Vercana

Vercana era una divinità che in epoca romana era venerata in Gallia. È ancora controverso se fosse una divinità gallica o germanica.
Il nome Vercana è noto grazie a due iscrizioni: una su una vasca di una fontana presso Zweibrücken in Germania, ad Ernestviller (Moselle), nel territorio dei Mediomatrici, dedicata alla VERCANV DEAE (iscrizione completa:  In h(onorem) d(omus) d(ivinae) deae Vercanu / isd(em) co(n)s(ulibus) ips(?) Ant() Q() F() pos(uit?) aq(uaeductum?) / V Id(us) Mai(as) = “in onore della Casa Divina e della Dea Vercana …”). La formula votiva In h.d.d. associata alla parola “dea” permette di datare questa dedica all’inizio del III secolo AD.

La seconda iscrizione (iscrizione completa: De (a) e Vercan (a) e / et Medun (a) e / L (ucius) T () Acc (s) ptus / v (otum) s (olvit) l (Ibens) m (erito) = “Alla Dea Vercana e a Meduna, Lucius T. Acceptus paga il suo voto volentieri e meritatamente”), ritrovata a Bad Bertrich, il nome Vercana è unito al nome Meduna.
Lucius T. Acceptus porta il tria nomina dei cittadini romani, con nomi tipicamente latini.
In questa dedica, le dee Vercana e Meduna sono legate all’acqua ed alla guarigione, e gli scavi a Bad Bertrich hanno portato alla luce degli impianti termali di epoca gallo-romana vicino alle sorgenti curative.

L’aver trovato il nome sia sulla vasca di una fontana che vicino le sorgenti minerali calde di Bad Bertrich potrebbe indicarla come una divinità legata alla primavera.
L’interpretazione germanica del nome deriva dal germanico *Werkanô = Ted. Wirkerin, tessitrice. In alternativa, germanico * Berkano = Ted. Birkengöttin, ”dea (della) betulla” probabilmente per il ruolo importante dato alla betulla nella medicina popolare.

Vercana è una divinità oscura. Il significato del suo nome potrebbe far luce sulle sue possibili funzioni. Olmsted suggerisce che il suo nome *verc- ano- possa derivare da una radice indoeuropea *uer- k- che significa “avvolgere”, “arrotolare”, crf. irlandese ferc, “nodo”, “appiglio” ed il gallese cywarch, “fune”. Seguendo quest’etimologia, Vercana potrebbe essere considerata come una divinità dell’acqua.
Se si fa riferimento a Lambert, Delamarre e Holder, Vercana invece deriverebbe dall’indoeuropeo *uerg- che significa “fare, agire, affrettare, pressare” oppure “ansimare per la rabbia, l’orgoglio o la furia”, cfr. antico bretone guerg ”abile”, antico gallese gwery ”attivo”, antico irlandese ferc, ferg ”furia”, “rabbia”, “ira” e l’irlandese moderno fearg che trova un parallelo nel latino urgeo “fare pressioni (al nemico)”, “sollecitare”, “tormentare”, “avanzare”.
Vercana significherebbe quindi furia, rabbia o ira. Quest’etimologia, che è la più probabile, indicherebbe Vercana come una divinità della guerra e della lotta. Il suo nome evoca lo stato in cui si diceva che i guerrieri celti fossero di fronte al nemico, sopraffatti dalla rabbia e desiderosi di spargimento di sangue. Esprime il furore o la frenesia della guerra tipica dei guerrieri celti sul campo di battaglia che, stando ai racconti, spaventava a morte il nemico.

[traduzione © Eleonora Matarrese]
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Il Níðstang

In età vichinga il modo più spettacolare per effettuare una maledizione ad un nemico era erigere il cosiddetto polo Niding (Nithstong o in inglese scorn post, altrimenti detto Níðstang).
Si tratta di pali alti circa 2,75 metri su cui venivano intagliati insulti e maledizioni in caratteri runici. Per attivare la magia distruttiva del palo vi erano delle cerimonie durante le quali veniva issato, e fissato in cima al palo, il teschio di un cavallo. Il palo veniva bloccato al suolo con il cranio rivolto verso la casa della persona maledetta.
Esso incanalava le forze distruttive di Hela, dea della morte. Queste forze si raccoglievano nel palo e venivano proiettate, così si credeva, attraverso il teschio del cavallo.
Le rune scolpite sul palo definivano il carattere e la destinazione delle forze distruttrici. Tra le altre, Thurisaz e Isa venivano utilizzate per colpire il nemico. Se usate con cattiveria, queste avevano il potere di annullare la volontà della persona maledetta e di consegnarla alle forze della distruzione. Ad esempio, la runa Thorn invoca il potere di Thurs, il demone gigante della terra a volte chiamato Moldthurs. Un esempio lo si può trovare nello Skírnismál, in cui nell’incantesimo utilizzato da Skirnir contro l’amante riluttante di Freyr, Gerdhr invoca il male usando la runa Thorn. Questa fornisce il potere per tre altri runestave (incantesimi con le rune): “Intarsierò Thurs per te, ed altri tre incantesimi: lascivia, e rabbia, e impotenza”.

Dal punto di vista magico, il Níðstang aveva lo scopo di far scatenare la rabbia degli spiriti della terra (i Landvættir o spettri terrestri) che abitano il suolo dove si trova la casa di colui che è stato maledetto. Questi folletti avrebbero poi sfogato la loro rabbia sulla persona maledetta, il cui sostentamento sarebbe mancato e la cui vita sarebbe stata distrutta.
I Níðstang sarebbero anche stati utilizzati per profanare i terreni. Questa tecnica veniva chiamata álfreka, letteralmente “allontanare gli elfi”, così che gli spiriti della terra di un luogo vengono banditi, lasciando il terreno spiritualmente morto.

Il teschio di cavallo sul Níðstang invoca la runa equina Ehwaz, utilizzando la similitudine ed il potere di trasmissione della runa per l’opera magica. Il cavallo è sacro a Odino, dio delle rune e della magia…

[estratto da Rune Magic: The History and Practice of Ancient Runic Traditions, Nigel Pennick; Harper Collins, 1993, ISBN 1855381052]

Durante l’epoca vichinga porre un níð su qualcuno significava fargli una maledizione verbale molto potente. Il potere delle parole non era sottovalutato da quegli efficienti guerrieri che furono i vichinghi, per cui una maledizione di tal sorta era davvero roba seria. Era l’ultimo insulto, e utilizzato solo in determinate circostanze.

Nella Saga di Egil Skallagrimsson (una storia norvegese/islandese del X secolo) il re Eiríkr il Sanguinario (letteralmente Blodøks ”ascia di sangue”) subì un torto da Egil e ne fece un fuorilegge. La faida risultò in molte morti da ambo le parti. Dopo una battaglia sull’isola di Herdla (vicino la Norvegia), Egil issò un palo di legno di nocciolo sulla cima dell’isola, e sulla cima del palo mise la testa mozzata di un cavallo, diretta verso la casa di Eiríkr.
Sul palo aveva scritto rune sacre, con un maleficio rivolto al re Eiríkr. E lo disse anche ad alta voce, questo níð:

“Qui pongo questo Níðstang, e
lo volgo contro il re Eirik e la regina Gunnhild -
lo volgo contro tutti gli gnomi e i piccoli esseri
della terra, che possano essere tutti perduti, non ritrovare le loro
case, finché portino re Eirik e la regina Gunnhild
fuori dal paese”
.

Secondo la leggenda, la maledizione ebbe presto effetto, ed il re e la regina si trasferirono nelle isole britanniche.

Quest’antica abitudine è ritornata, ed è nuovamente in uso nei nostri giorni: è un rituale magico molto antico, una maledizione con un potere che non bisogna utilizzare con leggerezza. I Níðstang vengono utilizzati per difendere le tradizioni ed i simboli scandinavi dai neonazisti che “prendono in prestito” i simboli runici per altri scopi.

Veit ek at ek hêkk
Vindga meieþâ
Nætr allar nîu
Geiri uneþaeþr
Ok geeþinn Ôeþni
Sialfr sialfun mer
A þeim meieþi
Er mangi veit
Hvers hann af rôtum, renn. 

Vieþ hleifi mik seldu
Nê vieþ hornigi
Nÿsta ek nieþr
Nam ek upp rûnar
OEpandi nam
Fêll ek aptr þaeþan. 

