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Sprich auch du

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.
Sprich –
Doch schneide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.
Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weißt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.
Blicke umher:
sieh, wie´s lebendig wird rings –
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.
Nun aber schrumpft der Ort, wo du stehst:
Wohin jetzt, Schattenentblößter, wohin?
Steige. Taste empor.
Dünner wirst du, unkenntlicher, feiner!
Feiner: ein Faden,
an dem er herabwill, der Stern:
um unten zu schwimmen, unten,
wo er sich schimmern sieht: in der Dünung
wandernder Worte.
[Paul Celan]
[traduzione mia:]
Anche tu, parla
parla per ultimo
di’ il tuo pensiero.
Parla
ma non dividere il sì dal no.
Da’ anche senso, al tuo pensiero:
dagli ombra.
Ombra che basti, tanta
quanta tu sai
a te, intorno, divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e ancora mezzanotte.
Guardati attorno:
guarda come in giro si rivive -
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, colui che parla di ombre.
Ma ora il luogo dove stai si stringe:
adesso dove andrai, spogliato delle ombre… dove?
Sali. A tasto innalzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo
lungo il quale
vuole scendere, la stella:
per nuotare giù,
dove essa si vede brillare:
nel mareggiare di errabonde
parole.
I cavilli economici nella traduzione
Una persona desiderosa di divenire traduttrice va quest’anno all’appena passata edizione della Fiera del Libro di Torino, seguendo alla lettera i consigli di un gruppo/forum di traduttori online, proponendosi come traduttore freelance per alcune case editrici (a me piacerebbe sapere quali). Di questo mondo, lei dice, è profana: solo pochi mesi fa ha collaborato come traduttore per un’agenzia e attualmente è (come credo tutti i traduttori) alla ricerca di nuovi clienti.
In Fiera alcune delle risposte sono state scoraggianti, ma chiare: molte case editrici, visto il costo dei traduttori, ne limitano il servizio rivolgendosi ai pochissimi di cui si fidano (e io chiedo: ma non costano comunque? Ma il lavoro non dev’essere comunque pagato?). Chi, guardandola negli occhi, ha visto la sua fame e soprattutto il suo entusiasmo di crescere nel settore, le ha detto: “Certo, da qualche parte si dovrà cominciare“. Un modo che per questa persona significa “professionisti si diventa”. E ciò è giustissimo.
Sono, poi, ovviamente, arrivate le risposte da parte dei traduttori. In primis, chi risponde: “I costi dei traduttori? Ma che dicono queste case editrici? Non lo sanno che il traduttore è quello che viene pagato meno in tutta la filiera del libro?”
Le risposte fioccano: “Molto interessante quello che dici! Da molto tempo volevo porre questa domanda, qualcuno ha dei dati concreti a questo proposito? Mi piacerebbe capire quanta differenza fa veramente per un editore pagare, per esempio, 15 invece di 10 Euro a cartella. Voglio dire, quanto incide in percentuale il costo della traduzione in quella che * chiama la ‘filiera del libro’?”
P. risponde che da più di un editore si è sentita dire che ciò che incide molto sui loro costi è che in Italia, rispetto a paesi anglofoni o francofoni, si traduce moltissimo, e quindi il problema, più che dal costo della singola traduzione, sarebbe dato dalla proporzione rappresentata dalla voce “traduzione” rispetto ai costi editoriali complessivi. Secondo queste persone, in questo fenomeno andrebbe anche ricercata la retribuzione nettamente inferiore riconosciuta ai traduttori editoriali verso l’italiano a fronte di quella praticata all’estero.
Ma c’è anche chi non ha dati, numeri e percentuali, e quindi non li fornirà, ma vuol giustamente fornire qualche semplice considerazione. C’è chi non è certo che i traduttori siano quelli pagati meno nella filiera del libro: si è pagati poco rispetto all’impegno profuso e nel confronto con colleghi di altri paesi, ma molti lavoratori interni alle case editrici, a livello basso, ricevono compensi da fame, e tutti con contratti atipici (ma questo, dico io, è vero di tutti i settori in Italia, e non solo quello editoriale); peggio ancora si pensa siano pagati i revisori esterni (a molti è capitato di rivedere testi altrui e ben si sa che lavoro fastidioso sia, e i compensi possono essere della metà o anche di un terzo rispetto al compenso a cartella spettato al traduttore). E il tutto senza nemmeno la soddisfazione della firma.
