Kvenland

Kvenland, conosciuta come Cwenland o Kænland o termini simili nelle fonti medioevali, è un antico nome per un’area nella Fennoscandia e in Scandinavia.
Kvenland, in questo o in una pronuncia simile, è conosciuto da un racconto in antico inglese scritto nel nono secolo, che utilizzava le informazioni fornite dall’avventuriero e viaggiatore norvegese chiamato Ohthere, Ottar fra Hålogaland, un marinaio norvegese di epoca vichinga conosciuto solo per il racconto dei suoi viaggi al re Alfredo (871-99) del regno anglosassone del Wessex intorno all’anno 890. Il suo racconto fu incorporato in una versione anglosassone, o in antico inglese, di un libro latino scritto nel 5° secolo da Paolo Orosio, chiamato Historiarum Adversum Paganos Libri VII, o “Sette Libri di Storia contro i Pagani”. La versione in antico inglese di questo libro si pensa sia stata scritta nel Wessex all’epoca in cui re Alfred viveva o subito dopo la sua morte, in quanto la copia sopravvissuta più antica è attribuita al medesimo luogo e alla stessa epoca.
Nel suo racconto, Ohthere racconta che la sua madrepatria era Halgoland, o Hålogaland, dove viveva “più a nord di tutti i norvegesi… [in quanto] nessuno [viveva] a nord di lui” [Thorpe, 1900, pp. 249–253].
Ohthere parla dei suoi viaggi a nord del mar Bianco, a sud della Danimarca, descrivendo entrambi con numerosi dettagli. Parla anche dello Sweoland (Svezia centrale), dei Sami (o Finni), e di due popoli chiamati i Cwenas, che vivono nel Cwenaland, a nord degli svedesi, e dei Beormas, che ha scoperto vivevano vicino il mar Bianco. Ohthere racconta che i Beormas parlano una lingua imparentata con quella dei Sami.
La storia di Ohthere è la prima fonte scritta conosciuta per il termine Danimarca (dena mearc) e probabilmente anche per Norvegia (norðweg).

Altre fonti per il Kvenland sono nordiche, prevalentemente islandesi, e probabilmente anche un’altra fonte scritta nell’area norvegese.

Sin dal 17° secolo la maggior parte degli storici hanno considerato che il cuore, l’epicentro dell’antica Kvenland, in particolare nel periodo medioevale più tardo, fosse intorno e vicino il golfo di Botnia, prevalentemente nell’odierna regione svedese del Norrbotten e in quella finlandese dell’Ostrobothnia. Il nome tradizionale sia in finlandese orientale che sami settentrionale per quest’area era Kainuu (il nome in Sami con uno spelling leggermente diverso). Così è stato suggerito che il nome scandinavo Kvenland ed il nome finnico Kainuu condividano le stesse radici etimologiche.

Un avventuriero e navigatore inglese chiamato Ohthere visitò l’Inghilterra intorno all’anno 890. Il re Alfredo di Wessex gli fece scrivere delle storie, e le incluse nella sua versione in antico inglese della storia del mondo, scritta dall’autore romano-ispanico Orosio. La storia di Ohthere contiene l’unica descrizione del Kvenland sopravvissuta dal nono secolo:

“[Ohthere] diceva che la terra dei Norðmanna (“i norvegesi”) era molto lunga e molto stretta… e ad est vi erano montagne selvagge, parallele alla terra coltivata. I Finni abitavano queste montagne… Poi lungo queste terre, a sud, dall’altro lato della montagna (sic), è la Svezia …e lungo quella terra verso nord, il Cwenaland. I Cwenas a volte depredavano gli uomini del nord; ci sono molti laghi d’acqua fresca tra le montagne (dato il contesto, geond, con una possibile variazione di significati come “attraverso”, “oltre” e “lontano quanto”, viene reso meglio con “tra”; e moras, con una possibile variazione di significati che vanno da “brughiera”, “landa” a “montagne”, viene resa meglio come “montagne”, sebbene si possa intendere anche brughiera. La parola mór [] m (-es/-as) utilizzata nel testo originale può essere tradotta in inglese moderno come moormorassswamphillmountain), e i Kvens portano le loro navi oltre la terra nelle montagne, e da qui depredano gli uomini del nord; essi hanno navi molto piccole, e molto leggere”.

Come enfatizzato dal testo stesso, il racconto di Ohthere era un racconto orale, fatto al re Alfredo, e la sezione che narra di Kvenland è lunga solo due frasi. Le informazioni che Ohthere aveva sui Kvens potrebbero essere state di seconda mano in quanto, contrariamente agli altri suoi racconti, Ohthere non sottolinea alcun coinvolgimento personale.
Il metodo di Ohthere per localizzare il Kvenland può essere interpretato nel senso che il Kvenland era situato al centro e intorno alla parte settentrionale della Svezia attuale, e anche a metà della parte occidentale della Finlandia attuale, considerando anche l’utilizzo della bussola vichinga. Altre fonti più tarde chiamano i territori adiacenti alla parte settentrionale della Norvegia “Finnmark” (ad esempio la Saga di Egil).

I “Finni” di Ohthere possono essere un riferimento al popolo Sami, ma non tutti gli storici concordano. Sebbene Ohthere non dia alcun nome all’area in cui i Finni vivevano, egli ne descrive la vita e non fa menzione dei Kvens. Precedentemente nel testo Ohthere dice che “quella terra è molto lontana a nord da lì, ma è tutta abbandonata, tranne in alcuni luoghi, che sono quelli dove si sono stabiliti, qua e là, i Finni”.
Ohthere cita inoltre gli “ampi laghi d’acqua fresca” e che le barche dei Kvens sono di grande interesse. Si dice che i laghi siano “tra le montagne”: le parole utilizzate nel testo sono geond Þa moras. Qui Ohthere può far riferimento alla regione dei laghi della Norvegia settentrionale, a cui si fa riferimento anche nella Orkneyinga saga. In questo modo, il riferimento avrebbe dovuto includere anche il lago Mjøsa, un’area conosciuta per esser stata abitata in quell’epoca: la Orkneyinga saga racconta di come gli abitanti della zona fossero attaccati da uomini provenienti dal Kvenland (“Eftir þat fór hann af Kvenlandi ok fyrir innan hafsbotninn, ok kómu þar, er þeir menn váru, er Lappir heita; þat er á bak Finnmörk. En Lappir vildu banna þeim yfirför, ok tókst þar bardagi, ok sá kraftr ok fjölkynngi fylgdi þeim Nór, at óvinir þeira urðu at gjalti, þegar þeir heyrðu heróp ok sá vápnum brugðit, ok lögðu Lappir á flótta.” trad.: “Partì dal Kvenland, allontanandosi dal golfo verso l’interno finché non giunse con i suoi presso quelle genti chiamate Lapponi, per la precisione nella parte estrema del Finnmörk. I Lapponi cercarono di impedirgli il passaggio e di conseguenza si venne alle mani. Ora, la forza magica di Nórr e dei suoi era tale da ottundere i sensi degli avversari i quali, appena inteso il grido di guerra e visto brandire le spade, si dettero alla fuga” – tratta da La saga degli uomini delle Orcadi; sta in: Antiche Saghe Nordiche, Oscar Mondadori Editore).

Il riferimento a “navi molto leggere” (barche) portate sulla terra ha un parallelo etnografico molto ben documentato in numerosi ritratti dei tracciati storici di fiumi e laghi in Fennoscandia e nella Russia settentrionale. Secondo il filologo Irmeli Valtonen, il testo di Ohthere “non dà un’immagine chiara di dove fossero locati i Cwenas, sebbene sembra ci sia una conclusione ragionevole per far pensare che vivessero o si muovessero in qualche luogo tra la Svezia settentrionale o la Finlandia settentrionale di oggi” (Irmeli Valtonen, A Land beyond Seas and Mountains: A Study of References to Finland in Anglo-Saxon Sources. Sta in: Suomen varhaishistoria [Protostoria della Finlandia]; edito da Kyösti Julku; Rovaniemi, 1992).

Il nome “Kven” appare brevemente anche successivamente, nell’Orosius di re Alfred.
Il mare di Kven viene citato come il confine settentrionale dell’antica Germania.
La Kvenland è citata di nuovo, come segue:

“…gli svedesi (Sweons) hanno a sud di loro il braccio di mare chiamato Est (Osti) e ad est da loro la Sarmatia (Sermende), e a nord, oltre il nulla, c’è il Kvenland (Cwenland), a nord-ovest ci sono i popoli Sami (Scridefinnas), e i norvegesi (Norðmenn) sono a ovest” (da “Geografia di Alfredo“).

Si credeva che la bussola vichinga avesse una rotazione dei punti cardinali a 45°.
Se si analizzano i territori elencati nell’Orosius di re Alfred con questa bussola in mente, i norvegesi sarebbero a nord-ovest della Svezia, ed i popoli Sami a nord. Entrambi questi punti sono corretti a seguito della rotazione, basata sulla differenza nella bussola vichinga. Il Kvenland così è situato a nord-est della Svezia, e può essere situato in qualche luogo tra il Norrland svedese odierno e la parte occidentale dell’attuale Finlandia.
L’informazione che si dà del Kvenland situato “oltre il nulla” a nord della “Svezia” del periodo vichingo (corrispondente probabilmente alla parte centro-meridionale dell’attuale Svezia) corrisponde all’idea del Kvenland esteso verso il Norrland.
La Finlandia non è nominata in nessuno dei testi, né nell’originale né nella versione aggiornata della storia di Orosio.

Ci sono tre racconti medioevali islandesi che parlano del Kvenland. Essi sono la saga di Egil, la saga delle Orcadi, ed il più leggendario Hversu Noregr byggdist.
La Orkneyinga Saga è stata scritta intorno al 1200 da un autore islandese sconosciuto.
Il Hversu Noregr byggdist è conosciuto solo perché ne è sopravvissuta un’unica copia all’interno del Flateyarbók islandese del 1387, anche se potrebbe essere antecedente a questa data.
Secondo la saga delle Orcadi i primi re norreni (norvegesi) medioevali discendevano dal re Fornjót che “regnò sul Gotland, che noi oggi conosciamo come Finlandia e Kvenland”. Il Hversu sostiene altresì che un discendente di Fornjót “governò su Gothland, Kvenland (Kænlandi) e Finlandia”.
Uno studio sul DNA degli scheletri preistorici di quattro individui dal Gotland dimostra che l’area è stata etnicamente interconnessa con la Finlandia ed il Kvenland durante la preistoria: “I cacciatori-raccoglitori mostrano grande somiglianza con i Finni dei nostri giorni” dice Pontus Skoglund, uno studioso di genetica dell’università di Uppsala, Svezia (v. qui).

