I simboli dell’inverno (II)

L’uomo vive la sua vita sulla superficie della terra, potremmo dire solo “perifericamente”: la pianta invece vive allo stesso modo in primavera e in estate mentre in inverno torna nel buio grembo di Madre Terra e sono primarie spettatrici dei segreti dell’oscurità e del caos in cui avviene il rovesciamento.
Anticamente, alcune correnti spirituali insegnavano ai discepoli di invertire il loro legame con la superficie terrestre attraverso la meditazione, la preghiera e una retta conduzione di vita, per inabissarsi nei misteri del sottosuolo, del buio e dell’inverno.

Screen Shot 2016-12-25 at 23.39.52.png

Nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

Un paragone calzante può essere fatto pensando al Νεκρομαντεῖον, il necromanteion nekromanteion, un tempio di necromanzia dell’antica Grecia dedicato ad Ade e Persefone.
Secondo la tradizione si trovava sulle rive dell’Acheronte in Epiro, vicino all’antica città di Efira. Era ritenuto dai devoti la porta da cui si accedeva al regno dei morti. Il sito si trovava nel punto in cui si incontravano i fiumi Acheronte, Flegetonte e Cocito: anticamente si credeva che i flussi portassero nell’aldilà.
Il significato dei nomi dei fiumi è stato interpretato come “privo di gioia” (Acheronte), “carboni ardenti” (Flegetonte) e “lamento” (Cocito).

Acheronte in realtà significa “che forma/crea laghi”, cfr. greco akherousai “acque paludose/simili a una palude”, dalla radice protoindoeuropea *eghero- “lago” (fonte anche del lituano ežeras, ažeras, antico prussiano assaran, antico slavo ecclesiastico jezero “lago”).
La derivazione dal greco akhos, “dolore”, viene considerata etimologia folklorica. Il nome fu in seguito dato a fiumi in Grecia e in Italia che scorrevano in luoghi dismessi o che scomparivano sotto terra.

Flegetonte deriva dal latino, a sua volta dal participio presente, in greco, di phlegethein “ardere, bruciare”, variante di phlegein, come l’osco flagio-, un epiteto di Giove, dal protoindoeuropeo *bhleg-ro- da *bhleg- “splendere, lampeggiare, balenare, scintillare”, fonte anche del latino fulgere, dalla radice *bhel-.
Una curiosità: se si considera la parola inglese bleach, “candeggiare/candeggina”, dal protogermanico *blaikjan “rendere bianco”, fonte anche dell’antico sassone blek, norreno bleikr, olandese bleek, antico alto tedesco bleih, tedesco bleich “pallido”; norreno bleikja, olandese bleken, tedesco bleichen “candeggiare”, dalla radice protoindoeuropea *bhel-, fonte anche del sanscrito bhrajate “che scintilla”, latino flamma “fiamma” e fulmen “fulmine”, fulgere “scintillare, lampeggiare, balenare”; antico slavo ecclesiastico belu “bianco” e lituano balnas “pallido”, sono tutte parole con significati e derivazioni legate alla luce, il più delle volte accecante.
La stessa radice protoindoeuropea ha prodotto l’inglese moderno black, che però è “nero” e non bianco… dall’antico inglese blæc “nero”, dal protogermanico *blakaz “bruciato”, fonte anche del norreno blakkr “nero”, antico alto tedesco blah “nero”, svedese bläck “inchiostro”, olandese blaken “bruciare”; dal protoindoeuropeo *bhleg- “bruciare, brillare, luccicare, scintillare, lampeggiare”, fonte anche del greco phlegein, sempre dalla medesima radice *bhel-.
La connessione diretta è in realtà tra fuoco e bruciato (in anglosassone la parola per indicare il colore nero era sweart, “nero, buio”, riferito alla notte, alle nuvole, anche figurativo nel senso di “stregato”, dal protogermanico *swarta- fonte anche dell’antico frisone, antico sassone e medio olandese swart, olandese swart, norreno svartr, tedesco schwarz, gotico swarts “dal colore nero; nero”, dalla radice protoindoeuropea *swordo- “sporco, scuro, nero” da cui deriva anche il latino sordidus “sporco, lercio, sozzo”. La parola è rimasta in tutte le lingue germaniche mentre in inglese è stata sostituita da black.
Secondo l’Old English Dictionary nel medio inglese c’era ancora confusione nell’uso di blacblakblake per il loro significato: poteva infatti voler dire sia “nero, scuro” che “pallido, senza colore, evanescente, pallido”.
Questo, perché sia il bianco che il nero non sono dei colori, e entrambi sono associati con l’incendio e la bruciatura (cfr. l’uso in anglosassone di scimian, collegato alla radice di shine, entrambi con il significato di “splendere” e “offuscare, diventare tetro, diventare nero”.

Ora, qual è il momento dell’anno in cui c’è una sorta di bilancia e allo stesso tempo un approccio più immediato e vicino con il bianco e il nero, la luce e il buio?
È proprio il momento solstiziale di dicembre, quando tutto è notte e gelo e sembra di vivere sotto terra, ma le giornate si allungano di nuovo e c’è la promessa del ritorno del sole e della luce.
Nelle dodici notti sante, tra Natale e l’Epifania, di cui oggi troviamo riferimento nell’opera shakespeariana The Twelfth Night. I “dodici giorni di Natale”, in inglese conosciuti come Twelvetide, erano una festività cristiana per celebrare la natività. Nella maggior parte delle tradizioni della chiesa occidentale il giorno di Natale è il primo giorno, e i dodici giorni terminano il 5 gennaio.
Nell’Inghilterra medioevale e in epoca Tudor la dodicesima notte segnava la fine di una festività invernale che cominciava il 31 ottobre, la All Hallows Eve, oggi conosciuta come Halloween. Il Lord of Misrule – conosciuto in Scozia come Abbot of Unreason e in Francia come il Prince des Sots – era il “signore del malgoverno”, nominato a Natale per presiedere la Festa dei Folli. Era generalmente un contadino o un suddiacono nominato per essere responsabile delle gozzoviglie natalizie, che spesso includevano ubriachezza e feste selvagge, secondo la tradizione pagana dei Saturnalia.
Il mondo era capovolto: il re e i nobili sarebbero diventati contadini e viceversa.
All’inizio delle festività veniva preparato un dolce che conteneva un fagiolo. La persona che mangiando trovava il fagiolo avrebbe “governato” la festa. La mezzanotte avrebbe poi segnato il termine del suo “governo” e il mondo sarebbe tornato alla normalità.
La tradizione del “signore del malgoverno” risale a epoche precristiane e festività simili a Samhain e appunto ai Saturnalia.

Il cibo e le bevande al centro delle nostre celebrazioni in epoca moderna sono il risultato di tradizioni che vanno indietro di molti secoli. Il punch chiamato wassail, in Inghilterra, veniva consumato proprio durante la Twelfth Night, la “dodicesima notte”, ma anche durante tutto il periodo natalizio.
In tutto il mondo venivano preparati dolci speciali, come il tortellGâteau des Rois, un dolce tipico della cucina catalana e occitana a forma di anello o circolare, fatto di pan brioche, pasta sfoglia o altro tipo di pasta e farcito di diversi ingredienti come il marzapane, la panna, la crema, la marmellata, fili di zucca, etc., che può avere canditi o pinoli oltre allo zucchero a velo sopra.
Il tortell è un elemento molto importante della tradizione culinaria della Catalogna: lì in realtà appare in diverse feste durante l’anno e praticamente tutte le domeniche lo si può trovare in pasticceria, così come in alcune date specifiche come l’Epifania, Sant’Antonio Abate (17 gennaio) o la domenica delle palme.
Il Tortell de Reies, chiamato anche “torta dei Re”, ha una forma di anello più o meno rotonda o ovale, ma la pasta è la stessa di una brioche e il ripieno, che è di marzapane, è ricoperto completamente, anche sui lati, dalla pasta. È decorato con frutta candita (ciliegie, arance e pelle d’anguria) e frutta secca (pinoli) e dentro ha due sorprese: un re di plastica e una fava. Chi trova il re sarà il re della festa e chi trova la fava dovrà comprare il prossimo tortell. In Catalogna si mangia questo dolce solo il giorno dell’Epifania, dopo pranzo.

Il king cake, a volte chiamato anche three kings cake, è un tipo di dolce associato all’Epifania e alla fine delle festività natalizie e al periodo pre-quaresimale con le feste di carnevale e del martedì grasso.
Ciò che nacque circa 300 anni fa come un impasto di pane francese con lo zucchero sopra e un fagiolo all’interno oggi ha tante ricette diverse a seconda del paese. Alcuni sono realizzati con impasto di brioche nella forma di una ciambella con una glassa sopra cosparsa di confettini colorati.
Il king cake si chiama così per i re biblici, i re magi. Nella tradizione liturgica cattolica la solennità dell’Epifania celebra la visita dei Magi a Gesù Bambino. La vigilia dell’Epifania viene appunto chiamata “la dodicesima notte”, quando si prepara questo dolce, chiamato anche gâteau des Rois reiaume in Provenza, galette des Rois nella Francia settentrionale, e vasilopita in Grecia.

Βασιλόπιτα, letteralmente “il dolce di Basilio” ovvero “il dolce del re” è però mangiato, in Grecia e a Cipro, a Capodanno. All’interno viene oggi messa una moneta che porterà fortuna a chi la troverà. Viene associato al giorno di san Basilio, il 1 gennaio, anche se in alcune regioni in Grecia è collegato all’Epifania o al Natale. Comunque, il periodo è lo stesso. Solitamente l’impasto è lo tsoureki (conosciuto anche come panarët in arbëreshe – la comunità albanese in Italia -, choreg chorek in armeno, kozunak in bulgaro, cozonac in rumeno o çörek in turco), un pane dolce ricco di uova, la cui ricetta ha radici lontane e profonde nelle cucine europee e dell’Asia occidentale e centrale. Ha una forma di treccia.
Una varietà di tsoureki in Grecia è il λαμπρόψωμο lampropsomo che deriva dalla parola greca per Pasqua, Λαμπρή “che porta luce” e ψωμί “pane” – o Λαμπροκουλούρα “lamprokouloura” dove κουλούρα significa rotondo come il tortell o il kings cake.

Lo stesso tipo di dolce, la tradizione di un dolce con un oggetto nascosto nell’impasto, da mangiare durante le festività invernali, esiste in Ucraina (pirog), in Romania, in Serbia (česnica, mangiato il giorno di Natale), in Albania (pitta, mangiato sia dai cristiani che dai musulmani), in Bulgaria (pogatchaNovogodichna banitsa – per Capodanno -, Svity Vasileva bogatcha).

A me, anche, ricorda il maritozzo, un dolce tipico del Lazio la cui ricetta avrebbe origini che risalgono sino all’antica Roma, che veniva offerto alla fidanzata che sarebbe diventata moglie. In tale occasione il dolce celava al suo interno il dono per l’amata.

Hasluck (1927) ha collegato le celebrazioni del periodo, sia nel mondo occidentale che orientale, con l’antica festività greca Kronia, dedicata a Crono, che riguardava la scelta di un “re”, e poi i Saturnalia romani.
Se si guardano poi le tradizioni dei singoli paesi si scoprono tante altre curiosità che collegano tutto come un fil rouge: in Bulgaria la пита o питка (pitapitta) è rotonda e sia la sua preparazione che il consumo seguono un preciso rituale: ad esempio, la notte prima della vigilia di Natale ogni casalinga ne prepara una e la decora con simboli che portino fertilità alle mandrie e un ricco raccolto dai campi, così come prosperità a ogni membro della famiglia. Ancora, se il dolce viene preparato per un matrimonio, la futura suocera della nuora prepara una pita per i futuri sposi e versa la farina nell’impasto sette volte, cosicché la pita sarà soffice come la loro futura vita insieme.
Un tradizionale benvenuto in Bulgaria include pita, miele o sale. Il significato di questo rituale si trova nell’espressione “dare a qualcuno il benvenuto con pane e sale”, del resto come dice un proverbio bulgaro “nessuno è più grande del pane” e il sale è l’ingrediente base per dar sapore a ogni cibo.

Ricollegandosi alla tradizione della dodicesima notte, nelle Alpi orientali esiste una tradizione chiamata Perchtenlaufen, una sorta di cerimonia per cui due gruppi lottano l’uno contro l’altro usando rametti di legno e bastoni. Entrambi i gruppi sono mascherati, uno come la bella Perchte e uno come la brutta Perchte. In Stiria i membri dei gruppi, fino agli inizi del 19° secolo, erano donne, che si annerivano il viso, allungavano i capelli, e a volte esponevano i seni.

The Things They Carried1.png

nel manoscritto Voynich appare una donna con un fuso, come Holda, che sta scendendo in una grotta

Perchta o Berchta era una volta una divinità nelle tradizioni alpine pre-cristiane. Il suo nome, di etimologia ovvia, significa “la splendente” (abbiamo già analizzato come tutto derivi dalla medesima radice indoeuropea).
Perchta è anche chiamata “la signora delle bestie”: era una guardiana del mondo animale e della natura nelle antiche culture germaniche.
Secondo Grimm e Motz, Perchta e una cugina meridionale di Holda: ritroviamo Holda in una fiaba dei fratelli Grimm, ma naturalmente il racconto rimanda a una materia più antica; il salto nel pozzo seguito dal viaggio in un mondo ultraterrestre ricorda il mondo buio dei morti (e, vedremo dopo, il nekromanteyon); nella mitologia germanica le acque erano considerate un accesso al mondo degli dei, come possono testimoniare le Moorleichen o “bog bodies”, le “mummie di palude”, in molte delle quali furono riconosciute delle fanciulle non ancora adolescenti.
Il racconto è disseminato di simboli della morte: il pozzo (l’uscita dal mondo dell'”al di qua”); il fuso che cade nel pozzo (e che si porta dietro il filo della vita, e qui ricordiamo:

Þaðan koma meyiarmargs vitandi
þríar ór þeim sæ,
es und þolli stendr;
Urð hétu eina,
aðra Verðandi,
skáru á skíði,
Skuld ena þriðiu.
Þær lög lögðu,
þær líf köru,
alda börnum,
örlög seggia.
Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l’albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l’altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch’è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.

le Norne, il cui nome deriva dal norreno Norn che significa “(colei che) bisbiglia (un segreto)”: esse vivono presso la fonte di Urðarbrunnr, il pozzo di Urd, descritto come bianchissimosplendente, ove tessono il filo del destino dei mortali:il Pozzo di Urd, descritto come bianchissimo e risplendente.

Altri simboli presenti nella fiaba di Holda sono i denti terribilmente lunghi di Frau Holle, come quelli di un teschio, simbolo di morte; gli innumerevoli letti (tombe), la neve (sudario, ma anche bianca, accecante, luminosa) e il canto del gallo al ritorno delle fanciulle nel mondo dell'”al di qua” (ovvero il sole, poi mutuato dalla tradizione cristiana come simbolo di resurrezione).

Non si può escludere che dietro il personaggio di Frau Holle si nasconda la dea germanica della morte Hel, il cui nome è etimologicamente simile al tedesco Hölle e all’inglese hell, designante l’inferno: dall’anglosassone helhelle “altro mondo, dimora dei morti, regioni infernali, luogo di tormento per i malvagi dopo la morte”, dal protogermanico *haljo- “l’inferno”, fonte anche dell’antico frisone helle, l’antico sassone hellia, l’olandese hel, il norreno hel, il gotico halja; letteralmente “luogo nascosto” cfr. norreno hellir “grotta, caverna”, dal protoindoeuropeo *kel- “coprire, nascondere”; cfr. “cella” dal latino cella “piccola stanza, magazzino, capanna” imparentata con il latino celare “nascondere”. Entrambe le parole derivano dalla radice protoindoeuropea *kel-, fonte anche del sanscrito cala “capanna, casa, stanza”; greco kalia “capanna, nido” e kalyptein “coprire”, koleon “fodero”, kelyphos “guscio, buccia”; latino clam “segreto”; antico irlandese cuile “cantina”, celim “nascondere”; medio irlandese cul “difesa, riparo”; gotico hulistr “copertura”; anglosassone heolstor “buca da cui stare in agguato, caverna, copertura”; gotico huljan “coperta messa sopra”, hulundi “buca”, hilms “elmetto”, halja “inferno”; anglosassone hol “caverna”, holu “buccia, guscio, baccello”.

La parola in inglese può derivare in parte da Hel della mitologia norrena (dal protogermanico *halija “colui che copre o nasconde qualcosa”), nella corpo mitologico norreno il nome della figlia di Liki che governa sui morti malvagi del Niflheim, il più abietto di tutti i mondi (nifl “nebbia”). Concetto pagano e lemma adattato alla “lingua” cristiana.

Screen Shot 2016-12-26 at 00.12.37.png

immagine dal manoscritto Voynich in cui appare chiaramente Frau Holle/Holda/Perchta che fa nevicare

Sempre riferendoci a Perchta, ricordiamo che ha due forme: può apparire bella e bianca come la neve oppure vecchia e anziana. In Italia potremmo paragonarla alla Befana in quest’ultima “versione”.

Lo storico Carlo Ginzburg parla della tradizione delle Perchtenlaufen notando delle similitudini con i benandanti, una tradizione che esisteva in Friuli, sottolineando che entrambe erano eredità di antiche battaglie rituali basate sulla fertilità dei raccolti. Hans Peter Duerr ha anche assimilato il caso del licantropo di Livonia, raccontato da Jacques Collin de Plancy nel suo Dictionnaire infernal: “in Livonia, sul finire del mese di dicembre, ogni anno si trova qualche sinistro personaggio che intima agli stregoni di trovarsi in un certo luogo: e, se loro si rifiutano, il Diavolo stesso ve li conduce, distribuendo nerbate così bene assestate da lasciare immancabilmente il segno. Il loro capo va avanti per primo, e migliaia di Stregoni vanno dietro di lui; infine attraversano un fiume, varcato il quale si cambiano in lupi e si gettano su uomini e greggi, menando strage”. Questo sinistro personaggio era Thiess di Kaltenbrun, detto anche Thies, o appunto “licantropo di Livonia”.

Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture.
I miti che riguardano la figura del lupo hanno origine nella prima età del bronzo, quando le migrazioni delle tribù nomadi indoarie le portarono in contatto con le popolazioni stanziali europee. Il substrato di religioni e miti “lunari” e femminili degli antichi europei si innestò nel complesso delle religioni “solari” e maschili dei nuovi arrivati, dando vita ai miti delle origini, in cui spesso il lupo è protagonista.
La sovrapposizione tra i culti solari della caccia e quelli lunari della fertilità si riscontra nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore della fecondazione. In Anatolia, fino a epoca contemporanea, le donne sterili invocavano il lupo per avere figli. In Kamčatka i contadini realizzavano con il fieno il simulacro di un lupo a cui recavano voti, perché le ragazze in età da marito si sposassero entro l’anno.
Questo intimo legame, nel bene e nel male, tra l’uomo e i canidi ha fatto sì che tra tutti i mannari proprio quelli di stirpe lupina siano tra le specie con le origini documentabili più antiche.

Secondo il racconto di Thiess lui e gli altri licantropi si trasformavano in lupo tre notti in un anno, e viaggiavano all’inferno. Una volta giunti, combattevano diavolo e streghe per salvare i raccolti e le mandrie che le streghe avevano rubato dalla terra. Duerr parla appunto di una lotta tra le forze dell’ordine e del caos, tipica del periodo invernale del solstizio; e del resto è scritto in numerose fonti che la trasformazione in “uomini-lupo” avveniva solitamente, oltre che quando c’era la luna piena, a Pasqua ma soprattutto la notte del solstizio d’inverno.

Nel latino medioevale, wargus designa il lupo (normale, in questo caso) ma deriva da una parola germanica che indica l’uomo che viene punito per un crimine. Nella società germanica questi veniva allontanato dalla civiltà e dalla protezione che essa offre, divenendo simile all’essere selvatico per eccellenza. “Criminale” è detto dunque wearg in antico inglese, warag in antico sassone, warc(h) in antico alto tedesco, vargr in norreno e wargus in latino medioevale come prestito dal germanico; stessa radice protoindoeuropea *wreg- “dare impulso, spingere, urtare”, fonte anche del lituano verziu “legare, stringere, premere”, vargas “bisogno, angustia”, vergas “schiavo”; antico slavo ecclesiastico vragu “nemico”; gotico wrikan “perseguitare”; antico inglese wrecan “muovere, cacciare, inseguire”, collegato a urge “impulso, stimolo; sollecitare, incalzare”.

Ma cosa c’entra il Necromanteion?

Il termine Necromanteion significa “oracolo della morte”, e i fedeli venivano qui per parlare con i loro antenati morti. Anche se altri templi antichi, come il tempio di Poseidone a Taenaron o quelli dell’Argolide, di Cuma e di Heraclea Pontica sono noti per aver ospitato oracoli dei morti, il Necromanteion di Ephyra è stato il più importante.

L’uso rituale del Necromanteion coinvolgeva elaborate cerimonie in cui i celebranti cercavano di parlare con i morti che si sarebbero raccolti in uno “ziggurat”, simil-tempio, per consumare un pasto particolare.
A seguito di una cerimonia di purificazione e dopo un sacrificio di animali, i fedeli scendevano attraverso una serie ctonia di meandrici corridoi lasciando offerte al loro passaggio attraverso una serie di cancelli di ferro.
Il nekyomanteia avrebbe posto una serie di domande e preghiere cantando e i celebranti avrebbero poi assistito al fatto che il sacerdote sarebbe emerso dalla terra e avrebbe cominciato a volare attorno al tempio attraverso l’uso di una gru teatrale.

DSCF0040.JPG

ingresso laterale del nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

 

L’antico nekromanteion era vicino alle rive nord-occidentali del lago Acherusia e vicino i tre fiumi che le anime dei defunti attraversavano per arrivare nel regno tenebroso dei morti.
Nell’Odissea Circe consiglia ad Ulisse di scendere alle case di Ade e della tremenda Persefone per ricevere un vaticinio dall’indovino Tiresia su come tornare in patria.
La somiglianza della descrizione omerica era stata notata anche da geografi antichi come Pausania che riporta: “A me sembra che, proprio dopo aver visto questi luoghi, Omero osasse rappresentare i vari aspetti dell’Ade e denominasse i fiumi infernali da quelli della Tesprotide”.

Il pellegrino veniva sottoposto ad una preparazione psichica e fisica: mangiava carne di maiale affumicata, fave, lupini e ostriche di mare. Doveva purificarsi prima di incontrare i morti.
La permanenza nelle buie camere, l’isolamento, le preghiere, le invocazioni del sacerdote con nomi incomprensibili creavano nel pellegrino l’adeguata predisposizione.
Durante gli scavi, sono stati trovati mucchi di semi carbonizzati; grano, orzo, fave.
Le fave hanno proprietà tossiche e quando venivano mangiate crude provocavano stati che arrivavano fino alle allucinazioni, come nel latirismo.
La fava ha il suo parallelo nel fil rouge dei secoli nel fagiolo del dolce dei re.
In questo modo il rilassamento dei sensi, le vertigini e lo stato allucinatorio creavano i presupposti necessari per comunicare con le anime dei morti, oltre che il corridoio tortuoso dava al pellegrino l’impressione di vagare nelle buie vie dell’Ade.
Secondo gli studi effettuati, il percorso del pellegrino terminava in modo diverso rispetto all’ingresso di modo da non incontrare gli altri pellegrini che stavano iniziando.

DSCF0036.JPG

interno della sala del nekromanteion – (c) Eleonora Matarrese

I nostri avi celebravano dunque questo momento di passaggio, il più significativo nel ciclo annuale delle stagioni. Il nekromanteyon rappresenta la celebrazione dell’apertura della porta, cioè il passaggio verso il mondo sotterraneo, come nel mito di Persefone.
E questa era considerata la vera rinascita dell’uomo, la speranza nel caso del solstizio che ancora una volta la vita divina ritorni sulla terra.

Per i popoli nordici era lo sciamano a connettere i due mondi, oltrepassando il velo sottile che separava il buio dalla luce, i morti dai vivi. È Odino che si affaccia ai segreti della vita, appeso con la testa in giù, che si affaccia ai segreti della vita, rappresentati dalle 24 rune sparse sulla terra nuda. Lui impara a leggerle e diventa capace di governare gli elementi e gli esseri. Proprio al solstizio invernale, quando nella religione cattolica nasce il salvatore.

Nei ricordi folklorici ancor oggi si dice che i sogni di queste notti lasciano presagire ciò che sarà nel corso dell’anno nuovo.
Nei paesi anglosassoni si usa gettare nell’acqua, a Capodanno, dei pezzetti di piombo per interpretare il futuro leggendo le forme strane che appariranno.

Che sia la festa della luce lo dice anche la festività del 2 febbraio, la Candelora, festa della luce, ma è anche dedicato a santa Brigida, la celtica Birgit, protettrice delle fonti e delle sorgenti, e quindi dell’acqua e della (nuova) vita, ed è il momento dell’anno in cui cominciano a spuntare le nuove erbe e qualche fiore.

Del resto, gennaio e febbraio sono mesi aggiunti successivamente, e anticamente si festeggiavano le Feriæ sementinæ, a carattere purificatorio e propiziatorio, per favorire la fertilità dei campi e la fecondità degli animali. In febbraio si susseguivano altri riti tra cui prevalevano quelli di espiazione delle anime dei morti. Macrobio spiega l’etimologia del mese, febbraio, da februarius mensis latino “mese di purificazione”, da februare “purificare” da februa “riti di purificazione, espiatori”, plurale di februum “mezzo di purificazione, offerta espiatoria”, di origine incerta, si dice fosse una parola sabina. De Vaan sostiene derivi dal proto-italico *f(w)esro-, da una parola protoindoeuropea che significava “il fumo” o “la bruciatura”, quindi possibilmente connessa con “fumo” (sostantivo), il che indicherebbe il senso di purificazione per fumo/fumigazione o il bruciare un’offerta. Dal latino fumus “fumo, vapore, antico aroma”, dal protoindoeuropeo *dheu- “polvere, vapore, fumo; crescere creando una nuvola; volare intorno – come la polvere -“, fonte anche del sanscrito dhumah, antico slavo ecclesiastico dymu, lituano dumai, antico prussiano dumis “fumo”, medio irlandese dumacha “nebbia”, greco thymos “spirito, mente, anima”.
Febbraio era l’ultimo mese dell’antico calendario romano (antecedente al 450 a.C.), così chiamato in riferimento alla festa romana della purificazione, tenuta alle idi del mese. Gli anglosassoni chiamavano quel periodo somonað “mese del fango”.

Il solstizio d’inverno è il periodo in cui, come Giano bifronte della tradizione romana, guardiamo al passato e ci rivolgiamo al futuro.
Il solstizio è la festa del sole, del suo ciclo sulla terra, ed un modo per onorarlo è quello di osservare i momenti di passaggio, l’alba e il tramonto.
Il solstizio d’inverno corrisponde, nel ciclo giornaliero, al sorgere del sole e quindi all’alba.
In questo periodo si osserva nel punto più verso sud di tutto l’anno, ed è meraviglioso e curativo per la nostra anima guardarlo ogni mattina, sempre prima e sempre più caldo, foriero del seme che germoglierà e dei frutti che verranno.

[tra le fonti: Karin Mecozzi, Ars Herbaria]

Posted in analysis, anthropology, arts, cucina, divinità, fairy tales, filologia, filologia germanica, folklore, history & the past, history of art, literature, mythos, Nature, north, the beginning, thinking, traduzione, translation | Tagged , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment

I simboli dell’inverno (I)

Le piante che possono essere considerate “natalizie” sono, oltre che essere naturalmente tipiche di questo periodo, piante collegate tra loro e con la stagione sulla base di significati nascosti e ancestrali, profondamente legati alla vita dei nostri antenati, molto più a contatto con la Natura.

Tra queste, l’agrifoglio (Ilex aquifolium L.) è una delle piante tipicamente natalizie.

220px-Illustration_Ilex_aquifolium0.jpg

Gli antichi Romani portavano dei ramoscelli di agrifoglio durante i Saturnalia, le feste che precedevano il solstizio invernale, perché li consideravano dei talismani.
Sostenevano che piantando l’albero nelle vicinanze della casa si tenevano lontani i malefici: usanze e credenze che si sono tramandate fino ai giorni nostri.
Questa funzione di amuleto vegetale probabilmente si ispira al suo aspetto: le foglie coriacee e accartocciate, munite di spine molto pungenti, evocano una funzione di “difesa”. Sempreverdi e lucidissime, evocano anche immagini e idee di durata, sopravvivenza, prosperità; mentre i frutti globosi di color rosso vivo, che maturano in autunno e durano per tutto l’inverno, sembrano celebrare la nascita del sole al solstizio e augurare un anno felice.

Per questi motivi, soprattutto in Inghilterra, Francia, Svizzera e Germania, i contadini usavano appendere ramoscelli di agrifoglio nelle case e nelle stalle per allontanare i sortilegi e propiziare la fecondità degli animali.
Un canto medioevale inglese diceva a questo proposito:

Her commys holly, thet is so gent,
To please all men is his intent. Alleluia.
But lord and lady off this all,
Who so ever ageynst holly do crye.
In a lepe shall he hang full hie. Alleluia.
Who so ever ageynst holly do syng,
He maye wepe and handy wryng. Alleluia.

[Ed ecco l’agrifoglio, che è così gentile:
compiacere tutti gli uomini è il suo intento. Alleluia.
Tranne il signore e la signora,
chiunque offenda l’agrifoglio
in un balzo sarà appeso a testa in giù. Alleluia.
Chiunque canti contro l’agrifoglio
possa egli piangere e torcersi le mani. Alleluia]
– traduzione mia -.

I Romani usavano regalarlo agli sposi novelli in segno di augurio.
Quando ci fu l’invasione della Britannia e appresero che l’agrifoglio era considerato una pianta sacra accolsero la notizia con grande stupore. I druidi credevano infatti che la pianta proteggesse dai rigori dell’inverno, e che si scagliava un grosso ramo della pianta contro una belva nell’intento di attaccare l’uomo, questa divenisse mansueta.

I Latini lo chiamavano aquifoliumacrifolium, da acer, “acuto”, e folium, “foglia”.
Da acrifolium derivano l’italiano agrifoglio e lo spagnolo acebo. In francone si diceva hûliz, da cui è derivato sia il francese houx, sia l’inglese holly, come in Hollywood, che significa appunto “bosco di agrifogli”.

In Inghilterra divenne simbolo della Madonna, come testimonia un’antica e diffusa canzone, L’edera e l’agrifoglio.

I suoi frutti, velenosi per l’uomo, sono invece ricercati dagli uccelli come cibo invernale, in particolare dai pettirossi. La leggenda vuole che il pettirosso beccò le spine della corona di Gesù sulla croce. Cercò così di alleviarne le sofferenze e in cambio, per questo, ebbe il petto piumato rosso, dal colore del sangue divino. E questo è proprio il periodo in cui i pettirossi, in cerca di cibo per l’inverno, si avvicinano agli alberi con le bacche.

Il Mattioli scriveva che con le fronde spinose dell’agrifoglio si proteggeva la carne salata dai topi  e dagli altri roditori: per questo l’agrifoglio è anche chiamato “pungitopo maggiore”.
Alla stessa funzione fu destinato il vero e proprio pungitopo, il Ruscus aculeatus, un piccolo arbusto sempreverde che spesso forma grovigli di vegetazione impenetrabile per la durezza delle false foglie spinose dette cladodi, che portano al centro i fiori.
Grazie alle foglie e alle bacche rosse che maturano alla fine dell’autunno e restano per tutto l’inverno, ha evocato lo stesso simbolismo dell’agrifoglio; anzi, spesso a Natale lo sostituisce, soprattutto in quelle zone in cui l’agrifoglio è diventato pianta protetta.
In realtà già Etruschi e Greci avevano credenze simili, condivise anche dai popoli nordici. Usanze che continuano ancor oggi, infatti le fronde di agrifoglio sono molto usate durante le feste natalizie a fini decorativi per le belle bacche rosse e, in certe varietà, per il fogliame variegato di giallo o bianco.
Proprio quest’ultima tradizione mette in pericolo la specie per cui in molte regioni l’agrifoglio è protetto o soggetto a forti limitazioni nella raccolta.

Il Mate, la bevanda più diffusa dell’America meridionale, in particolar modo in Argentina, viene preparata con le foglie di una varietà di agrifoglio (Ilex Paraguayensis A. St. Hil., 1822).
Ha proprietà stimolanti, contenendo un’elevata quantità di caffeina – in molte parti del mondo chiamata “mateina” -, molto superiore a quella del caffè; oltre che di teobromina come il cacao.
Viene bevuta molto dai giovani per socializzare non ricorrendo a droghe, come bevanda erboristica e naturale.
Seguendo lo stesso procedimento del tè, la yerba Mate viene essiccata, tagliata e sminuzzata. Per tradizione si beve l’infuso caldo in compagnia nel tipico contenitore, chiamato anch’esso mate – o, in italiano, “zucca” -, con una cannuccia chiamata bombilla.

Si può preparare un infuso anche con le foglie di agrifoglio, tenendo presente però che in molte regioni d’Italia la raccolta è vietata e che quello venduto nei vivai spesso è trattato quindi non idoneo.

abies03.jpg

L’abete, rosso o bianco, è uno degli alberi della vita, cosmici: simbolo antico e profondo, asse ideale tra cielo e terra, umano e divino. Tenuto sempre in grande considerazione dall’uomo sin dai tempi degli egizi, in particolare presso i Celti, per il suo essere sempreverde, che veniva interpretato come un segno divino.
I Romani alle calende di gennaio appendevano rami di pino o abete come decorazione, come pure i Celti che festeggiavano così il solstizio d’inverno, ricorrenza a cui è stato sovrapposto il Natale. Nel Medioevo la chiesa cercò di sostituirlo con l’agrifoglio, in cui vedeva la corona di spine della Passione; l’abete riuscì, tuttavia, a rappresentare l’albero della vita rinnovata da Cristo.

Per quanto riguarda l’origine dell’albero di Natale, ci sono diverse leggende tra cui quella per cui si pensa che fu intorno al Quattrocento in Estonia e Lituania che cominciarono a innalzare alberi di Natale davanti alle cattedrali. La tradizione passò al mondo tedesco, in Renania in particolare, e per questo la si è tramandata come tipica della chiesa protestante o addirittura si dice che il primo albero di Natale fu realizzato da Martin Lutero.
L’usanza si diffuse poi nell’Ottocento romantico, amante delle tradizioni medioevali, entrando nelle case private, grazie anche a Goethe che lo citò ne I dolori del giovane Werther o a sovrani legati alla Germania tra cui Alberto, marito della regina Vittoria; in Italia fu la regina Margherita a proporlo.
Il trionfo definitivo arrivò nei primi del Novecento, sull’ondata di marketing egemonico statunitense, che impose anche lo stereotipato Babbo Natale vestito di rosso. Altra pianta tipica natalizia è l’Euphorbia pulcherrima, scoperta in Sud America dov’era un omaggio rituale per il sovrano. La stella di Natale arrivò in Europa passando per gli Stati Uniti: l’ambasciatore in Messico Joel Robert Poinsett nel 1825 la portò nella sua Virginia. Ecco perché oggi è anche chiamata poinsettia.

La rosa di Natale, Helleborus niger, pianta stupenda quanto fortemente tossica, era già popolare nella mitologia greca e deve la sua fortuna alla leggenda della pastorella che, disperata per non aver nulla da donare al bambino Gesù, vide spuntare questi fiori dalla neve.

363.jpg

Altra pianta tipicamente natalizia è il vischio: pianta sacra e misteriosa perché senza radici. Fondamentale nella cultura celtica, che gli attribuiva proprietà medicamentose e magiche, era considerato un talismano contro il male. Tanto per cambiare divenne anch’esso simbolo di Cristo, luce del mondo la cui nascita era un mistero, proprio come quella del vischio.

