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MANFRED / QUARTINE
Ma l’estasi, l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.
Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.
E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me.
[da: Patrizia Valduga / Giovanni Manfredini, Manfred, 2003]
Patrizia Valduga, nata nel 1953, vive a Milano. Ha tradotto Dante, Shakespeare, Mallarmé, Valéry, Céline, Beckett. Tra i suoi libri: il poema Donna di dolori, Requiem, Cento quartine e altre storie d’amore, Quartine seconda centuria.
Manfred è illustrato dall’artista Giovanni Manfredini.
Élevati!
La musica, (…) la poesia (…) hanno per base i dolori innominati.
(…) Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita.
Esaminiamo infatti l’uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento e vivace, e lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia (…) a meno che la vanità di mostrarsi sensibile non lo renda ipocrita in quel momento.
L’uomo vigoroso che ha la contentezza nel cuore, è nel punto più remoto della sensibilità: questa s’accresce con il sentimento della nostra debolezza, dei nostri bisogni, dei nostri timori.
Un uomo che abbia della tristezza, s’egli avrà l’orecchio sensibile all’armonia, gusterà con delizia un dolce tumulto di affetti, godrà un piacer fisico rale, cioè sarà rapidamente cessato in lui quel dolore innominato da cui nasceva la tristezza, coll’essere l’animo assorto nella musica, e sottratto dalle tristi e confuse sensazioni di dolori vagamente sentiti e non conosciuti.
Anzi, per uscire dalla tristezza che lo perseguita, l’uomo da sé medesimo si aiuta, e cerca di abbellire e di animare coll’opera della fantasia l’effetto delle belle arti, e per poco che abbia l’anima capace di entusiasmo, come nella casual posizione delle nubi egli ravviserà le espressioni di figure in vario atteggiamento, così nelle variazioni musicali s’immaginerà molti affetti, molti oggetti e molte posizioni, alle quali il compositore medesimo non avrà pensato giammai.
La musica singolarmente è un’arte, nella quale il compositore dà occasione a chi l’ascolta di associarsi al suo travaglio per ottenere l’effetto dell’illusione.
Una bella pittura, una sublime poesia faranno qualche senso anche in chi non ne abbia gusto o passione…
(…)
Le nostre idee sarebbero di lor natura repubblicane e non consentono a soffrire un dittatore se non quando i torbidi interni ci costringono.
(…)
Tutti gli uomini che coltivano (…) le arti con qualche buon successo, furono spinti dall’infelicità e dalla folla di mali sulla laboriosa carriera che hanno battuta…
[Pietro Verri, 1773, da: Discorso sull'indole del piacere e del dolore]