Recenti scoperte archeologiche in Finlandia hanno enfatizzato ulteriormente gli stretti legami tra il Gotland e la moderna area della Finlandia, soprattutto durante le epoche preistoriche.
Nella primavera del 2013 è stata scoperta un’incisione su un pezzo d’argento, che si crede faccia parte di un fodero di spada, risalente al periodo merovingio (600-800) a Rautjärvi in Finlandia. L’origine del manufatto sembra essere il Gotland, basandosi sullo stile della decorazione. Secondo Jukka Luoto del museo della Karelia meridionale, “ciò indica che queste aree hanno avuto rapporti indipendenti, e conducevano commercio, con l’area del Gotland” (sta in: Yle News, “Amateur archaeologists have made huge discoveries during the springtime”, pubblicato il 4 giugno 2013 in finlandese, qui).

Che Fornjót ed i suoi seguaci più stretti, citati anche in altre saghe, fossero persone realmente esistite nella storia, è ancora un dibattito aperto. Kyösti Julku nota che non ci sono errori in ambito geografico nelle descrizioni della Orkneyinga saga. Si chiede, quindi, perché si debba arrivare a pensare che i popoli di cui si parla nei racconti non siano esistiti (sta in: Julku, Kyösti, Kvenland – Kainuunmaa; con riassunto in inglese: The Ancient Territory of Kainuu; Oulu, 1986).
Degno di nota anche il fatto che il pronipote di Fornjót, Snærr hinn gamli ovvero “il vecchio Neve”, viene citato brevemente nella Ynglingasaga in relazione alla Finlandia.
La Orkneyinga saga contiene una descrizione realistica di Nór, in viaggio dal Kvenland alla Norvegia. Basandosi sulla cronologia interna alla saga, questo sarebbe avvenuto intorno al sesto o settimo secolo, ma la datazione è insicura. Vengono però indicate chiaramente il Kvenland, la Finlandia ed il Gotland:

“ad est del golfo che si trova oltre il mar Bianco (Gandvík); che noi chiamiamo il golfo di Botnia (Helsingjabotn)”.

È corretto che nella saga si indichi il golfo di Botnia come “oltre” (ovvero “dall’altra parte” del’istmo tra i due mari) del mar Bianco. La saga non dice che il Kvenland era sulla costa, bensì a est del golfo.

Una localizzazione possibile del Kvenland e del cammino di Nór verso il fiordo di Trondheim. Da notare che il Kvenland potrebbe anche essere ugualmente situato in qualunque luogo ad est del golfo di Botnia. La localizzazione sulla mappa deriva dal luogo con i maggiori ritrovamenti archeologici. La maggior parte delle interpretazioni situano il Kvenland nell’area costiera settentrionale della baia di Botnia dove ci sono state minori ricerche archeologiche.
Nelle antiche saghe norrene si suggerisce che nell’814 il Kvenland copriva l’intera area della Fennoscandia.
Ecco come Nór ha cominciato il suo viaggio verso la Norvegia:
“ma Nor, suo fratello, attese finché la neve rimase sulle brughiere, così da poter viaggiare con le sue scarpe da neve. Uscì dal Kvenland e costeggiò il golfo, e giunse in quel luogo abitato da quegli uomini chiamati Sami (Lapponi); che è oltre il Finnmark” – N.B.: non è certo si tratti di un riferimento al popolo dei Sami o a qualche altro popolo. I Lapp, di base finnica, non appaiono in nessun’altra saga. Divenne un modo comune di riferirsi ai Sami solo successivamente alla saga, in epoca medioevale, ed i norvegesi non hanno mai realmente utilizzato questa denominazione -.
Dopo aver viaggiato per un po’, Nór era ancora “oltre il Finnmark”. Dopo una breve battaglia con il popolo Sami (Lapp), Nór continua:
“Ma Nor andò quindi ad ovest dei monti Kjolen e per lungo tempo non seppero nulla degli uomini, ma uccisero bestie e uccelli per nutrirsi, finché giunsero in un luogo dove i fiumi sgorgavano ad ovest delle montagne. Poi egli andò lungo le valli che si allungano a sud del fiordo. Quel fiordo è oggi chiamato Trondheim”.

Partendo in qualche luogo sulla costa orientale del golfo di Botnia, Nór andò tutt’intorno al golfo o sciò attraverso il golfo stesso – era inverno, ed il golfo poteva essere ghiacciato (v. mappa della Scandinavia di Olao Magno, 1539; dando per scontato che il golfo di Botnia ghiacciato fosse ancora tale nel 16° secolo, come descritto nella mappa, vedi sezione F).

Nór finì con l’attaccare l’area intorno a Trondheim nella Norvegia centrale e più tardi il distretto del lago a sud, conquistando il paese e unendolo sotto il suo regno. Non c’è più alcun riferimento al Kvenland. Ancora una volta, solo una manciata di parole è stata riservata al Kvenland, più che altro per dire dov’era.
Il viaggio di Nór dal Kvenland alla Norvegia non è presente nel Hversu. In realtà. il Hversu non cita neanche che Nór proveniva dal Kvenland, indicando solo che “Norr aveva compiuto grandi battaglie ad ovest del Keel”. Il viaggio può esser stato recuperato da qualche altro contesto o aggiunto alla Orkneyinga saga in una fase successiva da un autore sconosciuto che voleva rendere la saga più avventurosa. Comunque, il conflitto stesso tra i Kvens ed i norvegesi rimane un episodio, come verificato da Ohthere, anche se non sarebbe andato a finire con la conquista della Norvegia.

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Dallo Smörgåsbord all’i-Umlaut, e oltre… [I parte]

smörrebröd

Lo Smörgåsbord è un pasto tipicamente scandinavo, servito a buffet, con molti piatti caldi e freddi e cibi diversi. In Norvegia è chiamato koldtbord, in Danimarca det kolde bord (“tavola fredda”), in Islanda hlaðborð, in Finlandia seisova pöytä, in Estonia rootsi laud, a Latvia aukstais galds, in Lituania švediškas stalas ed in Croazia švedski stol (letteralmente, “tavola svedese”); in Germania kaltes Buffet e in Polonia szwedzki stól (come in Croazia).

Lo smörgåsbord è tipicamente svedese, dove è chiamato smörrebröd, ed è diventato famoso in tutto il mondo a seguito della fiera mondiale del 1939 tenutasi a New York, quando fu offerto al ristorante Three Crowns Restaurant del padiglione svedese.
È un pasto tipico delle festività e gli ospiti possono servirsi da soli, e c’è una vastissima scelta di piatti.

La parola svedese consiste delle parole smörgås, che sarebbe un sandwich aperto, con il condimento “rivolto verso l’alto”, e bord (tavola). Smörgås a sua volta è formato dalle parole smör (“burro”, imparentato con l’inglese smear) e gås, che letteralmente corrisponde all’inglese goose (“oca”), ma in epoche più tarde si riferiva ai piccoli pezzi di burro che si formavano sulla superficie e galleggiavano sulla panna quando appunto si faceva il burro (v. qui). Questi pezzi ricordavano ai vecchi contadini svedesi il grasso d’oca che saliva in superficie. I piccoli pezzi di burro erano proprio della forma giusta da mettere sul pane, così smörgås veniva utilizzato per indicare il pane imburrato. In Svezia, breda smörgåsar (imburrare i sandwich aperti) è un verbo utilizzato sin dal 16° secolo.

In inglese e in altre lingue scandinave la parola smörgåsbord (in inglese anche scritta senza segni diacritici smorgasbord) si riferisce semplicemente ad un buffet con una gran varietà di piatti, che può anche non avere alcun riferimento alla tradizione natalizia svedese.

Bisogna sottolineare però una differenza: non bisogna confondere, come a volte si fa, il nostro smörgåsbord con il danese smørrebrød. Quest’ultimo infatti, smør og brød, pane e burro, solitamente consiste di un pezzo di pane di segale (rugbrød, come l’inglese rye bread) imburrato. Un pane denso, marrone scuro. Il pålæg, il condimento, può essere un insaccato, un salume, carne, pesce, formaggio o salse.
Il pane è un elemento molto importante nella tavola scandinava, in particolare il rugbrød, che è realizzato con lievito madre ed è molto simile allo svedese smörgås.

In epoca medioevale, fette spesse di pane, chiamate tranches (francese del tardo 15° secolo), o, nella parola derivata in inglese trenchers, erano utilizzate come piatti (Adamson, Melitta Weiss, Regional Cuisines of Medieval Europe: A Book of Essays; Routledge, New York, 2002). Alla fine del pasto, il commensale mangiava la fetta di pane impregnata di cibo – un po’ come la nostra “scarpetta” – e da qui l’espressione trencherman.

Trencher, sostantivo: “piatto da portata su cui tagliare la carne”, risale al 1300 circa, dall’anglo-francese trenchour, antico francese settentrionale trencheor, letteralmente “un posto dove tagliare”, dal francone trenchier “tagliare, intagliare, fare a fette”. Vedi trench.
Trench, sostantivo (tardo 14° secolo): “segnare un taglio attraverso il legno”, più tardo “fossato lungo e stretto” (tardo 15° secolo), dal francone trenche “una fetta, un taglio, uno squarcio, uno spacco” (13° secolo, francese moderno tranche), da trenchier “tagliare, intagliare, fare a fette”, probabilmente dal latino volgare *trincare, dal latino truncare “tagliare o fare a pezzi” (v. inglese truncate: tardo 15° secolo; dal latino truncatus “tagliato”, participio passato di truncare “mutilare, tagliare” da truncus “mutilato, tagliato, privato di rami o arti”; vedi inglese trunk (metà del 15° secolo) “scatola, contenitore”, dal francone tronc “la scatola delle anime in una chiesa”, e anche “tronco di un albero, tronco del corpo umano, blocco di legno” (12° secolo), dal latino truncus “tronco di un albero, tronco del corpo” di origine incerta, forse in origine “mutilato, tagliato”. Il significato “scatola, contenitore” sembra derivare dalla concezione del corpo come una “scatola” per gli organi. L’inglese ha acquisito i significati di “asse principale di un albero” e “torso del corpo” dal francone nel tardo 15° secolo. Il significato di “vano bagagli di un veicolo a motore” è del 1930.
Abbiamo visto che trencher è anche imparentato con trench, sostantivo, che oggi sta anche ad indicare la giacca. Con questo significato è stato registrato per la prima volta nel 1916, un tipo di giacca indossata dagli ufficiali inglesi nelle trincee durante la Prima Guerra Mondiale.

Il trencher, prima di assumere significato di piatto (di metallo o di legno) era quel pezzo di pane utilizzato per assorbire la salsa a fine pasto, ma era più spesso dato ai poveri come elemosina.

La parola smörgåsbord è entrata nella lingua inglese come uso comune nel 1893, con il significato di “tavola di burro d’oca”, e che smörgås, “fetta di pane e burro”, è un composto di smör “burro” e gås “oca”.
Smör è imparentato con l’inglese smear, dall’antico inglese smeriansmierwan “ungere o strofinare con grasso, olio, etc.”, dal protogermanico *smerwjan “spargere il grasso su” (affine al norreno smyria “ungere, strofinare con un unguento”, danese smøre, svedese smörja, olandese smeren, antico alto tedesco smirwen “applicare un balsamo, spalmare”, tedesco schmieren; norreno smör “burro”), dal protoindoeuropeo *smeru- “grasso” (imparentato con il greco myron “unguento”, “balsamo”, l’antico irlandese smi(u)r “midollo”, antico inglese smeoru “grasso, lubrificante, unguento, sego, lardo, grasso di rognone”, lituano smarsas “grasso”).