254782f8416db9609454eff9722c6799.jpg

Il ginepro è una pianta tipica di questo periodo: fino all’inizio del Novecento nelle campagne emiliane si usava bruciare un ramo di ginepro la sera di Natale, di San Silvestro e dell’Epifania. Il suo carbone, come quello del ceppo, veniva poi impiegato durante l’anno in tanti rimedi superstiziosi. Di quelle usanze il Costa offriva un’interpretazione nel Curioso discorso attorno alla Cerimonia del Ginepro, aggiuntavi la dichiarazione del metter Ceppo e della Mancia solita a darsi nel tempo di Natale.
Normalmente il ginepro è però collegato alla Quaresima, anche per il viola delle sue bacche; viene collegato da alcuni all’Avvento perché – diceva il Costa – “nell’abbrugiarsi rende odore, e il suo fumo sale in alto, nel qual atto considararemo che le nostre orazioni deono ascendere e arrivare all’orecchio di Dio (…) acciò che ivi gionte ci impetrino da Sua Divina Maestà una purità di mente e di core e grazia d’emendarci presupponendo che ogni buono e timorato cristiano s’abbia a confessare in questo santissimo Natale per rinascere col nascente Salvatore a vita più lodevole e migliore”.

Il ginepro era anticamente considerato una panacea universale, in grado di operare guarigioni miracolose, di tener lontano il Maligno se se ne bruciavano foglie e rami, e addirittura di proteggere dalle pestilenze. Quest’ultima credenza nacque durante il Medioevo, ma nel 1870 a Parigi, narrano le cronache, si sarebbe debellata un’epidemia di vaiolo grazie a fumigazioni di ginepro. Effettivamente l’infuso serve a espellere dall’organismo gli umori che si formano dopo fatiche prolungate.
L’estratto della foglia verde svolge un’azione repellente energica verso gli insetti ed è anche un antidoto contro il loro veleno.
Il frutto fresco esercita un’azione vasodilatatrice bronchiale nelle affezioni croniche dei fumatori. Sulle ferite ulcerate provoca un effetto riparatore che porta alla guarigione. Distillato in corrente di vapore, fornisce un’acqua che ridona vigore alle articolazioni dolenti e affaticate.
Nel II secolo a.C. Catone il Censore indicava la composizione di un vino diuretico a base di coccole di ginepro.
In cucina le sue bacche che, tonificando lo stomaco, facilitano la digestione, si usano per profumare i piatti di cacciagione, le carni salate e i crauti; per affumicare il prosciutto; ma il ginepro è soprattutto utilizzato per aromatizzare liquori di grano, tra cui il più noto che da lui prende il nome è il gin.

Il nome del ginepro, i cui aghi disposti in verticilli di tre presentano una banda bianca che dà loro un aspetto glauco, deriverebbe dal celtico gen, “cespuglio”, e prus, “aspro, che esprimerebbe l’asprezza dei frutti e il contatto con la pianta. Sembra però poco credibile che una pianta diffusa sin dalla notte dei tempi nell’Italia peninsulare abbia avuto sin dalle origini un nome latino di derivazione celtica.
Probabilmente ha parentela con iunco, “canna, giunco”, con qualche difficoltà fonetica. Watkins sostiene derivi dalla radice protoindoeuropea *yoini-paros, “che porta bacche di ginepro”, da *yoi-ni “bacca di ginepro”, forse di derivazione non indoeuropea e *-paro “che produce”.

Arbutus-unedo.jpg

Un’altra pianta solstiziale è anche il corbezzolo (Arbutus unedo), detto anche albatro, arbuto, frola marina, urla, rossello, murta e arburin.
I Romani lo chiamavano unedo, da unum edo, “ne mangio uno solo”, per indicare quanto fosse poco appetitoso il suo frutto, dolce ma leggermente insipido, che comunque dato il suo contenuto di zucchero abbastanza alto viene usato per preparare bevande, canditi e marmellate.
Il corbezzolo è un cespuglio mediterraneo, diffuso soprattutto nel sottobosco delle pinete litoranee. Quando non lo si taglia diventa un alberello dal fogliame scuro.
Soprattutto in inverno diventa decorativo perché i suoi fiori bianchi a forma di campanula, molto amati dalle api, sbocciano nel tardo autunno quando ancora sui rami ci sono i frutti: bacche globose dalla superficie granulosa che maturano in piccoli grappoli diventando rosse; e il bianco e il rosso sono i colori dell’alba del solstizio.
La presenza contemporanea di verde (le foglie), bianco (i fiori) e rosso (le bacche) evocò nell’Ottocento la bandiera italiana, e così durante il Risorgimento il corbezzolo diventò il simbolo dell’unità nazionale italiana.

Ovidio racconta nei Fasti che Carna era una ninfa gelosa della sua verginità. Giano, innamoratosi di lei, riuscì a possederla con uno stratagemma e, per compensarla della perdita della verginità le concesse il potere divino di tutelare i cardini degli usci.
Un giorno Proca, l’erede al trono di Alba Longa, ancora in fasce fu assalito dalle strigi: uccelli dalla testa grossa, gli occhi fissi, il becco rapace, le penne bianche e gli artigli come uncini. Secondo Plinio e la credenza popolare erano donne trasformate magicamente in uccelli.
La nutrice, spaventata per gli strilli, accorse e vide che il bambino stava morendo. Chiese aiuto alla dea Carna, che toccò per tre volte la porta con un ramo di corbezzolo; poi prese le viscere crude di una scrofa e le offrì alle strigi perché risparmiassero quelle del bambino. Per questo motivo il corbezzolo è considerato anche una pianta che respinge le streghe.

Probabilmente il corbezzolo è anche un simbolo di immortalità poiché compare nelle esequie di Pallante, compagno di Enea, per cui fu preparato un letto funebre intrecciando rami di corbezzolo e di quercia.

VerbenaOfficinalis.jpg

Anche la verbena è considerata una pianta del periodo festivo perché alle calende di gennaio, con l’inizio dell’anno nuovo, i Romani si scambiavano doni augurali, le strenæ, così chiamate perché inizialmente venivano prelevate da un boschetto dedicato alla dea Strena o Strenia, di origine sabina, che portava buona fortuna e felicità.
“Quasi alle origini della città di Marte”, riferiva Simmaco “nacque l’uso delle strenne per iniziativa di Tazio, che per primo prese dal boschetto di Strenia delle verbene di arbor felix come auspicio dell’anno nuovo”. Varrone invece parla solo di “una pianta propizia” (arbor felix) raccolta nel bosco della dea Strena.
In realtà con il termine verbena si intendeva inizialmente ogni ramo di arbor felix usato sia nei sacrifici sia per incoronare gli altari e le statue delle divinità.
È probabile che la prima strena fosse proprio una verbena (Verbena officinalis), un’erba selvatica che cresce ai bordi delle strade, nei prati aridi e nei campi; e sembra fatta con il fil di ferro per i suoi rametti rigidi e sottili, il fusto ruvido e angoloso e i fiori piccolissimi e poco profumati.

I Romani utilizzavano la verbena nelle cerimonie purificatrici degli altari e per le missioni dei Fetiales, gli ambasciatori che stringevano patti o indicevano la guerra. “Le verbene si chiamavano sagmina, ovvero “erbe pure”, poiché venivano prelevate da un luogo santo dal console o dal pretore, quando gli ambasciatori partivano per stringere patti o indire la guerra; oppure da sancire, ovvero “confermare” – scriveva Festo -.

Le “verbene” per gli ambasciatori erano raccolte non nel bosco della dea ma dall’arx, dalla Rocca capitolina, dove al culmine di ogni mese il flamine Diale sacrificava a Giove Celeste e da dove gli auguri traevano i loro auspici. La particolare sacralità della zona deriva quindi da uno specifico contatto con il divino e le verbenæ, le “erbe pure” che conferiscono (con il tramite significativo del rex) al padre la sua dignità di rappresentante dello stato romano nelle trattative, sono portatrici di energia che giunge dallo stesso Giove.
Per Servio quell’erba pura era il ros marinumlibanotis, colto sul Campidoglio, e per estensione ogni tipo di fronda sacra.
Colui che durante la cerimonia aveva il compito di portare l’erba pura e gli arredi sacri era chiamato verbenarius.

La verbena era un’erba originariamente consacrata alla Grande Madre visto che Greci e Romani la chiamavano anche Lacrime di Iside, Lacrime di Giunone, Persephonion, Demetria, Cerealis.
La tradizione vuole che chi possiede un filo d’erba con una verbena sarebbe diventato invulnerabile.
Dioscoride e molti altri naturalisti antichi le attribuivano proprietà miracolose. I Germani e i Celti la utilizzavano nei riti religiosi e magici e la consideravano una panacea. Di queste credenze alcune sono giunte ai giorni nostri sopravvivendo nella cristianità: in Inghilterra si diceva che fosse spuntata sul monte Calvario e perciò fosse santa, come testimonia una formula di incantesimo che si doveva pronunciare cogliendola:

Hallowed be thou Vervain, as thou growest on the ground

for in the mount of Calvary there thou was first found.

Thou healedst our Savior Jesus Christ, and staunchedst his bleeding wound,

In the name of the Father, the Son, and the Holy Ghost,

I take thee from the ground.

(“Santa sei verbena, perché cresci nella terra
perché sei stata trovata in principio sul monte Calvario.
Tu curasti il nostro Salvatore Gesù Cristo, e chiudesti le sue ferite sanguinanti,
Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
io ti raccolgo dal terreno”). – traduzione mia.

Era considerata erba pura e purificatrice, che esigeva la castità: il Savonarola scrisse “verbena manducata non permittit per septem dies coitum”.
In Piemonte fino ai primi del Novecento si credeva che sfregando della verbena sul palmo della mano si sarebbe stati amati dalla prima persona cui si sarebbe stretta la mano.
In Sicilia veniva invocata in diverse pratiche magiche, accompagnate dalla recita di particolari scongiuri, come questo associato a santa Lucia, protettrice della vista:

Santa Lucia
nta cammira stapia

oru tagghiava.
“Matri mia!”
“Chia hai Lucia?”
“Ch’aviri matri mia, hiu na resca all’uocciu
ca nun mi fa ‘bbintari”.
“Va nta lu me uortu,
c’è bbibbina e c’è finuocciu,
cu li me manu l’haiu ciantatu,
cu li mi peri l’haiu scappisatu,
scuagghia purpu,
squagghia pirata,
squagghia sta vina ‘nzanguinata”.

(Santa Lucia
stava in una camera
tagliava oro.
“Madre mia!”
“Che hai Lucia?”
“Che cosa devo avere, madre mia, ho una lisca nell’occhio
che non mi lascia in pace”.
“Va nel mio orto,
c’è verbena e c’è finocchio,
con le mie mani li ho piantati,
con i miei piedi li ho calpestati,
squaglia il polipo,
squaglia l’impedimento,
squaglia questa vena insanguinata”.

larbay10-l.jpg

Si può considerare pianta “solstiziale” anche l’alloro (Laurus nobilis) perché la cerimonia in Italia che meglio festeggia simbolicamente l’Immacolata Concezione si svolgeva nel secolo scorso a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta: il 7 dicembre i notabili del luogo andavano nelle campagne a cogliere grossi rami di alloro con le loro fronde. Poi li trasportavano in una casa e ne strappavano i rametti che gettavano dal balcone ai paesani.
I più svelti si impossessavano di un rametto con cui partecipavano, la sera seguente, alla processione illuminata da lumini e fiaccole in onore della Madonna: quei rametti di lauro erano il simbolo del Salvatore di cui Maria era figlia e madre nello stesso tempo.

Due giorni dopo, il 10 dicembre, si celebra nelle Marche la solennità della Beata Vergine Maria di Loreto, una festa che risale ai primi decenni del XVI secolo e in cui le due verità dell’Incarnazione e dell’esenzione della Madonna dal peccato originale sono compresenti.
Secondo un’antica tradizione, nella chiesa di santa Maria di Loreto si conserva la Santa Casa della Madonna a Nazareth, dove lei nacque e ricevette l’annuncio della nascita di Gesù. La leggenda vuole che quando alla fine del 13° secolo i musulmani occuparono Nazareth, gli angeli staccarono delicatamente dal suolo la casa della Madonna e la trasferirono in volo prima al colle di Tersatto, sopra Fiume, poi attraverso l’Adriatico fino al porto di Recanati, in un bosco di lauri di una donna chiamata Loreta: era la notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294. A causa di quel volo la madonna di Loreto è anche la patrona degli aviatori che nella processione notturna, alla vigilia della festa, ne trasportano la statua e il giorno seguente si esibiscono con gli aerei nel cielo di Loreto. Loreto, in latino Lauretum, “boschetto di lauri”, simboli solari di vittoria e regalità. E la sera del 9 si accendono in tutte le campagne del Piceno grandi falò, detti in dialetto focaracci, che servono, secondo la tradizione, a illuminare il cammino degli angeli.

Pensando alle feste del periodo natalizio che risalgono alla notte dei tempi è immediato pensare a san Nicola: le leggende fiorite sul santo e sui suoi miracoli risalgono infatti ai primi secoli della cristianità. Il legame tra il santo e i bambini è talmente forte che in Puglia e nell’Europa orientale la festa di san Nicola è un anticipo del Natale: si fanno infatti trovare dolci e regalini ai bambini, come a Bari e Molfetta.
Ma un’usanza medioevale induce a qualche riflessione sulla figura del santo.
Il 6 dicembre i seminaristi usavano eleggere tra loro un “vescovello” (episcopellus) e i suoi cappellani, destinati a essere protagonisti, alla festa dei Santi Innocenti il 28 dicembre, di una cerimonia parodistica, l’episcopus pueroruminnocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) che si svolgeva in chiesa.
Il vescovello indossava i paramenti e impartiva la benedizione come un vescovo autentico; ma chierici e preti si scatenavano in scherzi, battute e dopo la messa correvano, saltavano e ballavano in chiesa. Questi eccessi erano la sopravvivenza di culti e usanze precristiane che la Chiesa in tutti i modi aveva tentato di occultare e infine di espungere dalle feste natalizie in una lunga lotta conclusasi solo nel 15° secolo.
Ma qual è il legame tra il vescovello e san Nicola?
Prima di tutto, seguiamo un itinerario verso Nord: san Nicola, che nel primo medioevo si chiamava Sanctus Nicolàus – dal greco nikólaos, composto da nikân, “vincere” e laós, “popolo”, quindi “vincitore tra il popolo”- diventò popolare nell’Europa centrale e settentrionale. Gli olandesi storpiarono il nome latino di san Nicola in Santa Claus non diversamente da altri popoli europei: nel mondo germanico lo chiamarono, secondo le zone, Sankt Nikolaus, Niklaherr, Samichlaus, Sanda Klaus. Quando i loro discendenti emigrarono nell’America settentrionale, portarono nel nuovo continente le loro usanze al santo legate. Fra le tante notizie si diceva persino che la sua immagine fosse intagliata nella chiglia della prima nave di emigranti giunti dai Paesi Bassi.
Simbolo ormai della frenesia del Natale, Santa Claus – Babbo Natale non si limita più a comparire la notte del 5 dicembre, ma è diventato una figura familiare fino alle feste di fine anno, per poi essere sostituito da un’altra immagine mitica, la vecchia a cavallo della scopa, che i più oggi chiamano Befana.

Eppure anche Babbo Natale, che giunge dalle regioni polari con la slitta trainata da renne e carica di doni (gli hanno anche dedicato un villaggio in Lapponia), rivela – a prescindere dalle intenzioni del grafico Haddon Sundblom che nel 1931 per la prima volta lo dipinse di rosso vestito e di pelliccia bianca bordato, recuperando il logo della famosa bevanda di cui Sanda N’caul, per dirla alla barese (a Bari sono custodite le sue reliquie), sarebbe stato testimonial inconsapevole – tratti enigmatici che rinviano a tradizioni precristiane, tipiche dei periodi che precedevano il Capodanno, come per esempio i Saturnali romani, celebrati nella Roma imperiale fra il 17 e il 23 dicembre.
Il primo giorno veniva nominato in ogni comunità un rex Saturnaliorum che regnava per una settimana tra banchetti, giochi d’azzardo – proibiti nel resto dell’anno -, mentre i ruoli sociali si invertivano: gli schiavi potevano burlarsi del padrone e farsi servire a tavola.
La libertà concessa agli schiavi e l’allegro caos erano memori dell’età dell’oro in cui aveva regnato Saturno, un dio italico che più tardi, per influsso della mitologia greca, venne identificato con Kronos.
Si narrava che i Pelasgi, antica popolazione ellenica, fossero stati scacciati dalle loro terre e vagassero cercando una nuova sede: la maggior parte si riunì a Dodona per conoscere dall’oracolo il luogo dove recarsi e fissare la nuova dimora. E l’oracolo rispose:

Andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi
e degli Aborigeni, Cotila, dove galleggia un’isola.

