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Autonomia

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Alla base dello sconvolgimento a cui ha portato il pensiero dell’illuminismo si trova un doppio movimento, negativo e positivo, di liberazione rispetto alle norme imposte dall’esterno e di costruzione di nuove norme, scelte da noi stessi. Il buon cittadino, scrive Rousseau, è colui che sa “agire secondo i principi del proprio giudizio”. In un articolo apparso nello stesso periodo sull’Enciclopedia, Diderot abbozza così il ritratto del suo eroe ideale: si tratta di “un filosofo che, senza dare alcuna importanza al pregiudizio, alla tradizione, all’antichità, al consenso universale, all’autorità, per farla breve a tutto ciò che domina la moltitudine degli spiriti, osa pensare autonomamente“.
Questo filosofo non vuole sottomettersi ad alcun maestro senza discutere, preferisce sempre basarsi su ciò che è alla portata di tutti: la testimonianza dei sensi, la capacità di ragionare.
Alla fine del secolo Kant confermerà che il principio primo dell’illuminismo si trova in questa adesione all’autonomia.
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
(…)
Tutti i fatti, aggiunge Diderot, “sono altrettanto sottoposti alla critica”. Nell’ambito delle scienze morali e politiche, insiste Condorcet, “bisogna avere il coraggio di esaminare, discutere e anche insegnare ogni cosa”.
Kant conclude: “Il nostro secolo è propriamente il secolo della critica, alla quale tutto deve sottoporsi”.
Non per questo, tuttavia, l’essere umano potrebbe fare a meno della tradizione, vale a dire dell’intera eredità trasmessa dai suoi antenati: vivere in un ambiente che ha un passato è la sua condizione naturale e la cultura, a cominciare dalla lingua, è trasmessa a ciascuno da coloro che lo precedono. Immaginare di poter ragionare senza pregiudizi è il peggiore dei pregiudizi.
La tradizione è un elemento essenziale dell’essere umano, solo che non è sufficiente a rendere legittimo un principio o vera un’affermazione.
Una scelta come questa ha evidenti conseguenze in ambito politico: un popolo è fatto di individui e, se essi cominciano a pensare autonomamente, tutto il popolo vorrà prendere in mano il proprio destino. Il problema dell’origine e della legittimità del potere politico non è nuovo; nel XVIII secolo si scontrano due importanti concezioni. Secondo gli uni, il re ha ricevuto la corona da Dio, a prescindere dal numero di intermediari che si debba immaginare tra questa fonte ed il destinatario finale; monarca per diritto divino, non deve rendere conto a nessuno in terra. Secondo altri, che si rifanno alla ragione, alla natura o a un contratto originale, la fonte del potere risiede nel popolo, nel diritto comune e nell’interesse generale. Dio ha creato gli uomini liberi e li ha forniti di intelletto.
“Ogni uomo, che si suppone possieda uno spirito libero, deve guidarsi da sé” scrive Montesquieu.

[Tzvetan Todorov, Lo spirito dell'illuminismo, Garzanti]

Written by eleonoramatarrese

May 20, 2008 at 6:57 pm

Sight into vision: dal retinico alla contaminazione

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Poesia e pittura interagiscono fra loro. La poesia come pittura è uno degli elementi emergenti dal Settecento al Novecento; quest’ultimo metterà in crisi l’idea della rappresentazione: la volontà della parola di tradursi in immagine. Il discorso verbale si trasforma in immagine iconica.
Northrop Frye, studioso di Blake, parla della sua capacità di accostare vista e visione (eccesso del visibile), sight into vision. Prima si passava per il canale della sensazione (nel Settecento), vedi la filosofia di Locke (conoscenza attraverso i sensi): l’inanimato diventa animato, da quello che osservo passo a quello che non posso vedere.

Secondo Vico ogni uomo primitivo è poeta, perché parla per metafore.
Northrop Frye ci parla di sight into vision: niente è nell’intelletto se non è prima nei sensi. Ma Frye ci parla anche di vision into sight: quando l’uomo non può percepire la realtà, la trasforma con i suoi mezzi (vedi Michelangelo e la grandezza di Cristo rappresentata nel suo corpo): dà forma all’informe, come gli uomini primitivi.

Il linguaggio vuole assimilare la dialettica tra visibile e invisibile tramite la poesia. Lo stesso Blake è una mescolanza di contrari, provocatorio; dice che solo il male è in grado di rinnovare l’uomo. Partito radicale, sconvolge le leggi ridefinendole. Troviamo l’estremo: poeti-pittori, come Blake. Tutte le arti sono interconnesse: contaminazione.
La letteratura è vista come totalità, ogni autore è influenzato da qualcun’altro. Il talento individuale si confronta con la tradizione. Frye prende tutta l’entità dell’opera di Blake e cerca di “dominarla” e di comprendere l’immaginario dell’autore.

Per Blake la parola è più sublime dell’immagine, perché è più ambigua. Per Frye l’immagine è retinica, conta l’affidabilità dell’occhio.
Burke parla della sublimità della poesia.

Vico: 1744
Burke: 1759
Blake: 1789-92-98

A livello di linguaggio, quello poetico può ricreare l’immagine tramite la funzione fantasmatica del linguaggio stesso (Jakobson).
Funzione referenziale del linguaggio: il reale tolto dall’ambiguità;
funzione fantasmatica: agli antipodi della precedente, è il magico, è il creare nel linguaggio qualcosa che da inanimato diventa animato.

© Eleonora Matarrese 1999

Written by eleonoramatarrese

April 21, 2008 at 6:51 pm