Gås ha la stessa radice germanica che ha prodotto l’inglese goose, sostantivo: “a large waterfowl proverbially noted, I know not why, for foolishness” (Johnson); dall’antico inglese gos, dal protogermanico *gans- “oca” (imparentato con l’antico frisone gos, il norreno gas, l’antico alto tedesco gans, il tedesco Gans), dal protoindoeuropeo *ghans- (imparentato con il sanscrito hamsah (maschile), hansi (femminile) “oca”, “cigno”; greco khen, latino anser, polacco gęś, lituano zasis, antico irlandese geiss “cigno”, probabilmente come suono onomatopeico imitativo del verso dell’animale.
Anche lo spagnolo ganso (“oca”) deriva dal germanico: la perdita della “n” è normale prima della “s”.
Interessantissima, e basilare per chiunque studi filologia germanica e la storia della lingua inglese, è la “storia” del plurale irregolare goose / geese (“oca” / “oche”).

Questa differenza tra singolare e plurale sta in una “regola” o meglio in una modifica che viene definita metafonia o, in inglese, i-mutation (conosciuta anche come i-umlaut), che sostanzialmente consiste nel fenomeno per cui le vocali posteriori si spostano in avanti per influsso di una [i] successiva, esistente in passato (oggi non è detto che sia più visibile):

triangolo delle vocali

L’antico inglese mostra alcuni sviluppi fonetici a sé stanti, se confrontato con altre lingue del gruppo germanico. I dittonghi del protogermanico ad esempio sono stati tutti cambiati in antico inglese. Ad esempio, il protogermanico ai è diventato ā in antico inglese, cosicché l’antico inglese ha stānhām mentre il gotico ha stainshaims, rispettivamente “pietra” e “villaggio”.
E il protogermanico au è diventato l’antico inglese ēa, cosicché l’antico inglese ha drēam mentre il norreno ha draumr (inglese moderno dream, “sogno”), e bēam mentre il tedesco ha Baum (“albero”, “palo”), e ēare mentre il gotico ha ausō (“orecchio”; inglese moderno ear).
Nell’antico inglese preistorico sono avvenuti numerosi cambiamenti dovuti alla combinazione dei suoni. Quello con gli effetti più a lungo termine è la front mutation, appunto l’i-umlaut.
Si tratta di una serie di cambiamenti vocalici che hanno avuto luogo in presenza di una iīj nella sillaba successiva.
Conseguentemente, la i, la ī o la j sono scomparse, o sono state modificate in e. La presenza originaria di quelle vocali può essere stabilita esaminando le parole imparentate di altre lingue. Ad esempio, dipende proprio dall’anteriorizzazione la differenza nelle vocali tra le parole imparentate doledeal. In antico inglese esse sono dāl (“porzione”) e dælan (“dividere”, “distribuire”), e la æ è dovuta all’anteriorizzazione: ciò diviene chiaro se si guarda alle corrispondenti parole in gotico, che sono dailsdailjan.
L’antico inglese dælan è un verbo debole, ed è normale per le vocali nella radice dei verbi deboli in antico inglese mostrare l’anteriorizzazione. I verbi deboli venivano formati in due modi principali: c’erano i verbi denominativi (formati da sostantivi o aggettivi) e i verbi causali (formati dai verbi forti). L’antico inglese dælan è un esempio di verbo denominativo, formato dal sostantivo dāl. I verbi causali erano formati a partire dalla radice del passato singolare dei verbi forti.
Il verbo forte rīsan corrisponde all’inglese moderno (to) rise, ed il corrispondente verbo causale è ræran (“che causa la crescita”, “impennare”). Il singolare del tempo passato del protogermanico era *rais- (antico inglese rās “cresciuto”), e da questo si formò il verbo causale *raisján. L’accento era alla fine, così per la Legge di Verner divenne *raizján.
Nel germanico occidentale, il protogermanico [z] divenne [r], così la forma preistorica in antico inglese fu *rārjan, che per anteriorizzazione divenne *ræran.
La i-umlaut è normale in tutte le forme dei verbi deboli. Il loro infinito veniva creato con il suffisso *-jan, e le varie altre declinazioni contenevano ij.

Ad esempio, nell’antico inglese preistorico, la desinenza della terza persona singolare del passato era *-iÞ, cosicché “he divides” (“egli divide”) era dāliÞ. La i ha causato l’anteriorizzazione della ā, e la stessa si è trasformata in e. Questa e è andata perduta in alcune varietà di antico inglese, cosicché le forme registrate per la parola sono dæleÞdælÞ.

L’anteriorizzazione è causata primariamente dall’abitudine, insita nell’essere umano, della pigrizia: percorrere la minor distanza tra due punti.
Così, dopo centinaia di anni, la maggior parte dei suffissi vocalici dell’antico inglese si sono persi, ma il loro effetto è rimasto e in alcuni casi si fa sentire ancora. Alcune tra le diverse parole in cui si può ancora trovare testimonianza della i-mutation sono:
– sostantivi astratti formati a partire da aggettivi, aggiungendo -ithfoult-filthhale-healthlong-lenghtslow-slothstrong-strengthwide-widthdeep-depth;
– verbi formati a partire da radici di sostantivi o aggettivi, aggiungendo -jandoom-deem, food-feedtale-tellfull-fillblood-bleedhale-heal;
– verbi causali formati dal preterito di verbi forti, aggiungendo -jandrank-drenchlie-layrose-raisesat-setdrove-driveFell-fell è un altro esempio, sebbene apparentemente non ovvio :-)
– i plurali dei sostantivi in -izman-menfoot-feettooth-teethgoose-geeselouse-licemouse-mice. Insieme a woman-women (derivati da wif-man) questi sono gli unici ad essere sopravvissuti per questa classe, che in antico inglese era molto più numerosa ed includeva i progenitori dei moderni bookgoatfriend, che oggi sono ormai passati dall’altra parte della barricata e hanno come la maggior parte delle parole il plurale regolare in -s;
– comparativi in -irold-elderlate-latter.

La i-umlaut si trasforma in un aggettivo formato da un sostantivo aggiungendo -ish, in almeno un caso importante: English (antico inglese Englisc) dal popolo chiamato Angles.

Il cambiamento da ā ad æ era un movimento verso una vocale più vicina e più frontale, e questa è la direzione generale dei cambiamenti causati dall’anteriorizzazione: era ovviamente un tipo di assimilazione che colpiva le vocali che si spostavano in un luogo di articolazione (nella bocca, nel palato) più vicino a quello della vocale successiva o della j.
Così ū divenne anteriorizzata (metafonia palatale ū > y), e questo è il cambiamento che sta alla base delle diverse vocali di mousemice, che si sono sviluppate regolarmente dall’antico inglese mūsmys; la forma plurale in origine era *mūsiz, ma la i fece sì che la ū divenisse y: così la parte finale *-iz andò perduta, dando all’antico inglese il plurale mys.
Similmente, la metafonia fece sì che la u breve divenisse y: questo cambiamento si riflette nelle diverse vocali di fullfill, che in antico inglese erano fullfyllan (dal precedente *fulljan).
In alcune posizioni, una u non modificata nell’antico inglese preistorico si è sviluppata in o; alcune volte, perciò, abbiamo un contrasto tra la o immutata e la modificata, come nelle parole goldgyldan (“gold” e “(to) gild”).
Altre coppie di parole che illustrano la metafonia di y sono antico inglese foxfyxen (“fox” e “vixen”), cnottacnyttan (“a knot” e “(to) tie, knot”); lustlystan (“pleasure, desire” e “(to) please).

La metafonia ha cambiato la ō in ē e questo è alla base delle diverse vocali di food (antico inglese fōd) e (to) feed (antico inglese fēdan). Altre coppie nell’inglese moderno sono doomdeemtooth teeth, e appunto goose geese.
Anche se la ō è stata metafonizzata sin dai tempi dell’antico inglese, spesso abbiamo ancora lo spelling con oo, il che mostra che un tempo la vocale era lunga.
Infine, la metafonia ha modificato la a breve, la æo, tutte divenute e; coppie in inglese moderno illustrano questa modifica includono manmenwanderwendCanterburyKentlonglengthtaletellstraightstretch.
La metafonia ha realizzato numerosi cambiamenti nella pronuncia della lingua inglese. Ma non bisogna fare confusione, ad esempio, tra coppie come footfeet, in cui la differenza vocalica è causata dall’anteriorizzazione nell’antico inglese delle origini, con coppie come singsang, in cui la differenza va direttamente al sistema di gradazione vocalica del protoindoeuropeo.

[continua…]

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Grimorio

grimorio

Ho un problema esistenziale. Punto fermo numero uno: la cultura europea occidentale ha sempre teso a ricondurre tutto all’impero, ai romani, ergo al latino. Sigh. La cultura in generale ha teso a nascondere la verità e a rendere verità ciò che più faceva comodo.
Ora.
Sono giorni che analizzo l’etimologia di grimorio (resa italiana assolutamente inaccettabile, imho). Riprendiamo l’etimologia dell’inglese grimoire. Chiara origine francese.
Dizionario etimologico: “manuale per maghi per invocare i demoni”. Parola entrata nella lingua inglese nel 1849, dal francese (!) grimoire, alterazione da grammaire, grammatica).
Grammaire: parola entrata nella lingua agli inizi del 14° secolo (tardo 12° nei cognomi). Dall’antico francese gramaire (imparare, specialmente latino e filologia) = grammatica, incantesimi (di magia), formule magiche. Adozione irregolare, semi-popolare, in antico inglese, del latino grammatica, dal greco grammatike tekhne = arte delle lettere, con un significato sia in riferimento alla filologia che alla letteratura nel senso più ampio, aggettivo femminile da gramma = lettera, dalla radice di graphein = disegnare o scrivere (v. grafia). La parola per tutto questo in antico inglese era stæfcræft (v. staff, sostantivo).
La forma grammaticale della parola è del tardo 14° secolo. La restrizione nel significato relativa solo alle “regole del linguaggio” è uno sviluppo post-classico, ma intesa come questo tipo di studio il suo utilizzo era limitato, fino al 16° secolo, al latino (il sostantivo in medio inglese gramarye significava “imparare in generale, la conoscenza peculiare delle classi istruite” – primi anni del 14° secolo -, il che includeva l’astrologia e la magia; da qui il significato secondario di “conoscenza occulta” (tardo 15° secolo), con l’evoluzione in scozzese nella parola glamor.
Come sempre succede nella filologia e nell’etimologia, lasciamoci trasportare.

