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Archive for May 23rd, 2008

Piacere, sono un poeta

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Chiunque, per fortuna o per disgrazia, abbia spesso a che fare con i molti che scrivono versi, si imbatte di frequente in persone che non hanno la minima reticenza a definirsi poeti. Buonasera, lo sa che anch’io sono un poeta; visto che siamo fra poeti, vediamoci a cena così stiamo un po’ fra poeti, mi definisco un poeta sperimentale, sono un poeta che non appartiene a nessuna scuola, e così via autopoetandosi. C’è qualcosa di sbagliato in questo candore? Il bon ton poetico suggerirebbe di essere meno assertivi? Perché nell’affermazione “io sono un poeta” si insinua spesso una nota stonata che non si avverte in chi dice di essere musicista, pittore o regista? Parecchi poeti, anche tra quelli ampiamente riconosciuti, preferiscono evitare di definirsi tali. Eludono l’autoinvestitura con un pudore a volte sincero a volte affettato, ma questa loro reticenza ribadisce che la definizione di poeta va trattata con cautela. Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel, Wislawa Szymborska ha osservato che, tra tutti i poeti da lei conosciuti, soltanto Josif Brodskij non aveva nessun imbarazzo a dire di se stesso: “Io sono un poeta”, e non l’aveva avuto neanche in circostanze in cui quell’affermazione gli era costata cara. Quando un tribunale sovietico, che lo accusava di attività antipatriottiche, gli chiese quale fosse la sua professione, Brodskij rispose appunto di essere un poeta. Il giudice gli domandò chi o che cosa gli dava l’autorità di definirsi tale. Brodskij rispose che l’autorità se l’era data da solo, e il giudice lo condannò come “parassita della società”.

Poche ore dopo la morte di Pasolini, a Moravia fu chiesta una dichiarazione a caldo, tra la folla di una piazza romana e in una tempesta di microfoni. Moravia gridò con voce disperata che era morto soprattutto un poeta, e che in un secolo non ne nascono poi tanti, non più di tre o quattro, intendendo dire che la morte di Pasolini aveva creato un vuoto che nessuno avrebbe potuto colmare. Se Moravia aveva ragione sul numero di poeti che nascono in un secolo in una nazione (lo assumiamo per pura via di ipotesi; probabilmente sono un po’ di più, ma non molti di più) si potrebbe quasi dire che la morte di un poeta e l’esistenza che l’ha preceduta acquistano lo stesso carattere di eccezionalità dell’apparizione di un santo nel mondo secolare. Un poeta è tanto raro quanto un santo. E questo forse ci aiuta a gettar luce sia sull’imbarazzo che provano molti poeti nell’identificarsi come tali (con la luminosa eccezione di Brodskij, su cui ritorneremo), sia sulla noncuranza con la quale molti poeti non precisamente epocali si danno questo titolo da soli. Seguo qui un’indicazione emersa da una conversazione con Paolo Valesio: dire di se stessi “Io sono un poeta” equivale a dire “Io sono un santo”. Questa è la nota stonata che stride in chi si definisce poeta.

Ora, che cos’è un santo? “Un santo è qualcuno che ha raggiunto una remota possibilità umana. Ma è impossibile dire di quale possibilità si tratti”. Così scrive Leonard Cohen nel suo romanzo Belli e perdenti, in cui tra le altre cose viene raccontata la vita di St. Catherine Tekakwitha, la cosiddetta “santa degli Irochesi”. Un poeta, potremmo parafrasare, è qualcuno che ha raggiunto una remota possibilità del linguaggio, ma non siamo in grado di dire di quale possibilità si tratti. Lo leggiamo, ne scriviamo, ci sembra di capire a quale distanza è arrivato, ma non ne siamo mai del tutto sicuri, la misura dello spazio che ha percorso ci sfugge. Ma, come sfugge a noi, forse sfugge anche a lui, santo o poeta che sia. Anzi, soprattutto a lui è preclusa la misurazione finale della terra che ha esplorato, così come a Mosè non fu concesso di vedere la Terra Santa. Chi mai potrebbe proferire l’affermazione più insostenibile tra tutte: “Io sono un santo”? E chi può quindi dire di se stesso: “Io sono un poeta”?