Dunque la terra Saturnia era il Lazio, già conosciuta con quel nome prima che i Greci giunsero nella penisola. Il mito romano narra infatti che Giano, dio italico di cui il Carmen Saliare dice “tu sei il buon creatore (…) il dio degli dei”, regnava sul Lazio quando dal mare giunse Saturno.
Giano lo ospitò imparando l’arte dell’agricoltura, e lo associò al regno per ringraziarlo. Era la aurea ætas, la mitica età dell’oro.
Quando Saturno scomparse, Giano chiamò Saturnia in suo onore la regione sottoposta al suo potere e gli consacrò un altare con riti sacri, i Saturnali, durante i quali ci si scambiavano candele di cera.
A questo mito Saturno non era ancora identificato con il greco Kronos, se ne sovrappose più tardi un altro, secondo il quale i Pelasgi, obbedendo al responso dell’oracolo di Dodona, erano giunti a Saturnia e l’avevano occupata scacciandone gli abitanti, Siculi o Sicani.
Successivamente Ercole, attraversando l’Italia con i buoi di Gerione, consigliò ai discendenti dei Pelasgi di offrire agli dei non teste, ma statuette di argilla riproducenti figure umane e di venerare gli altari di Saturno non con l’immolazione di esseri viventi ma con lumi accesi “poiché in greco phota significa non soltanto “uomo” ma anche “luci”.
Da questo deriva, secondo l’interpretazione che ne fu poi data in età imperiale, l’usanza di scambiare candele di cera durante questo periodo.
Ugualmente l’allegro caos dei Saturnalia indica il periodo del gioco, l’unico durante l’anno. Come osserva Margarethe Riemschneider, il gioco d’azzardo era un atto rituale in stretta connessione con il dio, e soltanto poco a poco, dopo modifiche e aggiunte, venne introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento.
“Ci è noto il gioco d’azzardo” aggiunge “tanto nel culto quanto nel mito; un tempo però era prerogativa degli dei o del re, loro rappresentate in terra.
Nell’epos indiano sono gli dei Śiva e Pārvatī che giocano tra loro, e il loro gioco rappresenta e segna gli eventi del mondo.
Ma anche presso i Germani c’è una totale consapevolezza del carattere rituale del gioco: Tacito (Germania, 24) si meraviglia nel constatare che i Germani, buoni bevitori, giocavano solo da sobri, ritenendo il gioco “una questione seria, e potremmo dire fortemente radicata nel culto”. La fortuna del giocatore non è legata, per loro, al capriccio della sorte, ma è piuttosto l’espressione del volere degli dei. Il gioco dei dadi è una forma di gioco semplificata e non più conosciuta, oggi, nel suo significato rituale (e neanche ai tempi dei Romani).
Il più antico oracolo di culto è il gioco da tavola in cui le pedine si muovono secondo le indicazioni del dado.
Quasi tutti gli antichi giochi di questo tipo imitano, nella loro struttura, un sistema cosmologico. Distinguono cielo, terra, inferi”.
Jean de Vries sostiene: “Il lancio dei dadi diviene quindi un mezzo per cercare la propria collocazione in questo sistema: è un importante mezzo divinatorio”.
Anche le candele e le statuette di argilla (sigillaria) che ci si scambiava durante i Saturnali, erano in realtà connessi al gioco, come rivelano le tradizioni arcaiche, secondo la Riemschneider: “Di conseguenza l’oracolo pretende che alle feste si portino a Ade o al padre di questo, Kronos, teste e uomini, cioè pedine, che nel folklore diventano candele e statuine di argilla”.

St_Nicholas_Icon_Sinai_13th_century.jpg

Così, l’attuale gioco della tombola nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come lo era il gioco dei dadi nella Roma imperiale, dell’arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non solo all’ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni individuo nel cosmo all’inizio del nuovo anno.

Per distribuire i doni ai bambini oggi scomodiamo Babbo Natale, o Knecht Rupprecht o san Nicola o il Pelzickel, ma dietro tutti loro c’è sempre l’invernale Saturno: se ancor oggi i bambini lasciano vicino la porta o in sala o vicino il camino una scarpa, un piatto con del cibo o qualche altro oggetto, affinché il santo porti loro mele o frutta secca, è perché esse costituiscono da sempre l’immagine infantile della buona fortuna. Che può essere simboleggiata anche dal corredo, nella leggenda di san Nicola che alle ragazze senza dote lancia furtivamente, dalla finestra, tre palle d’oro: omologhe dei dadi con cui si gioca.

Ma si potrebbe dire che la data dei Saturnalia non corrisponde a quella di san Nicola. È vero, ma vi è una coincidenza: il 6 dicembre gli allievi dei seminari sceglievano il vescovello, come anzi detto.

Le coincidenze del calendario non sono mai casuali, così come non lo sono i simboli di cui è tessuta la trama dei giorni, che la maggior parte della gente ha malauguratamente dimenticato; come non lo è tutta la storia artefatta di Babbo Natale, che con la sua slitta tirata dalle renne allude, anche, alla lunga traversata della notte artica verso il nuovo anno di luce.

[I parte – continua…]

Posted in analysis, anthropology, arts, divinità, fairy tales, filologia, filologia germanica, folklore, history & the past, history of art, literature, myself, mythos, Nature, north, reflection, society, thinking, traduzione, translation | Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Galdrastafir

grimoire galdastafir

Galdrastafir è una parola islandese che significa “bacchetta magica” (galdra = magico; stafi = bacchetta, legnetto, stave come nel norvegese stavkirke “chiesa di legno” o come nella parola Primstav). Steven Flowers sostiene che essi derivino dall’antica tecnica runica sugli staves o sui bastoncini, dato che le rune spesso erano intagliate su oggetti in legno per scopi divinatori o come talismani (Stephen Flowers, The Galdrabók – an Icelandic Grimoire – Samuel Weise Inc., York Beach, Maine, 1989).
Uno stave è qualcosa di dritto che serve come supporto: un bastone da passeggio, una staffa, una trave; significa anche pentagramma o base utilizzata anche per altri simboli oltre alle note. Può essere meglio definito come sigillo – inscritto, intagliato o dipinto come simbolo o segno magico o anche come sigillo familiare -. Gli stave venivano solitamente disegnati per controllare gli elementi o guidare, indirizzare gli sviluppi di qualcosa. In islandese, inoltre, la parola staf-i / ir / ur significa anche lettera (dell’alfabeto) o carattere (alfabetico).
Le proprietà magiche dello stave venivano instillate dal creatore del sigillo, spesso un mago, una strega o uno stregone, o uno sciamano. In Islanda queste persone erano chiamate galdramennseiðr (pronunciato come leggendo l’inglese “say-der”). Esse venivano instillate disegnando, graffiando, intagliando o scolpendo linee e simboli, spesso caratteri runici, utilizzando dei rituali specifici. Questi rituali includevano anche preghiere alle divinità nordiche, meditazione sul significato delle rune e spesso anche qualche sacrificio.

Diversi aspetti relativi ai galdrastafir sono ben radicati nella storia germanica, come il legame con le divinità e l’alfabeto runico che risale a secoli addietro. Essi divennero il focus religioso nelle regioni germaniche e scandinave e furono in primo piano nella vita nordica almeno fino all’anno 1000. Dall’800 al 1200 i vichinghi colonizzarono e popolarono l’Islanda e portarono con loro le loro pratiche magiche, le loro divinità ed i loro riti.

alfabeti runici - Wunderkammern

In alto, il cosiddetto Futhark antico (ca. 150). In mezzo, il cosiddetto Futhark giovane nella versione allungata (8° secolo). In basso, il Futhark danese modificato (ca. 1300). [tratto da: Sunna Blalock, Introduction to the Runes: Younger Futhark (Chart)]

Fino al 13° secolo, sebbene i vichinghi e gli islandesi avessero una lingua scritta, questa era utilizzata raramente per documentazione storica. Al contrario, era utilizzata per segnare la proprietà degli oggetti e, in molti casi, per segnare siti funerari, come nel caso della stele runica:

stele runica DR 68 - Aarhus, Danimarca

La stele runica DR 68 (DK MJy 79) ritrovata ad Aarhus, Jylland, nella regione Midtjylland (v. Danske runeinnskrifter fra vikingtiden – iscrizioni runiche danesi dell’epoca vichinga -). L’iscrizione viene datata all’epoca vichinga, successiva alle sepolture nei tumuli di Jelling, ed è inscritta su una pietra di granito. Colui che l’ha realizzata è probabilmente lo stesso autore dell’iscrizione runica sulla pietra DR63-Aarhus 1, poiché utilizza la “m” tratteggiata. La pietra runica è stata trovata accanto alla Chiesa di nostra Signora ad Aarhus, ma è ora presso il museo Moesgård.

iscrizione DK-MJy-79-Aarhus - Danimarca

Traslitterazione:

 

(-)usti × auk × hufi × auk × þir × frebiurn × risþu × stin × þonsi × eftiR ×
× osur × saksa × filaka × sin × harþa ×
kuþan × trik × saR × tu ×     × mana × mest × uniþikR ×
saR × ati × skib × miþ × arno +

Traduzione in norreno:
[T]osti ok Hofi ok þeir Freybjôrn reistu stein þenna eptir
Ôzur Saxa, félaga sinn, harða
góðan dreng. Sá dó         manna mest óníðingr,
sá átti skip með Arna.

Traduzione in italiano:
Tosti e Hofi e Freybjôrn, essi hanno eretto questa pietra in memoria di
Ôzurr il Sassone / (colui che brandisce la) Spada, il loro amico, uomo
molto buono e di valore. Egli è morto        come l’uomo meno maligno di tutti;
egli possedeva una nave insieme ad Árni.

La storia invece veniva portata avanti tramite il racconto delle storie, tramandate negli anni. Fu allora che alcuni documenti magici, di storie e tradizioni, vennero messi nero su bianco. I grimori, i libri di magia, venivano raramente messi per iscritto o conservati… tuttavia, alcuni sono sopravvissuti. Il migliore tra questi è il Galdrabók, che fornisce informazioni dettagliate sulla creazione dei sigilli.

In Islanda gli staves magici (definiti anche “sigilli”) sono dei simboli con valore magico e si ritrovano in vari grimori che risalgono sino al 17° secolo. Secondo il Museo di Magia e Stregoneria islandese gli effetti dei sigilli erano molto importanti per gli islandesi dell’epoca, in particolare per contadini in sussistenza che dovevano affrontare condizioni climatiche pesanti.

 

 

 

Nome islandese Significato e descrizione Immagine
Að fá stúlku Amore da una donna a un uomo Icelandic Magical Stave adfastulku.svg
Ægishjálmur Timone della soggezione (o timone del terrore); per indurre la paura e proteggere dall’abuso di potere Aegishjalmr.svg
Angurgapi Intagliato sulla base delle botti per prevenire le perdite Icelandic Magical Stave angurgapi.svg
Brýnslustafir Intagliato sulle pietre per affilare Icelandic Magical Stave brynslustafir.svg
Draumstafir Per sognare desideri non realizzati Icelandic Magical Stave draumstafir.svg
Dreprún Per uccidere la mandria del nemico
Icelandic Magical Stave dreprun.svg
Feingur Runa della fertilità Icelandic Magical Stave feingur.svg
Gapaldur Due sigilli che si mettevano nelle scarpe: gapaldur sotto il tallone del piede destro e ginfaxi sotto l’alluce del piede sinistro per assicurarsi tramite la magia la vittoria negli incontri di lotta islandese (glíma) Icelandic Magical Stave gapaldur.svg
Ginfaxi Icelandic Magical Stave ginfaxi.svg
Hólastafur Per aprire le colline Icelandic Magical Stave holastafur.svg
Kaupaloki Per la prosperità nel commercio e negli affari Icelandic Magical Stave kaupaloki.svg
Lásabrjótur Per aprire una porta senza la chiave Icelandic Magical Stave lasabrjotur.svg
Lukkustafir Chiunque porti questo simbolo con sé non incontrerà mai il male, né per mare né per terra
Lukkustafir Huld Ms.png
Máladeilan Per avere vittoria durante il þing
Icelandic Magical Stave maladeilan.svg
Nábrókarstafur Un sigillo usato nella realizzazione dei “necropantaloni”, un paio di pantaloni fatti con la pelle di un morto che si credeva producessero infinitamente denaro Icelandic Magical Stave nabrokarstafur.svg
Óttastafur Per indurre la paura
Icelandic Magical Stave ottastafur.svg
Rosahringur minni Un cerchio di protezione Icelandic Magical Stave rosahringurminni.svg
Smjörhnútur Butterknot, per assicurarsi che il burro fosse prodotto naturalmente senza incantesimi Icelandic Magical Stave smjorhnutur.svg
Stafur gegn galdri Sigilli contro la magia nera Icelandic Magical Stave stafurgegngaldri.svg
Stafur til að vekja upp draug Per invocare fantasmi e spiriti del male Icelandic Magical Stave stafurtiladvekjauppdraug.svg
Þjófastafur Contro i ladri
Icelandic Magical Stave thjofastafur.svg
Tóustefna Per allontanare le volpi
Icelandic Magical Stave toustefna.svg
Varnarstafur Valdemars Il Sigillo di Protezione di Valdemar: accresce fortuna e felicità Icelandic Magical Stave valdemar.svg
Vatnahlífir Protezione contro l’annegamento Icelandic Magical Stave vatnahlifir.svg
Vegvísir Per guidare qualcuno nella tempesta
VegvisirHuld.png
Veiðistafur Portafortuna per una buona pesca Icelandic Magical Stave veidistafur.svg
Posted in analysis, anthropology, arts, folklore, history & the past, Islanda, literature, mythos, north, traduzione | Tagged , , , , , , , , | Leave a comment

Il primo di maggio

Fairy_Queen_Arthur_Rackham

May Day, la festa del primo maggio, è un’antica festività primaverile dell’emisfero settentrionale, oltre che una tradizionale festa della primavera in molte culture. Si celebra con balli, canti e la preparazione di dolci.
Le prime celebrazioni del primo maggio appaiono in epoche precristiane, con i Floralia, la festività di Flora, la dea romana dei fiori, che si teneva il 27 aprile nell’epoca repubblicana, e con la notte di Valpurga, tipica celebrazione dei territori germanici.
Questa data è anche associata alla gaelica Beltane, che si teneva però il 30 aprile.
Si trattava di una giornata che celebrava l’estate in molte culture pagane: mentre il 1 febbraio era il primo giorno di primavera, il 1 maggio era il primo giorno d’estate, e da qui il solstizio del 25 giugno (oggi 21 giugno) era Midsummer, mezza estate.

Quando l’Europa fu cristianizzata le feste pagane persero il loro valore e May Day è rimasta come una festa popolare. In Germania viene ricordata come il giorno in cui si celebra santa Walburga, diventata santa dopo la cristianizzazione.
La tradizione vuole che in questo giorno si balli intorno al “May Pole”, il palo di maggio, e venga incoronata la Queen of May, la regina di maggio.
In questo giorno si donano i “May Baskets”, i cestini di maggio, piccoli cestini pieni di fiori o a volte dolci, che si lasciano sulla soglia della porta dei vicini, anonimamente.

Con l’avvento del cristianesimo dal 18° secolo la data è stata dedicata alla Beata Vergine Maria, che viene – guarda caso – decorata (in opere d’arte ad esempio) con fiori e la corona di maggio.

In Gran Bretagna i riti e le celebrazioni tradizionali includono la Morris Dancing, il “ballo del Morris”, una danza popolare basata su passi ritmati e sull’esecuzione di figure coreografiche da gruppi di ballerini, che maneggiano bastoni, spade, pipe e fazzoletti.
Balli e danze con caratteristiche e nomi simili sono menzionati in documenti rinascimentali antecedenti al 1448 in Francia, Italia e Spagna. Le origini del nome sono incerte, ma una delle teorie più accettate è che il termine derivi da “moorish dance”, danza moresca – in Spagna. È tuttavia molto più probabile che Morris provenga dal latino Mores che significa costumi.
Inoltre in Inghilterra si incorona la Regina di Maggio, e le celebrazioni avvengono intorno al May Pole.
La Regina di Maggio o May Queen è la personificazione della festa, ma anche della primavera e dell’estate.
Oggi la regina di maggio è una ragazza che va a cavallo o passeggia capeggiando una parata per i festeggiamenti del primo maggio. Indossa una gonna bianca a dimostrarne la purezza e solitamente una tiara o una corona. Suo compito è dare inizio alle celebrazioni per la festa. Viene incoronata con una corona di fiori e tiene un discorso prima che inizino le danze. Alcune di queste danze prevedono balli di gruppo intorno al palo di maggio celebrando la giovinezza e il tempo di primavera.
Sir James George Frazer in The Golden Bough parla della figura della May Queen, un resto del passato, di ben tre culti diversi (“The names May, Father May, May Lady, Queen of the May, by which the anthropomorphic spirit of vegetation is often denoted, show that the idea of the spirit of vegetation is blent with a personification of the season at which his powers are most strikingly manifested”).

Secondo le origini folkloriche, la tradizione anticamente era un po’ sinistra: la regina di maggio era fatta morire quando le celebrazioni terminavano. È difficile stabilire la veridicità di tali affermazioni: potrebbe trattarsi di memoria popolare o antichi costumi pagani. Tuttavia, ancor oggi possono essere trovati dei paralleli tra i rituali del May Day e sacrifici umani e occulti (esiste anche un film che ne parla, The Wicker Man).

Molte di queste tradizioni in Gran Bretagna derivano da quelle anglosassoni che si tenevano durante il Þrimilci-mōnaþ, in antico inglese il nome per il mese di maggio, con il significato di “mese delle tre mungiture” (in antico alto tedesco “Winni-mánód”, mese dei pascoli), oltre a numerose tradizioni celtiche.
Il mese di maggio ha avuto sempre tante celebrazioni nell’arco dei secoli, in particolare relative alla fertilità (del suolo, del bestiame, dei popoli), alla primavera e all’incontro tra le persone (feste popolari, di villaggi e incontri di comunità).
La semina in questo periodo era stata completata e veniva dato ai lavoratori un giorno libero. Forse è proprio questa la più significativa tra le tradizioni, collegata al palo di maggio, intorno al quale i contadini ballavano numerosi portando dei nastri.

 

 

 

Queen Guinevere’s Maying, John Collier

For thus it chanced one morn when all the court,
Green-suited, but with plumes that mocked the may,
Had been, their wont, a-maying and returned,
That Modred still in green, all ear and eye,
Climbed to the high top of the garden-wall
To spy some secret scandal if he might*

A Whi

A Whitstable in Kent si tiene un ottimo esempio di una celebrazione del May Day più tradizionale: il festival “Jack in the Green”, con una processione di “morris dancers” in tutta la città. A Rochester, sempre nel Kent, Jack in the Green viene risvegliato all’alba del primo maggio dai ballerini.
Jack in the Green, letteralmente “Giacomo nel verde”, è un partecipante delle parate tradizionali del primo maggio e di altre celebrazioni del mese. Indossa un costume ampio, pieno di foglie, come una ghirlanda, solitamente di forma piramidale o conica, che ricopre il suo corpo da capo a piedi. Il nome viene anche dato alla ghirlanda stessa.
Nel 16° e 17° secolo in Inghilterra si usava già fare ghirlande di fiori e foglie per festeggiare il mese di maggio. In principio divenne una sorta di competizione tra le corporazioni di lavoratori e le ghirlande divennero sempre più elaborate, fino al punto che ricoprivano tutta la figura di colui che le indossava. Questa figura fu allora conosciuta come Jack in the Green. Per qualche motivo che ancora non ci si spiega questa figura venne associata in particolare agli spazzacamini.
Al principio del 20° secolo l’usanza cominciò a svanire a causa della disapprovazione da parte dei vittoriani che lo ritenevano un comportamento anarchico. Il Signore e la Signora di Maggio, con il loro comportamento goliardico e scherzoso, vennero sostituiti dalla Regina di Maggio mentre il rumoroso e ubriaco Jack in the Green scomparve dalle parate.