Glamor sta ovviamente per glamour, sostantivo. Entrato nella lingua inglese nel 1720, dallo scozzese appunto, con il significato di “magia, incanto” (specialmente in una frase relativa al “lanciare un incantesimo”), variante dello scozzese gramarye = magia, incanto, incantesimo, formula magica, alterazione dell’inglese grammar, con un significato medioevale di “qualunque tipo di saggezza, specialmente in ambito di apprendimento occulto”, quest’ultimo significato attestato all’incirca dal 1500 in inglese ma sembra esser stato più comune nel latino medioevale. Reso popolare dalle opere di Sir Walter Scott, aveva come significato “magica bellezza, eleganza che attira”, registrato per la prima volta nel supplemento del 1825 di Jamieson all’Etymological Dictionary of the Scottish Language, in cui c’è scritto che chi ha il dono del “glamour” ha il potere dell’incantesimo; metaforicamente applicato al fascino delle donne. L’edizione originale del Jamieson (1808) guarda all’antico norreno per la fonte della parola. E infatti il dizionario di antico islandese di Zoega ha il lemma glám-sýni = illusione.
Sintesi: per me la parola grimoire non c’entra un tubo con “grammatica”.

Piuttosto, l’origine sarebbe da ricercare nell’antico inglese grimm: feroce, crudele, selvaggio, doloroso, dal protogermanico *grimmaz (v. antico sassone, antico frisone, antico alto tedesco e tedesco grimm, antico norreno grimmr, svedese grym), dal protoindoeuropeo *ghrem- “arrabbiato, furioso”, forse con imitazione onomatopeica del suono del tuono urlante (cfr. greco khremizein = nitrire, antico slavo vuzgrimeti = tuonare, russo gremet = tuono).
Oggi grim è una parola molto più debole rispetto al valore che aveva tempo fa: il senso dei lemmi inglesi dreary e gloomy, registrati per la prima volta nel tardo 12° secolo. In antico inglese era anche una forma verbale, grimman (verbo forte di terza classe; con passato gramm e participio passato grummen). In antico inglese esisteva anche grima = goblin, spettro, forse anche in precedenza nome proprio o sicuramente un nome-attributo di una divinità, da cui l’utilizzo come elemento in toponimi e cognomi [un esempio per tutti anche in Italia, un cognome abbastanza diffuso, con varianti, alterati e derivati: Grimaldi. Il De Felice sostiene essere di origine germanica < Grimaldo, forma già attestata per il re longobardo Grimoald(us). L’esito divenne comune dall’8° secolo, oltre che per l’esito Grimoald(us) anche per le forme Grimaldus prima e Grimoldus dopo. Il primigenio nome germanico – costituito da *grima(n) nel senso di elmo con celata, maschera da combattimento, e dalla forma *waldaz = potente, principe, capo: il significato globale è quindi quello di “potente con l’elmo”, o meglio ancora di “condottiero munito di elmo”, e ha successivamente risentito di influssi longobardi e sassoni – v. la forma Grimoldi – e successivamente francesi e provenzali: Grimaud, Grimaut, Grimault, Grimald. Questo per dire che il condottiero con l’elmo era come uno spettro. Inoltre, in norvegese esiste il nome femminile Grima: le persone con questo nome hanno un profondo desiderio interiore di utilizzare le loro abilità di leadership, e hanno una forte indipendenza – come un condottiero, no?!].

Grimorio
La parola grimoire è sicuramente legata, in qualche modo che ancora mi sfugge, alla filologia ed etimologia che risale alla parola francone grima = maschera, stregone, anche all’origine della parola inglese grimace [attestata per la prima volta in lingua inglese come verbo nel 1762 e come sostantivo nel 1650, dal francese grimace, dal medio francese grimache, dall’antico francese grimuce = viso grottesco, brutto muso, probabilmente dal francone – cfr. antico sassone grima = maschera di un viso, antico inglese grima = maschera, elmetto, dalla stessa radice germanica di grim (aggettivo). Con il suffisso peggiorativo -azo (dal latino -aceus).
In inglese è inoltre attestato grim reaper = tristo mietitore (la figura della morte) come modo figurativo per indicare la morte nel 1847 (l’associazione di grim – truce – e death risale almeno al 17° secolo). Interessante notare che un’espressione in medio inglese per “ricorrere a misure severe” era “to wend the grim tooth” dei primi anni del 13° secolo (qualcosa come “muovere il dente che duole”).
Gramayre, inglese arcaico, sta per “insegnamento mistico”. Glamer, scozzese arcaico, indica l’influsso visivo di un incantesimo, che fa sì che gli individui vengano visti in modo diverso da ciò che realmente sono. Da qui, “to cast a glamer” ovvero lanciare un incantesimo è causare un inganno visivo, un’illusione.
Cos’altro è un grimorio se non un libro per cui i “condottieri”, più colti e che conoscono le arti antiche, possono creare magie?

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Tilberi

tilberi

tilberi

Il tilberisnakkur è una creatura del folklore islandese creata dalle streghe per rubare il latte. Solo le donne possono crearlo e possederlo.
I due termini sono varianti regionali: entrambi sono usati nell’Islanda orientale, tilberi a nord e snakkur a sud e nell’ovest. Non ci sono citazioni scritte su queste creature prima del 17° secolo, e tuttavia lo scrittore del 17° secolo che ne parla racconta anche di una strega che è stata punita per averne uno nel 1500.

Per creare un tilberi, una donna deve rubare una costola da un cadavere sotterrato da poco, al mattino presto la giornata di Pentecoste, avvolgerci intorno della lana grigia – rubata anch’essa per questo scopo – (a volte è specificato che la lana va presa dalle spalle di una pecora vedova, subito dopo che la sua lana è stata rasata) e lo mantiene tra i suoi seni. Le tre domeniche successive dopo la comunione lei sputa il vino santificato sul fuso creatosi, che diventerà volta dopo volta sempre più vivo e sempre più grande. Poi lascerà che esso le succhi la parte interna della coscia, lasciando così che cresca come farebbe una verruca.

Ora la donna può mandare il tilberi in giro a succhiare latte da altre mucche e pecore. Tornerà e dalla finestra griderà “Fullur beli, mamma!” (“Pancia piena, mamma!”) o “Togli il coperchio alla zangola, mammina!” e dopo avergli risposto “Láttu þá lossa sonur!” (“Lascialo andare, figlio!”) vomiterà il latte rubato nella zangola per il burro della donna.
Per succhiare il latte dalla mammella dell’animale, esso salterà sulla sua schiena e si allungherà per raggiungere la mammella verso il basso; in alcune versioni si dice che sia capace di raggiungere il basso da entrambi i lati e succhiare da due mammelle alla volta.
La mastite nelle mucche era tradizionalmente attribuita ai tilberi e fino al 19° secolo gli animali venivano protetti facendo il segno della croce sulle mammelle e sulla groppa posteriore e poggiando un libro di preghiere sulla spina dorsale.
Il burro ottenuto dal latte rubato da un tilberi, il tilberasmjör, si aggregherà come se fosse cagliato o addirittura si scioglierà in schiuma se su di esso si fa il segno della croce o il simbolo smjörhnútur, il “nodo del burro”, il segno magico.

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Il tilberi inoltre, occasionalmente ruba la lana messa fuori ad asciugare dopo la tosatura ed il lavaggio; la avvolge intorno a se stesso per formare una palla gigante che si muove.

Se la donna ha un bambino ed il tilberi riesce a raggiungere il suo seno pieno di latte, lei è a rischio di essere succhiata fino alla morte.
Il metodo tradizionale per liberarsi di un tilberi è mandarlo su per le montagne sui pascoli ordinandogli di raccogliere tutti gli agnelli caduti; gli si dice o tutti quelli di tre pascoli o di raccogliere gli agnelli in tre gruppi. Il tilberi lavorerà fino a morirne, o morirà perché essendo una creatura malvagia non può sopportare il numero tre.
Nei pascoli rimarrà solo l’osso umano, per terra.

Il tilberi è molto veloce, ma quando viene cacciato si crede che corra a casa da sua madre e si nasconda sotto le sue gonne; la sua sottoveste viene legata o cucita da sotto e la madre e la creatura muoiono o bruciate o annegate, insieme.

Nel 1580 una donna islandese fu arsa viva come una strega perché creò un tilberi.

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Burial Rites – un romanzo di Hannah Kent, nel nord dell’Islanda

Ora stavamo cavalcando per il nord d’Islanda, per l’isola che si lava nelle sue acque,
che ha il broncio nel suo oceano.
Cacciavamo le nostre ombre lungo le montagne.
[pag. 35]

Com’è detto nelle saghe, Opt er flagð i fögru skinni. Una strega spesso ha la pelle diafana.
[pag. 52]

Tutto iniziò con l’aurora boreale.
[pag. 142]

Lei conosce solo l’albero della vita. Non ha visto le sue radici intrecciate che mettono le zampe alle pietre e alle bare.
[pag. 178]

Blindur er bóklaus maður. Cieco è un uomo senza un libro.
[pag. 189]

case di torba in Islanda

case di torba in Islanda

Burial Rites di Hannah Kent. L’ultimo libro che ho letto dopo gli ultimi due anni passati a leggere prevalentemente saggi, tesi, libri da tradurre, enciclopedie, e libri di cucina.

Nelle prime ore del 14 marzo 1828 una serva chiamata Agnes Magnúsdóttir correva lungo una costa rocciosa dell’Islanda del nord. Illugastadir, la fattoria di torba dove viveva e lavorava, era in fiamme. Raggiunse l’abitato vicino, ne svegliò gli abitanti e raccontò che il contadino e suo datore di lavoro, Natan Ketilsson, ed il suo ospite, Petur Jonsson, stavano bruciando vivi. I vicini si recarono allora con Agnes ad Illugastadir, cercando di placare le fiamme.
Era troppo tardi. Man mano che faceva giorno sulle rovine fumose, i corpi di Natan e Petur furono trovati nei loro letti. Poi uno dei vicini scoprì ferite nei loro corpi e trovò tracce di sangue su ciò che rimaneva degli abiti nelle parti non ancora bruciate. Chiamò le autorità. Agnes sosteneva che l’incendio era un incidente. La serva che lavorava con lei, di 15 anni, ebbe un crollo e confessò che il figlio di un contadino della zona, chiamato Fridrik, aveva ucciso Natan, e suggerì che Agnes l’aveva convinto a farlo.
Meno di due anni dopo, il 12 gennaio 1830, Fridrik e Agnes furono decapitati.