Il fatto è che il libro tradotto porta con sé il costo della traduzione insieme a tutti gli altri costi: acquisto dei diritti di traduzione, lavoro di revisione e impaginazione/composizione, stampa, tiratura, distribuzione, rese. I diritti, specie di opere prime che non abbiano venduto milioni di copie in patria o di titoli tratti dalla blacklist di autori magari defunti, non costano moltissimo, e a fronte magari di una spesa di mille dollari per accaparrarseli bisogna poi sborsare una cifra superiore (1500, 3000, 5000 Euro secondo la tariffa e la mole) per la traduzione, e poi c’è tutto il resto. Se un editore facesse, poniamo, un budget tra i sette e i diecimila Euro di costi di produzione di un libro medio (non il bestseller del momento) e la traduzione se ne portasse via tra i due e i quattromila, ecco che sì, la fetta è abbastanza imponente rispetto al resto. Però è ovvio che se in Italia si pubblicano più traduzioni che opere native, che non sono gravate dal costo della traduzione, è perché le traduzioni di soldi ne portano anche a casa, per tanti motivi.
In conclusione, dal punto di vista dell’imprenditore-editore quest’ultima traduttrice tende a dare credito all’affermazione che la traduzione sia un costo pesante sul totale, ma non crede che questo sia un buon motivo per pagare così poco e trattare così male i traduttori. Ci sono altre voci di costo che si possono controllare, e poi politiche gestionali malate per cui bisogna pubblicare tanto (quindi, anche tanta fuffa) per raggiungere un break-even situato molto in alto, quando si potrebbe pubblicare meno e meglio contenendo le dimensioni, ma è un fatto che anche l’industria editoriale che occupa la più ampia quota di mercato vada verso enormi concentrazioni proprio come tanti altri settori se non tutti, e che a un certo punto l’aumento della quantità diventi imperativo e prioritario rispetto alla qualità.
Ci sarebbe da analizzare la questione a fondo… ma si cadrebbe nei cavilli economici invischiandosi troppo.
Traduzione e pubblicazione: pensieri e analisi
Una ragazza scrive: “ho solo un libro tradotto (neanche tutto, sto ancora lavorando) su un file Word e già penso al mio nome stampato a lettere d’oro sulle copertine dei migliori best seller… una mia traduzione [potrebbe] stuzzicare la gola di qualche cattivo di turno, che se appropria diventando ricco… Mi dispiace essere passata per un’ingenua sprovveduta”…
(prima mia parentesi: stai ancora lavorando alla traduzione, e non hai neanche fatto la revisione. Rifletti.
Se a malapena il nome dell’autore ha lettere in grassetto, e sicuramente non d’oro, figurati il traduttore, che spesso non viene neanche preso in considerazione/citato. Almeno in Italia. E dai uno sguardo alla proposta del governo norvegese di eliminare l’indicazione dei nominativi dei traduttori sui testi.
Chi scrive best seller e se appropria non ha proprio un occhio analitico… e meno che mai letterario).
Di seguito la risposta da parte di una traduttrice, che mi sembra molto interessante:
*, l’ingenuità e la sprovvedutezza non sono il Male, ma diventano un problema se sono l’unica lente attraverso cui si guarda il mondo, anche quando si tratta del piccolo mondo dell’editoria e dell’ancor più piccolo mondo della traduzione per l’editoria. I sogni sono un’importante elemento della vita, ma poi bisogna alzarsi dal letto.
Per usare i tuoi esempi, nella realtà non ci sono ancora editori che stampano a lettere d’oro il nome del traduttore sulle copertine dei best-seller, e per giunta a caratteri più grandi di quello dell’autore; nella realtà, ci sono ancora colleghi che hanno difficoltà ad andare sul frontespizio, e non parliamo di chi non pubblica per niente i loro nomi.
Nella realtà, qualcuno si arricchisce *scrivendo* libri (e sono eccezioni, sul totale degli scrittori pubblicati, in Italia e all’estero) ma nessuno diventa ricco pubblicando libri e tanto meno traducendoli. Qualche editore è persona ricca malgrado faccia i libri, non perché li fa; molti si danno all’editoria perché hanno fatto i soldi in altri modi, e molti tra i “piccoli” non sono ricchi, non lo saranno mai, e alcuni faticano a chiudere i conti e pagare stipendi ogni mese. Silvio Berlusconi, che sostanzialmente è il padrone del gruppo Mondadori e di un pezzo dell’Einaudi, era straricco prima di comprare queste aziende e lo rimarrebbe se le perdesse domani.
