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Coleridge, il demiurgo veggente

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La personalità di Samuel Taylor Coleridge è tutta nello scontro violento ma chiaro fra un carattere, una cultura, una società. Ma questa, si potrebbe dire, è la definizione che si può dare di parecchi artisti…
Esatto, però questa banalità, applicata al poeta che, insieme a Wordsworth in principio, ma come figura singola poi (Biographia Literaria), si fa conquista critica.

Il carattere di Samuel Taylor Coleridge è quello di un ragazzo forse ancor più ribelle che geniale, o geniale a forza di ribellioni umanamente fallite (la Pantisocracy, l’amare la donna giusta – Asra -), artisticamente (talora) riuscite (i “compiti” prefissi nelle Lyrical Ballads, lo scrivere un poema come fu, per Wordsworth, The Prelude, “completare” Christabel).

La cultura di Coleridge è quella permeata talvolta di veggenza, alla Blake, quella di un idealismo che per convenzione si suole definire “romantico” ma che sarà poi filtrato da Poe e da Baudelaire proprio perché tendeva sempre più decisamente a tagliare i ponti con il reale, volgendo al misticismo dell’alchimia verbale, al supernaturalismo del segno, alla metafisica demiurgia estetica.

Così come in ambito sociale il dato che spiega tutta la società dell’epoca è la Rivoluzione, così il dato che spiega tutto Coleridge non è né di un mago né di un angelo, né di un demonio: è solo di uno scrittore che aveva l’acutezza di uno sguardo interiore, sdegni politici, utopie, ma con la capacità di spingersi fino alle radici della condizione umana, fino a quella zona di tenebra e fango da cui vuole nascere l’uomo moderno.
Coleridge, dunque, testimone e giudice dell’Inghilterra post-Rivoluzione.

Che la rivolta etica sfoci, ad un certo momento, nella pazzesca presunzione romantica ed idealista del demiurgo velato in Kubla Khan, è fatto inconfutabile, ma il Veggente nasce dalle spoglie del moralista oltraggiato e deluso, che ritornerà per “distruggere”, nelle Lyrical Ballads, questo nuovo sogno di poesia che era un rifugio, un tentativo di salvarsi almeno da solo, ma anche di costruire un mondo finalmente sottratto alle aggressioni di una quotidianità sordida e di una società indegna, redento, grazie alla mediazione dell’Arte, della Poesia, dall’ingiustizia e dall’oppressione.

Samuel Taylor Coleridge è il primo che rivela, come poi farà Rimbaud, grazie alla raccolta dei suoi versi, la rete delle opposizioni, delle irritazioni e degli scatti che riuscirà ad ordinarsi in una serie di intuizioni ed espressioni dalle quali è nata una delle correnti più importanti dell’irrazionalismo estetico dell’ultimo secolo.
Occorre però definire il carattere del Poeta, ed il carattere della rivolta coleridgiana.

Constatato l’elemento più vistoso del temperamento coleridgiano (la rivolta, appunto), lo si fa derivare non solo da un’insofferenza radicale nei riguardi di un ambiente, di una storia, di una letteratura determinati, ma da una sorta di predisposizione innata, da un’incapacità essenziale di essere al mondo.

Quella del poeta, insomma, è una.

Written by eleonoramatarrese

April 22, 2008 at 7:41 pm

Sight into vision: dal retinico alla contaminazione

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Poesia e pittura interagiscono fra loro. La poesia come pittura è uno degli elementi emergenti dal Settecento al Novecento; quest’ultimo metterà in crisi l’idea della rappresentazione: la volontà della parola di tradursi in immagine. Il discorso verbale si trasforma in immagine iconica.
Northrop Frye, studioso di Blake, parla della sua capacità di accostare vista e visione (eccesso del visibile), sight into vision. Prima si passava per il canale della sensazione (nel Settecento), vedi la filosofia di Locke (conoscenza attraverso i sensi): l’inanimato diventa animato, da quello che osservo passo a quello che non posso vedere.

Secondo Vico ogni uomo primitivo è poeta, perché parla per metafore.
Northrop Frye ci parla di sight into vision: niente è nell’intelletto se non è prima nei sensi. Ma Frye ci parla anche di vision into sight: quando l’uomo non può percepire la realtà, la trasforma con i suoi mezzi (vedi Michelangelo e la grandezza di Cristo rappresentata nel suo corpo): dà forma all’informe, come gli uomini primitivi.

Il linguaggio vuole assimilare la dialettica tra visibile e invisibile tramite la poesia. Lo stesso Blake è una mescolanza di contrari, provocatorio; dice che solo il male è in grado di rinnovare l’uomo. Partito radicale, sconvolge le leggi ridefinendole. Troviamo l’estremo: poeti-pittori, come Blake. Tutte le arti sono interconnesse: contaminazione.
La letteratura è vista come totalità, ogni autore è influenzato da qualcun’altro. Il talento individuale si confronta con la tradizione. Frye prende tutta l’entità dell’opera di Blake e cerca di “dominarla” e di comprendere l’immaginario dell’autore.

Per Blake la parola è più sublime dell’immagine, perché è più ambigua. Per Frye l’immagine è retinica, conta l’affidabilità dell’occhio.
Burke parla della sublimità della poesia.

Vico: 1744
Burke: 1759
Blake: 1789-92-98

A livello di linguaggio, quello poetico può ricreare l’immagine tramite la funzione fantasmatica del linguaggio stesso (Jakobson).
Funzione referenziale del linguaggio: il reale tolto dall’ambiguità;
funzione fantasmatica: agli antipodi della precedente, è il magico, è il creare nel linguaggio qualcosa che da inanimato diventa animato.

© Eleonora Matarrese 1999

Written by eleonoramatarrese

April 21, 2008 at 6:51 pm