“Ho sentito la storia di Agnes per la prima volta nel 2003, quando vivevo come studente Erasmus nel nord dell’Islanda. All’epoca ero profondamente sola e turbata dall’isolamento sociale che stavo vivendo come outsider non islandese in una comunità molto unita. Un giorno, guidando per una valle settentrionale particolarmente bella, chiesi alla famiglia che mi ospitava di quelle strane colline che si profilavano alla bocca della valle stessa. Mi fu detto che si trattava del sito dell’ultima esecuzione avvenuta in Islanda, e fu allora che mi venne raccontato il crimine di Agnes” (Hannah Kent, l’autrice).
“Chi può comprendere davvero per quale motivo certe storie giungono nella nostra vita in un momento cruciale? Perché alcune ci interessano mentre altre vengono presto dimenticate, e altre ancora, semplicemente nel momento in cui ci vengono raccontate, sono una freccia scoccata nei nostri cuori in modo tale che quasi vengono da questi trasfigurate? Forse vidi un frammento della mia alienazione specchiarsi nella storia dell’ostracismo nei confronti di Agnes. Le domande su Agnes erano continue e con una presenza quasi disturbante nella mia mente, da quel giorno e per molti anni ancora. Chi era questa donna, e perché la sua comunità era stata così vetriolica nel condannarla? Non fu la sua colpa a spiazzarmi, ma il modo in cui ella era stata spogliata della sua umanità e ridotta ad un mero stereotipo nelle fonti e nei racconti successivi da parte degli assassini. Volevo restituire ad Agnes l’ambiguità e la complessità che sicuramente possedeva, ma anche bandire la sua presenza dalla mia immaginazione. In questo modo, scrivere Burial Rites era sia un atto di restaurazione che un esorcismo”.

In Burial Rites, ambientato nel desolato paesaggio islandese, Hannah Kent porta in vita in modo molto vivo la storia di Agnes che, incolpata dell’assassinio del suo datore di lavoro, viene mandata in una fattoria isolata in attesa dell’esecuzione.
Terrorizzata alla prospettiva di ospitare un assassino condannato a morte, la famiglia nella fattoria in un primo momento evita Agnes. Solo Tóti, un prete che Agnes ha misteriosamente scelto come sua guida spirituale, cerca di comprenderla. Ma, man mano che la morte si avvicina, la moglie del fattore e le sue figlie apprendono che c’è un’altra faccia della medaglia della storia sensazionale che è stata loro raccontata.

Affascinante e ricca di poesia, la storia di Burial Rites (che io traduco “riti di sepoltura”, ma bisogna vedere come verrà poi intitolato il libro in italiano, per ora sembra edito da Piemme che ne ha acquistato i diritti di traduzione) evoca un’esistenza drammatica in un tempo e un’epoca lontani, e pone l’interrogativo: come può una donna sperare di sopravvivere quando la sua vita dipende dalle storie raccontate dagli altri?

“Quando diranno Agnes e vedranno il ragno, la strega intrappolata nella ragnatela del suo tessere che le fu fatale. Potranno vedere l’agnello circondato da corvi, che geme per la perduta madre. Ma non vedranno me. Io non sarò lì”.

mappa dei luoghi in Islanda

mappa dei luoghi in Islanda

12 gennaio 1830: l’ultimo esempio di pena capitale in Islanda, avvenuto quando Friðrik Sigurðsson e Agnes Magnúsdóttir furoo decapitati a Vatnsdalshólar a Húnavatnssýla, per l’assassinio di due uomini.
Sebbene spesso dipinta come “mostruosa”, come un’assassina a sangue freddo, un personaggio dalla spietatezza “alla Lady Macbeth” – la verità è che c’è scarsezza di informazioni reali su Agnes Magnúsdóttir. Mentre lo strumento per la sua esecuzione – una grossa ascia – è stata conservata, poco si sa della vita della donna condannata a morte, e decapitata pubblicamente (una terza persona era anche condannata: Sigriður Gudmundsdóttir, la cui sentenza fu successivamente trasformata in detenzione a vita).

“Dicono io debba morire. Dicono che ho rubato il respiro agli uomini, e ora loro devono rubare il mio”.

Burial Rites è il risultato di una ricerca decennale per scoprire cosa rimaneva della vita di Agnes Magnúsdóttir. Hannah Kent ha passato gli anni successivi al suo Erasmus in Islanda assorbita in un’intensa ricerca d’archivio, esaminando fonti primarie per rintracciare i passi di Agnes dalla sua nascita fino al luogo dove era stata sepolta. Kent ha chiamato il risultato una “biografia speculativa”, intreccio di fatti e finzione, e l’ha definito la sua “lettera d’amore oscura all’Islanda”.

Mentre Burial Rites presenta la domanda se la storia abbia mal interpretato Agnes, il romanzo non suscita la simpatia del lettore nei suoi confronti a tutti i costi. Tuttavia, offre un ritratto più empatico, a volte ambiguo, di una donna condannata, e il tentativo di comprendere quali circostanze abbiano potuto portarla alla condanna per plurimo assassinio.
Il risultato è un romanzo incredibilmente bello. La prosa di Kent è ricca, chiara, e rende l’atmosfera malinconica, a volte claustrofobica, dell’inverno islandese, e rende anche l’impellente esecuzione di Agnes tramite un linguaggio fortemente evocativo.
La stessa Agnes, in attesa della morte ed esiliata nella fattoria di un politico minore, emerge in modo vivido tra le pagine.

“Coloro che non sono trascinati a forza verso la propria morte non possono capire come diventa pesante e affilato il cuore, fino a quando non diventa un nido di roccia con solo un uovo vuoto all’interno di esso. Sono arida; nulla crescerà più da me. Sono il pesce secco che si asciuga nell’aria fredda. Sono l’uccello morto sulla riva. Sono arida, non sono sicura che sanguinerò quando mi trascineranno fuori per incontrare l’ascia. No, ho ancora calore, il mio sangue ulula ancora nelle mie vene, proprio come il vento, e scuote il nido vuoto e chiede dove sono andati tutti gli uccelli, dove sono andati?”

tomba di Agnes Magnúsdóttir

tomba di Agnes Magnúsdóttir

Kent scrive con una maturità gradevole, una profondità di emozioni che è adatta all’argomento trattato. Questa è la storia di una donna che affronta la sua morte imminente, una donna con una sola opportunità finale di dire la verità, e Kent cattura la disperazione, l’isolamento ed il dolore di Agnes con una chiarezza disarmante. Il libro è inframmezzato dei monologhi interiori di Agnes, e queste sezioni sono le più vivide; si viene immersi in una nube di dolore psicologico grezzo e puro e di immagini fortissime.

Sebbene passò tutta la propria vita come serva, e nel periodo della sua infanzia come orfana alla mercè della chiesa, ci sono motivi che suggeriscono che Agnes era anche intelligente e molto letterata. Ed è questa la versione di Agnes che Kent sceglie di rappresentare; sotto la crosta dura e coperta di ghiaccio di una donna silenziosa e oltraggiata, lei è avvincente, appassionata e astuta.

Mentre vive e lavora insieme a Jón Jónsson e la sua famiglia, cominciano ad emergere frammenti della storia di Agnes. Man mano che si confida con Tóti, il giovane prete incaricato di riconciliarla con il suo destino e con Dio, la versione degli eventi da parte della ragazza prende forma man mano che passano i restanti giorni della sua vita. Tramite questo graduale dispiegamento, Tóti e la famiglia giungono all’idea che la verità non è sempre dove si crede, dove sembra sia. Mentre sappiamo già come va a finire la storia di Agnes, è questo suggerimento di dissonanza tra l’opinione pubblica e la sua personale realtà che accende la tensione del romanzo. Burial Rites suggerisce che la verità spesso è aperta all’interpretazione, e raramente va dritta al punto come comunemente percepito. La paura, i pettegolezzi e l’odio si intrecciano dando l’idea che Agnes sia qualcosa di orrendo e ripugnante; un’opinione senza dubbio perpetrata dalla politica sociale, religiosa e sessuale dell’epoca.

Alla fine, il romanzo dipinge fedelmente la vita nell’Islanda del 19° secolo, poiché si immerge nel dettaglio storico con la narrativa. È chiara la cura per rappresentare accuratamente le condizioni di quel mondo, per ricostruire la cornice alla sua vita con quanta più integrità possibile. I “vuoti” negli archivi storici sono stati riempiti con la narrativa, che si incastra alla perfezione con il più ampio contesto di tempo e luogo, risultando in una storia che rispetta le proprie origini.

Non possiamo conoscere l’interezza della storia di Agnes Magnúsdóttir, ma Burial Rites ci chiede di ricordarla, se non di riconsiderare come la storia ha sepolto la sua vera verità con il suo corpo. Knutur Oskarsson, che ospitava Hannah Kent durante la stesura del romanzo e le ricerche, ha commentato “Credo che l’esecuzione di Agnes sia ancora una ferita non rimarginata per l’Islanda, nella storia d’Islanda”.

Burial Rites è un rispettoso e commovente riconoscimento di quella ferita; un ricordo che la voce di Agnes Magnúsdóttir una volta è esistita, anche se si è persa nella notte dei tempi.

Estratti (tradotti da me)

Il reverendo si sta sicuramente domandando com’è che eravamo l’uno con l’altra. Lo guardo e so che sta pensando a Natan e me, lasciando che il pensiero scivoli nella sua mente, assaporandolo, come un bambino succhia il midollo dall’osso. Lui potrebbe succhiare ugualmente una pietra.

Natan.

Come posso ricordare davvero il primo momento in cui l’ho incontrato, quando la mano che sentivo premere la mia era solamente una mano? È impossibile pensare a Natan come lo straniero che era, una volta, per me. Posso immaginare il modo in cui appariva, ricordare il tempo, e il gioco di luci sul suo viso ispido, ma quell’istante vergine è impossibile da catturare di nuovo. Non posso ricordare di non conoscere Natan. Non posso pensare cos’era non amarlo. Guardarlo e capire che avevo trovato ciò che non sapevo mi rendeva affamata. Una fame così profonda, così capace di spingermi nella notte, che mi terrificava.

Non mentii al reverendo. Quella notte di stelle e storie, e la calda pressione della sua mano sulla mia, avvenne esattamente come gli raccontai. Ma non raccontai a Tóti cosa avvenne quando i servi andarono a dormire. Non gli raccontai che María andò anche lei con loro, lanciandomi un’occhiataccia. Non dissi che ci lasciarono soli, e che Natan mi esortò a rimanere con lui nella penombra. Per parlare, egli disse. Solo per parlare.

“Dimmi chi sei, Agnes. Qui, fammi prendere la tua mano così che possa imparare un po’ di te.”

“Il peso delle sue dita sulle mie, come un uccellino che plana su un ramo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non capii che eravamo circondati da legna fin quando non avvertii che erano divampate le fiamme”.

Hannah Kent

Hannah Kent. Photograph: Nicholas Purcell
***tutte le traduzioni sono mie***
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kvæði, poesia e Eivør

Eivør

Eivør

Eivør è una cantante delle isole Faroe (Føroyar in lingua locale) che abita lì in un cottage a Gøta, e ha imparato a cantare dai suoi genitori e dai suoi nonni, la cui esperienza musicale ha radici nella Chain Dance (“ballo in cerchio”) che onora la memoria di un eroe norreno chiamato Trondur.