(…) 

Þa nam ek frævask
Ok vaxa ok vel hafask
Ok frôeþr vera
Oreþ mer af ôreþi
Ôreþs leitaeþi
Verk mer af verki
Verks leitaeþi 

Rûnar munt þu finna
Ok raeþinx stafi
Miök stôra stafi
Miök stinna stafi
Er fâeþi fimbulþulr
Ok göreþu ginnregin
Ok reist hroptr rögna.

[Hávámal, 139-142]

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Kulning, o la musica dei pascoli scandinavi

I Kulning, o “richiami per l’allevamento” (chiamati anche kauking e kaukning in alcune parti della Norvegia, nella provincia di Dalarna in Svezia e nelle ex province norvegesi in Svezia dello Jämtland anche kulokker, kyrlokker o lockrop) sono una forma domestica di musica scandinava, spesso utilizzata per chiamare il bestiame (mucche, capre, etc.) giù dai pascoli di alta montagna dove è stato al pascolo durante il giorno. Probabilmente il suono serviva anche per spaventare i predatori (lupi, orsi, etc.) anche se questo non era lo scopo originale del richiamo.

La forma cantata viene spesso utilizzata dalle donne, che erano coloro che curavano le greggi e le mandrie nei pascoli di alta montagna, ma ci sono testimonianze anche di richiami cantati da uomini. Alcuni ipotizzano che questo sia stato uno dei primi metodi utilizzati per addomesticare gli animali da allevamento nelle regioni scandinave e nei monti Urali, sin dai tempi preistorici. Ciò che oggi conosciamo, tuttavia, proviene da regioni vicine al centro della Fennoscandia.

Il canto ha una tecnica vocale acuta, ovvero un canto ad alta voce con toni acuti, così da poter essere sentito o da poter essere utilizzato per comunicare coprendo lunghe distanze. Ha un tono inquietante ed affascinante al tempo stesso, che spesso trasmette una sensazione di tristezza, in gran parte perché i lokks spesso includono semitoni e quarti di tono (conosciuti anche come “toni blu”) tipici della musica di quella regione.

I kulokks possono appartenere ad un singolo individuo, ma a volte sono patrimonio di una famiglia e vengono tramandati di modo che le mucche o le pecore di una famiglia sappiano di essere chiamati da loro e così solo ad essi rispondano. Alcuni richiami contengono dei nomi di animali (a volte i capibranco), anche perché le mandrie o le greggi non sono molto numerose.

Quando in una valle si effettua un richiamo, esso suona ed echeggia contro le montagne. Gli animali, alcuni dei quali indossano campanacci il cui suono può essere riconosciuto di modo da localizzare le bestie, cominciano a rispondere alla chiamata ed il suono dei campanacci indica che si stanno muovendo a valle verso la fattoria, tornando a casa.

Confrontando i kulokks con altri canti tradizionali regionali, come ad esempio gli joik, non vi è alcuna prova che tale genere sia stato utilizzato in rituali religiosi o per altri scopi. Veniva utilizzato negli allevamenti sin dai tempi medioevali, e la tradizione continua ancora oggi.

Il compositore norvegese Edvard Grieg ha basato alcune delle sue composizioni di musica classica per pianoforte e per orchestra su kulokker che aveva sentito. Un’opera prima norvegese comprende un’aria per soprano che è per metà aria e per metà kulning.

Il regista russo Andrej Tarkovskij nel suo film Offret (Svezia, 1986; tradotto con “The Sacrifice”) performa un kulning.

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La religione solare nell’impero romano

In questo articolo si prende in considerazione l’importanza rivestita dalla religione solare nell’impero romano a partire dall’introduzione del culto solare da parte di Eliogabalo, avvenuta nel 218.

Nel III ed ancor più nel IV secolo nell’universo pagano romano esistevano diverse correnti di pensiero in assoluto contrasto tra loro. Come viene messo in evidenza in due libri, Il neopaganesimo nella società moderna ed Il ritorno del paganesimo questa conflittualità esistente nel mondo pagano dell’età imperiale favorì senza dubbio la vittoria del cristianesimo sul paganesimo. Senza dubbio la causa più importante che determinò nell’universo pagano romano la formazione di tali correnti in aperto conflitto tra loro fu la crisi della religione politeistica tradizionale.

Il Sol Invictus era una divinità originaria dell’Oriente, particolarmente venerata in Siria: nel III e nel IV secolo diverse religioni orientali fecero il loro ingresso nell’impero romano. La religione solare fu introdotta a Roma nel 218 dal giovanissimo imperatore Eliogabalo che decise che il dio solare, venerato nella sua patria, diventasse una divinità onnipotente alla quale avrebbero dovuto assoggettarsi tutti gli altri dei della tradizionale religione romana, ivi compreso Giove. Il tentativo di Eliogabalo, già di per se stesso prematuro ed anacronistico, venne inoltre condotto senza alcuna prudenza e senza il minimo rispetto della mentalità e dei costumi socio-religiosi romani. Per tali ragioni esso causò una violenta reazione nell’impero, in quanto profanava i simboli più sacri della tradizione religiosa romana.

Alla fine i romani eliminarono in poco tempo sia l’imperatore Eliogabalo che il suo dio solare di origine siriana. Tale reazione del popolo romano indusse il successore di Eliogabalo, ovvero suo cugino Alessandro, a tralasciare in tutto il territorio dell’impero qualsiasi rito che riguardasse la divinità solare, sebbene questa avesse grande importanza presso tutti i membri della famiglia imperiale.

Tuttavia, poco dopo nel paganesimo orientale ebbe grande vigore la riflessione teologica sulla divinità solare. La nuova teologia solare divenne ancora più raffinata a partire dalla metà del III secolo, ricollegandosi a concezioni sempre più chiaramente monoteizzanti. Nella nuova teologia solare Helios acquistò la sua definitiva dimensione, che rimarrà tale anche nel tardo paganesimo. In tali riflessioni la divinità solare era sempre la più importante delle divinità, ma veniva subordinata all’Uno, la somma divinità dei filosofi neoplatonici, che affidava a Helios, come ad un demiurgo, il controllo di tutte le parti dell’universo.

La creazione teologica di un principio universale di tipo monoteizzante suscitò grande interesse nella società dell’epoca. Infatti la teologia solare non solo interpretava in maniera efficace sul piano religioso molte delle più importanti esigenze di quel periodo storico ma diventava anche causa di rilevanti conseguenze in ambito politico, in un’era storica nella quale la dimensione religiosa e quella politica erano strettamente collegate. In questo periodo della storia dell’impero romano la già avvenuta trasformazione dello stato romano in una moltitudine di popoli differenti tra loro per costumi, tradizioni, sistemi politici provocò come importantissima conseguenza sul piano politico una forte conflittualità tra imperatore e senato: la romanizzazione spesso poco efficace e superficiale delle province di recente conquista faceva sì che l’impero dovesse temere non solo il conflitto con i nemici esterni ma anche e soprattutto il conflitto permanente che si sviluppava all’interno dei territori dell’impero.

Considerata sotto questo aspetto, la crisi economica e sociale del terzo secolo fu in gran parte conseguenza dello scontro tra due opposte ideologie, l’una conservatrice tendente a restaurare nell’impero i valori tradizionali della “romanitas”, l’altra modernizzante tendente a dare importanza nell’impero romano a tradizioni religiose, sociali, politiche e culturali che erano in aperto conflitto con gli ideali della romanizzazione. Questo conflitto ideologico-culturale ebbe notevoli conseguenze sul piano politico poiché secondo l’ideologia conservatrice l’imperatore doveva essere scelto secondo il principio dell’adozione del migliore mentre secondo l’altra ideologia l’imperatore doveva essere scelto secondo i criteri di una stabile monarchia ereditaria.