Padstow in Cornovaglia festeggia invece ogni anno la cosiddetta Obby-Oss (Hobby Horse): si crede che sia uno dei più antichi riti sulla fertilità nel Regno Unito; i partecipanti alla festa ballano per le strade della città e persino nei giardini privati dei suoi abitanti, accompagnati da fisarmoniche e vestiti di bianco con sciarpe blu o rosse, e cantano tutti la canzone tradizionale di “May Day”.
L’intera città viene decorata con fiori.
Sempre in Cornovaglia, a Kingsand, Cawsand e Millbrook viene celebrato il rituale della barca fiorita: una nave viene coperta di fiori e portata in processione dal porto di Millbrook alla spiaggia di Cawsand. Le case nel villaggio sono decorate con fiori e la gente si veste di bianco e rosso.

A Edimburgo si tiene il Beltane Fire Festival la sera del 30 aprile fino alle prime ore del mattino del primo maggio.
Un’antica tradizione di Edimburgo vuole che se le giovani donne si arrampicano per l’Arthur Seat e al mattino si lavano il viso nella prima rugiada avranno una bellezza imperitura.

In Finlandia in questo giorno si festeggia Vappu: la gente si riversa per le strade, mangia facendo picnic all’aperto, si indossano cappelli e abiti decorativi.
In questa giornata si prepara una limonata speciale con limoni, zucchero di canna e lievito chiamata sima. Contiene poco alcol e quindi possono berla anche i bambini. Si mangiano delle paste fritte che assomigliano agli Strauben tedeschi o agli struffoli napoletani, fatti con un lievito madre liquido, che si chiamano tippaleipä.

In Estonia si festeggia Kevadpüha, la giornata della primavera, festa nazionale estone per celebrare l’arrivo della primavera. Altre celebrazioni tradizionali si festeggiano la sera prima, la notte di Valpurga o Volbriöö.

Il 1 maggio 1561 Carlo IX di Francia ricevette in regalo un fiore di mughetto come portafortuna. Decise di regalarne uno ogni anno a ogni donna a corte.
All’inizio del 20° secolo divenne così un’usanza dare un mughetto, simbolo della primavera, il 1 maggio. Oggi, come fosse la festa degli innamorati, si regala a chi si vuol bene un mazzolino di mughetti o di rosa canina.

In Germania, in particolar modo nelle aree rurali come le montagne Harz, viene celebrata la Walpurgisnacht, di chiara origine pagana, la notte prima del 1 maggio. Vengono accesi falò e si prepara un Maibaum (palo di maggio). Il motto è Tanz in den Mai “balla in maggio”.
Nel Rhineland il 1 maggio viene celebrato consegnando un palo di maggio, un albero coperto da fiocchi e nastri, alla casa della propria amata la notte prima. Se un albero fosse decorato da nastri bianchi indicherebbe un segno di disinteresse. Le donne, al contrario, lasciano fuori dalla casa dell’amato rose o riso a forma di cuore. L’usanza vuole che il cuore si attacchi alla finestra o sullo zerbino. Negli anni bisestili tocca invece alla donna consegnare il palo di maggio. Tutto viene fatto segretamente.

In Irlanda il primo maggio è sempre stato festeggiato, sin dai tempi pagani, come Beltane. Si accendono falò per indicare l’avvio dell’estate e bandire le lunghe, fredde notti invernali.

In Italia Calendimaggio o cantar maggio era una festa per l’arrivo della primavera. In realtà il nome deriva dal periodo in cui esso ha luogo, calenda maia era il latino per l’inizio di maggio. Si tratta di una tradizione in molte regioni d’Italia, un’allegoria per il ritorno alla vita e la rinascita.
Questo rituale magico e propiziatorio viene solitamente effettuato durante un’elemosina in cui, in cambio di doni (tradizionalmente uova, vino, cibo o dolci) i Maggi o maggerini cantano dei versi portafortuna agli abitanti del villaggio.
In tutta Italia i versi de Il Maggio sono molto differenti: nella maggior parte dei casi si tratta di canzoni fortemente romantiche che i giovani cantano per salutare l’arrivo della primavera. Simboli di questa rinascita sono gli alberi (soprattutto l’ontano e il maggiociondolo) e i fiori (violette, rose), che vengono nominati nei versi di questa canzone, e con cui i maggerini si adornano. In particolare l’ontano, che cresce lungo i fiumi, è considerato simbolo della vita e per questo è sempre presente nel rituale.
Calendimaggio viene storicamente fatto risalire alla Toscana, un personaggio mitico che aveva un ruolo predominante e ha molte caratteristiche del dio Belenus.
In Lucania i Maggi sono chiaramente di origine pagana.
A Siracusa in Sicilia l’albero della cuccagna viene issato nel mese di maggio per festeggiare la vittoria sugli ateniesi capeggiata da Nicias. Tuttavia Angelo de Gubernatis nella sua opera “La mitologia delle piante” sottolinea come sicuramente la festività fosse antecedente a detta vittoria.
Si tratta infatti di una celebrazione che risale a popoli antichi, molto integrata con i ritmi della natura, tant’è che vi sono tratti comuni nei festeggiamenti di Celti (con Beltane), Etruschi e Liguri, per cui l’arrivo dell’estate era di estrema importanza.

Anche in Grecia il primo maggio si festeggia la Primavera. L’usanza della Protomagia (1 maggio) ha antiche radici nell’antica Grecia e si festeggiano la primavera e la natura con una festa dei fiori.
Maios (maggio), l’ultimo mese di primavera, prende il suo nome dalla divinità Maja, una dea che a sua volta prende il suo nome dall’antica parola Maia, colei che fa nascere, la madre. Maggio, secondo il folklore greco, ha due significati: il buono e il cattivo, la rinascita e la morte. L’usanza vuole che si festeggi la vittoria finale dell’estate sull’inverno, la vittoria della vita sulla morte, che risale a tempi antichi.
Questo giorno era anche dedicato all’antica divinità dell’agricoltura Demetra e a sua figlia Persefone, che in questo giorno emerge dagli inferi e giunge sulla terra. È il suo arrivo sulla terra dall’Ade che segna il trionfo della natura e la nascita dell’estate.
Un’altra celebrazione antica in cui la Protomagia ha le sue radici è l’Anthestiria, una celebrazione in onore di Dioniso, una festività delle anime, delle piante e dei fiori, anch’essa in onore della rinascita dell’uomo e della natura.

In Bulgaria il primo maggio si festeggia Irminden (o Yeremiya, Eremiya, Irima, Zamski den).
La festività è associata con i serpenti e le lucertole e i rituali riguardano la protezione dell’uomo da essi. Il nome della festa deriva dal profeta Geremia, ma le sue origini sono pagane.
Si narra che nei giorni intorno all’Annunciazione i serpenti vengon fuori dalla tana, e a Irminden vien fuori il loro re. Gli anziani credono che coloro che lavorano nei campi il primo maggio saranno morsi da un serpente nell’estate che viene.
Nella Bulgaria occidentale la gente accende i falò, salta e fa rumore per spaventare i serpenti.
Un’altra usanza per la giornata è preparare i podnici, delle pentole di argilla per cuocere il pane.
Questo giorno è osservato specialmente dalle donne in attesa cosicché i loro futuri figli non prendano la yeremiya, una malattia dovuta a poteri maligni.

In Romania si festeggia l’armindenarmindeni, l’inizio dell’estate, simbolicamente collegato alla protezione dei raccolti e degli animali da fattoria. Il nome deriva dallo slavo Jeremiinŭ dĭnĭ che significa “il giorno di Geremia”, ma la celebrazione, i riti e le usanze sono apotropaiche e pagane, probabilmente originatesi nel culto del dio Pan.
Il primo maggio è anche chiamato ziua pelinului o giorno dell’Artemisia, o ziua bețivilor o giorno degli ubriachi, e viene celebrato per assicurarsi un buon vino il prossimo autunno e, similmente, per animali e uomini salute e protezione dagli elementi della natura (temporali, grandine, malattie, parassiti). La gente si riunisce nella natura con dei lăutari (suonatori di violino). L’usanza vuole che si beva un vino aromatizzato all’Artemisia per rinfrescare il sangue ed esser protetti dalle malattie. Al termine della giornata, di ritorno a casa, gli uomini mettono dei fiori di lillà o artemisia sui loro cappelli.
Altri riti apotropaici includono, in alcune zone del paese, che la gente si lavi il viso con la rugiada del mattino per auspicare buona salute, e che si decorino cancelli e porte con rami verdi o alberelli di betulla – per le case in cui abitano ragazze in età da marito – per assicurarsi una buona salute. Tutti i rami vengono lasciati al loro posto finché non viene mietuto il grano, e saranno poi utilizzati nel camino in cui verrà cotto il primo pane realizzato con il nuovo grano.
Alla vigilia del primo maggio le donne di campagna non lavorano nei campi né in casa per evitare temporali devastanti e grandine.
Arminden è anche ziua boilor, il giorno dei buoi, e così gli animali non vengono utilizzati per lavorare, altrimenti potrebbero ammalarsi loro o il loro padrone.
Vien detto che il primo maggio il tempo è sempre buono per permettere di festeggiare.

In Galizia la festività si chiama Os Maios (“i maggi”, in galiziano) e consiste di diverse rappresentazioni intorno a un albero o una scultura decorata. La gente canta canzoni popolari (chiamate maios) e balla intorno all’albero o alla scultura con dei bastoncini.
A Lugo veniva chiesta una mancia ai partecipanti alla festa, e solitamente questa era una manciata di castagne secche (castañas maiolas, castagne di maggio).

***

Ci sono due momenti nell’arco dell’anno in cui “il velo è sottile” tra questo e gli altri mondi, così che, si narra, essi possano toccarsi tanto sono vicini. Samhain o All Hallows’ Eve è quello che si conosce maggiormente, ma Beltane, il suo opposto nella ruota dell’anno, è l’altro che si disvela sotto i nostri occhi in questi giorni.
I nostri antenati e gli spiriti giungono sulla terra a Samhain e le fate o, come sosteneva Lewis Spence, le divinità che sono quasi state dimenticate e hanno meno potere, ci visitano a Beltane: “At Bealltainn, or May Day, every effort was made to scare away the fairies, who were particularly dreaded at this season. In the West Highlands charms were used to avert their influence. In the Isle of Man the gorse was set alight to keep them at a distance. In some parts of Ireland the house was sprinkled with holy water to ward off fairy influence. These are only a mere handful out of the large number of references available, but they seem to me to reveal an effort to avoid the attentions of discredited deities on occasions of festival once sacred to them. The gods duly return at the appointed season, but instead of being received with adoration, they are rebuffed by the descendants of their former worshippers, who have embraced a faith which regards them as demons. In like manner the fairies in Ireland were chased away from the midsummer bonfires by casting fire at them. At the first approach of summer, the fairy folk of Scotland were wont to hold a “Rade,” or ceremonial ride on horseback, when they were liable to tread down the growing grain.”

Buon Beltane! Buon Primo Maggio!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Posted in anthropology, fairy tales, folklore, history & the past, literature, Nature, north, reflection, traduzione | Tagged , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Kvenland

Kvenland, conosciuta come Cwenland o Kænland o termini simili nelle fonti medioevali, è un antico nome per un’area nella Fennoscandia e in Scandinavia.
Kvenland, in questo o in una pronuncia simile, è conosciuto da un racconto in antico inglese scritto nel nono secolo, che utilizzava le informazioni fornite dall’avventuriero e viaggiatore norvegese chiamato Ohthere, Ottar fra Hålogaland, un marinaio norvegese di epoca vichinga conosciuto solo per il racconto dei suoi viaggi al re Alfredo (871-99) del regno anglosassone del Wessex intorno all’anno 890. Il suo racconto fu incorporato in una versione anglosassone, o in antico inglese, di un libro latino scritto nel 5° secolo da Paolo Orosio, chiamato Historiarum Adversum Paganos Libri VII, o “Sette Libri di Storia contro i Pagani”. La versione in antico inglese di questo libro si pensa sia stata scritta nel Wessex all’epoca in cui re Alfred viveva o subito dopo la sua morte, in quanto la copia sopravvissuta più antica è attribuita al medesimo luogo e alla stessa epoca.
Nel suo racconto, Ohthere racconta che la sua madrepatria era Halgoland, o Hålogaland, dove viveva “più a nord di tutti i norvegesi… [in quanto] nessuno [viveva] a nord di lui” [Thorpe, 1900, pp. 249–253].
Ohthere parla dei suoi viaggi a nord del mar Bianco, a sud della Danimarca, descrivendo entrambi con numerosi dettagli. Parla anche dello Sweoland (Svezia centrale), dei Sami (o Finni), e di due popoli chiamati i Cwenas, che vivono nel Cwenaland, a nord degli svedesi, e dei Beormas, che ha scoperto vivevano vicino il mar Bianco. Ohthere racconta che i Beormas parlano una lingua imparentata con quella dei Sami.
La storia di Ohthere è la prima fonte scritta conosciuta per il termine Danimarca (dena mearc) e probabilmente anche per Norvegia (norðweg).

Altre fonti per il Kvenland sono nordiche, prevalentemente islandesi, e probabilmente anche un’altra fonte scritta nell’area norvegese.

Sin dal 17° secolo la maggior parte degli storici hanno considerato che il cuore, l’epicentro dell’antica Kvenland, in particolare nel periodo medioevale più tardo, fosse intorno e vicino il golfo di Botnia, prevalentemente nell’odierna regione svedese del Norrbotten e in quella finlandese dell’Ostrobothnia. Il nome tradizionale sia in finlandese orientale che sami settentrionale per quest’area era Kainuu (il nome in Sami con uno spelling leggermente diverso). Così è stato suggerito che il nome scandinavo Kvenland ed il nome finnico Kainuu condividano le stesse radici etimologiche.

Un avventuriero e navigatore inglese chiamato Ohthere visitò l’Inghilterra intorno all’anno 890. Il re Alfredo di Wessex gli fece scrivere delle storie, e le incluse nella sua versione in antico inglese della storia del mondo, scritta dall’autore romano-ispanico Orosio. La storia di Ohthere contiene l’unica descrizione del Kvenland sopravvissuta dal nono secolo:

“[Ohthere] diceva che la terra dei Norðmanna (“i norvegesi”) era molto lunga e molto stretta… e ad est vi erano montagne selvagge, parallele alla terra coltivata. I Finni abitavano queste montagne… Poi lungo queste terre, a sud, dall’altro lato della montagna (sic), è la Svezia …e lungo quella terra verso nord, il Cwenaland. I Cwenas a volte depredavano gli uomini del nord; ci sono molti laghi d’acqua fresca tra le montagne (dato il contesto, geond, con una possibile variazione di significati come “attraverso”, “oltre” e “lontano quanto”, viene reso meglio con “tra”; e moras, con una possibile variazione di significati che vanno da “brughiera”, “landa” a “montagne”, viene resa meglio come “montagne”, sebbene si possa intendere anche brughiera. La parola mór [] m (-es/-as) utilizzata nel testo originale può essere tradotta in inglese moderno come moormorassswamphillmountain), e i Kvens portano le loro navi oltre la terra nelle montagne, e da qui depredano gli uomini del nord; essi hanno navi molto piccole, e molto leggere”.

Come enfatizzato dal testo stesso, il racconto di Ohthere era un racconto orale, fatto al re Alfredo, e la sezione che narra di Kvenland è lunga solo due frasi. Le informazioni che Ohthere aveva sui Kvens potrebbero essere state di seconda mano in quanto, contrariamente agli altri suoi racconti, Ohthere non sottolinea alcun coinvolgimento personale.
Il metodo di Ohthere per localizzare il Kvenland può essere interpretato nel senso che il Kvenland era situato al centro e intorno alla parte settentrionale della Svezia attuale, e anche a metà della parte occidentale della Finlandia attuale, considerando anche l’utilizzo della bussola vichinga. Altre fonti più tarde chiamano i territori adiacenti alla parte settentrionale della Norvegia “Finnmark” (ad esempio la Saga di Egil).

I “Finni” di Ohthere possono essere un riferimento al popolo Sami, ma non tutti gli storici concordano. Sebbene Ohthere non dia alcun nome all’area in cui i Finni vivevano, egli ne descrive la vita e non fa menzione dei Kvens. Precedentemente nel testo Ohthere dice che “quella terra è molto lontana a nord da lì, ma è tutta abbandonata, tranne in alcuni luoghi, che sono quelli dove si sono stabiliti, qua e là, i Finni”.
Ohthere cita inoltre gli “ampi laghi d’acqua fresca” e che le barche dei Kvens sono di grande interesse. Si dice che i laghi siano “tra le montagne”: le parole utilizzate nel testo sono geond Þa moras. Qui Ohthere può far riferimento alla regione dei laghi della Norvegia settentrionale, a cui si fa riferimento anche nella Orkneyinga saga. In questo modo, il riferimento avrebbe dovuto includere anche il lago Mjøsa, un’area conosciuta per esser stata abitata in quell’epoca: la Orkneyinga saga racconta di come gli abitanti della zona fossero attaccati da uomini provenienti dal Kvenland (“Eftir þat fór hann af Kvenlandi ok fyrir innan hafsbotninn, ok kómu þar, er þeir menn váru, er Lappir heita; þat er á bak Finnmörk. En Lappir vildu banna þeim yfirför, ok tókst þar bardagi, ok sá kraftr ok fjölkynngi fylgdi þeim Nór, at óvinir þeira urðu at gjalti, þegar þeir heyrðu heróp ok sá vápnum brugðit, ok lögðu Lappir á flótta.” trad.: “Partì dal Kvenland, allontanandosi dal golfo verso l’interno finché non giunse con i suoi presso quelle genti chiamate Lapponi, per la precisione nella parte estrema del Finnmörk. I Lapponi cercarono di impedirgli il passaggio e di conseguenza si venne alle mani. Ora, la forza magica di Nórr e dei suoi era tale da ottundere i sensi degli avversari i quali, appena inteso il grido di guerra e visto brandire le spade, si dettero alla fuga” – tratta da La saga degli uomini delle Orcadi; sta in: Antiche Saghe Nordiche, Oscar Mondadori Editore).