Anni fa, tra le molte ragioni per le quali Jacques Lacan mise a rumore la comunità psicanalitica, c’era anche questa: l’analista, sosteneva Lacan, si legittima da sé. Non ha bisogno del viatico di nessun maestro o istituzione, né tanto meno (se ne conclude) di essere legato a un albo professionale. Come Freud aveva inventato la professione di psicanalista senza farsi legittimare da nessuno, così ogni analista poteva e doveva legittimarsi da solo. L’affermazione, diciamo pure la pretesa di Lacan, sollevava un problema epistemologico non piccolo. Un chimico lo legittima la facoltà di Chimica, un avvocato lo legittima il suo esame di stato, ma chi legittima le facoltà di Chimica o gli esami di stato, se non una consuetudine antica? Una consuetudine che, quando era nata, non era più autorevole della pratica psicanalitica, la quale ha l’unico torto di essere troppo giovane e quindi ancora troppo vicina a una sua inevitabile autolegittimazione. Quanto a Lacan, la sua tendenza ad autolegittimarsi era presente in lui da sempre, tanto che Rudolph Löwenstein, l’analista presso il quale lo stesso Lacan aveva iniziato l’analisi terapeutica, ad un certo punto gettò la spugna e lo dichiarò “inanalizzabile”. Nel 1963 Lacan fu poi espulso dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale, e autolegittimarsi divenne a quel punto, per lui, una ragione di vita o di morte. Qualcuno forse ricorderà un discusso analista italiano, le cui origini lacaniane erano ancora più discusse, e che cercò di prendere sul serio il dettato del suo preteso maestro, legittimando ampiamente se stesso e un buon numero di suoi discepoli. La cosa, come si sa, finì in tribunale, e diede luogo alla legge che istituì un albo professionale per psicologi e psicanalisti. Fu una riprova che nella società attuale il numero di chi si legittima da solo è sempre più ridotto. Le accademie, le istituzioni e gli albi servono appunto a rimuovere ogni scomodo soggetto che di sé affermi: “Io sono… (segue indicazione dell’autoinvestitura)”.

Si danno però vocazioni che richiedono istanze di legittimazione più complesse. Un santo viene riconosciuto tale solo dopo la sua morte, dopo un lungo processo di canonizzazione e dopo che un comprovato numero di miracoli sia stato, diciamo così, accertato. Ma anche se ha fama di santità mentre è ancora in vita, è la natura stessa della sua elezione ad impedirgli di apporre la dicitura “santo” al suo biglietto da visita, se ne ha uno, o di inserire il titolo nel suo curriculum vitae. Nemmeno i santi fondatori una chiesa (l’istanza che poi li legittimerà) potrebbero legittimarsi da sé, è proibito loro dalla sostanza della loro chiamata. E dunque cosa accade quando qualcuno vi mette in mano un biglietto da visita sul quale c’è scritto, che so, “Arcadio De Lauribus, poeta”? L’imbarazzo che ne segue è lontanamente simile a quello che si proverebbe se la stessa persona vi avesse stretto la mano dicendovi: “Buongiorno, io sono un santo”. È curioso: uno può definirsi musicista, pittore, scultore, attore, chansonnier, comico, perfino scrittore, ma non poeta. In queste altre chiamate lo statuto dell’elezione è sufficientemente aperto da non creare problemi. Quelle di scrittore, pittore e scultore sono professioni non necessariamente artistiche (uno scultore di monumenti funebri può essere un bravo artigiano senza essere un artista). Ma quella del poeta, perlomeno a partire dalla svolta romantica e dall’accento posto sulla sublimità e irripetibilità della sua ispirazione, non è una professione.