L’ambizione a tradurre letteratura per mestiere è legittima, ma sarebbe meglio sfrondarla di questi trasognati equivoci, perché non aiutano a raggiungere l’obiettivo. Qualcuno chiama in causa la “casta” dei traduttori letterari, chiusa a riccio contro la massa degli aspiranti, degli esordienti, dei principianti che preme ai cancelli per entrare; il fatto è che la realtà è questa, volenti o nolenti. Qualcuno è dentro e qualcuno è fuori, qualcuno di quelli che sono fuori entrerà, la maggior parte no, perché non hanno né il talento, né la determinazione necessari a conseguire l’obiettivo; e ci vogliono entrambi, oltre al tempo, oltre a una solida preparazione tecnica, oltre, anche, a un pizzico di fortuna.
È inelegante citare se stessi, ma giusto un anno fa scrivevo: “…i traduttori letterari sono un’élite, che ci piaccia o no; non perché siano unti del Signore, ma perché sono numericamente pochi sul totale della popolazione, e stanno dentro a un’industria che occupa poche persone, e che finanziariamente conta molto meno – sto sempre parlando di numeri – dell’industria delle piastrelle o del tondino di ferro“. Se l’obiettivo è quello di entrare in questa élite, allora bisogna darsi da fare per acquisire le competenze necessarie (studiare, viaggiare, scrivere ma soprattutto leggere) e arricchirle continuamente (studiando, viaggiando, scrivendo ma soprattutto leggendo), e nel contempo capire come funziona l’ambito di cui si vuol far parte.
Tu hai affrontato un libro intero per motivazioni squisitamente personali, e ti preoccupi che qualcuno ti possa rubare questo lavoro; io ho tentato di spiegarti che se non sei una professionista e vuoi diventarlo questa è veramente l’ultima delle preoccupazioni che dovresti nutrire, e che forse sarebbe più importante verificare invece in cosa consista il talento che pensi di avere, che so, iscrivendoti a un corso di traduzione, mettendoti al lavoro su un breve racconto da far rivedere a un traduttore di qualche esperienza anziché su un romanzo da far leggere a un’amica… Prima di preoccuparti che la tua traduzione “perfetta” possa far gola a un cattivo (ma che cos’è, un film di cappa e spada?), chiediti se un traduttore di mestiere la giudicherebbe tale – fermo restando che i traduttori si guardano bene dal parlare di traduzioni perfette – e preparati ad accettarne serenamente il giudizio.
Sognare non basta, desiderare non basta, persino tradurre non basta. Si leggono qui e altrove tanti messaggi di aspiranti traduttori che, è evidente, non hanno una padronanza solida della lingua di partenza e talvolta hanno una padronanza anche più labile dell’italiano; che sostengono di non avere tempo per leggere (!) perché già devono studiare (!); che scrivono perchè, finchè, qual’è, pò, e se glielo si fa notare rispondono che palle, qui siamo su Internet; che non sanno nulla di nulla dell’editoria italiana, di chi ci sta dentro e come, facendo cosa, e non si preoccupano di impararlo. Però vogliono firmare i contratti e vogliono firmare i libri…
Ma voler fare un lavoro *è* un lavoro, direi quasi un lavoro a tempo pieno. Da svolgere con grande dispendio di tempo e di fatica, e completamente gratis: le soddisfazioni, se verranno, verranno molto più in là.
Buon pomeriggio a tutti,
–
Ciao, Isa
A me mi par più fatica a far una mano over un semplice panuzzo ne la nostra
arte, che far tutte le scelle del mondo.
(Sebastiano del Piombo a Michelangelo Buonarroti)
A voi l’ardua sentenza.
Sulla traduzione
Intendiamoci bene. Nessuno può leggere tutto, anche su un solo argomento. È dunque necessario, molte volte, citare di seconda mano, se non in modo ancor più indiretto. Non vi è in ciò ciarlataneria, sempre che siamo convinti della competenza e probità del primo che ha citato; e nemmeno è necessario che indichiamo sempre che non citiamo dall’originale, riempiendo le pagine che scriviamo di “citazioni di seconda mano”, oziose e importune. Se cito, anche in originale, una frase greca o tedesca, non è opportuno che mi si dica che non conosco il greco né il tedesco. È preferibile citare in portoghese, anche per convenienza del lettore.
Posso tradurre, attraverso un idioma intermedio, qualsiasi poesia greca, sempre che riesca ad avvicinarmi al ritmo dell’originale, per il cui fine è sufficiente sapere semplicemente leggere il greco, cosa che di fatto so fare, o che riesca ad ottenere un’equivalenza ritmica.