Il “ballo in cerchio” o ballo tondo era la forma coreografica dominante nell’antichità e largamente testimoniato dal Medioevo fino al Rinascimento. In area italiana si è conservato soprattutto in Sardegna, dove esistono numerose varianti modulari con diverse denominazioni (passu, passu torrau, dillu, dantza, bicchiri, tsoppu, etc.).
Su ballu tundu (detto anche semplicemente, per antonomasia, ballu) è una danza collettiva che vive della partecipazione e della relazione di un gruppo di balladores, i quali formano un corpo danzante organico e vivono ballando un evento fortemente condiviso al proprio interno.

La føroyskur dansur è il tradizionale “ballo in cerchio” delle isole Faroe, accompagnato dalle kvæði, le ballate faroesi.
Si tratta di un ballo in cerchio medioevale, che è sopravvissuto solo nelle isole Faroe, mentre in altre nazioni europee è stato proibito dalla chiesa a causa delle sue origini pagane. Viene tradizionalmente ballato in cerchio, ma quando alla danza partecipano molte persone solitamente queste oscillano tra l’interno e l’esterno del cerchio, entrando e uscendo con vari movimenti.

L’eroe norreno chiamato Trondur, cui è dedicato il ballo in cerchio che conoscono bene i familiari di Eivør, altro non è che il norreno Þrándr í Götu ovvero Tróndur í Gøtu (945-1035), un vichingo delle isole Faroe. Insieme a Sigmundur Brestisson egli è il personaggio principale della Føroyingasøga, la Saga dei Faroesi. Questa saga racconta la storia antica delle isole e l’arrivo del cristianesimo.

Il capitolo 3 della Saga narra che Tróndur aveva “una scioccante testa di capelli rossi, ed era lentigginoso e con lo sguardo truce”, caratteristiche tipiche del folklore faroese, e si dice che discenderebbe dalla figlia di Thorstan il Rosso.
Tróndur í Gøtu viveva sull’isola di Eysturoy, nella casa del padre Gøta, il quale prese il nome dal soprannome di Torbjørn Gøtuskegg. Inizialmente Tróndur e Thorlac si scontrarono a lungo per decidere chi avrebbe ereditato le proprietà. Dopo aver perso, Thorlac si trasferì a vivere nelle vicine isole con la moglie. Il capitolo 35 descrive in dettaglio tutti i fratelli che vivevano con Gøta, ed i rispettivi figli. Lo stesso capitolo spiega che Thorlac aveva due figli, Sigurd (uomo forte con lunghi capelli ricci) e Thord (chiamato “il basso”); la sorella di Tróndur ebbe un figlio noto come Geat “il rosso”.

Tróndur si oppose all’arrivo al cristianesimo nelle Faroe e pronunciò una maledizione contro di esso e contro Sigmundur, che lo promulgava. Questo è l’argomento principale di una poesia faroese scritta da Janus Djurhuus dal titolo Gandkvæði Tróndar.

Thousand Years of Christianity. Arrival of Christianity in the Faroe Islands - Tróndur í Gøtu

Thousand Years of Christianity. Arrival of Christianity in the Faroe Islands – Tróndur í Gøtu

Poems by Janus Djurhuus - Trónds chanting

Poems by Janus Djurhuus – Trónds chanting

Ecco il testo della poesia in faroese:

Gandkvæði Tróndar

Hevjið í homrum
Harðmælta kvæðIð,
Villu valkyrjur,
Vetrarins børn,
Tit mínar frælsu,
Froysandi hvirlur,
Føddar av ódn.

Hastið í hernað
Hamranmna døtur,
Vekið til veldis
Vilt glaðustrok;
Gravið frá grunni
Goysandi orrusturok.

Ramar eg risti
Rúnir, Ið rinda
Ravni ræ.
Sanna skal Sigmundur,
Tróndur trøllsterkur kvað.

Verjast skal valhøll,
Ið vølvur veittu
Miklum norðlanda monnum til mið.
Eydnast at inna
Ei skal Signumdi
Eystlanda sið.

Fjallfríðu Føroyar,
Ramasta rúnin,
Ritað av gudum
Um einstakra rætt!
Trygdareið Tróndur
Hann treystligt at verja
Svór síni ætt.

Hevjið í homrum
Harðmælta kvæðIð,
Villu valkyrjur
Veiti mær vørn.
Fram móti Sigmundi
Skip hansar sorandi,
Land honum forðandi,
Fram móti kristni
Kirkjurnar brótandi,
Tróndur til Tórs og til Óðins er blótandi,
Høgt kvøður heiðin ørn.

——————————————————-

Trónd’s Magical Chantings
(I cori magici di Trónd)

Raise the roar
of rage from the rocks,
wild valkyries
from winter born,
fly my freeborn
furious whirlwinds,
born in the storm.

Ride in rage
daughters of rocks,
wake up the wildest
waves of the sea,
raise from the sea-beds
raving madness and fear.

I carve ruthless
runes that reach
the ravens rape.
Sigmund shall suffer,
Trond the sorcerer sang.

Stand up for Valhall,
granted by gods,
to the great Norsemen as ultimate bait.
Sigmund shall never
succeed to impose
the East-landers faith.

Mountainous Faeroes
the ranciest runes
written by gods
about human rights!
Oath of allegiance
Trond made in truth
for all in his sight

Raise the roaring
rage from the rocks,
wild valkyries
protect my rights.
Storm against Sigmund,
ship wreck his vessels,
keep him from land.
Storm Christianity,
churches and vanity,
Trond prays for Thor’s and Odin’s insanity,
the heathen eagle fares high.

http://www.taranta.it/ballos.html

http://waffles.roflforum.net/t51-gandkvaei-trondar

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Hörgr

Hörgr a Skogafoss (Islanda)

Hörgr a Skogafoss (Islanda)

Un hörgr (in antico norreno; plurale hörgar) o hearg in Old English, era una tipologia di edificio religioso, o un altare, che probabilmente consisteva in un gruppo di pietre, utilizzato nel paganesimo norreno.
Gli hörgar sono attestati nell’Edda poetica, compilata nel 13° secolo da fonti tradizionali precedenti; e nell’Edda in prosa, scritta nel 13° secolo da Snorri Sturluson; nelle saghe, nella poesia scaldica, nel poema in Old English Beowulf, e in vari toponimi, spesso collegati a divinità germaniche.

Rudolf Simek afferma che lo hörgr in origine significava semplicemente “luogo sacro”, mentre il sostantivo in Old English hearg potrebbe significare “bosco sacro” e/o “tempio/idolo”.
Molti toponimi in Islanda e Scandinavia contengono la parola hörgr hörgur, come Hörgá e Hörgsdalur in Islanda e Harg in Svezia.
Quando Willibrord portò il cattolicesimo in Olanda (nel 700 circa) la chiesa di Vlaardingen aveva una dépendance a Harago/Hargan, oggi chiamata Harga. Ciò indica che vicino questi luoghi c’era qualche tipo di costruzione religiosa in epoca medioevale.

In Inghilterra, il nome del borough inglese di Harrow deriva il suo nome dalla forma in Old English di hearg. Il tempio da cui prese il nome era probabilmente sulla Harrow Hill (collina di Harrow) dov’è situata oggi la chiesa di St. Mary. Herga Road a Harrow è un resto della forma primitiva del nome.

***

Su un blog dedicato all’ásatrú si legge:
“Nello sviluppo di una vita spirituale e religiosa è naturale stabilire qualche sorta di focus centrale per il culto nella forma di un altare o un reliquiario. Mettere in piedi un altare è abbastanza facile e ci sono un paio di diverse opzioni da considerare. La prima opzione è considerare un altare all’esterno chiamato harrow (dall’Old Norse hörgr, Old English hearg). Questa è un’opzione semplice, vanno bene un cairn di pietre impilate o una singola grande roccia su cui lasciare offerte e versare le libagioni. Questa opzione è più pratica per chi ha a disposizione un giardino privato o un’area con alberi, ma si può costruire un cairn ovunque.
La seconda opzione è realizzabile da chiunque abbia una superficie piana a disposizione in una stanza al riparo da bambini e animali. Nella Eyrbyggja Saga si racconta di un altare all’interno di un hof (islandese “tempio”) costruito da Þórólfur Mostraskegg e chiamato stalli.

http://www.asatrublog.com/2013/06/01/setting-up-an-altar/

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Waldeinsamkeit

'Waldeinsamkeit', by Paul Rieth Jugend Magazine, year 1901

‘Waldeinsamkeit’, by Paul Rieth
Jugend Magazine, year 1901

La Waldeinsamkeit, o “solitudine della foresta”, è un aspetto del motivo della solitudine, è un ideale ascetico descritto come ingrediente del monachesimo asiatico, diffuso anche nel monachesimo medioevale d’Occidente. Il concetto è entrato nella cultura generale come motivo letterario nel periodo romantico, cui gli è propria la connotazione.

Nella tradizione ascetica dell’Induismo i Vanaprastha (“monaci della foresta”) cercavano volontariamente la Waldeinsamkeit come momento chiave, e questo accade anche nel Buddismo nella “tradizione della foresta” o in Thailandia presso i Tudong.

Nel monachesimo cristiano in Europa fino al tardo Medioevo i reclusi e gli eremiti cercavano rifugio nella solitudine della foresta, da un lato a causa del trambusto cittadino, dall’altro per una tipicità della vita monastica (come per la congregazione vallombrosiana). Questi individui erano tenuti in grande considerazione dal popolo.

Nel poema epico Parzival di Wolfram von Eschenbach viene descritta la figura di Trevrizent, ideale per la vita ascetica di solitudine nella foresta. L’immagine dell’eremita nella foresta viene descritta nel 1668 in L’avventuroso Simplicissimus di Grimmelshausen ed è tema letterario della poesia barocca.

Caspar David Friedrich (1774-1840):  'The Hunter in the Forest'

Caspar David Friedrich (1774-1840):
‘The Hunter in the Forest’

Nel Romanticismo tedesco la solitudine della foresta è un tema chiave. La foresta è legata all’ideale idillico ed eterno della solitudine della tipologia del poeta romantico introverso. Nel movimento romantico il termine apparve la prima volta nel 1796 nella favola letteraria Il biondo Eckhart di Ludwig Tieck in cui il termine è utilizzato quale simbolo per il mondo interiore e l’esperienza all’esterno della protagonista Bertha. Nella forma del poema il termine è introdotto da un uccello, che altera il contenuto del poema con il coinvolgimento nei misfatti di Bertha:

Waldeinsamkeit,
Die mich erfreut,
So morgen wie heut
In ewger Zeit,
O wie mich freut
Waldeinsamkeit.
Waldeinsamkeit
Wie liegst du weit!
O Dir gereut
Einst mit der Zeit.
Ach einzge Freud
Waldeinsamkeit!
Waldeinsamkeit
Mich wieder freut,
Mir geschieht kein Leid,
Hier wohnt kein Neid
Von neuem mich freut
Waldeinsamkeit.

Joseph von Eichendorff utilizza il termine per indicare la trasfigurazione del bosco come un idillio senza tempo, che viene messo a confronto con la fugacità dell’essere umano. In tutta l’opera letteraria di questo poeta la Waldeinsamkeit occupa una posizione determinante.
Oltre ad una poesia intitolata Waldeinsamkeit nel ciclo Der Umkehrende si trovano molte famose poesie come  Abschied vom WaldeIn der Fremde o Komm, Trost der Welt. Non meno importante l’argomento nelle sue opere in prosa, come nel racconto Das Schloß Dürande.