Questo conflitto ideologico, culturale e politico divenne particolarmente forte dopo l’età di Marco Aurelio. Dopo il regno di tale imperatore entrò in crisi il principio dell’adozione del migliore e si affermò sempre più il principio della monarchia ereditaria, che presentava maggiori garanzie di stabilità e continuità rispetto all’altro principio. Anche negli ambienti intellettuali pagani si affermò sempre più il principio della monarchia ereditaria e si comprese che tale ideale politico poteva affermarsi con maggiore facilità se avesse avuto il supporto di una religione adatta a tale scopo. Proprio la religione solare venne considerata negli ambienti intellettuali pagani la più adatta a sostenere questo nuovo tipo di ideologia politica. In sintesi l’imperatore veniva considerato come una persona che godeva dell’appoggio del dio solare, che forniva il suo appoggio anche a tutti i membri della famiglia imperiale. Prendendo le mosse dalle concezioni astrologiche dominanti in quel periodo storico, la religione solare divenne un ottimo supporto per la monarchia ereditaria: tali concezioni astrologiche partivano dal presupposto che le anime preesistenti nell’empireo, allorquando si abbassavano verso la Terra per animare i corpi cui erano destinate, attraversavano la sfera dei pianeti e ne ricevevano determinate qualità. Partendo da tali concezioni astrologiche si affermò la convinzione che il Sole, re degli astri, era egli stesso il padrone del destino degli imperatori, poiché Helios dava a quelle persone che aveva scelto come imperatori la virtù dell’invincibilità, e inoltre li assisteva continuamente nella loro opera di governo proprio come un compagno ed un protettore personale. L’imperatore era perciò legato ad Helios da un rapporto di intima comunione e ne costituiva in qualche modo l’incarnazione sulla Terra: egli era pertanto imperatore per diritto di nascita, perché fin dalla sua venuta al mondo gli astri lo avevano destinato a diventare imperatore (si noti come il determinismo astrologico giocava un ruolo importantissimo nella religione solare non solo per l’imperatore ma per tutti gli esseri umani dal più potente al più umile). L’imperatore, che secondo la religione solare era disceso dal cielo prima di diventare quello che era, dopo la morte risaliva in cielo per vivere in eterno con gli dei; inoltre molti teologi della religione solare sostenevano che l’imperatore dopo la morte fosse portato in cielo dal Sole in persona nella sua quadriga risplendente.

Appare evidente che la religione solare e le teorie politiche ad essa collegate davano una giustificazione religiosa al crescente assolutismo degli imperatori romani, ragion per cui molti di essi vennero attratti da tale religione. Per fare un esempio, nella seconda metà del III secolo l’imperatore Gallieno volle che venisse collocata a Roma una statua gigantesca del dio Helios.

Tuttavia fu soprattutto alcuni anni più tardi che il culto del Sol Invictus rivestì un ruolo importantissimo a Roma all’epoca degli imperatori illirici. Essi ritennero la religione solare per i suoi stessi intrinseci caratteri il supporto più efficace della monarchia ereditaria che volevano instaurare. Va detto che dal punto di vista storico-sociale e politico tali imperatori restaurarono l’unità politica e militare dell’impero romano ed inoltre riuscirono a garantire la pace sociale promuovendo la conciliazione tra le necessità economiche delle varie classi. La religione solare raggiunse il suo apogeo nell’impero romano nel 274 quando Aureliano proclamò il Deus Sol Invictus la divinità ufficiale dell’impero e in suo onore costruì a Roma un tempio di straordinaria bellezza, al cui servizio fu preposto un apposito collegio di sacerdoti che presero il nome di “pontifices Dei Solis”. Inoltre molti storici sostengono che in quel periodo la religione solare era ufficialmente imposta ai soldati romani nonché ai capi delle legioni.

Anche i successori di Aureliano continuarono a proteggere ed appoggiare la religione solare. Tuttavia le cose cambiarono radicalmente quando salì al trono Diocleziano. Infatti tale imperatore si prepose come scopo principale del suo regno la restaurazione della romanitas. Nell’ambito di tale restaurazione Diocleziano attribuì grande importanza alla religione tradizionale romana. Diocleziano attribuì grande importanza al culto delle divinità classiche quali Marte, Mercurio, Pallade, Giove ed Ercole. Egli inoltre perseguitò con grande durezza i cristiani, ritenendoli dei pericolosi nemici degli ideali e della religione tradizionale del popolo romano. Per questi motivi la persecuzione voluta da Diocleziano fu una delle più dure della storia del cristianesimo: moltissimi cristiani vennero uccisi, a cominciare da quelli che rivestivano ruoli importanti nell’impero.

Diocleziano costituì anche un sistema di governo che prese il nome di tetrarchia, nel quale il potere sovrano era affidato a quattro persone, ovvero due Augusti e due Cesari. In tale sistema di governo la successione veniva assicurata non per diritto di nascita ma attraverso il tradizionale sistema dell’adozione del migliore. Da quanto abbiamo detto è facile comprendere che l’impero di Diocleziano trovava il suo fondamento etico, politico e religioso non nella religione solare ma nelle divinità della religione tradizionale romana. Tuttavia tutti gli sforzi di Diocleziano di restaurare la romanitas e di far ritornare l’impero romano ai suoi antichi splendori fallirono, tanto che Diocleziano si ritirò amareggiato e deluso a vita privata e non ne volle più sapere di riprendere il suo posto nella tetrarchia.

Dopo il ritiro di Diocleziano dalla scena politica romana ricominciarono le guerre civili originate dai conflitti tra i tetrarchi ed il principio dell’ereditarietà del potere imperiale tornò ad affermarsi e con esso tornò in auge la religione solare. Costantino in gioventù fu un fervente adepto della religione solare, anche perché suo padre, verso il quale il futuro imperatore provò sempre un’ammirazione assoluta ed incondizionata, era a sua volta un convinto adepto del dio Helios. Nella biografia di Costantino scritta da un autore anonimo si sostiene che nel 310 a Costantino sarebbe apparso il dio solare mentre il futuro imperatore era intento a pregare in Gallia in un tempio dedicato alla divinità solare.

Molto complessa da interpretare e da comprendere è la politica religiosa instaurata da Costantino dopo la sua conversione al cristianesimo (Costantino abbandonò la religione solare e si convertì al cristianesimo poiché prima della battaglia di Ponte Milvio, nella quale egli sconfisse Massenzio, gli apparve in cielo una croce. Costantino ordinò che la croce fosse posta sullo scudo di tutti i suoi soldati, in quanto era convinto che in tal modo avrebbe sconfitto Massenzio, conquistando il potere imperiale. Dopo aver sconfitto Massenzio Costantino si convertì al cristianesimo). Tuttavia nessuno può negare che la politica religiosa di Costantino fu dominata dal sincretismo religioso, non solo dopo la vittoria di Ponte Milvio su Massenzio, ma anche dopo che Costantino sconfisse Licinio diventando l’unico imperatore romano (mentre in precedenza Costantino governava la parte occidentale dell’impero e Licinio quella orientale).

Gli storici si sono chiesti come è possibile spiegare il persistente sincretismo religioso di Costantino, pur considerandone sincera la conversione al cristianesimo. A nostro avviso è possibile solo se si tiene presente che la maggior parte dei sudditi di Costantino erano pagani, mentre i cristiani costituivano una minoranza nella popolazione dell’impero. Inoltre i cristiani erano una minoranza quasi totalmente incapace di gestire il potere, poiché Diocleziano, come detto in precedenza, aveva fatto uccidere la maggior parte dei cristiani che avevano qualsiasi tipo di potere.

Nella parte finale di questo articolo cercheremo di dimostrare due cose: in primo luogo che non è corretto sostenere che Costantino si sia convertito al cristianesimo per un puro calcolo politico (in tal caso Costantino dovrebbe essere considerato un politico molto scadente, cosa molto lontana dalla realtà); in secondo luogo che per salvare la vita e il trono Costantino non poteva far altro che una politica religiosa imperniata sul sincretismo, poiché la maggioranza dei suoi sudditi erano adepti o della religione solare o della religione tradizionale romana politeistica, e la scelta del sincretismo fu quindi dovuta a un calcolo politico.

La scelta di Costantino di convertirsi alla religione cristiana non fu calcolo politico per almeno due ragioni. In primo luogo i cristiani erano una minoranza della popolazione dell’impero romano (secondo la maggior parte degli storici costituivano poco meno del 10% della popolazione dell’impero), e per di più quasi totalmente priva di uomini dotati di potere; in secondo luogo Costantino non avrebbe abbandonato la religione solare per un puro calcolo politico, anche per rispetto della memoria di suo padre Costanzo Cloro, il quale non solo era un convinto adepto della religione solare ma aveva più volte invitato Costantino a non abbandonare mai il dio Helios; e dopo la morte eroica di Costanzo Cloro in Britannia l’ammirazione di Costantino verso il padre era aumentata considerevolmente.

Riteniamo opportuno dire qualcosa su Costanzo Cloro che deve essere considerato un buon generale ed un valente uomo politico. Egli rivestì il ruolo di Cesare nella tetrarchia di Diocleziano, poi dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano divenne Augusto insieme con Galerio. Costanzo Cloro dimostrò di essere un valoroso condottiero in quanto combatté diverse battaglie per difendere i confini dell’impero. Morì eroicamente in battaglia in Britannia dove si era recato per guidare una spedizione romana contro gli abitanti di quella provincia dell’impero.

