lisi andà a visitare questo cruciale fronte di chiesa e riconobbe nella parte destra del frontone uno sviluppo serpentino minerale-vegetale-animale che si chiude in un cerchio (2), ma si domandò dove fosse l’uomo, ravvisandolo nella parte sinistra, dove compare “un giullare, un giocoliere con la vestina che lascia scoperto l’organo della riproduzione”. Un messaggio, vorrei commentare, rigorosamente dionisiaco. Nel centro fra i due sistemi sta il rosone del cielo nella quaternità degli evangelisti.
Credo che una raffigurazione abbastanza vicina si celi nel rilievo eburneo del IX secolo alla Biblioteca di Monaco, copertina di un’opera appartenuta a Enrico II. Rappresenta una crocifissione sovrastata da Sole e Luna con in mezzo l’indice di Dio che esce dalla nube: una prima triplicità. Attorno alla croce si avvolge un serpentone. Scendendo, le tre Marie stanno a cospetto del sepolcro vuoto dove siede un angelo. Si rammenta la spiegazione nel Convivio dantesco delle tre massime scuole filosofiche che sono rinviate, sulla soglia della verità, alla contemplazione. Scendendo ancora si rivela la terra squarciata da cui si levano i defunti, si scende una terza volta e s’incontrano tre personaggi: in un cantuccio un uomo-fiume che stringe un vaso nel quale è immerso un grande serpente; segue al centro un curiale che poggia un piede sul serpente e rivolge lo sguardo in alto alla crocifissione; completa a sinistra un uomo che tiene anche lui lo sguardo alla crocifissione, ma addita con l’indice al serpente e tiene avvolta al petto una serpicina. Questi non può che innestarsi nella tradizione sabazia. Lui e l’uomo-fiume formano tra loro la stessa dualità che si osserva a San Pietro di Tuscania. L’uomo-fiume è la fonte della fertilità e ha davanti a sé, sulla banda opposta, l’iniziato ai misteri sabazi, il quale giace sotto la Luna che ondulando determina le crescite. Lui invece mescola all’acqua il calore vitale, stando sotto il segno del Sole (dice Dante. “guarda il calor del sole che si fa vino, giunto all’omor che della vite cola”, Purgatorio, XXV, 76: così lo spirito divino soffia sull’umore dei genitori e anima il feto). Il curiale congiunge: è la società civile, posta sotto la crocifissione. La verità la addita però l’uomo avvolto da un regolo, posto sotto il sole.

[da Elémire Zolla, Il dio dell’ebbrezza, Einaudi]

Note mie:
(1): vedi Palazzo Trivulzio a San Donato Milanese (MI); la Strada Trivulziana che da Milano porta a San Donato Milanese, e la toponomastica dei luoghi vicini dove spesso ricorre il toponimo Trivulzi.
(2): vedi l’uroboro, il “serpente che si morde la coda”, o anche nella mitologia nordica lo Jörmungandr.

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One Response to KATA TON ΛAIMONA EAYTOY

  1. mario tizi says:

    Sto studiando le basiliche tuscaniesi di cui lei parla e il volto trifronte della facciata di S. Pietro.
    Se lo desidera le invio ciò che ho già pubblicato.
    Cordiali saluti
    mt

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