Il riferimento a “navi molto leggere” (barche) portate sulla terra ha un parallelo etnografico molto ben documentato in numerosi ritratti dei tracciati storici di fiumi e laghi in Fennoscandia e nella Russia settentrionale. Secondo il filologo Irmeli Valtonen, il testo di Ohthere “non dà un’immagine chiara di dove fossero locati i Cwenas, sebbene sembra ci sia una conclusione ragionevole per far pensare che vivessero o si muovessero in qualche luogo tra la Svezia settentrionale o la Finlandia settentrionale di oggi” (Irmeli Valtonen, A Land beyond Seas and Mountains: A Study of References to Finland in Anglo-Saxon Sources. Sta in: Suomen varhaishistoria [Protostoria della Finlandia]; edito da Kyösti Julku; Rovaniemi, 1992).

Il nome “Kven” appare brevemente anche successivamente, nell’Orosius di re Alfred.
Il mare di Kven viene citato come il confine settentrionale dell’antica Germania.
La Kvenland è citata di nuovo, come segue:

“…gli svedesi (Sweons) hanno a sud di loro il braccio di mare chiamato Est (Osti) e ad est da loro la Sarmatia (Sermende), e a nord, oltre il nulla, c’è il Kvenland (Cwenland), a nord-ovest ci sono i popoli Sami (Scridefinnas), e i norvegesi (Norðmenn) sono a ovest” (da “Geografia di Alfredo“).

Si credeva che la bussola vichinga avesse una rotazione dei punti cardinali a 45°.
Se si analizzano i territori elencati nell’Orosius di re Alfred con questa bussola in mente, i norvegesi sarebbero a nord-ovest della Svezia, ed i popoli Sami a nord. Entrambi questi punti sono corretti a seguito della rotazione, basata sulla differenza nella bussola vichinga. Il Kvenland così è situato a nord-est della Svezia, e può essere situato in qualche luogo tra il Norrland svedese odierno e la parte occidentale dell’attuale Finlandia.
L’informazione che si dà del Kvenland situato “oltre il nulla” a nord della “Svezia” del periodo vichingo (corrispondente probabilmente alla parte centro-meridionale dell’attuale Svezia) corrisponde all’idea del Kvenland esteso verso il Norrland.
La Finlandia non è nominata in nessuno dei testi, né nell’originale né nella versione aggiornata della storia di Orosio.

Ci sono tre racconti medioevali islandesi che parlano del Kvenland. Essi sono la saga di Egil, la saga delle Orcadi, ed il più leggendario Hversu Noregr byggdist.
La Orkneyinga Saga è stata scritta intorno al 1200 da un autore islandese sconosciuto.
Il Hversu Noregr byggdist è conosciuto solo perché ne è sopravvissuta un’unica copia all’interno del Flateyarbók islandese del 1387, anche se potrebbe essere antecedente a questa data.
Secondo la saga delle Orcadi i primi re norreni (norvegesi) medioevali discendevano dal re Fornjót che “regnò sul Gotland, che noi oggi conosciamo come Finlandia e Kvenland”. Il Hversu sostiene altresì che un discendente di Fornjót “governò su Gothland, Kvenland (Kænlandi) e Finlandia”.
Uno studio sul DNA degli scheletri preistorici di quattro individui dal Gotland dimostra che l’area è stata etnicamente interconnessa con la Finlandia ed il Kvenland durante la preistoria: “I cacciatori-raccoglitori mostrano grande somiglianza con i Finni dei nostri giorni” dice Pontus Skoglund, uno studioso di genetica dell’università di Uppsala, Svezia (v. qui).

Recenti scoperte archeologiche in Finlandia hanno enfatizzato ulteriormente gli stretti legami tra il Gotland e la moderna area della Finlandia, soprattutto durante le epoche preistoriche.
Nella primavera del 2013 è stata scoperta un’incisione su un pezzo d’argento, che si crede faccia parte di un fodero di spada, risalente al periodo merovingio (600-800) a Rautjärvi in Finlandia. L’origine del manufatto sembra essere il Gotland, basandosi sullo stile della decorazione. Secondo Jukka Luoto del museo della Karelia meridionale, “ciò indica che queste aree hanno avuto rapporti indipendenti, e conducevano commercio, con l’area del Gotland” (sta in: Yle News, “Amateur archaeologists have made huge discoveries during the springtime”, pubblicato il 4 giugno 2013 in finlandese, qui).

Che Fornjót ed i suoi seguaci più stretti, citati anche in altre saghe, fossero persone realmente esistite nella storia, è ancora un dibattito aperto. Kyösti Julku nota che non ci sono errori in ambito geografico nelle descrizioni della Orkneyinga saga. Si chiede, quindi, perché si debba arrivare a pensare che i popoli di cui si parla nei racconti non siano esistiti (sta in: Julku, Kyösti, Kvenland – Kainuunmaa; con riassunto in inglese: The Ancient Territory of Kainuu; Oulu, 1986).
Degno di nota anche il fatto che il pronipote di Fornjót, Snærr hinn gamli ovvero “il vecchio Neve”, viene citato brevemente nella Ynglingasaga in relazione alla Finlandia.
La Orkneyinga saga contiene una descrizione realistica di Nór, in viaggio dal Kvenland alla Norvegia. Basandosi sulla cronologia interna alla saga, questo sarebbe avvenuto intorno al sesto o settimo secolo, ma la datazione è insicura. Vengono però indicate chiaramente il Kvenland, la Finlandia ed il Gotland:

“ad est del golfo che si trova oltre il mar Bianco (Gandvík); che noi chiamiamo il golfo di Botnia (Helsingjabotn)”.

È corretto che nella saga si indichi il golfo di Botnia come “oltre” (ovvero “dall’altra parte” del’istmo tra i due mari) del mar Bianco. La saga non dice che il Kvenland era sulla costa, bensì a est del golfo.

Una localizzazione possibile del Kvenland e del cammino di Nór verso il fiordo di Trondheim. Da notare che il Kvenland potrebbe anche essere ugualmente situato in qualunque luogo ad est del golfo di Botnia. La localizzazione sulla mappa deriva dal luogo con i maggiori ritrovamenti archeologici. La maggior parte delle interpretazioni situano il Kvenland nell’area costiera settentrionale della baia di Botnia dove ci sono state minori ricerche archeologiche.
Nelle antiche saghe norrene si suggerisce che nell’814 il Kvenland copriva l’intera area della Fennoscandia.
Ecco come Nór ha cominciato il suo viaggio verso la Norvegia:
“ma Nor, suo fratello, attese finché la neve rimase sulle brughiere, così da poter viaggiare con le sue scarpe da neve. Uscì dal Kvenland e costeggiò il golfo, e giunse in quel luogo abitato da quegli uomini chiamati Sami (Lapponi); che è oltre il Finnmark” – N.B.: non è certo si tratti di un riferimento al popolo dei Sami o a qualche altro popolo. I Lapp, di base finnica, non appaiono in nessun’altra saga. Divenne un modo comune di riferirsi ai Sami solo successivamente alla saga, in epoca medioevale, ed i norvegesi non hanno mai realmente utilizzato questa denominazione -.
Dopo aver viaggiato per un po’, Nór era ancora “oltre il Finnmark”. Dopo una breve battaglia con il popolo Sami (Lapp), Nór continua:
“Ma Nor andò quindi ad ovest dei monti Kjolen e per lungo tempo non seppero nulla degli uomini, ma uccisero bestie e uccelli per nutrirsi, finché giunsero in un luogo dove i fiumi sgorgavano ad ovest delle montagne. Poi egli andò lungo le valli che si allungano a sud del fiordo. Quel fiordo è oggi chiamato Trondheim”.

Partendo in qualche luogo sulla costa orientale del golfo di Botnia, Nór andò tutt’intorno al golfo o sciò attraverso il golfo stesso – era inverno, ed il golfo poteva essere ghiacciato (v. mappa della Scandinavia di Olao Magno, 1539; dando per scontato che il golfo di Botnia ghiacciato fosse ancora tale nel 16° secolo, come descritto nella mappa, vedi sezione F).

Nór finì con l’attaccare l’area intorno a Trondheim nella Norvegia centrale e più tardi il distretto del lago a sud, conquistando il paese e unendolo sotto il suo regno. Non c’è più alcun riferimento al Kvenland. Ancora una volta, solo una manciata di parole è stata riservata al Kvenland, più che altro per dire dov’era.
Il viaggio di Nór dal Kvenland alla Norvegia non è presente nel Hversu. In realtà. il Hversu non cita neanche che Nór proveniva dal Kvenland, indicando solo che “Norr aveva compiuto grandi battaglie ad ovest del Keel”. Il viaggio può esser stato recuperato da qualche altro contesto o aggiunto alla Orkneyinga saga in una fase successiva da un autore sconosciuto che voleva rendere la saga più avventurosa. Comunque, il conflitto stesso tra i Kvens ed i norvegesi rimane un episodio, come verificato da Ohthere, anche se non sarebbe andato a finire con la conquista della Norvegia.

Posted in analysis, anthropology, books, history & the past, literature, north, society, traduzione | Tagged , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Dallo Smörgåsbord all’i-Umlaut, e oltre… [I parte]

smörrebröd

Lo Smörgåsbord è un pasto tipicamente scandinavo, servito a buffet, con molti piatti caldi e freddi e cibi diversi. In Norvegia è chiamato koldtbord, in Danimarca det kolde bord (“tavola fredda”), in Islanda hlaðborð, in Finlandia seisova pöytä, in Estonia rootsi laud, a Latvia aukstais galds, in Lituania švediškas stalas ed in Croazia švedski stol (letteralmente, “tavola svedese”); in Germania kaltes Buffet e in Polonia szwedzki stól (come in Croazia).

Lo smörgåsbord è tipicamente svedese, dove è chiamato smörrebröd, ed è diventato famoso in tutto il mondo a seguito della fiera mondiale del 1939 tenutasi a New York, quando fu offerto al ristorante Three Crowns Restaurant del padiglione svedese.
È un pasto tipico delle festività e gli ospiti possono servirsi da soli, e c’è una vastissima scelta di piatti.

La parola svedese consiste delle parole smörgås, che sarebbe un sandwich aperto, con il condimento “rivolto verso l’alto”, e bord (tavola). Smörgås a sua volta è formato dalle parole smör (“burro”, imparentato con l’inglese smear) e gås, che letteralmente corrisponde all’inglese goose (“oca”), ma in epoche più tarde si riferiva ai piccoli pezzi di burro che si formavano sulla superficie e galleggiavano sulla panna quando appunto si faceva il burro (v. qui). Questi pezzi ricordavano ai vecchi contadini svedesi il grasso d’oca che saliva in superficie. I piccoli pezzi di burro erano proprio della forma giusta da mettere sul pane, così smörgås veniva utilizzato per indicare il pane imburrato. In Svezia, breda smörgåsar (imburrare i sandwich aperti) è un verbo utilizzato sin dal 16° secolo.

In inglese e in altre lingue scandinave la parola smörgåsbord (in inglese anche scritta senza segni diacritici smorgasbord) si riferisce semplicemente ad un buffet con una gran varietà di piatti, che può anche non avere alcun riferimento alla tradizione natalizia svedese.

Bisogna sottolineare però una differenza: non bisogna confondere, come a volte si fa, il nostro smörgåsbord con il danese smørrebrød. Quest’ultimo infatti, smør og brød, pane e burro, solitamente consiste di un pezzo di pane di segale (rugbrød, come l’inglese rye bread) imburrato. Un pane denso, marrone scuro. Il pålæg, il condimento, può essere un insaccato, un salume, carne, pesce, formaggio o salse.
Il pane è un elemento molto importante nella tavola scandinava, in particolare il rugbrød, che è realizzato con lievito madre ed è molto simile allo svedese smörgås.

In epoca medioevale, fette spesse di pane, chiamate tranches (francese del tardo 15° secolo), o, nella parola derivata in inglese trenchers, erano utilizzate come piatti (Adamson, Melitta Weiss, Regional Cuisines of Medieval Europe: A Book of Essays; Routledge, New York, 2002). Alla fine del pasto, il commensale mangiava la fetta di pane impregnata di cibo – un po’ come la nostra “scarpetta” – e da qui l’espressione trencherman.

Trencher, sostantivo: “piatto da portata su cui tagliare la carne”, risale al 1300 circa, dall’anglo-francese trenchour, antico francese settentrionale trencheor, letteralmente “un posto dove tagliare”, dal francone trenchier “tagliare, intagliare, fare a fette”. Vedi trench.
Trench, sostantivo (tardo 14° secolo): “segnare un taglio attraverso il legno”, più tardo “fossato lungo e stretto” (tardo 15° secolo), dal francone trenche “una fetta, un taglio, uno squarcio, uno spacco” (13° secolo, francese moderno tranche), da trenchier “tagliare, intagliare, fare a fette”, probabilmente dal latino volgare *trincare, dal latino truncare “tagliare o fare a pezzi” (v. inglese truncate: tardo 15° secolo; dal latino truncatus “tagliato”, participio passato di truncare “mutilare, tagliare” da truncus “mutilato, tagliato, privato di rami o arti”; vedi inglese trunk (metà del 15° secolo) “scatola, contenitore”, dal francone tronc “la scatola delle anime in una chiesa”, e anche “tronco di un albero, tronco del corpo umano, blocco di legno” (12° secolo), dal latino truncus “tronco di un albero, tronco del corpo” di origine incerta, forse in origine “mutilato, tagliato”. Il significato “scatola, contenitore” sembra derivare dalla concezione del corpo come una “scatola” per gli organi. L’inglese ha acquisito i significati di “asse principale di un albero” e “torso del corpo” dal francone nel tardo 15° secolo. Il significato di “vano bagagli di un veicolo a motore” è del 1930.
Abbiamo visto che trencher è anche imparentato con trench, sostantivo, che oggi sta anche ad indicare la giacca. Con questo significato è stato registrato per la prima volta nel 1916, un tipo di giacca indossata dagli ufficiali inglesi nelle trincee durante la Prima Guerra Mondiale.

Il trencher, prima di assumere significato di piatto (di metallo o di legno) era quel pezzo di pane utilizzato per assorbire la salsa a fine pasto, ma era più spesso dato ai poveri come elemosina.

La parola smörgåsbord è entrata nella lingua inglese come uso comune nel 1893, con il significato di “tavola di burro d’oca”, e che smörgås, “fetta di pane e burro”, è un composto di smör “burro” e gås “oca”.
Smör è imparentato con l’inglese smear, dall’antico inglese smeriansmierwan “ungere o strofinare con grasso, olio, etc.”, dal protogermanico *smerwjan “spargere il grasso su” (affine al norreno smyria “ungere, strofinare con un unguento”, danese smøre, svedese smörja, olandese smeren, antico alto tedesco smirwen “applicare un balsamo, spalmare”, tedesco schmieren; norreno smör “burro”), dal protoindoeuropeo *smeru- “grasso” (imparentato con il greco myron “unguento”, “balsamo”, l’antico irlandese smi(u)r “midollo”, antico inglese smeoru “grasso, lubrificante, unguento, sego, lardo, grasso di rognone”, lituano smarsas “grasso”).

Gås ha la stessa radice germanica che ha prodotto l’inglese goose, sostantivo: “a large waterfowl proverbially noted, I know not why, for foolishness” (Johnson); dall’antico inglese gos, dal protogermanico *gans- “oca” (imparentato con l’antico frisone gos, il norreno gas, l’antico alto tedesco gans, il tedesco Gans), dal protoindoeuropeo *ghans- (imparentato con il sanscrito hamsah (maschile), hansi (femminile) “oca”, “cigno”; greco khen, latino anser, polacco gęś, lituano zasis, antico irlandese geiss “cigno”, probabilmente come suono onomatopeico imitativo del verso dell’animale.
Anche lo spagnolo ganso (“oca”) deriva dal germanico: la perdita della “n” è normale prima della “s”.
Interessantissima, e basilare per chiunque studi filologia germanica e la storia della lingua inglese, è la “storia” del plurale irregolare goose / geese (“oca” / “oche”).