In questo modo ho tradotto alcune poesie dell’Antologia Greca (n.: otto frammenti pubblicati su Athena 2 (Novembro de 1924) p. 50). L’unica cosa da chiedere, a chi sappia il greco e il portoghese, è se la mia traduzione è rispettosa del senso della poesia e se possiede un’equivalenza ritmica sufficiente. A traduzioni come queste posso legittimamente apporre l’indicazione “traduzione di F. P.”, senza dover aggiungere “attraverso l’inglese” o un’altra frase simile. Ciò che non posso fare è scrivere “tradotto dal greco”, o in qualche modo insinuare che ho tradotto in tal modo. Ciò che non posso fare è criticare una traduzione altrui dello stesso tipo, a meno che non lo faccia come se criticassi un originale portoghese, e ancor meno posso inserire note sul testo greco alla mia traduzione.
Se domani apparisse, a mio nome, un opuscolo sulla chirurgia dei reni, o una grammatica del sanscrito, indurrei necessariamente tutti a supporre che sono esperto di chirurgia o che conosco l’idioma devanagarico.
44.
Non so se qualcuno ha mai scritto una Storia della Traduzione (o delle Traduzioni). Dovrebbe essere un libro ampio, ma molto interessante. Come una Storia del Plagio – un altro possibile capolavoro che ancora attende un autore – essa dovrebbe abbondare di lezioni letterarie. Esiste una ragione per cui una cosa conduce all’altra: una traduzione è solamente un plagio in nome dell’autore. Una Storia delle Parodie completerebbe la serie, perché una traduzione è una parodia seria in un’altra lingua. I processi mentali che implica il tradurre bene sono gli stessi che sono coinvolti quando si traduce con competenza. In entrambi i casi si ha un adattamento allo spirito dell’autore, compiuto inseguendo finalità che l’autore non aveva; in un caso, la finalità è l’humour, mentre l’autore era serio, nell’altro è una lingua, mentre l’autore ha scritto in un idioma differente. Forse un giorno qualcuno parodierà una poesia umoristica in una poesia seria? Non è certo. Ma non ci possono essere dubbi sul fatto che molte poesie – anche molte grandi poesie – guadagnerebbero dall’essere tradotte nella stessa lingua in cui sono state scritte.
Ciò ci conduce a un problema, ovvero capire se ciò che importa è l’arte o l’artista, l’individuo o il prodotto. Se ciò che importa è il risultato finale, ed è quanto deve dar diletto, allora siamo giustificati se prendiamo una poesia che è tutto meno che perfetta, di un autore famoso, e alla luce dell’intendimento critico di un’altra epoca, lo rendiamo perfetto, tagliando, sostituendo o aggiungendo. L’Ode on Immortality di Wordsworth è una grande poesia, ma è lungi dall’essere una poesia perfetta. Potrebbe essere con vantaggio rimaneggiata.
L’unico modo in cui si può trarre frutto dalle traduzioni è quando esse sono difficili, ovvero, compiute da una lingua a un’altra completamente diversa, o hanno come oggetto una poesia molto complessa in una lingua molto prossima. Non è per nulla divertente tradurre, per esempio, dallo spagnolo al portoghese. Tutti coloro che sanno leggere una delle due lingue, possono leggere anche l’altra, di modo che una traduzione non sarebbe di alcuna utilità. Ma tradurre Shakespeare in una lingua neolatina sarebbe un compito molto gratificante. Dubito che si possa fare in francese; sarebbe difficile anche farlo in italiano o in spagnolo; poiché il portoghese è una delle più duttili e complesse fra le lingue romanze, potrebbe accogliere la traduzione.
45.
[La traduzione poetica]
Una poesia è un’impressione intellettualizzata, o un’idea trasformata in emozione, comunicata a qualcun’altro per mezzo di un ritmo. Questo ritmo è duplice in un unicum, come le parti concava e convessa dello stesso arco: è composto da un ritmo verbale o musicale e da un ritmo visuale o d’immagine, che gli corrisponde internamente. La traduzione di una poesia dovrebbe, dunque, conformarsi assolutamente (1) all’idea o emozione che costituisce la poesia, (2) al ritmo verbale in cui questa idea o emozione è espressa; dovrebbe conformarsi relativamente al ritmo interiore o visuale, conservando le immagini proprie quando possibile, ma mantenendosi sempre fedele al tipo di immagine.
È su questo criterio che ho basato le mie traduzioni in portoghese di Annabel Lee e Ulalume di Poe (pubblicate su Athena 4 (Janeiro de 1925), pp. 161-164, accompagnate dalla seguente indicazione: “Traduzione di F. P., ritmicamente conforme all’originale”), che ho realizzato non a causa del loro grande valore intrinseco, ma perché rappresentavano una sfida permanente per qualsiasi traduttore.
[da Saggi sulla lingua di Fernando Pessoa]