Per quanto riguarda la decisione di Costantino di adottare una politica religiosa basata sul sincretismo dobbiamo dire che si trattò di un calcolo politico molto intelligente ed anche inevitabile. Dobbiamo tenere presente che al tempo di Costantino la maggior parte di coloro che facevano parte degli ambienti politici, militari ed intellettuali dell’impero romano erano adepti della religione solare, mentre tra le masse popolari e il proletariato erano prevalenti gli adepti della religione romana tradizionale. Se Costantino si fosse posto in contrasto contro la religione solare si sarebbe messo contro i suoi stessi soldati che lo ammiravano in maniera incondizionata, non solo perché erano in maggioranza adepti del dio Helios, ma anche perché erano stati in gran parte agli ordini di Costanzo Cloro.

D’altra parte se Costantino avesse dimostrato pubblicamente di disprezzare la tradizionale religione romana si sarebbe attirato l’odio delle masse popolari, a quel tempo molto turbolente e frustrate. Di conseguenza Costantino praticò un evidentissimo sincretismo religioso adottando simboli e comportamenti in linea a volte con la religione solare e a volte con la religione tradizionale romana. Inoltre pur essendosi convertito al cristianesimo nel 312 non si fece mai battezzare se non quando si trovava già sul letto di morte gravemente ammalato.

Dopo Costantino i suoi successori praticarono una politica religiosa sempre più filocristiana ed ostile al paganesimo fino a che la religione cristiana divenne la religione ufficiale dell’impero romano. Al declino progressivo del paganesimo non sfuggì neanche la religione solare, che divenne sempre meno importante anche negli ambienti dove aveva esercitato una notevole influenza al tempo di Costantino.

Chiudiamo questo articolo mettendo in evidenza che il paganesimo nel V secolo era quasi totalmente sparito negli ambienti urbani mentre continuava ad essere praticato negli ambienti rurali dove riti come la lustratio finalizzata ad aumentare la fertilità dei campi erano considerati così importanti dalla maggior parte dei contadini che a volte accadde che i cristiani che si rifiutavano di partecipare a tale rito subissero il martirio anche nel V secolo e all’inizio del VI secolo, come attestano alcune iscrizioni trovate in varie province dell’impero.

* * *

Riferimenti bibliografici
G. Pellegrino, Il neopaganesimo nella società moderna, Edisud, Salerno, 2000.
G. Pellegrino, Il ritorno del paganesimo, New Grafic Service, Salerno, 2004.
M. Sordi, L’Impero Romano, Laterza, Bari-Roma, 2003.

[articolo di Giovanni Pellegrino, tratto da qui]
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Tafl games

I Tafl games (“giochi Tafl“) erano degli antichi giochi da tavolo germanici e celtici. Si giocava su una scacchiera con due squadre di diversa forza: la misura della scacchiera ed il numero dei pezzi variavano, ma tutti i giochi avevano un rapporto di pezzi di 2:1 con la squadra che aveva meno pezzi con il re al centro della scacchiera stessa. L’obiettivo del re era fuggire, a seconda dei giochi, agli angoli o ai lati della scacchiera, mentre il più grande obiettivo dell’avversario era naturalmente catturarlo. Ci sono anche alcune controversie riguardo i giochi, ad esempio si dice che in alcuni Tafl games come il Hnefatafl ed il Tawlbwrdd venissero utilizzati i dadi [Helmfrid, 2005, pagg. 10-11, discute una serie di indovinelli intriganti ma davvero complicati di cui si narra nella Hervarar Saga, e che si riferiscono all'Hnefatafl. Bayless, 2005, pagg. 15-16, suggerisce che i diversi ritrovamenti archeologici in Scandinavia rivelano scacchiere per l'Hnefatafl che includono dadi, e discute anche la teoria secondo cui lo stesso nome Tawlbwrdd significherebbe "gettare i dadi"].

I Tafl games si diffusero ovunque viaggiarono i Vichinghi, inclusi l’Islanda, la Gran Bretagna, l’Irlanda, e la Lapponia [Murray, 1951, pag. 56; Helmfrid, 2005, pag. 2]. Diverse versioni dei Tafl, inclusi Hnefatafl, Alea Evangelii, Tawlbwrdd, Brandubh, Ard Ri e Tablut, venivano utilizzate in tutta l’Europa settentrionale prima del 400 e.v. e fino ad essere soppiantate dal gioco degli scacchi nel XII secolo.

Il termine tafl, dall’antico norreno, significa “tavolo”, “tavola”, pronunciato [tavl] [Ellis, 1869, pagg. 554 e 559. La mutazione della f in [v] è inclusa nella tavola a pag. 554, anche qui attribuita a Jakob Grimm, e corroborata dalla traduzione comparativa a pag. 559], ed è il nome originario del gioco. Tuttavia, Hnefatafl divenne il termine preferito in Scandinavia verso la fine dell’età vichinga, per distinguerlo da altri giochi da tavolo, come Skáktafl (scacchi), Kvatrutafl (“tavole”, nome generalizzato dato ad un tipo di gioco da tavolo simile al backgammon, giocato su una scacchiera con due righe di dodici segni verticali chiamati “punti”; in svedese moderno si chiama Brädspel) e Halatafl (“giochi della volpe”, una categoria di giochi da tavolo in cui un giocatore è la volpe e cerca di mangiare l’oca/la pecora e l’altro giocatore dirige l’oca/la pecora verso la volpe per cercare di metterla in trappola, o cerca di raggiungere un’altra destinazione sulla scacchiera. In Italia sarebbe tradotto come “lupo e pecore”), nomi con cui questi altri giochi vennero conosciuti [Murray, 1951, pagg. 56-57].

Il nome specifico Hnefatafl possibilmente nacque per indicare “il gioco da tavolo del pugno”, da hnefi (= pugno) + tafl [Helmfrid, 2005, pag. 1, discute questa etimologia, alcuni elementi della quale sono confermati da Zoëga, 1910: hnefa / -tafl / hnefi], dove “pugno” si riferisce al pezzo centrale del re. Si discute ancora sull’etimologia precisa [Murray, 1951, pag. 60, dice hnefi intendendo "dubbioso", ma utilizzato per la pedina del re; mentre Helmfrid, 2005, pag. 1, nota che hnefa è il genitivo dell'islandese hnefi (= pugno) ma concede "è spesso tradotto come "re""], e diverse fonti fanno riferimento allo Hnefatafl come alla “tavola del Re”. Nell’Inghilterra anglosassone il termine tæfl si riferiva a molti giochi da tavolo. Non si sa se gli anglosassoni avessero un nome specifico per il gioco o se genericamente facevano riferimento a tæfl nel modo in cui oggi facciamo riferimento alle “carte”. In olandese tafel significa “tavola” e in tedesco Tafel ha significati simili.

Diversi giochi possono essere confusi con i Tafl, a causa dell’inserimento della parola tafl nei loro nomi o per altre similitudini. Halatafl è l’antico norreno per “lupi e pecore”, un gioco che risale almeno al XIV secolo. È ancora conosciuto e si gioca ancora in Europa. Kvatrutafl è l’antico norreno per Tables “tavole” (il progenitore medioevale del Backgammon). Skáktafl è l’antico norreno per gli scacchi. Fidchell o Fithcheall (in irlandese moderno: Ficheall) veniva giocato in Irlanda. L’equivalente gallese era Gwyddbwyll e quello bretone Gwezboell; entrambi i termini significano “il senso del legno” [Bayless, 2005, pag. 17]. Questo gioco medioevale popolare era giocato da ambo i lati con squadre uguali e così non era una variante del tafl, piuttosto potrebbe essere il discendente medioevale del gioco romano del Latrunculi o Ludus latrunculorum [Helmfrid, 2005, pag. 7, e Murray, 1951, pag. 35. Anche Bayless, 2005, pag. 17, discute ulteriormente il legame tra Fidchell e Latrunculi e la differenza tra questi giochi e la famiglia tafl].

Il gioco Hnefatafl è menzionato in molte saghe medioevali, incluse la Orkneyinga Saga, la Friðþjófs saga, la Hervarar saga e altre. Questi tre momenti storici in cui viene nominato il Hnefatafl offrono alcuni indizi importanti sul gioco; esistono poi numerosi altri riferimenti accidentali all’Hnefatafl o al Tafl in generale nella letteratura delle saghe [Helmfrid, 2005, pag. 11].

Nell’Orkneyinga Saga, l’importanza dell’Hnefatafl è evidente nei nove vanti dello jarl Rögnvald Kali Kolsson, che in cima alla sua lista inserisce la propria bravura al Tafl [Peterson, 2005, Helmfrid, 2005, pag. 11. Fonte originale: Rǫgnvaldr jarl kali Kolsson 1158, Orknøsk jarl og skjald (testo originale in islandese). Notevole la traduzione inglese nell'articolo sulla Viking Answer Lady's King's Table].