Ho sentito Patrizia Cavalli, nota per l’ironica levigatezza dei suoi versi come per la prudente parsimonia della sua musa, dire che il suo ideale di vita è quello di non avere mai nulla da fare. La dichiarazione contiene implicazioni interessanti. Il poeta, infatti, posto che le sue finanze glielo permettano, in quanto poeta (non in quanto cittadino, che è un altro discorso), non dovrebbe in effetti “fare” nulla; dovrebbe solo “essere” (il che fa giustizia dell’attivismo di tanti Arcadio De Lauribus i quali, dopo essersi definiti poeti, non se ne accontentao e, ahinoi, “fanno” moltissimo). Al poeta non viene chiesto niente di più se non di essere in ogni momento la sua poesia. Ma non gli viene chiesto neanche niente di meno, ed è questo che rende così eccezionale la sua posizione. Il poeta, come il santo, è, o dovrebbe essere, sempre-poeta, sempre-santo, ed essendo sempre la pienezza (o il vuoto) di se stesso si dovrebbe spingere fino ai limiti del suo essere. Ma gli è impossibile dire (se non con la sua poesia) quali siano questi limiti. Non può osservarli dall’esterno, definirli e definirsi. Il poeta è poietés, creatore, e ogni creatore è anche poeta. Per questo il poeta non ha un ruolo, una funzione, un posto nella divisione del lavoro. Il poeta può anche essere uno scrittore, un intellettuale, un politico, ma in quanto poeta viene prima di ogni altra specificazione. È colui che anzi, con la sua coincidenza di essere e fare, permette l’orizzonte di ogni altro fare e pronuncia anche un implicito giudizio di valore, quasi un principio trascendentale di etica poetica in grado di adattarsi ad ogni altra attività: che il suo fare sia anche e soprattutto un essere, e che dunque ogni tuo fare tenda alla dimensione del poetico. Il poeta, certo, può (anzi deve) lavorare come lavorano tutti, ma anche i poeti che hanno fatto della loro poesia la loro unica attività vengono sempre ricompensati per qualche prestazione specifica, per un libro o per una conferenza; non per la loro poesia, che non è pagabile. Ruoli e funzioni sono rimpiazzabili, ma un poeta non è sostituibile da nessuno, nemmeno da un altro poeta. È legittimo che il poeta sappia di essere poeta, ma l’affermazione “io sono un poeta” è limitante rispetto alla potenza creatrice che si nasconde nel puro “io sono”, e che sottintende “io sono un creatore”. Prima ancora di suonare orgogliosa o arrogante, la frase “io sono un poeta” è soltanto dilettantesca.

I poeti sono rari (più di tre o quattro per secolo, si capisce, ma rari comunque), mentre l’attivismo poetico è frequente e quotidiano. Sono però i poeti quotidiani a legittimarsi da soli e con gran gioia, perché non hanno affatto capito né la contraddizione ontologica in cui si trovano né che il loro fare poesia resta molto lontano dall’essere poesia. Questo, sia chiaro, non è un giudizio di condanna (quale autorità potrebbe mai pronunciarlo?), perché anche di questo fare, di questo humus poetico, c’è bisogno. Herbert Quain, uno degli scrittori immaginari di Borges, sosteneva che “…la buona letteratura è piuttosto comune, e [...] non v’è quasi dialogo casuale, conversazione udita per la strada, che non la raggiunga”. Ma anche una certa santità è abbastanza comune. Molti fanno cose sante senza essere dei santi. Allo stesso modo, come dice Hans Sachs nel terzo atto dei Maestri Cantori, molti riescono a cantare un bel canto quando la primavera della vita canta per loro. Uno, però. Chi ha cantato un bel canto nei suoi vent’anni, e da questa giusta coincidenza delle stelle si è sentito legittimato a definirsi poeta, si comporta come un genitore che si crede un santo perché tutti i giorni accompagna il figlio a scuola.