Ugualmente, ci sono poesie di Heinrich Heine ed Adolf von Tschabuschnig che portano lo stesso titolo. Un’opera tarda di Joseph Victor von Scheffel del 1884, un ciclo di poesie in dodici parti, si intitola anch’esso Waldeinsamkeit.

Il motivo si ritrova senza un diretto riferimento in numerose opere di romance, in quanto la foresta ed il poeta in solitudine possono essere visti come motivi chiave dell’epoca, come nel romanzo Heinrich von Ofterdingen di Novalis o nelle poesie di August von Platen, Ludwig Uhland e Nicholas Lenau.

La parola era un germanismo non tradotto che entrò nella letteratura americana, come nel poema Waldeinsamkeit di Ralph Waldo Emerson del 1858.

Nell’ambito della pittura il motivo della foresta in solitudine fu trattato soprattutto da Caspar David Friedrich, Carl Gustav Carus, Ernst Ferdinand Oehme, Ludwig Richter e anche da Moritz von Schwind. Il dipinto Genoveva in der Waldeinsamkeit di Ludwig Richter si basa sul pubblico annuncio di Geneviève del Brabante e mostra la foresta come un luogo cui si anela e un luogo di raccoglimento, con le caratteristiche del tipico dipinto religioso romantico. Lo stesso disegno fu rappresentato dal pittore Hans Thoma. Le rappresentazioni della foresta di Julius Mařáks furono la base per il ciclo poetico Waldeinsamkeit di Scheffel.

In ambito musicale l’argomento viene trattato nelle opere Siegfried e Parsifal di Wagner.

Kaulbach: 'Waldeinsamkeit', 1879

Kaulbach: ‘Waldeinsamkeit’, 1879

Ecco la poesia di Ralph Waldo Emerson:

I do not count the hours I spend
In wandering by the sea;
The forest is my loyal friend,
Like God it useth me.

In plains that room for shadows make
Of skirting hills to lie,
Bound in by streams which give and take
Their colors from the sky;

Or on the mountain-crest sublime,
Or down the oaken glade,
O what have I to do with time?
For this the day was made.

Cities of mortals woe-begone
Fantastic care derides,
But in the serious landscape lone
Stern benefit abides.

Sheen will tarnish, honey cloy,
And merry is only a mask of sad,
But, sober on a fund of joy,
The woods at heart are glad.

There the great Planter plants
Of fruitful worlds the grain,
And with a million spells enchants
The souls that walk in pain.

Still on the seeds of all he made
The rose of beauty burns;
Through times that wear and forms that fade,
Immortal youth returns.

The black ducks mounting from the lake,
The pigeon in the pines,
The bittern’s boom, a desert make
Which no false art refines.

Down in yon watery nook,
Where bearded mists divide,
The gray old gods whom Chaos knew,
The sires of Nature, hide.

Aloft, in secret veins of air,
Blows the sweet breath of song,
O, few to scale those uplands dare,
Though they to all belong!

See thou bring not to field or stone
The fancies found in books;
Leave authors’ eyes, and fetch your own,
To brave the landscape’s looks.

Oblivion here thy wisdom is,
Thy thrift, the sleep of cares;
For a proud idleness like this
Crowns all thy mean affairs.

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I Finfolk alle Orcadi

The Orkney Islands on the Carta Marina, 1539 by Olaus Magnus (1490-1557)

The Orkney Islands on the Carta Marina, 1539
by Olaus Magnus (1490-1557)

Finfolk nel folklore delle isole Orcadi erano una razza di stregoni oscuri e tetri, temuti e di cui non ci si fidava.
Le loro abilità nautiche erano senza pari e, oltre ad avere potere di scatenare le tempeste e potere sul mare, sono considerati dei mutaforma.
A differenza dei Selkie-folk che si limitavano – almeno secondo alcuni racconti – a riva per poco tempo, i Finfolk erano veramente anfibi. Essi andavano e venivano a loro piacimento, avventurandosi tra il loro mondo sotto il mare e la terra degli umani.
I Finfolk conducevano un tipo di vita nomade. Passavano i lunghi inverni delle Orcadi nel lussuoso Finfolkaheem, una maestosa città in luogo ignoto, che però si diceva giacesse al fondo del mare.
D’estate, però, tornavano alle Orcadi, dove risiedevano sulla loro magica isola-patria, Hildaland, una delle magiche isole che scomparivano. La tradizione vuole che Hildaland fu in seguito conquistata dai Finfolk e rinominata Eynhallow.

C’erano due distinzioni tra i ranghi dei Finfolk: il Finman e la Finwife. I racconti dei Finmen generalmente costituiscono la maggior parte del corpus di fiabe folkloriche e sono abbastanza standard nelle loro descrizioni di queste creature cupe.
I Finfolk condividevano un tratto comune con gli altri abitanti terrestri delle Orcadi, gli hill-folk (abitanti delle colline) o i trow (una specie di troll), una spiacevole predilezione per il rapimento di uomini mortali.
Farebbero sparire i loro prigionieri trasportandoli nelle loro case nascoste nell’isola, dove generalmente li costringono a rimanere per il resto dei loro giorni. Questi sventurati vengono solitamente rapiti per diventare la moglie o il marito di uno dei Finfolk.
In particolare la Finwife aveva una buona ragione per acquisire un marito mortale.

Finman on the Ebb: illustrazione di Sigurd Towrie

Finman on the Ebb: illustrazione di Sigurd Towrie

Ma è chiaro che sotto queste leggende di rapimento l’influsso malefico dei Finfolk spiega le morti per mare e la scomparsa di vari abitanti delle isole.
Immaginate una madre straziata dal dolore, seduta in un piccolo podere in silenzio, di fronte al mare in tempesta. Non sarebbe stato meglio sperare che il figlio perduto era stato preso dalla “gente del mare” e che forse sarebbe tornato di nuovo, un giorno, vivo e vegeto?

Il cristianesimo ed i Finfolk
Tratto comune con tutti gli altri abitanti soprannaturali delle Orcadi, la scomparsa dei Finfolk è stata imputata all’avvento del cristianesimo.
Quando ad alcuni vecchi abitanti delle isole è stato chiesto perché non sono stati più avvistati Finfolk, la risposta è stata: “De Finmen cinno’ live whar’ the true Gospel is preached on de land, and a sprole used fir fishin’ oan da sea” (“I Finmen non possono vivere su quella terra dove viene predicato il vangelo e in cui uno sprole viene usate per pescarne uno dal mare” – traduzione mia -).
Lo sprole era un attrezzo ittico che permetteva al pescatore di usare due ami contemporaneamente sulla stessa canna.

L’influsso dei Finfolk e dei loro simili era comunque temuto fino alla fine del diciannovesimo secolo, e quest’affermazione probabilmente fu registrata intorno a quel periodo, quando il folklore cominciò ad allontanarsi dalla coscienza degli abitanti delle Orcadi.

Sebbene pare che i Finfolk fossero opposti ai relativamente benevoli selkie-folk, in realtà ciò è molto lontano dal vero. Su tutte le creature della mitologia orcadiana, i selkie-folk sono stati “ammorbiditi” negli ultimi anni per creare uno spirito marino angelico e benevolente, ma molto lontano dalle entità originarie che seminavano il terrore in chi ci credeva. Inoltre entrambe le figure folkloriche, sebbene oggi guardate come completamente diverse, originariamente erano un’unica figura.
Sebbene i Finfolk, abitanti del mare, sembrano contenere elementi provenienti da diverse fonti, erano sicuramente basati sui Finns di tradizione norvegese. Gli abitanti indigeni della Norvegia settentrionale, i Finns, erano anche rinomati per i loro poteri magici.
Nelle Orcadi e nelle Shetland queste genti, conosciute come Norway Finns, venivano considerate a metà strada tra la mitologia e la realtà.
Ma se i Finfolk ed i selkie-folk una volta erano la stessa cosa, da dove hanno origine questi racconti?
Per la risposta, bisogna guardare al nord della Norvegia.
La Norvegia era, ed è ancora, la patria di due popoli distinti – i norvegesi, e gli abitanti originari della Scandinavia del nord, i Saami.
Nelle fonti in antico norreno ci si riferisce a loro come ai finnar; i Saami erano considerati grandi stregoni con il potere di controllare il tempo atmosferico, di viaggiare per lunghe distanze in trance magica e cambiando forma, solitamente quella di un animale marino o di un orso.
I Saami conducevano una vita nomade, con una cultura ed una società completamente diverse rispetto a quelle dei loro vicini norvegesi.
Vivevano prevalentemente nel lontano nord della Norvegia in un territorio conosciuto come Finnmark. Il Finnmark dei tempi antichi era molto più esteso dell’area attuale, e le testimonianze dimostrano come i Saami vivessero anche nelle aree più a sud e più ad est.
Sebbene i due popoli possano essersi influenzati vicendevolmente nei vari aspetti di religione e cultura, rimangono delle differenze sostanziali.
Dopo che i norvegesi adottarono il cristianesimo, ad esempio, i Saami rimasero pagani – un fatto che senza dubbio non fece altro che evidenziare ancora di più la loro reputazione di stregoni selvaggi -.
Popolo norvegese a parte, l'”appartenenza ad un altro mondo” dei Saami può essere anche vista nella letteratura in antico norreno.
A volte ci si riferisce a loro come agli jotnar (giganti) e ai dvergar (nani) – termini descrittivi non tanto per la loro taglia o statura, quando per posizionarli in un ambito mitologico, magico e sovrannaturale.
I Saami avevano una “religione” sciamanica, qualcosa che senza dubbio serviva come base per le successive tradizioni norrene, per cui i Finnar erano abili e riconosciuti operatori di magia. I loro poteri curativi e profetici, il controllo del tempo atmosferico e l’abilità di cambiar forma sono tutte capacità magiche che chiaramente si trovano attribuite ai Finfolk e ai selfie-folk nel folklore delle Orcadi e delle Shetland.
In Norvegia la reputazione dei Saami era tale che ci furono leggi successive che impedivano ai cristiani qualunque contatto con i Finnar o che andassero alla ricerca della loro conoscenza per la lettura del futuro o la guarigione.
Uno degli scritti più antichi relativi ai Saami fu scritto in Svezia dopo la Guerra dei Trent’Anni. Durante questo conflitto, si legge, gli svedesi furono accusati di usare la magia Saami.
Probabilmente le tradizioni che riguardavano i Finns norvegesi – come vennero successivamente conosciuti nella tradizione delle Orcadi – viaggiarono insieme ai vichinghi nelle isole Orcadi e Shetland. Qui presero piede e fecero nascere il folklore dei Finfolk.