Questa differenza tra singolare e plurale sta in una “regola” o meglio in una modifica che viene definita metafonia o, in inglese, i-mutation (conosciuta anche come i-umlaut), che sostanzialmente consiste nel fenomeno per cui le vocali posteriori si spostano in avanti per influsso di una [i] successiva, esistente in passato (oggi non è detto che sia più visibile):

triangolo delle vocali

L’antico inglese mostra alcuni sviluppi fonetici a sé stanti, se confrontato con altre lingue del gruppo germanico. I dittonghi del protogermanico ad esempio sono stati tutti cambiati in antico inglese. Ad esempio, il protogermanico ai è diventato ā in antico inglese, cosicché l’antico inglese ha stānhām mentre il gotico ha stainshaims, rispettivamente “pietra” e “villaggio”.
E il protogermanico au è diventato l’antico inglese ēa, cosicché l’antico inglese ha drēam mentre il norreno ha draumr (inglese moderno dream, “sogno”), e bēam mentre il tedesco ha Baum (“albero”, “palo”), e ēare mentre il gotico ha ausō (“orecchio”; inglese moderno ear).
Nell’antico inglese preistorico sono avvenuti numerosi cambiamenti dovuti alla combinazione dei suoni. Quello con gli effetti più a lungo termine è la front mutation, appunto l’i-umlaut.
Si tratta di una serie di cambiamenti vocalici che hanno avuto luogo in presenza di una iīj nella sillaba successiva.
Conseguentemente, la i, la ī o la j sono scomparse, o sono state modificate in e. La presenza originaria di quelle vocali può essere stabilita esaminando le parole imparentate di altre lingue. Ad esempio, dipende proprio dall’anteriorizzazione la differenza nelle vocali tra le parole imparentate doledeal. In antico inglese esse sono dāl (“porzione”) e dælan (“dividere”, “distribuire”), e la æ è dovuta all’anteriorizzazione: ciò diviene chiaro se si guarda alle corrispondenti parole in gotico, che sono dailsdailjan.
L’antico inglese dælan è un verbo debole, ed è normale per le vocali nella radice dei verbi deboli in antico inglese mostrare l’anteriorizzazione. I verbi deboli venivano formati in due modi principali: c’erano i verbi denominativi (formati da sostantivi o aggettivi) e i verbi causali (formati dai verbi forti). L’antico inglese dælan è un esempio di verbo denominativo, formato dal sostantivo dāl. I verbi causali erano formati a partire dalla radice del passato singolare dei verbi forti.
Il verbo forte rīsan corrisponde all’inglese moderno (to) rise, ed il corrispondente verbo causale è ræran (“che causa la crescita”, “impennare”). Il singolare del tempo passato del protogermanico era *rais- (antico inglese rās “cresciuto”), e da questo si formò il verbo causale *raisján. L’accento era alla fine, così per la Legge di Verner divenne *raizján.
Nel germanico occidentale, il protogermanico [z] divenne [r], così la forma preistorica in antico inglese fu *rārjan, che per anteriorizzazione divenne *ræran.
La i-umlaut è normale in tutte le forme dei verbi deboli. Il loro infinito veniva creato con il suffisso *-jan, e le varie altre declinazioni contenevano ij.

Ad esempio, nell’antico inglese preistorico, la desinenza della terza persona singolare del passato era *-iÞ, cosicché “he divides” (“egli divide”) era dāliÞ. La i ha causato l’anteriorizzazione della ā, e la stessa si è trasformata in e. Questa e è andata perduta in alcune varietà di antico inglese, cosicché le forme registrate per la parola sono dæleÞdælÞ.

L’anteriorizzazione è causata primariamente dall’abitudine, insita nell’essere umano, della pigrizia: percorrere la minor distanza tra due punti.
Così, dopo centinaia di anni, la maggior parte dei suffissi vocalici dell’antico inglese si sono persi, ma il loro effetto è rimasto e in alcuni casi si fa sentire ancora. Alcune tra le diverse parole in cui si può ancora trovare testimonianza della i-mutation sono:
– sostantivi astratti formati a partire da aggettivi, aggiungendo -ithfoult-filthhale-healthlong-lenghtslow-slothstrong-strengthwide-widthdeep-depth;
– verbi formati a partire da radici di sostantivi o aggettivi, aggiungendo -jandoom-deem, food-feedtale-tellfull-fillblood-bleedhale-heal;
– verbi causali formati dal preterito di verbi forti, aggiungendo -jandrank-drenchlie-layrose-raisesat-setdrove-driveFell-fell è un altro esempio, sebbene apparentemente non ovvio 🙂
– i plurali dei sostantivi in -izman-menfoot-feettooth-teethgoose-geeselouse-licemouse-mice. Insieme a woman-women (derivati da wif-man) questi sono gli unici ad essere sopravvissuti per questa classe, che in antico inglese era molto più numerosa ed includeva i progenitori dei moderni bookgoatfriend, che oggi sono ormai passati dall’altra parte della barricata e hanno come la maggior parte delle parole il plurale regolare in -s;
– comparativi in -irold-elderlate-latter.

La i-umlaut si trasforma in un aggettivo formato da un sostantivo aggiungendo -ish, in almeno un caso importante: English (antico inglese Englisc) dal popolo chiamato Angles.

Il cambiamento da ā ad æ era un movimento verso una vocale più vicina e più frontale, e questa è la direzione generale dei cambiamenti causati dall’anteriorizzazione: era ovviamente un tipo di assimilazione che colpiva le vocali che si spostavano in un luogo di articolazione (nella bocca, nel palato) più vicino a quello della vocale successiva o della j.
Così ū divenne anteriorizzata (metafonia palatale ū > y), e questo è il cambiamento che sta alla base delle diverse vocali di mousemice, che si sono sviluppate regolarmente dall’antico inglese mūsmys; la forma plurale in origine era *mūsiz, ma la i fece sì che la ū divenisse y: così la parte finale *-iz andò perduta, dando all’antico inglese il plurale mys.
Similmente, la metafonia fece sì che la u breve divenisse y: questo cambiamento si riflette nelle diverse vocali di fullfill, che in antico inglese erano fullfyllan (dal precedente *fulljan).
In alcune posizioni, una u non modificata nell’antico inglese preistorico si è sviluppata in o; alcune volte, perciò, abbiamo un contrasto tra la o immutata e la modificata, come nelle parole goldgyldan (“gold” e “(to) gild”).
Altre coppie di parole che illustrano la metafonia di y sono antico inglese foxfyxen (“fox” e “vixen”), cnottacnyttan (“a knot” e “(to) tie, knot”); lustlystan (“pleasure, desire” e “(to) please).

La metafonia ha cambiato la ō in ē e questo è alla base delle diverse vocali di food (antico inglese fōd) e (to) feed (antico inglese fēdan). Altre coppie nell’inglese moderno sono doomdeemtooth teeth, e appunto goose geese.
Anche se la ō è stata metafonizzata sin dai tempi dell’antico inglese, spesso abbiamo ancora lo spelling con oo, il che mostra che un tempo la vocale era lunga.
Infine, la metafonia ha modificato la a breve, la æo, tutte divenute e; coppie in inglese moderno illustrano questa modifica includono manmenwanderwendCanterburyKentlonglengthtaletellstraightstretch.
La metafonia ha realizzato numerosi cambiamenti nella pronuncia della lingua inglese. Ma non bisogna fare confusione, ad esempio, tra coppie come footfeet, in cui la differenza vocalica è causata dall’anteriorizzazione nell’antico inglese delle origini, con coppie come singsang, in cui la differenza va direttamente al sistema di gradazione vocalica del protoindoeuropeo.

[continua…]

Posted in cucina, Culture, filologia, filologia germanica, literature, myself, north, reflection, society, svedese, Svenska, thinking, traduzione, translation | Tagged , , , , , , , , , , , , , , | 2 Comments

Grimorio

grimorio

Ho un problema esistenziale. Punto fermo numero uno: la cultura europea occidentale ha sempre teso a ricondurre tutto all’impero, ai romani, ergo al latino. Sigh. La cultura in generale ha teso a nascondere la verità e a rendere verità ciò che più faceva comodo.
Ora.
Sono giorni che analizzo l’etimologia di grimorio (resa italiana assolutamente inaccettabile, imho). Riprendiamo l’etimologia dell’inglese grimoire. Chiara origine francese.
Dizionario etimologico: “manuale per maghi per invocare i demoni”. Parola entrata nella lingua inglese nel 1849, dal francese (!) grimoire, alterazione da grammaire, grammatica).
Grammaire: parola entrata nella lingua agli inizi del 14° secolo (tardo 12° nei cognomi). Dall’antico francese gramaire (imparare, specialmente latino e filologia) = grammatica, incantesimi (di magia), formule magiche. Adozione irregolare, semi-popolare, in antico inglese, del latino grammatica, dal greco grammatike tekhne = arte delle lettere, con un significato sia in riferimento alla filologia che alla letteratura nel senso più ampio, aggettivo femminile da gramma = lettera, dalla radice di graphein = disegnare o scrivere (v. grafia). La parola per tutto questo in antico inglese era stæfcræft (v. staff, sostantivo).
La forma grammaticale della parola è del tardo 14° secolo. La restrizione nel significato relativa solo alle “regole del linguaggio” è uno sviluppo post-classico, ma intesa come questo tipo di studio il suo utilizzo era limitato, fino al 16° secolo, al latino (il sostantivo in medio inglese gramarye significava “imparare in generale, la conoscenza peculiare delle classi istruite” – primi anni del 14° secolo -, il che includeva l’astrologia e la magia; da qui il significato secondario di “conoscenza occulta” (tardo 15° secolo), con l’evoluzione in scozzese nella parola glamor.
Come sempre succede nella filologia e nell’etimologia, lasciamoci trasportare.

Glamor sta ovviamente per glamour, sostantivo. Entrato nella lingua inglese nel 1720, dallo scozzese appunto, con il significato di “magia, incanto” (specialmente in una frase relativa al “lanciare un incantesimo”), variante dello scozzese gramarye = magia, incanto, incantesimo, formula magica, alterazione dell’inglese grammar, con un significato medioevale di “qualunque tipo di saggezza, specialmente in ambito di apprendimento occulto”, quest’ultimo significato attestato all’incirca dal 1500 in inglese ma sembra esser stato più comune nel latino medioevale. Reso popolare dalle opere di Sir Walter Scott, aveva come significato “magica bellezza, eleganza che attira”, registrato per la prima volta nel supplemento del 1825 di Jamieson all’Etymological Dictionary of the Scottish Language, in cui c’è scritto che chi ha il dono del “glamour” ha il potere dell’incantesimo; metaforicamente applicato al fascino delle donne. L’edizione originale del Jamieson (1808) guarda all’antico norreno per la fonte della parola. E infatti il dizionario di antico islandese di Zoega ha il lemma glám-sýni = illusione.
Sintesi: per me la parola grimoire non c’entra un tubo con “grammatica”.

Piuttosto, l’origine sarebbe da ricercare nell’antico inglese grimm: feroce, crudele, selvaggio, doloroso, dal protogermanico *grimmaz (v. antico sassone, antico frisone, antico alto tedesco e tedesco grimm, antico norreno grimmr, svedese grym), dal protoindoeuropeo *ghrem- “arrabbiato, furioso”, forse con imitazione onomatopeica del suono del tuono urlante (cfr. greco khremizein = nitrire, antico slavo vuzgrimeti = tuonare, russo gremet = tuono).
Oggi grim è una parola molto più debole rispetto al valore che aveva tempo fa: il senso dei lemmi inglesi dreary e gloomy, registrati per la prima volta nel tardo 12° secolo. In antico inglese era anche una forma verbale, grimman (verbo forte di terza classe; con passato gramm e participio passato grummen). In antico inglese esisteva anche grima = goblin, spettro, forse anche in precedenza nome proprio o sicuramente un nome-attributo di una divinità, da cui l’utilizzo come elemento in toponimi e cognomi [un esempio per tutti anche in Italia, un cognome abbastanza diffuso, con varianti, alterati e derivati: Grimaldi. Il De Felice sostiene essere di origine germanica < Grimaldo, forma già attestata per il re longobardo Grimoald(us). L’esito divenne comune dall’8° secolo, oltre che per l’esito Grimoald(us) anche per le forme Grimaldus prima e Grimoldus dopo. Il primigenio nome germanico – costituito da *grima(n) nel senso di elmo con celata, maschera da combattimento, e dalla forma *waldaz = potente, principe, capo: il significato globale è quindi quello di “potente con l’elmo”, o meglio ancora di “condottiero munito di elmo”, e ha successivamente risentito di influssi longobardi e sassoni – v. la forma Grimoldi – e successivamente francesi e provenzali: Grimaud, Grimaut, Grimault, Grimald. Questo per dire che il condottiero con l’elmo era come uno spettro. Inoltre, in norvegese esiste il nome femminile Grima: le persone con questo nome hanno un profondo desiderio interiore di utilizzare le loro abilità di leadership, e hanno una forte indipendenza – come un condottiero, no?!].

Grimorio
La parola grimoire è sicuramente legata, in qualche modo che ancora mi sfugge, alla filologia ed etimologia che risale alla parola francone grima = maschera, stregone, anche all’origine della parola inglese grimace [attestata per la prima volta in lingua inglese come verbo nel 1762 e come sostantivo nel 1650, dal francese grimace, dal medio francese grimache, dall’antico francese grimuce = viso grottesco, brutto muso, probabilmente dal francone – cfr. antico sassone grima = maschera di un viso, antico inglese grima = maschera, elmetto, dalla stessa radice germanica di grim (aggettivo). Con il suffisso peggiorativo -azo (dal latino -aceus).
In inglese è inoltre attestato grim reaper = tristo mietitore (la figura della morte) come modo figurativo per indicare la morte nel 1847 (l’associazione di grim – truce – e death risale almeno al 17° secolo). Interessante notare che un’espressione in medio inglese per “ricorrere a misure severe” era “to wend the grim tooth” dei primi anni del 13° secolo (qualcosa come “muovere il dente che duole”).
Gramayre, inglese arcaico, sta per “insegnamento mistico”. Glamer, scozzese arcaico, indica l’influsso visivo di un incantesimo, che fa sì che gli individui vengano visti in modo diverso da ciò che realmente sono. Da qui, “to cast a glamer” ovvero lanciare un incantesimo è causare un inganno visivo, un’illusione.
Cos’altro è un grimorio se non un libro per cui i “condottieri”, più colti e che conoscono le arti antiche, possono creare magie?

Posted in analysis, anthropology, Culture, filologia, filologia germanica, folklore, history & the past, north, reflection | Tagged , , , , , , , , , | Leave a comment

Tilberi

tilberi

tilberi

Il tilberisnakkur è una creatura del folklore islandese creata dalle streghe per rubare il latte. Solo le donne possono crearlo e possederlo.
I due termini sono varianti regionali: entrambi sono usati nell’Islanda orientale, tilberi a nord e snakkur a sud e nell’ovest. Non ci sono citazioni scritte su queste creature prima del 17° secolo, e tuttavia lo scrittore del 17° secolo che ne parla racconta anche di una strega che è stata punita per averne uno nel 1500.

Per creare un tilberi, una donna deve rubare una costola da un cadavere sotterrato da poco, al mattino presto la giornata di Pentecoste, avvolgerci intorno della lana grigia – rubata anch’essa per questo scopo – (a volte è specificato che la lana va presa dalle spalle di una pecora vedova, subito dopo che la sua lana è stata rasata) e lo mantiene tra i suoi seni. Le tre domeniche successive dopo la comunione lei sputa il vino santificato sul fuso creatosi, che diventerà volta dopo volta sempre più vivo e sempre più grande. Poi lascerà che esso le succhi la parte interna della coscia, lasciando così che cresca come farebbe una verruca.

Ora la donna può mandare il tilberi in giro a succhiare latte da altre mucche e pecore. Tornerà e dalla finestra griderà “Fullur beli, mamma!” (“Pancia piena, mamma!”) o “Togli il coperchio alla zangola, mammina!” e dopo avergli risposto “Láttu þá lossa sonur!” (“Lascialo andare, figlio!”) vomiterà il latte rubato nella zangola per il burro della donna.
Per succhiare il latte dalla mammella dell’animale, esso salterà sulla sua schiena e si allungherà per raggiungere la mammella verso il basso; in alcune versioni si dice che sia capace di raggiungere il basso da entrambi i lati e succhiare da due mammelle alla volta.
La mastite nelle mucche era tradizionalmente attribuita ai tilberi e fino al 19° secolo gli animali venivano protetti facendo il segno della croce sulle mammelle e sulla groppa posteriore e poggiando un libro di preghiere sulla spina dorsale.
Il burro ottenuto dal latte rubato da un tilberi, il tilberasmjör, si aggregherà come se fosse cagliato o addirittura si scioglierà in schiuma se su di esso si fa il segno della croce o il simbolo smjörhnútur, il “nodo del burro”, il segno magico.

tilberi1

Il tilberi inoltre, occasionalmente ruba la lana messa fuori ad asciugare dopo la tosatura ed il lavaggio; la avvolge intorno a se stesso per formare una palla gigante che si muove.

Se la donna ha un bambino ed il tilberi riesce a raggiungere il suo seno pieno di latte, lei è a rischio di essere succhiata fino alla morte.
Il metodo tradizionale per liberarsi di un tilberi è mandarlo su per le montagne sui pascoli ordinandogli di raccogliere tutti gli agnelli caduti; gli si dice o tutti quelli di tre pascoli o di raccogliere gli agnelli in tre gruppi. Il tilberi lavorerà fino a morirne, o morirà perché essendo una creatura malvagia non può sopportare il numero tre.
Nei pascoli rimarrà solo l’osso umano, per terra.

Il tilberi è molto veloce, ma quando viene cacciato si crede che corra a casa da sua madre e si nasconda sotto le sue gonne; la sua sottoveste viene legata o cucita da sotto e la madre e la creatura muoiono o bruciate o annegate, insieme.

Nel 1580 una donna islandese fu arsa viva come una strega perché creò un tilberi.

Posted in analysis, anthropology, folklore, history & the past, north, society, traduzione | Tagged , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Burial Rites – un romanzo di Hannah Kent, nel nord dell’Islanda

Ora stavamo cavalcando per il nord d’Islanda, per l’isola che si lava nelle sue acque,
che ha il broncio nel suo oceano.
Cacciavamo le nostre ombre lungo le montagne.
[pag. 35]

Com’è detto nelle saghe, Opt er flagð i fögru skinni. Una strega spesso ha la pelle diafana.
[pag. 52]

Tutto iniziò con l’aurora boreale.
[pag. 142]

Lei conosce solo l’albero della vita. Non ha visto le sue radici intrecciate che mettono le zampe alle pietre e alle bare.
[pag. 178]

Blindur er bóklaus maður. Cieco è un uomo senza un libro.
[pag. 189]

case di torba in Islanda

case di torba in Islanda

Burial Rites di Hannah Kent. L’ultimo libro che ho letto dopo gli ultimi due anni passati a leggere prevalentemente saggi, tesi, libri da tradurre, enciclopedie, e libri di cucina.