Nella Friðþjófs Saga, una conversazione sul gioco dello Hnefatafl rivela che gli uomini del re sono rossi e gli attaccanti bianchi, e che la parola hnefi si riferisce quindi alla pedina del re [Helmfrid, 2005, pag. 10].

L’indizio che rivelerebbe di più, ma allo stesso tempo il più ambiguo, sullo Hnefatafl si trova in una serie di indovinelli posti da un personaggio identificato come Odino travestito (v. Gestumblindi) nella Hervarar Saga. Un indovinello, come affermato nell’Hauksbók, fa riferimento alle “fanciulle senza armi che combattono intorno al loro signore, ai [bruni/rossi] che lo proteggono e ai [chiari/bianchi] che lo attaccano”, sebbene sia controverso se la parola “senza armi” si riferisca alle fanciulle o al re stesso, il che potrebbe supportare la tesi per cui un “re senza armi” non possa prender parte ad un agguato ovvero non possa fare prigionieri (v. più avanti “Equilibrio del gioco”) [Helmfrid, 2005, pag. 10, ripropone la frase suddetta dall'Hauksbók e discute la controversia di "senza armi"]. Da notare anche l’attribuzione dei colori scuro o rosso ai difensori e chiaro o bianco agli attaccanti, coerentemente con la Friðþjófs Saga. Un altro degli indovinelli di Gestumblindi chiede “Qual è la bestia tutta cinta di ferro, che uccide le greggi? Ha otto corna ma non ha testa, e corre quanto gli piace” [quotata da Helmfrid, 2005, pag. 10]. Qui, è la risposta ad essere controversa, in quanto può essere tradotta “È lo húnn nell’Hnefatafl. Ha il nome di un orso e corre dov’è lanciato” o “È lohúnn nell’Hnefatafl. Ha il nome di un orso e scappa quando è attaccato” [entrambe le traduzioni in Helmfrid, 2005, pagg. 10-11]. Il primo problema si ha nella traduzione della parola húnn, che può riferirsi ad un dado (come suggerito dalla traduzione precedente), le “otto corna” che possono riferirsi agli otto angoli di un dado a sei facce e il “gregge” che egli uccide che può riferirsi ai pezzi che uno dei giocatori perde [Helmfrid, 2005, pag. 11. Questa è una stretta parafrasi delle parole di Helmfrid]. Diversamente, húnn potrebbe fare riferimento al re, le sue “otto corna” fare riferimento agli otto difensori, il che ha più senso se si guarda l’ultima traduzione “Ha il nome di un orso e fugge quando attaccato” [Helmfrid, 2005, pag. 11. L'idea che l'húnn sia il re è supportata da Murray, v. pag. 61]. In definitiva però i riferimenti letterari non hanno dato prove a supporto dell’uso dei dadi nello Hnefatafl.

Lo Hnefatafl era un gioco popolare nella Scandinavia medioevale ed è menzionato in molte saghe nordiche. Alcuni dei riferimenti nelle saghe hanno contribuito ad alimentare la controversia sul possibile utilizzo dei dadi nel gioco dello Hnefatafl [Helmfrid, 2005, pagg. 10-11, discute gli indovinelli nella Hervarar Saga, che sono stati interpretati per suggerire l'utilizzo dei dadi nello Hnefatafl].

Le regole del gioco non sono mai state registrate esplicitamente [Bell, 1979, pag. 77], ed esistono solo i pezzi per giocare e alcune scacchiere frammentarie, così non si sa davvero come si giocasse. Se fossero stati utilizzati i dadi, in realtà non è stato registrato nulla sul loro utilizzo. Le fonti archeologiche e letterarie indicano che lo Hnefatafl potrebbe essere stato giocato su una scacchiera 13×13 o 11×11 [Bayless, 2005, pag. 15, menziona una scacchiera per Hnefatafl 11x11 del XII secolo, trovata vicino Trondheim; e Helmfrid, 2005, pag. 58, riporta  che Robert ap Ifan disegnò nel suo manoscritto una scacchiera 11x11; mentre Murray, 1951, pag. 58, riporta che la scacchiera ritrovata sulla nave Gokstad aveva una scacchiera 13x13 da un lato e il mulino - gioco da tavolo astratto - sul retro].

Alea evangelii, che significa “gioco dei vangeli” [Helmfrid, 2005, pag. 9], è stato descritto con un disegno nel manoscritto 122 che si trova nel Corpus Christi College di Oxford e proviene dall’Inghilterra anglosassone [Murray, 1961, pag. 51]. Veniva giocato su una scacchiera a caselle intersecate che misurava 18×18. Il manoscritto descrive lo schema del gioco come un’allegoria religiosa, ma è chiaro che il gioco era basato sullo Hnefatafl.

Il Tawlbwrdd era giocato in Galles. Viene descritto come un gioco con 8 pedine dal lato del re e 16 dal lato dell’attaccante. Robert ap Ifan l’ha documentato con un disegno su un manoscritto datato 1587. La sua versione era giocata su una scacchiera 11×11 con 12 pezzi dal lato del re e 24 dal lato dell’avversario. Il suo passaggio dice [Ifan, 1587, pag. 4, citato da Murray, 1951, pag. 63]:

Il suddetto tawlbwrdd dovrebbe essere giocato con un re al centro e dodici uomini nei posti a lui vicini, e ventiquattro uomini che tentano di catturarlo. Questi sono posizionati come segue: sei al centro di ogni lato della scacchiera e nelle sei posizioni centrali. E due muovono gli uomini nel gioco, e se uno (pezzo) appartenente al re si trova tra gli attaccanti, è morto e va fuori dal gioco, e lo stesso se uno degli attaccanti si trova tra due degli uomini del re nello stesso modo. E se il re stesso viene a trovarsi tra due attaccanti, e tu dici “Guarda il tuo re” prima che egli si muova in quello spazio, ed egli è impossibilitato a fuggire, tu lo catturi. Se l’altro dice “io sono il tuo vassallo” e va tra quei due, non c’è pericolo. Se il re può andare lungo la linea (…illeggibile… ), quel lato vince il gioco”.

Brandub (in irlandese moderno Bran dubh) era la forma irlandese di tafl. Sappiamo, da due poemi [in Helmfrid, 2005, pagg. 7-8 e in Bayless, 2005, pag. 17, questi passaggi sono riprodotti e ben referenziati], che era giocato con cinque uomini contro otto, e che uno dei cinque era un Branán, o capo. Sono state trovate alcune scacchiere 7×7, la più famosa delle quali è l’elaborata scacchiera di legno trovata a Ballinderry nel 1932, con dei buchi per ancorare i pezzi, probabilmente per permettere di spostare il gioco [Murray, 1951, pag. 59, discute della scacchiera di Ballinderry con uno schizzo della stessa. Questa scacchiera viene anche discussa da Helmfrid, 2005, pag. 12, e da Bayless, 2005, pag. 14, che la definisce "il più celebrato ritrovamento" in Irlanda]. Il nome brandub significa “corvo nero” [Bayless, 2005, pag. 17; Helmfrid, 2005, pag. 7].

Ard Ri (in irlandese: “grande re”) era una variante scozzese del tafl giocata su una scacchiera 7×7 con un re e otto difensori contro sedici attaccanti. Questa variante è la meno documentata tra le varianti del tafl [mentre c'è scarsità di informazioni sulle fonti pubblicate, Ard Ri è brevemente descritto ed illustrato in quattro articoli sul web: [1][2][3][4] ].

Tablut, dalla Lapponia, è invece la versione meglio documentata [Helmfrid, 2005, pag. 2]. Nel 1732 Linneo ne registrò le regole insieme ad un disegno della scacchiera nel suo diario mentre viaggiava in quella zona. La sua descrizione, in latino, era incompleta in quanto egli non parlava la lingua Sami e descrisse il gioco solo osservando i giocatori [Helmfrid, 2005, pag. 3]. Il gioco veniva giocato su un tappetino 9×9 ricamato di pelle di renna [Bell, 1979, pag. 78]. Nel suo diario, Lachesis Lapponica, Linneo fa riferimento ai pezzi chiari (i difensori) come Svedesi e ai pezzi scuri (gli attaccanti) come Moscoviti [Smith, 1811, pag. 56]. Potrebbe quindi essere il medesimo gioco ancora in uso nel tardo XIX secolo, come dalla descrizione di P. A. Lindholm in Hos Lappbönder (1884) [secondo Helmfrid, Lindholm afferma "non c'erano abbastanza carte per tutti, per cui poteva accadere che alcuni uomini si sedessero e giocassero ad una specie di scacchi, dove i pezzi sono chiamati i Russi e gli Svedesi, e cercano di sconfiggersi l'un l'altro. Qui si combattono intense battaglie che possono essere facilmente osservate guardando i giocatori, che talvolta sono così assorti che non ascoltano null'altro" - citazione in Helmfrid, 2005, pag. 5].