Ma Brodskij? Che diritto aveva di legittimarsi da solo, di definirsi poeta? Di sicuro Brodskij era un poeta (uno di quei tre o quattro o venti o mille che nascono in un secolo, o almeno su questo sono concordi coloro che leggono il russo), ed egli stesso ne aveva una certezza pressoché dantesca. Come si accorda la sua situazione con le tesi che abbiamo fin qui esposto? Non si accorda affatto, e per fortuna. Una buona teoria è come un tappeto persiano: deve restarvi spazio per una piccola imperfezione, perché solo Allah è perfetto. E poi c’è una grande differenza tra il vantarsi di essere poeta in una cena di colleghi e il dichiararlo davanti ad un giudice che per questo ti può togliere la libertà (e il vero capolavoro è la libertà, come disse lo stesso Brodskij in una memorabile trasmissione della BBC, rispondendo a George Steiner che vantava la costrizione dei regimi totalitari come stimolo per la creazione poetica). Poesia e santità si possono pagar care entrambe, con la prigione o con le stigmate. Così come Brodskij pagò molto cara la sua autolegittimazione, chiunque abbia il coraggio o l’irresponsabilità di definirsi poeta deve essere pronto ad affrontarne le conseguenze. Sta scritto: non tenterai il signore Dio tuo. Ma anche la poesia è un dio ombroso, e quando è tentato, ebbene, spesso scaglia il suo fulmine e fa seguire il tuono.

[da Poesia, settembre 1997 - Alessandro Carrera]

Written by eleonoramatarrese

May 23, 2008 at 11:08 pm

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Perché scrivo

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Diverse pubblicazioni, in tutte le grandi tradizioni letterarie nazionali, riuniscono interviste con scrittori nelle quali è presente questa domanda così impalpabile e misteriosa: Perché scrivi?

Nell’ultima edizione speciale della sezione Dicas della rivista Sagarana vengono presentate alcune delle risposte più antologiche, sia per la loro sincerità, a volte spiazzante, sia per l’autoironia degli stessi autori, sia per ciò che hanno di illuminante per la comprensione della vera natura delle loro opere.

Doris Lessing: scrivo perché sono un animale scrittore.

Heinrich Böll: io amo scrivere, per me è una vera allegria costruire. L’argomento, il contenuto, il messaggio viene da ciò che è stato vissuto dalla mia generazione, tutto ciò che in qualche modo mi è stato dato, il contenuto è sempre un dono. La qual cosa non vuol dire che sia superfluo – un regalo è una bella cosa. Ma, il lettore, deve “conquistare” questo dono, e lo farà imponendo limiti a se stesso, e cioè, essendo costretto ad accettare la forma con la quale esso si presenta. Ma, innanzitutto, scrivere è più semplicemente il desiderio di creare qualcosa.

António Lobo Antunes: credo proprio che ci siano anche dei motivi inconsci che portano una persona a scrivere. Penso che una parte dello scrivere funzioni come catarsi, come un fattore equilibrante. Possiamo forse modificare la Bibbia e al posto di dire che ‘Nel principio c’era il Verbo’, dire che ‘Nel principio c’era la Depressione’ , perché, in fondo, la nostra esistenza altro non è se non una forma con la quale cerchiamo di
lottare contro la depressione. Vivere, probabilmente, non è molto più di questo.

Truman Capote: sono uno scrittore essenzialmente orizzontale. Penso meglio quando sono sdraiato, con una sigaretta tra le labbra e una tazza di caffè a portata di mano. La tazza di caffè può anche essere cambiata con un bicchiere di vodka, non bisogna essere fanatici. Non uso la macchina da scrivere, scrivo a mano, con la matita. Lavoro quattro ore al giorno per quattro mesi all’anno. Sono uno stilista: mi preoccupo di più sul posto di una virgola che sull’elezione del premio Nobel.