Nelle prime ore del 14 marzo 1828 una serva chiamata Agnes Magnúsdóttir correva lungo una costa rocciosa dell’Islanda del nord. Illugastadir, la fattoria di torba dove viveva e lavorava, era in fiamme. Raggiunse l’abitato vicino, ne svegliò gli abitanti e raccontò che il contadino e suo datore di lavoro, Natan Ketilsson, ed il suo ospite, Petur Jonsson, stavano bruciando vivi. I vicini si recarono allora con Agnes ad Illugastadir, cercando di placare le fiamme.
Era troppo tardi. Man mano che faceva giorno sulle rovine fumose, i corpi di Natan e Petur furono trovati nei loro letti. Poi uno dei vicini scoprì ferite nei loro corpi e trovò tracce di sangue su ciò che rimaneva degli abiti nelle parti non ancora bruciate. Chiamò le autorità. Agnes sosteneva che l’incendio era un incidente. La serva che lavorava con lei, di 15 anni, ebbe un crollo e confessò che il figlio di un contadino della zona, chiamato Fridrik, aveva ucciso Natan, e suggerì che Agnes l’aveva convinto a farlo.
Meno di due anni dopo, il 12 gennaio 1830, Fridrik e Agnes furono decapitati.

“Ho sentito la storia di Agnes per la prima volta nel 2003, quando vivevo come studente Erasmus nel nord dell’Islanda. All’epoca ero profondamente sola e turbata dall’isolamento sociale che stavo vivendo come outsider non islandese in una comunità molto unita. Un giorno, guidando per una valle settentrionale particolarmente bella, chiesi alla famiglia che mi ospitava di quelle strane colline che si profilavano alla bocca della valle stessa. Mi fu detto che si trattava del sito dell’ultima esecuzione avvenuta in Islanda, e fu allora che mi venne raccontato il crimine di Agnes” (Hannah Kent, l’autrice).
“Chi può comprendere davvero per quale motivo certe storie giungono nella nostra vita in un momento cruciale? Perché alcune ci interessano mentre altre vengono presto dimenticate, e altre ancora, semplicemente nel momento in cui ci vengono raccontate, sono una freccia scoccata nei nostri cuori in modo tale che quasi vengono da questi trasfigurate? Forse vidi un frammento della mia alienazione specchiarsi nella storia dell’ostracismo nei confronti di Agnes. Le domande su Agnes erano continue e con una presenza quasi disturbante nella mia mente, da quel giorno e per molti anni ancora. Chi era questa donna, e perché la sua comunità era stata così vetriolica nel condannarla? Non fu la sua colpa a spiazzarmi, ma il modo in cui ella era stata spogliata della sua umanità e ridotta ad un mero stereotipo nelle fonti e nei racconti successivi da parte degli assassini. Volevo restituire ad Agnes l’ambiguità e la complessità che sicuramente possedeva, ma anche bandire la sua presenza dalla mia immaginazione. In questo modo, scrivere Burial Rites era sia un atto di restaurazione che un esorcismo”.

In Burial Rites, ambientato nel desolato paesaggio islandese, Hannah Kent porta in vita in modo molto vivo la storia di Agnes che, incolpata dell’assassinio del suo datore di lavoro, viene mandata in una fattoria isolata in attesa dell’esecuzione.
Terrorizzata alla prospettiva di ospitare un assassino condannato a morte, la famiglia nella fattoria in un primo momento evita Agnes. Solo Tóti, un prete che Agnes ha misteriosamente scelto come sua guida spirituale, cerca di comprenderla. Ma, man mano che la morte si avvicina, la moglie del fattore e le sue figlie apprendono che c’è un’altra faccia della medaglia della storia sensazionale che è stata loro raccontata.

Affascinante e ricca di poesia, la storia di Burial Rites (che io traduco “riti di sepoltura”, ma bisogna vedere come verrà poi intitolato il libro in italiano, per ora sembra edito da Piemme che ne ha acquistato i diritti di traduzione) evoca un’esistenza drammatica in un tempo e un’epoca lontani, e pone l’interrogativo: come può una donna sperare di sopravvivere quando la sua vita dipende dalle storie raccontate dagli altri?

“Quando diranno Agnes e vedranno il ragno, la strega intrappolata nella ragnatela del suo tessere che le fu fatale. Potranno vedere l’agnello circondato da corvi, che geme per la perduta madre. Ma non vedranno me. Io non sarò lì”.

mappa dei luoghi in Islanda

mappa dei luoghi in Islanda

12 gennaio 1830: l’ultimo esempio di pena capitale in Islanda, avvenuto quando Friðrik Sigurðsson e Agnes Magnúsdóttir furoo decapitati a Vatnsdalshólar a Húnavatnssýla, per l’assassinio di due uomini.
Sebbene spesso dipinta come “mostruosa”, come un’assassina a sangue freddo, un personaggio dalla spietatezza “alla Lady Macbeth” – la verità è che c’è scarsezza di informazioni reali su Agnes Magnúsdóttir. Mentre lo strumento per la sua esecuzione – una grossa ascia – è stata conservata, poco si sa della vita della donna condannata a morte, e decapitata pubblicamente (una terza persona era anche condannata: Sigriður Gudmundsdóttir, la cui sentenza fu successivamente trasformata in detenzione a vita).

“Dicono io debba morire. Dicono che ho rubato il respiro agli uomini, e ora loro devono rubare il mio”.

Burial Rites è il risultato di una ricerca decennale per scoprire cosa rimaneva della vita di Agnes Magnúsdóttir. Hannah Kent ha passato gli anni successivi al suo Erasmus in Islanda assorbita in un’intensa ricerca d’archivio, esaminando fonti primarie per rintracciare i passi di Agnes dalla sua nascita fino al luogo dove era stata sepolta. Kent ha chiamato il risultato una “biografia speculativa”, intreccio di fatti e finzione, e l’ha definito la sua “lettera d’amore oscura all’Islanda”.

Mentre Burial Rites presenta la domanda se la storia abbia mal interpretato Agnes, il romanzo non suscita la simpatia del lettore nei suoi confronti a tutti i costi. Tuttavia, offre un ritratto più empatico, a volte ambiguo, di una donna condannata, e il tentativo di comprendere quali circostanze abbiano potuto portarla alla condanna per plurimo assassinio.
Il risultato è un romanzo incredibilmente bello. La prosa di Kent è ricca, chiara, e rende l’atmosfera malinconica, a volte claustrofobica, dell’inverno islandese, e rende anche l’impellente esecuzione di Agnes tramite un linguaggio fortemente evocativo.
La stessa Agnes, in attesa della morte ed esiliata nella fattoria di un politico minore, emerge in modo vivido tra le pagine.

“Coloro che non sono trascinati a forza verso la propria morte non possono capire come diventa pesante e affilato il cuore, fino a quando non diventa un nido di roccia con solo un uovo vuoto all’interno di esso. Sono arida; nulla crescerà più da me. Sono il pesce secco che si asciuga nell’aria fredda. Sono l’uccello morto sulla riva. Sono arida, non sono sicura che sanguinerò quando mi trascineranno fuori per incontrare l’ascia. No, ho ancora calore, il mio sangue ulula ancora nelle mie vene, proprio come il vento, e scuote il nido vuoto e chiede dove sono andati tutti gli uccelli, dove sono andati?”

tomba di Agnes Magnúsdóttir

tomba di Agnes Magnúsdóttir

Kent scrive con una maturità gradevole, una profondità di emozioni che è adatta all’argomento trattato. Questa è la storia di una donna che affronta la sua morte imminente, una donna con una sola opportunità finale di dire la verità, e Kent cattura la disperazione, l’isolamento ed il dolore di Agnes con una chiarezza disarmante. Il libro è inframmezzato dei monologhi interiori di Agnes, e queste sezioni sono le più vivide; si viene immersi in una nube di dolore psicologico grezzo e puro e di immagini fortissime.

Sebbene passò tutta la propria vita come serva, e nel periodo della sua infanzia come orfana alla mercè della chiesa, ci sono motivi che suggeriscono che Agnes era anche intelligente e molto letterata. Ed è questa la versione di Agnes che Kent sceglie di rappresentare; sotto la crosta dura e coperta di ghiaccio di una donna silenziosa e oltraggiata, lei è avvincente, appassionata e astuta.

Mentre vive e lavora insieme a Jón Jónsson e la sua famiglia, cominciano ad emergere frammenti della storia di Agnes. Man mano che si confida con Tóti, il giovane prete incaricato di riconciliarla con il suo destino e con Dio, la versione degli eventi da parte della ragazza prende forma man mano che passano i restanti giorni della sua vita. Tramite questo graduale dispiegamento, Tóti e la famiglia giungono all’idea che la verità non è sempre dove si crede, dove sembra sia. Mentre sappiamo già come va a finire la storia di Agnes, è questo suggerimento di dissonanza tra l’opinione pubblica e la sua personale realtà che accende la tensione del romanzo. Burial Rites suggerisce che la verità spesso è aperta all’interpretazione, e raramente va dritta al punto come comunemente percepito. La paura, i pettegolezzi e l’odio si intrecciano dando l’idea che Agnes sia qualcosa di orrendo e ripugnante; un’opinione senza dubbio perpetrata dalla politica sociale, religiosa e sessuale dell’epoca.

Alla fine, il romanzo dipinge fedelmente la vita nell’Islanda del 19° secolo, poiché si immerge nel dettaglio storico con la narrativa. È chiara la cura per rappresentare accuratamente le condizioni di quel mondo, per ricostruire la cornice alla sua vita con quanta più integrità possibile. I “vuoti” negli archivi storici sono stati riempiti con la narrativa, che si incastra alla perfezione con il più ampio contesto di tempo e luogo, risultando in una storia che rispetta le proprie origini.

Non possiamo conoscere l’interezza della storia di Agnes Magnúsdóttir, ma Burial Rites ci chiede di ricordarla, se non di riconsiderare come la storia ha sepolto la sua vera verità con il suo corpo. Knutur Oskarsson, che ospitava Hannah Kent durante la stesura del romanzo e le ricerche, ha commentato “Credo che l’esecuzione di Agnes sia ancora una ferita non rimarginata per l’Islanda, nella storia d’Islanda”.

Burial Rites è un rispettoso e commovente riconoscimento di quella ferita; un ricordo che la voce di Agnes Magnúsdóttir una volta è esistita, anche se si è persa nella notte dei tempi.

Estratti (tradotti da me)

Il reverendo si sta sicuramente domandando com’è che eravamo l’uno con l’altra. Lo guardo e so che sta pensando a Natan e me, lasciando che il pensiero scivoli nella sua mente, assaporandolo, come un bambino succhia il midollo dall’osso. Lui potrebbe succhiare ugualmente una pietra.

Natan.

Come posso ricordare davvero il primo momento in cui l’ho incontrato, quando la mano che sentivo premere la mia era solamente una mano? È impossibile pensare a Natan come lo straniero che era, una volta, per me. Posso immaginare il modo in cui appariva, ricordare il tempo, e il gioco di luci sul suo viso ispido, ma quell’istante vergine è impossibile da catturare di nuovo. Non posso ricordare di non conoscere Natan. Non posso pensare cos’era non amarlo. Guardarlo e capire che avevo trovato ciò che non sapevo mi rendeva affamata. Una fame così profonda, così capace di spingermi nella notte, che mi terrificava.

Non mentii al reverendo. Quella notte di stelle e storie, e la calda pressione della sua mano sulla mia, avvenne esattamente come gli raccontai. Ma non raccontai a Tóti cosa avvenne quando i servi andarono a dormire. Non gli raccontai che María andò anche lei con loro, lanciandomi un’occhiataccia. Non dissi che ci lasciarono soli, e che Natan mi esortò a rimanere con lui nella penombra. Per parlare, egli disse. Solo per parlare.

“Dimmi chi sei, Agnes. Qui, fammi prendere la tua mano così che possa imparare un po’ di te.”

“Il peso delle sue dita sulle mie, come un uccellino che plana su un ramo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non capii che eravamo circondati da legna fin quando non avvertii che erano divampate le fiamme”.

Hannah Kent

Hannah Kent. Photograph: Nicholas Purcell
***tutte le traduzioni sono mie***
Posted in analysis, books, folklore, history & the past, literature, Nature, north, poetry, traduzione | Tagged , , , , , , | 2 Comments

kvæði, poesia e Eivør

Eivør

Eivør

Eivør è una cantante delle isole Faroe (Føroyar in lingua locale) che abita lì in un cottage a Gøta, e ha imparato a cantare dai suoi genitori e dai suoi nonni, la cui esperienza musicale ha radici nella Chain Dance (“ballo in cerchio”) che onora la memoria di un eroe norreno chiamato Trondur.

Il “ballo in cerchio” o ballo tondo era la forma coreografica dominante nell’antichità e largamente testimoniato dal Medioevo fino al Rinascimento. In area italiana si è conservato soprattutto in Sardegna, dove esistono numerose varianti modulari con diverse denominazioni (passu, passu torrau, dillu, dantza, bicchiri, tsoppu, etc.).
Su ballu tundu (detto anche semplicemente, per antonomasia, ballu) è una danza collettiva che vive della partecipazione e della relazione di un gruppo di balladores, i quali formano un corpo danzante organico e vivono ballando un evento fortemente condiviso al proprio interno.

La føroyskur dansur è il tradizionale “ballo in cerchio” delle isole Faroe, accompagnato dalle kvæði, le ballate faroesi.
Si tratta di un ballo in cerchio medioevale, che è sopravvissuto solo nelle isole Faroe, mentre in altre nazioni europee è stato proibito dalla chiesa a causa delle sue origini pagane. Viene tradizionalmente ballato in cerchio, ma quando alla danza partecipano molte persone solitamente queste oscillano tra l’interno e l’esterno del cerchio, entrando e uscendo con vari movimenti.

L’eroe norreno chiamato Trondur, cui è dedicato il ballo in cerchio che conoscono bene i familiari di Eivør, altro non è che il norreno Þrándr í Götu ovvero Tróndur í Gøtu (945-1035), un vichingo delle isole Faroe. Insieme a Sigmundur Brestisson egli è il personaggio principale della Føroyingasøga, la Saga dei Faroesi. Questa saga racconta la storia antica delle isole e l’arrivo del cristianesimo.

Il capitolo 3 della Saga narra che Tróndur aveva “una scioccante testa di capelli rossi, ed era lentigginoso e con lo sguardo truce”, caratteristiche tipiche del folklore faroese, e si dice che discenderebbe dalla figlia di Thorstan il Rosso.
Tróndur í Gøtu viveva sull’isola di Eysturoy, nella casa del padre Gøta, il quale prese il nome dal soprannome di Torbjørn Gøtuskegg. Inizialmente Tróndur e Thorlac si scontrarono a lungo per decidere chi avrebbe ereditato le proprietà. Dopo aver perso, Thorlac si trasferì a vivere nelle vicine isole con la moglie. Il capitolo 35 descrive in dettaglio tutti i fratelli che vivevano con Gøta, ed i rispettivi figli. Lo stesso capitolo spiega che Thorlac aveva due figli, Sigurd (uomo forte con lunghi capelli ricci) e Thord (chiamato “il basso”); la sorella di Tróndur ebbe un figlio noto come Geat “il rosso”.

Tróndur si oppose all’arrivo al cristianesimo nelle Faroe e pronunciò una maledizione contro di esso e contro Sigmundur, che lo promulgava. Questo è l’argomento principale di una poesia faroese scritta da Janus Djurhuus dal titolo Gandkvæði Tróndar.

Thousand Years of Christianity. Arrival of Christianity in the Faroe Islands - Tróndur í Gøtu

Thousand Years of Christianity. Arrival of Christianity in the Faroe Islands – Tróndur í Gøtu

Poems by Janus Djurhuus - Trónds chanting

Poems by Janus Djurhuus – Trónds chanting

Ecco il testo della poesia in faroese:

Gandkvæði Tróndar

Hevjið í homrum
Harðmælta kvæðIð,
Villu valkyrjur,
Vetrarins børn,
Tit mínar frælsu,
Froysandi hvirlur,
Føddar av ódn.

Hastið í hernað
Hamranmna døtur,
Vekið til veldis
Vilt glaðustrok;
Gravið frá grunni
Goysandi orrusturok.

Ramar eg risti
Rúnir, Ið rinda
Ravni ræ.
Sanna skal Sigmundur,
Tróndur trøllsterkur kvað.

Verjast skal valhøll,
Ið vølvur veittu
Miklum norðlanda monnum til mið.
Eydnast at inna
Ei skal Signumdi
Eystlanda sið.

Fjallfríðu Føroyar,
Ramasta rúnin,
Ritað av gudum
Um einstakra rætt!
Trygdareið Tróndur
Hann treystligt at verja
Svór síni ætt.

Hevjið í homrum
Harðmælta kvæðIð,
Villu valkyrjur
Veiti mær vørn.
Fram móti Sigmundi
Skip hansar sorandi,
Land honum forðandi,
Fram móti kristni
Kirkjurnar brótandi,
Tróndur til Tórs og til Óðins er blótandi,
Høgt kvøður heiðin ørn.

——————————————————-

Trónd’s Magical Chantings
(I cori magici di Trónd)

Raise the roar
of rage from the rocks,
wild valkyries
from winter born,
fly my freeborn
furious whirlwinds,
born in the storm.

Ride in rage
daughters of rocks,
wake up the wildest
waves of the sea,
raise from the sea-beds
raving madness and fear.

I carve ruthless
runes that reach
the ravens rape.
Sigmund shall suffer,
Trond the sorcerer sang.

Stand up for Valhall,
granted by gods,
to the great Norsemen as ultimate bait.
Sigmund shall never
succeed to impose
the East-landers faith.

Mountainous Faeroes
the ranciest runes
written by gods
about human rights!
Oath of allegiance
Trond made in truth
for all in his sight

Raise the roaring
rage from the rocks,
wild valkyries
protect my rights.
Storm against Sigmund,
ship wreck his vessels,
keep him from land.
Storm Christianity,
churches and vanity,
Trond prays for Thor’s and Odin’s insanity,
the heathen eagle fares high.

http://www.taranta.it/ballos.html

http://waffles.roflforum.net/t51-gandkvaei-trondar

Posted in Culture, folklore, literature, Music, north, poetry, translation | 3 Comments