Archive for May 7th, 2008
La bambina Marguerite Duras
La bambina Marguerite Duras
Scriveva su diverse scrivanie, sorvegliate dalle foto dei genitori. «Credo che la fotografia favorisca l’oblio, è la sua funzione nel mondo moderno», diceva. Sappiamo, ora che escono i Quaderni della guerra, gli scritti inediti del 1943-49, che Marguerite Duras coltivava la memoria della madre, e ne scriveva e riscriveva, fin dall’inizio: molto prima delle sussurrate litanie di Hiroshima, mon amour, o dell’adolescenza in Indocina dell’Amante. «La mamma mi picchiava spesso. Mi faceva piroettare con leggerezza e mi colpiva con un bastone. La collera le faceva montare il sangue alla testa e diceva che sarebbe morta di congestione ». La bambina si spaventava allora di perderla. Quando torna in casa il fratello grande, anche lui prende l’abitudine di picchiarla, più violento sotto l’influsso dell’oppio. «Già da molto piccola, credevo che mia madre e mio fratello maggiore dipendessero direttamente da Dio, picchiavano e giudicavano in base a ragioni superiori, piene di un mistero infinito »; quando da grande la Duras si ribellerà, sarà sempre con un senso inquieto di blasfemia.
È a questo punto del quaderno, e del racconto della sua infanzia, che la Duras si chiede perché “dissotterri”, come da un millenario insabbiamento, questi ricordi vecchi, allora, solo di tredici anni. Non vorrebbe mai che i suoi, e la loro “irresponsabilità quasi divina”, venissero giudicati. È solo “istinto di riesumazione”, per non dimenticare. E subito, nelle pagine accanto, parte un altro ricordo, la tortura di una spia della Gestapo, un vecchietto di cinquant’anni, strabico; prendeva cinquecento franchi per ogni delazione. Lo fanno spogliare, e tre compagni della Resistenza lo torturano, agli ordini di Théodora-Duras (alla pubblicazione, diventerà Thérèse). Théodora, certo per farsi coraggio, durante l’interrogatorio e la violenza reiterata, atroce, del pestaggio si nutre col pensiero degli amici torturati dai nazisti; le due crudeltà si avvicendano nella scrittura. C’è una piccola folla che assiste; alcune donne protestano, non reggono, abbandonano la stanza della tortura. Solo dopo, al bar – l’uomo, tutto in sangue, ha confessato, lei si è accesa una sigaretta – Théodora avverte una dolcezza incomprensibile. Attorno, sente l’odio delle donne, e quasi di tutti. «Théodora si domandò come potesse sopportare l’odore del sangue». Era cattiva, lo aveva sempre sospettato. «Aveva ricevuto tante botte, da piccola, non aveva mai potuto restituirle e sognava di picchiare il fratello maggiore».
Questo bell’accostamento dà le ragioni di temi che saranno dispersi, a trent’anni di distanza, in libri diversi e successivi (L’amante, Il dolore), quando la Duras avrà lasciato affluire l’autobiografia dentro la scrittura che filava leggera i suoi contenuti intollerabili, allenandosi a esporre le ferite a malapena suturate dell’indecifrabilità della vita.
Tra le pagine degli anni della guerra Sophie Bogaert e Olivier Corpet, che le trascrivono, notano un’altra consonanza. L’infanzia e la guerra sono per la Duras un’unica esperienza di sottomissione, «e spingono a una rivolta di cui la scrittura si fa strumento». Ci sono brevi racconti inediti, in queste pagine, carichi, attraverso la consueta cautela, di inaudito sentimento. Raccontano di una ballerina dell’Alta Cambogia, una misera “lokhon”, che con le sue movenze “imparaticcie” dà una misura attenuata della magica danza khmer. C’è, per la prima e ultima volta, la morte del padre. E qualche appunto sulla casa della rue Saint-Benoît, dove i tavoli da lavoro erano appunto sorvegliati dalle foto di una madre immedicabile.
Leggere nelle pieghe nascoste della vita e soprattutto dell’infanzia di uno scrittore fa sempre un po’ specie, si scoprono cose che forse avrebbero fatto meglio a restare sotto i cumuli di memoria e indovinelli dei lettori. Bisognerebbe badare più al senso concreto delle parole scritte e non insistere a voler leggerle in relazione alla vita dell’autore.
Raven Ale

As a Wunderkammer, everything I love and/or like will pass or stay in here.
For eight months I could not drink a drop of alcohol, this is why when yesterday I decided to party I immediately took my cherished bottle of beer from the Orkney Islands, I bought just in front of St Magnus’ Cathedral when in Kirkwall, and… well, I admired its perfection. I think this is my favourite beer, even if I’ve always been saying I’ve never changed “my” Guinness.
Raven Ale got an amber colour with thin head. It has a honey, fruity, citrus and spicy aroma, that I adore (it’s astonishing how you can taste citrus flowers!). Taste is syrupy, roast malts, bready.
Finish is lasting with a nice hoppyness.
Obviously, I cannot end without saying that I bought it at first for a reason only, that is its label. The image is so far from everyday life, in a sense it takes me in another world, just as if, for example, I was up high on the Preikestolen, in Norway, still taking photos at Odin’s ravens.
Sometimes, little things are those for which life counts.