Alejo Carpentier: anche se la mia formazione è più musicale che letteraria, ho deciso di scrivere per rispondere ad una necessità che riguardava senz’altro una vocazione più profonda. Mentre ero interessato allo studio del contrappunto e della fuga in modo oggettivo (cosa che accade anche per l’architettura, sono figlio di un architetto), mi sono innamorato della letteratura per altre ragioni… Dalla mia adolescenza, ho sempre avuto la sensazione molto chiara che nell’America Latina il romanzo rispondesse ad una ‘necessità’, e che non fosse così fondamentale la sua realizzazione sul piano di una determinata estetica letteraria, quanto piuttosto la sua rispondenza ad una certa ‘ossessione’ . Il romanzo sudamericano ha tutto un mondo
da ’svelare’. Soprattutto se uno pensa che i nostri primi romanzi hanno poco più di un secolo di esistenza, e che solo molto recentemente gli scrittori sudamericani hanno preso coscienza del significato del loro mestiere.

Gabriel García Márquez: perché i miei amici mi amino di più.

Italo Calvino: in un certo modo, penso che sempre scriviamo su qualcosa che non conosciamo, scriviamo per dare al mondo non-scritto un’opportunità di esprimersi attraverso di noi. Ma, a partire dal momento in cui la mia attenzione vaga dall’ordine prestabilito delle linee scritte verso una complessità mutevole che nessuna frase potrà apprendere totalmente, credo di capire che al di là delle parole c’è qualcosa che le parole potrebbero significare.

Ernesto Sabato: scrivo per non morire di tristezza in questo paese disgraziato!

Federico García Lorca: a volte, osservando ciò che accade nel mondo attorno a me, mi domando: perché scrivere? Ma, bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Lavorare come forma di protesta. Perché l’impulso normale di una persona sarebbe urlare tutti i giorni nello svegliarsi in un mondo pieno di ingiustizie e di miserie di tutti i tipi: Io protesto! Io protesto! Io protesto!

Clarice Lispector: durante l’infanzia avevo diverse vocazioni che mi chiamavano ardentemente. Una di queste vocazioni era scrivere. E non perché è stata quella che ho inseguito. Forse perché per le altre vocazioni io avrei bisogno di affrontare un lungo apprendistato, mentre per scrivere l’apprendistato è la vita stessa che vive dentro di noi e attorno a noi. Il fatto è che io non so studiare. E per scrivere l’unico studio vero è il proprio scrivere. Da quando avevo sette anni mi sono addestrata per avere un giorno la lingua in mio potere. E, nonostante ciò, ogni volta che vado a scrivere, è come se fosse la prima volta. Ogni libro è un esordio sofferto e felice. Questa capacità di rinnovarmi completamente via via che il tempo passa è ciò che chiamo vivere e scrivere.Joyce Carol Oates: io non ho risposto a causa della difficoltà della domanda e dell’immensità della risposta. Perché? Non è una questione che l’artista si pone quando sta totalmente immerso nel suo lavoro. La teoria è territorio di quelli che non agiscono. Quindi, la ragione può essere, in parte, modificare, anche in modo infimo, la coscienza della nostra epoca; comunicare (come soltanto uno scrittore può fare) intimamente agli individui; onorare lo splendido fenomeno che è il linguaggio; nel gioco; nella guerra; perché è un modo intimo di stabilire un dialogo con il nostro vero essere, quello più segreto e sconosciuto.Paul Auster: mi faccio spesso questa domanda. Non ho una buona risposta. Credo che la ragione per cui scrivo sia: devo scrivere. È così semplice. Non è esattamente un’attività facile, non dà… ahimè… molti piaceri. Scrivere è l’arte della solitudine, è un modo di essere in armonia, o almeno in pace con l’angolo più ombroso dell’essere. Paul Celan, un ebreo nato in Romania, scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente. Come ho scritto nel mio saggio “La poesia dell’esilio” , il dolore e la rabbia di Celan hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza. Ossia, tu devi lavorare davvero duramente quando scrivi, perché è un’attività che risucchia tutte le tue energie. E, nonostante ciò, io mi sento più vivo e più umano quando sto scrivendo”.Jorge Amado: non so fare altro. Questa è la verità, non so fare altra cosa. C’è un numero di cose che tutta la gente sa fare ed io non so. Allora, primo, scrivo, perché, nel bene o nel male, è l’unica cosa che so fare; secondo, perché è un mestiere che, essendo duro, difficile, a volte anche drammatico, ci dà anche molta allegria, una certa soddisfazione di aver compiuto qualcosa. Quando qualcuno – e questo accade piuttosto spesso – mi scrive o viene da me e dice ‘io ho letto il tuo libro e questo è stato importante per me, ha aiutato la mia vita’, quando un giovane brasiliano viene e dice ‘ho letto Capitani della spiaggia e ora posso capire molto meglio il problema dei meninos de rua’, questo mi dà una grande soddisfazione. “