Hnefatafl


Alea Evangelii


Tawlbwrdd


Brandubh


Ard Ri


Tablut

Non esiste una descrizione completa delle regole del tafl che non sia ambigua [Murray, 1951, pag. 61, afferma che dei molti riferimenti al Tafl nelle saghe, l'unico indizio sul gioco è dato nella Friðþjófs Saga, sebbene sia troppo ambiguo e sia stato interpretato come un riferimento agli scacchi].
La migliore descrizione che abbiamo dalla storia è quella data da Linneo del gioco Tablut nel diario dei suoi viaggi del 1732, Lachesis Lapponica [Bell, 1979, pag. 77. Bell fornisce anche un disegno rifatto da lui dello schizzo di Linneo della scacchiera del Tablut (che si accorda con il disegno raffigurato in Smith, pag. 55)].
Le regole che seguono sono basate sulla traduzione della Lachesis Lapponica del 1811 in inglese da parte di James Edward Smith [Smith, 1811, pagg. 55-58; traduzione dall'inglese all'italiano mia]:

 

Tablut board and pieces in starting position

posizione iniziale: gli Svedesi, più chiari, iniziano al centro, mentre i Moscoviti, più scuri, iniziano dai bordi della scacchiera. Basato sugli schizzi di Linneo riprodotti in Smith, 1811.

* il gioco ha luogo su una scacchiera 9×9. La fase iniziale è mostrata nell’immagine sopra;

* il re inizia sul quadrato centrale o castello, chiamato il konakis, che non può essere occupato da nessun altro pezzo;

* gli otto difensori, chiamati Svedesi, iniziano sugli otto quadrati intorno al konakis, formando una croce;

* i sedici attaccanti, chiamati Moscoviti, cominciano in gruppo di quattro al centro di ogni lato della scacchiera (nelle note di Linneo, questi quadrati erano ricamati a significare il dominio dei Moscoviti);

* tutti i quadrati rimasti (zona neutra) possono essere occupati da qualunque pezzo durante il gioco;

* qualunque pezzo può muoversi di quante caselle vuole e in tutte le direzioni che vuole [←↑→↓], ma non diagonalmente (come la torre negli scacchi);

* nessun pezzo può oltrepassarne un altro nel suo cammino;

* se il re dovesse avere il cammino bloccato (in tutta la zona neutra) verso i bordi della scacchiera, a meno che non fosse immediatamente bloccato da un Moscovita, potrebbe fuggire e il gioco ha fine (questa regola suggerisce che il re non possa fuggire durante il dominio dei Moscoviti);

* se il re dovesse essere in procinto di fuga, e ha solo una via di fuga, deve gridare “raichi“; se dovesse avere due vie di fuga, deve gridare “tuichu” (confronta con “scacco” e “scaccomatto” negli scacchi);

* qualunque pezzo a parte il re può essere catturato e rimosso dalla scacchiera se viene circondato dai nemici dai due lati opposti (questa mossa è conosciuta come “cattura di custodia”);

* se il re è circondato da tutti i quattro lati dai nemici, vien fatto prigioniero. Se è circondato da tre lati, può scappare dal quarto;

* se il re è su una casella adiacente al konakis ed è circondato da tre lati dai suoi nemici e dal quarto dal konakis, è catturato (questa regola suggerisce che una volta che il re ha lasciato il konakis non può più farvi ritorno);

* se il re è catturato, gli Svedesi sono conquistati e i Moscoviti vincono.

Diversi problemi relativi al gioco sono deplorevolmente ambigui o non sono mai stati toccati nelle note di Linneo, ed è problematico tradurre alcuni passaggi [Helmfrid, 2005, pag. 4]. Ci sono anche diverse altre variazioni messe in piedi da ricostruzionisti moderni.

Ci sono alcune polemiche che riguardano gli squilibri del gioco, ampiamente riportati, come le regole che favoriscono fortemente il re [Schmittberger, 1992, pag. 24], sebbene ci siano diverse modifiche alle regole che possono produrre un gioco più bilanciato, come un re senz’armi (il re non può fare prigionieri), la fuga verso gli angoli (e non verso i bordi), o attacchi ostili (il re ed i suoi difensori possono essere catturati di fronte ad una casella degli attaccanti vuota) [ognuna di queste variazioni alle regole si trova nelle varianti moderne del Tafl. Queste variazioni alle regole sono state discusse anche da Helmfrid]. Schmittberger (1992) rivela persino alcune soluzioni per produrre un gioco più bilanciato senza modificare le regole del gioco stesso.
Una soluzione di questo genere è la scommessa: i giocatori a turno scommettono su quante mosse avranno bisogno per vincere il gioco. La giocata inferiore prende il re. Così, un giocatore può cominciare con una scommessa di 15 turni, l’altro giocatore con una scommessa di 14, ed il primo giocatore, che magari ha più sicurezza di riuscire in 13 turni che non 14, può scommettere 13 e prende il lato del re. Se questo giocatore non sfugge in 13 mani, l’altro giocatore vince [Schmittberger, 1992, pag. 25]. Un’altra soluzione è una partita con due turni in cui i giocatori cambiano colore dopo la prima mano. Se il re sfugge ad entrambe le mani, il vincitore è il giocatore il cui re sfugge in meno mani [Schmittberger, 1992, pag. 28].

La descrizione del Tawlbrydd di Robert ap Ifan (che precede il racconto di Linneo di 145 anni) indica che il re può essere catturato da due uomini. Peterson suggerisce che la cattura speciale del re descritta in Linneo non è corretta, e afferma che le statistiche dei giochi contemporanei giocati con una cattura del re fatta da quattro uomini mostrano che i bianchi vincano più spesso dei neri [Peterson, 2005. Questo disequilibrio è anche trattato da Schmittberger, 1992, pagg. 24-25].
Tuttavia non è ancora stato dimostrato che il gioco equilibrato risulti da regole che permettono una cattura del re fatta da due uomini. Interessante è che alcune fonti indicano che nelle ricostruzioni nei musei scandinavi dello Hnefatafl il re può essere catturato solo da due attaccanti, a meno che non sia ancora nella sua casella, in tal caso dev’essere circondato da tutti e quattro i lati [Helmfrid, 2005, pagg. 14-15; anche Aage Nielsen commenta su questa caratteristica].

Intorno al 1960 Milton Bradley pubblicò Swords and Shields (“Spade e Scudi”), essenzialmente la descrizione del Tablut registrata da Linneo, ma con gli Svedesi trasformati in scudi (con un re con lo scudo) ed i Moscoviti trasformati in spade. Sembra che il Tafl sia anche stato alla base di due altri giochi da tavolo moderni, che hanno una somiglianza significativa con i giochi storici ma con alcune importanti differenze. Entrambi i giochi hanno come caratteristica una simmetria simile ma differiscono dal classico rapporto 2:1 attaccante-difensore, ed entrambi hanno differenze importanti nella tattica.

Nel 2008 lo Hnefatafl fu riportato in auge grazie a Peter Kelly sull’isola di Fetlar nelle Shetland, dove si tengono ogni estate i campionati mondiali di Hnefatafl.

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I falò del 17 gennaio

Il 17 gennaio si celebra il culto di Sant’Antonio Abate che fu, secondo le fonti agiografiche, un’importante figura dell’ascetismo anacoretico egiziano del III secolo e.v.
Il santo è venerato come protettore degli animali (simbolo del maialino) e guaritore (da cui anche “il fuoco di Sant’Antonio”), mentre il racconto popolare lo descrive come uno strenuo lottatore contro i diavoli e le fiamme dell’inferno.
Novello Prometeo, egli avrebbe inoltre rubato all’inferno una favilla per donare agli uomini il fuoco di cui erano privi.