Nel tempo, elementi di altre culture entrarono nella conoscenza di questi stregoni – inclusi, ad esempio, elementi delle storie degli ora dimenticati Huldrefolk.
La razza magica conosciuta come Huldrefolk è oggi praticamente dimenticata nel folklore delle Orcadi. Ma è necessario menzionarli per il loro legame nebuloso con altri elementi del folklore orcadiano, come appunto i Finfolk.

"Merman" di Edmund Dulac

“Merman” di Edmund Dulac

Nelle leggende norrene il maschio hildu era una creatura brutta, in particolare se confrontata con le giovani donne, che erano bellissime e dalle divine voci che cantavano melodie.
Sfortunatamente la bellezza delle fanciulle hildu aveva un prezzo: erano maledette, e avevano una coda come quella di una mucca che era un dolore tentare di nascondere sotto la gonna.
Immediata è la somiglianza tra la fanciulla hildu e la finwife. Ancor più se si considera il grandissimo desiderio degli huldrefolk di essere simili agli esseri umani. Un desiderio che portava le huldu dalla lunga coda di mucca a tentare disperatamente di sposare uomini mortali, spesso costringendoli nei “modi più indecenti”. Se un uomo era talmente sciocco da sdegnare le avances di una fanciulla hildu lei l’avrebbe maledetto e punito. Se invece lui l’accettava, lei l’avrebbe sposato prima possibile. Solo dopo il matrimonio la coda sarebbe caduta, permettendole di diventare una donna mortale. Se non si fosse sposata si sarebbe rattrappita e diventata brutta, sebbene il suo temperamento diventava più malleabile man mano che avanzava l’età.

Si pensava che gli huldrefolk fossero contadini che vivessero in fattorie maestose e con greggi e mandrie enormi rispetto a quelle dei vicini esseri umani. Ugualmente, le ragazze huldu eccellevano nel tenere a posto la casa.
Come i finfolk delle Orcadi, anche gli huldrefolk erano molto territoriali. La gente faceva molta attenzione a non oltrepassare la terra che si diceva appartenesse agli huldrefolk o a costruire case dove si credeva vivessero (come oggi in Islanda).
Una favola racconta che un fattore, i cui animali stavano morendo, aveva costruito la sua stalla per bovini sulla culla di un bambino huldu. Non c’è bisogno di dire che non appena spostò questa stalla fu subito lasciato in pace.
All’incirca le stesse descrizioni si trovano relativamente ai trows e agli hogboon, e anche nei loro confronti gli umani mortali si tenevano distanti miglia per evitare le loro ire, come quelle degli huldrefolk. In molte fattorie una stalla veniva lasciata vuota così da lasciare posto per la mandria dell’hulder.
Sebbene gli huldrefolk normalmente vivessero nelle fattorie e nelle foreste norvegesi, c’erano anche delle isole huldre che erano invisibili e a volte emergevano dal mare.
Si narrano storie di splendide fattorie su queste isole e si racconta che se un umano riusciva a gettare dell’acciaio su una di queste isole nascoste sarebbe diventato il proprietario dell’isola stessa. Le isole erano chiamate, per questo, findegaarder.
Le somiglianze con le isole che scompaiono dei finfolk sono immediatamente ovvie.
Se guardiamo alla storia di come Eynhallow (Hildaland) divenne Holy ci sono diversi motivi comuni:

* la moglie del contadino viene portata via su Hildaland: simile alle storie degli huldrefolk e anche dei trows. Comunque, la maggior parte delle storie degli huldrefolk si riferiscono alla loro abitudine di rapire le anime;
* due sirene cantano cercando di attirare gli uomini: con queste fanciulle che cantano ci ricordiamo delle fanciulle huldre che cantano e la cui coda cade se sposano un mortale;
Fingaarder o Hildaland: le isole magiche degli huldrefolk diventano proprietà di chi sa come trovarle. Lo stesso accade a Eynhallow in questa storia. Il nome Fingaarder può essere per caso collegato ai Finmen? Lo stesso nome Hildaland è simile a huldre.

La confusione derivante dagli altri aspetti del mito norreno e del mito delle Orcadi ci lascia con il folklore da un lato dei Finfolk e dall’altro dei selkie che abbiamo oggi.
Nelle Orcadi, i Finfolk hanno la reputazione che avevano i Finns norvegesi di potenti maghi, sebbene ci siano in realtà veramente pochi racconti in cui questi esercitino tali poteri.
All’epoca in cui le leggende cominciarono ad essere registrate, cominciarono anche a scomparire. Così molti elementi non solo sono confusi o dimenticati, ma sono stati reinterpretati dagli studiosi di folklore dell’epoca.

La spiegazione registrata nelle isole Orcadi per il nome Finfolk, ad esempio, era semplice. Non ha nulla a che vedere con gli stregoni scandinavi. I “Finn folk” avevano sicuramente pinne come i pesci (“fishlike fin”). Queste pinne, è stato registrato, erano abilmente nascoste, così che quando viste da un umano apparivano come dei pezzi di tessuto fluttuanti dai vestiti.
Ancora più a nord, nelle Shetland, non c’era questa interpretazione relativa alle pinne. Qui, il legame con i Finns norvegesi fu registrato tardi, verso la fine del diciannovesimo secolo. In questi racconti, i Finns delle Shetland hanno tutte le caratteristiche dei Finfolk e dei selkie-folk delle Orcadi.

[continua…]

***

Probabilmente il legame più forte con le leggende degli huldrefolk è una credenza comune e diffusa un tempo per cui di una persona malata di mente o letargica si diceva che fosse “nella collina”… in altre parole, che fosse presente con il proprio corpo ma non con la propria anima.
La frase fu abbastanza diffusa fino alla metà del ventesimo secolo e si riferisce alla credenza che le anime fossero rapite dagli hillfolk (“popolo della collina”), un parallelo quasi identico alla credenza norvegese per cui gli huldrefolk spesso rapivano i mortali, e si diceva che queste anime fossero “berglat” o “rapite sulla collina”. Le sfortunate persone cui questo accadeva, che rimanevano malate di mente, erano chiamate huldre-esk.

Sebbene rimangano poche testimonianze nelle isole Orcadi delle storie degli huldrefolk, la parola huldre / huldu può essere trovata, nascosta, in alcuni toponimi come Hildival a Westray che deriva dall’antico norreno Huldu-fjall. C’è anche un allettante legame nella parola delle Orcadi hilderbogie, che significa “scemo”.

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Blenda

The girls of Småland, by Hugo Hamilton (1830)

Le ragazze dello Småland – Hugo Hamilton (1830)

Secondo la leggenda, l’evento ebbe luogo all’epoca di Alle, re dei Geati (antico inglese Ælla), quando questo sovrano condusse i Geati in un attacco contro i norvegesi. Re Alle aveva radunato non solo i Geati dell’ovest, ma anche quelli del sud (o “Geati a cavallo”) dello Småland, e così tanti uomini erano partiti per la Norvegia che la provincia era praticamente senza difese. Quando i Danesi vennero a conoscenza della situazione precaria dello Småland ne approfittarono e l’attaccarono.

Blenda era una donna di nobili origini della Konga Härad (una divisione amministrativa, simile alla contea, dell’antica Svezia, e tipica di tutte le terre germaniche) che decise di inviare la budkavle (un pezzo di legno che veniva inviato di villaggio in villaggio, tipica usanza germanica, in particolare scandinava) per chiamare a raccolta tutte le donne nelle “contee” di Konga, Albo, Kinnevald, Norrvidinge e Uppvidinge.
Gli eserciti delle donne si riunirono a Brávellir, che secondo la tradizione dello Småland si trova a Värend e non nello Östergötland.

Blenda by August Malmström (1829-1901)

Blenda – August Malmström (1829-1901)

Le donne avvicinarono i danesi dicendo loro quanto ne fossero affascinate. Li invitarono ad un banchetto offrendo loro cibo e bevande. Dopo una lunga notte, i guerrieri danesi si addormentarono e le donne li uccisero uno per uno con asce e bastoni.

Quando il re Alle tornò, conferì alle donne nuovi diritti. Acquisirono il medesimo diritto di eredità, pari ai loro fratelli e mariti; il diritto di indossare una cintura come segno di continua vigilanza, il diritto di suonare il tamburo ai matrimoni, e così via.

Le cinque “contee” vennero unite nella terra di Värend, che significa la “difesa”, poiché era un baluardo per il Götaland.
Il villaggio di Blenda fu chiamato Värnslanda e il luogo vicino il terreno dove si svolse la battaglia fu chiamato Bländinge.

Il primo testo stampato in cui vi è relazione tra la leggenda ed il diritto di eredità appare nell’opera di Johan Stiernhöök De iure sueonum et gothorum vetusto (1672). Egli scrisse che i diritti di eredità furono riconosciuti alle donne dal re Sigurðr Hringr (un re leggendario danese e svedese vissuto intorno al 750, nominato in molte antiche saghe norrene) dopo la battaglia di Brávellir, in cui avevano dimostrato il loro valore contro Haraldr Hilditönn (Harald “dente di guerra”).
La leggenda appare in forma abbellita in varie petizioni negli anni 1680 e 1690 per difendere il diritto all’uguaglianza e contro le proibizioni della chiesa.

Blenda

Blenda

La forma finale della leggenda deriva probabilmente da uno storico locale, Petter Rudebeck (1660-1710), in quanto entrambe le edizioni più antiche ricordano la metodologia ed il linguaggio di Rudebeck. Peter Rudebeck raccolse e mise per iscritto abitudini contadine, pratiche, miti e leggende di quasi ogni provincia dello Småland. Nel 1813, la leggenda fu trasposta nel poema romantico Blenda nella prima e più importante opera poetica di Erik Johan Stagnelius.

Se gli eventi avvennero all’epoca del regno del re Alle avranno avuto luogo all’incirca intorno all’anno 500, il che li renderebbe meno sorprendenti, in quanto le donne soldato esistevano in Svezia ben prima del cristianesimo. Le cosiddette sköldmö o skjaldmær (le vergini che avevano deciso di combattere come guerrieri), trecento donne soldato, pare avessero servito durante la grande battaglia di Bråvalla (Slaget vid Bråvalla) del 750.

Vi sono stati diversi tentativi di supportare o screditare la storicità della leggenda. Alcuni autori hanno ipotizzato che ebbe luogo nel corso delle battaglie prima dell’incontro dei tre re Inge I di Svezia, Magnus III di Norvegia ed Eric I di Danimarca a Kungahälla nel 1101, o all’epoca dell’attacco di Sigurd I di Norvegia a Kalmar nel 1123.
Sven Lagerbring (1707-1787) ha proposto che la battaglia ebbe luogo durante l’attacco, nel 1150, da parte del re Sven III Grate (di Danimarca) alla Svezia..
Olof von Dalin (1708–1763) ha ipotizzato che ebbe luogo nel 1270 quando re Eric V di Danimarca attaccò lo Småland.
Carl Johan Schlyter (1795–1888) ha invece suggerito che la leggenda è stata inventata per spiegare perché le donne del Värend hanno i medesimi diritti ereditari degli uomini.

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