Jean-Paul Sartre: scrivo perché non sono felice. Scrivo perché è un modo di lottare contro l’infelicità.

 

 

 

Samuel Beckett: ho scritto tutta la mia opera molto velocemente – tra il 1946 e il 1950. La mia opera in francese mi ha portato al punto che sentivo di dire le stesse cose sempre un’altra volta. Per alcuni scrittori,
più scrivono, più facile diventa scrivere, per me è il contrario, è sempre più difficile. Per me il campo delle possibilità si riduce sempre di più.

Jorge Luis Borges: non potrei smettere di scrivere. Ho sempre saputo che il mio destino era un destino letterario, di lettore e, imprudentemente, anche di scrittore. Scrivo per rispondere ad una domanda, un bisogno interno. Se io fossi stato Robinson Crusoe, nella sua isola, o Edmond Dantés, il Conte di Montecristo, io non avrei scritto. Fino all’età di 30 anni, ho letto quello che scrivevano su di me. Poi ho
smesso. Quando pubblico un libro, i miei amici sanno che non devono parlare su quello che ho scritto. Così, pubblico un libro e non so nulla della critica, buona o cattiva, giusta o ingiusta che sia. Nemmeno delle vendite. Questo può interessare i librai e gli editori, non lo scrittore. Non scrivo per pochi e nemmeno per la grande maggioranza. Io faccio quello di cui sento la necessità. Non cerco i personaggi. Aspetto che i personaggi vengano a me… e posso anche cacciarli via. E, se loro insistono davvero, allora io scrivo
oro per poter passare ad altre cose.
Peter Handke: questo uno non può decidere. Noi ci proviamo perché non sopporteremmo un altro tipo di vita, forse perché in un’altra vita saremmo troppo vincitori o troppo sconfitti. Così abbiamo scelto questo terzo percorso, senza speranza. Non scegliamo, siamo scelti, non so da chi. Comunque, è successo quando ero studente di Giurisprudenza a Graz, in Austria. Non vedevo alcun senso nello studio, avevo avversione per il mestiere che mi aspettava, essere un avvocato. Allora ho pensato: sarà ora o mai più. Ho provato a scrivere un libro. Prima già scrivevo, anche se occasionalmente. E poi le cose prenderanno il suo corso.

Octavio Paz: i poeti dicono la verità quando affermano che, iniziando a scrivere una poesia, non sanno cosa finiranno per dire. Scriviamo per dire il non detto, e per conoscerlo.
 
William Faulkner: scrivo solo per campare.

 

Forse per questo:Jack Hirschmann

Smetterò di scrivere e dipingerò soltanto
smetterò di dipingere e canterò soltanto
smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto
smetterò di stare seduto e respirerò soltanto
smetterò di respirare e morirò soltanto
smetterò di morire e amerò soltanto
smetterò di amare e scriverò soltanto.

 

[si ringrazia Julio Monteiro Martins]

Written by eleonoramatarrese

May 23, 2008 at 11:10 am

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