Pratiche, credenze e leggende connesse con questo culto si sono largamente diffuse, hanno trovato svariate rielaborazioni locali e lo stesso Santo, ad esempio in Sardegna, ha significativamente assunto il nome di “Sant’Antonio del fuoco”.
Egli viene invocato per ottenere grazie ed in suo onore vengono innalzate gigantesche cataste di legna o enormi tronchi d’albero cavi cui viene dato fuoco la sera del 16 gennaio, vigilia della festa liturgica.
Il rito dell’accensione dei falò, documentato solo dalla metà del XIX secolo, ma le cui origini risalgono probabilmente al XVII secolo, è celebrato soprattutto nelle aree centrali della Sardegna.
Il suo svolgersi è caratterizzato da elementi magici che convivono con motivazioni religiose, mentre l’atmosfera della festa coinvolge i fedeli e rafforza i legami sociali. Dopo i riti liturgici e la benedizione del fuoco la gente si ferma a lungo presso il falò, parlando, cantando, scambiando e mangiando i dolci realizzati per l’occasione. Mentre il falò arde, benefico e purificatore per tutta la notte, dalla direzione del fumo si traggono auspici per l’annata agraria e, alla fine, tizzoni, carboni e ceneri vengono conservati ed usati per curare e scongiurare malattie degli uomini e del bestiame e per preservare le colture.. da intemperie e malesseri.

Nel territorio circostante Milano i falò si accendono in prossimità del 17 gennaio, ricorrenza di Sant’Antonio Abate, da cui la festa prende il nome popolare di “falò di Sant’Antonio”.

Il fuoco costituisce uno degli attributi iconografici legati alla figura di Sant’Antonio, al punto che ad alcune patologie caratterizzate da esantemi cutanei viene dato ancor oggi il nome di “fuoco di Sant’Antonio”.
La tradizione dei falò è tuttora viva persino in alcuni parchi pubblici di Milano: nel Parco delle Cave e nel Boscoincittà si accompagna abitualmente a canti popolari, danze ed alla degustazione di vin brulé.
Da secoli, presso Linterno e numerose altre cascine dell’ovest milanese, fa parte della tradizione il trarre auspici dal movimento della “barba” del santo, ovvero dalla fine sospensione di materiale incandescente che i contadini producono smuovendo con forche da fieno la brace del falò quando la fiamma viva del materiale combustibile si è spenta.

La festa di Sant’Antonio era in passato una delle ricorrenze più sentite nelle comunità contadine. Anche oggi è piuttosto diffusa, soprattutto nelle zone rurali e nei paesi di provincia dove le tradizioni sono più radicate che nelle grandi città.
Nella cultura popolare Sant’Antonio Abate veniva raffigurato con accanto un porcellino; i contadini, per distinguerlo dall’altro Antonio, quello comunemente detto “da Padova” (e che invece è di Lisbona), lo chiamavano infatti “Sant’Antoni del purscell”; spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino; sul suo corpo spiccava il tau, croce egiziana a forma di “T”, simbolo della vita e della vittoria contro le epidemie – cosa a cui sembra alludere anche il campanello, che era utilizzato appunto per segnalare l’arrivo dei malati contagiosi -.
Egli è considerato il protettore per eccellenza contro le epidemie di certe malattie, sia dell’uomo che degli animali. Infatti è invocato come protettore del bestiame (che durante la festa viene benedetto), dei porcai, dei macellai e dei salumieri e la sua effige era in passato collocata sulla porta delle stalle. Il santo veniva invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes (herpes zoster) nota appunto come “fuoco di Sant’Antonio” o “fuoco sacro”.
Questo morbo invase ripetutamente l’Europa tra il X ed il XVI secolo, e fu proprio in questo periodo che si diffuse la credenza dei suoi poteri contro questo male.

In Abruzzo le farchie sono gigantesche colonne di canne che vengono innalzate davanti la chiesa di Sant’Antonio Abate ed incendiate nella sommità. Nel suggestivo spettacolo delle fiamme che guizzano nei colori bruni del tramonto, il paese festeggia insieme ai visitatori con canti e musica del folklore abruzzese, buon vino e cibi tradizionali.
Nella chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate viene celebrata la funzione religiosa che ha il suo culmine nella benedizione delle Farchie in presenza della statua del santo. Prima che il fuoco le consumi completamente, le farchie vengono private della sommità ardente e riportate nelle singole contrade, dove la festa continua in un clima di allegria ed ospitalità che caratterizza tutta la manifestazione.

A Nusco invece si chiama “Notte dei Falò”: notte di tradizione e di sapori, di enogastronomia d’eccellenza e di musica. Lo scenario è quello di uno dei centri storici più belli d’Italia.
La “Notte dei Falò” nasce come rito propiziatorio nel XVII secolo: è la festa di sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della comunità contadina. I primi falò venivano accesi per scacciare la peste, che nel 1656 solo a Nusco fece registrare ben 1200 vittime.
In tutto il Regno di Napoli, alla fine del XVII secolo, veniva distribuito il pane di sant’Antonio, preparato con la parte più pura del grasso di un maiale in tenera età. Si trattava di una sorta di unguento per curare l’infezione da Herpes Zoster.
I falò venivano quindi accesi per purificare i luoghi ma anche i corpi, invocando le virtù taumaturgiche di sant’Antonio. Festeggiamenti e riti si accompagnano in onore di sant’Antonio Abate il 17 gennaio di ogni anno. Il più spettacolare degli appuntamenti è senza dubbio quello della sfilata delle due “Cavallerie” della città, confraternite di congregazioni laiche d’origine contadina, ciascuna con il proprio stendardo raffigurante il santo, stendardo che durante l’anno viene custodito nella casa di un appartenente alla congregazione.
Nel giorno della festa lo stendardo viene portato, con una sfilata di cavalli riccamente bardati, sino in piazza dove avviene la benedizione e da qui condotto nella casa di un “festarolo”, eletto ognuno nell’ambito della propria “Cavalleria”. Lo stendardo viene collocato su di un vero e proprio altare allestito all’interno della stanza più importante della casa che nel giorno della festa e nella settimana successiva rimarrà aperta a chiunque voglia far visita per una sosta di preghiera, allietata dall’offerta di biscotti, ciambelle ed un immancabile bicchiere di vino.
Da quasi un secolo ormai le sfilate sono doppie, perché due sono le congregazioni che si contendono il privilegio di onorare il santo: la “vecchia” e la “nuova” cavalleria. Senza dubbio questa sana rivalità, oltre ad una sentita devozione per il santo, ha contribuito a fare della festa di sant’Antonio Abate una delle più importanti del paese.
La domenica immediatamente successiva al giorno della festa i rappresentanti delle due cavallerie si contendono un Palio dipinto in una gara di abilità equestre chiamata “Corsa della Stella”, ed è in quest’occasione che, messi da parte i buoni propositi religiosi, la “sana” rivalità delle due fazioni esprime il meglio di sé.

Il Palio è conteso dalle sette contrade in cui è diviso il paese (Ascensione, San Nicolao, San Rocco, San Michele, Pievania, La Croce, San Francesco).
Sono previste quattro fasi formate da tre batterie ed una finale sempre composta da tre cavalli che si affrontano lungo un tracciato di circa 750 metri, a cui per sorteggio partecipano le sette contrade.
La partenza, fase fondamentale di ogni corsa, è con il classico Canape comandato dal Mossiere.
Oggi il Palio di Buti ha raggiunto livelli notevoli non soltanto per il prestigio di cavalli e fantini che partecipano, ma soprattutto perché si conferma uno dei Palii a sella più importanti e famosi d’Italia tanto da diventare una tappa immancabile per gli appassionati.

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Arcana naturae. Il mistero delle origini nella paleontologia umana

Ab ovo usque ad mala
[Orazio, Satire, I, 3]

Ogni disamina del nostro passato biologico quale storia naturale dell’uomo ha spesso bisogno, per una più congrua comprensione, anche di una ricostruzione paleogeografica quale insieme di dati paleobotanici, archeofaunistici, cronostratigrafici e geoarcheologici.
Alla luce poi dei più recenti orientamenti della paleoantropologia non è certo da sottovalutare il grande peso delle nuove scoperte della biologia molecolare e della genetica delle popolazioni.

Si preferisce però qui presentare un quadro “classico”, per così dire, della “paleontologia umana”: ossia si restringe l’indagine, per economia di spazio e facilità alla lettura, alle principali “morfologie” cranico-scheletriche delle diverse sottofamiglie biologiche, fossili e viventi, consapevoli che la “morfologia” non è solo “forma”, o “dimensioni e proporzioni” fra le singole parti ma, soprattutto, indagine profonda sulle fisionomie spirituali che “pre-esistono” e si “manifestano” appunto – la preesistenza dei modelli di sviluppo di C. H. Weddington – attraverso quella specifica “forma”, lo spazio paleogenetico di R. Thom. Infatti, l’idea “ancestrale” che gli antichi ebbero delle nostre origini fu, molto probabilmente, una “percezione” umbratile, misteriosa ed occulta, quasi l’”aurora” di un’ignota notte: un retaggio aureo che nella manifestazione fisica e fenomenica dell’Io ebbe appunto l’inizio della sua “fine”, il suo “tramonto”.

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Diversamente, l’idea “scientifica” che i moderni hanno elaborato delle nostre origini, è appunto una “visione” diurna, tutt’al più crepuscolare, di un paesaggio che si è incapaci, o non si vuole, osservare di notte; si preferisce “vedere” solo ciò che i soli raggi solari illuminano, un’apparente chiarezza, e non soffermarsi sulle maestose espressioni misteriose che l’oscurità avvolge e, allo stesso tempo, dischiude.

La Paleoantropologia pertanto non è neanche “una scienza hard, classica o popperiana”: ossia nessun esperimento, come noto, può replicare la presunta “ominazione” né, tantomeno, la “verificabilità” dell’ipotetica “evoluzione può trovarsi nei resti fossili”, come osservato giustamente dall’antropologo A. Salza. Quest’ultimo studioso afferma infatti che “l’umanità non ha origini, in quanto risultato di un processo che parte con la formazione dell’universo […]“; come per l’universo quindi, al momento del Big Bang, le condizioni iniziali al «contorno» dell’umanità non hanno un «bordo», proprio come la superficie della terra non ha un «contorno» al Polo Nord.

M. Landau 1) asserisce inoltre che molte interpretazioni, spesso patetiche, dell’evoluzione umana, assumono appunto la forma della “favola”: un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe), una fatina (la teoria darwiniana), un talismano (la stazione eretta o l’encefalizzazione) ed un lieto fine (Homo sapiens, noi)…

I. A scuola dallo scimpanzè: il nostro parente più stretto..?

“Non dalle scimmie”, recitava il titolo e l’assunto di un celebre libro del paleontologo finlandese B. Kurtén 2) che sosteneva appunto la discendenza di “antropoidi e scimmie inferiori da antichi progenitori dell’uomo”. Lo stesso paleontologo P. Messeri 3) del resto, fece notare che “nessuno oggi parla più di un rapporto di figliolanza dell’uomo con le scimmie, ma semmai di cuginanza […]“; difatti “le origini dell’uomo non si riesce neppure a coglierle nel tempo”.

Il celebre biologo A. Portmann fece pertanto notare che “non ci è possibile tentare di spiegare le peculiarità spirituali dell’uomo facendole derivare da questa o quella attività animale, per quanto grande possa essere, a prima vista, l’analogia con queste ultime”.

altI nostri parenti più “stretti” invece, alla luce delle più recenti indagini della Primatologia e dell’Etologia cognitiva, risultano essere proprio le scimmie antropomorfe “superiori” (per la capacità, tra l’altro, di riconoscersi allo specchio) che, tra diversi primati non umani, sono quelle appunto che più ci assomigliano e, soprattutto, i cui “antenati” hanno preceduto i nostri sul pianeta, diversi milioni d’anni prima. Sebbene poi “attribuire una tradizione culturale nel senso antropomorfico ed antropologico del termine, anche alle società animali, non è corretto […]“, dice lo psicologo A. Tartabini 4), già da tempo diversi primatologi hanno censito molti comportamenti pre-culturali decisamente sorprendenti, che hanno radicalmente modificato ed eliminato il pregiudizio antropocentrico che in passato condizionava pesantemente ogni prospettiva di studio sugli animali. Il lavaggio delle patate e la decantazione del grano, l’uso di bastoncelli di legno per nutrirsi delle termiti, la pesca con le mani e la caccia ai molluschi marini, l’uso di foglie per attingere acqua piovana, l’utilizzo di rudimentali incudini e martelli o pietre per aprire noci di cocco e di cola, sono appunto alcuni esempi della capacità di alcune scimmie antropomorfe di adottare comportamenti “intelligenti”, ossia “abitudini sociali tramandate di generazione in generazione”.

È poi da tempo noto che l’uso degli strumenti e le capacità cognitive, associative e di controllo del linguaggio, non si sono sviluppate separatamente; ricerche svolte su primati non umani suggeriscono infatti che lo sviluppo della lateralizzazione del sistema verbale della comunicazione umana possa essere derivato da un più antico sistema comunicativo gestuale eseguito appunto con mani e faccia.

Il linguaggio, importante per un’innovazione “tecnologica”, si è visto che non è essenziale per fare un’invenzione; le regole sintattiche del linguaggio articolato sono analoghe infatti alle regole che devono essere applicate tutte le volte che devono costruirsi degli strumenti. La manipolazione dei simboli da parte di questi animali quindi, sarebbe equivalente alla proprietà di denominazione caratteristica del linguaggio; il “celebre” bonobo (una varietà di scimpanzè) Kanzi ha dimostrato, a sei anni d’età, di poter conoscere circa 200 lessigrammi (linguaggio yerkish = collezione di simboli) e di comprendere oltre 400 parole inglesi. Proprio recenti studi sui bonobo 5), hanno smentito inoltre il concetto di supremazia del maschio nell’evoluzione umana, verificando uno spiccato carattere matriarcale in cui le femmine sono decisamente dominanti; queste indagini hanno così permesso d’individuare molte analogie con il nostro comportamento, anche nella peculiare sessualità “umana” (copula faccia a faccia) praticata dai bonobo…

Diverse ricerche testimoniano pertanto un’innegabile capacità rappresentativa ed un’incontestabile capacità di categorizzazione e classificazione di oggetti da parte degli scimpanzè. L’esistenza di un “substrato anatomico in gran parte identico in tutti i primati”, la presenza di “specializzazioni emisferiche e funzionali confrontabili”, inducono quindi diversi studiosi di linguistica a credere che quella degli scimpanzé addestrati sia effettivamente una “proto-lingua”, ossia possa realmente costituire “uno stadio primitivo dello sviluppo del linguaggio” 6).

Le ricche e diverse tradizioni culturali degli scimpanzè quindi, sono seconde, per complessità, solo alle tradizioni dell’umanità. I primatologi infatti hanno descritto almeno diciannove tipi di attrezzi usati e ben trentanove modalità di comportamenti d’origine culturale, tra cui, anche una nostra “vecchia” pratica: l’estrazione del midollo attraverso bastoncini, da ossa già rotte. Gli scimpanzè ed altre scimmie, sono pertanto in grado di elaborare una sintassi: usano e costruiscono accuratamente strumenti, possono decodificare una scrittura idiogrammatica, sviluppano una suggestiva architettura psicologica dell’inganno e contro-inganno quale “rappresentazione veicolata del pensiero” 7).

Sebbene “sia presto per affermare che lo scimpanzè sia l’unica specie del pianeta che condivide con l’uomo la capacità culturale”, questa scimmia stupisce perché sa ispezionare con foglie le ferite, è in grado di liberarsi dai parassiti e di sbucciare la frutta, danza sotto la pioggia, tira al bersaglio – sebbene con mira imprecisa – ed usa grandi foglie per sedersi sul terreno bagnato, nonché… può divenire un killer molto organizzato di altre scimmie 8). Lo scimpanzè inoltre sbalordisce: si è scoperto infatti che, quando ferito o malato, consuma fiori, cortecce o gambi di svariate specie vegetali dotate di proprietà antimicrobiche, antivirali ed antiparassitarie. Questo primate sviluppa comportamenti culturali di automedicazione tramite selezione di particolari piante terapeutiche: proprio l’esame della corteccia di uno di questi alberi, Albizia grandibracteata, ha permesso agli studiosi 9) la scoperta di quattro nuove molecole che distruggono le cellule cancerose in cultura…

Al momento attuale inoltre, sono stati riscontrati solo pochissimi geni con variazioni strutturali tra noi e lo scimpanzè, con cui condividamo appunto il 99% del DNA; per alcuni studiosi infatti, le “piccole” diversità rimaste, possono risiedere in gran parte nei cosiddetti meccanismi di regolazione che interferiscono sull’espressione dei geni, quindi sul numero di copie prodotte dalla stessa proteina.

La stessa pratica della caccia fu per lungo tempo ritenuta “un’attività esclusivamente umana” fin quando la famosa primatologa Jane Goodall non la individuò anche tra gli scimpanzè: così anche il nutrirsi di carogne fu considerato un comportamento “indegno da primati”, finchè non si individuarono scimpanzè e babbuini contendere le prede a ghepardi e leopardi. Negli ultimi vent’anni si è quindi appurato che gli scimpanzè hanno una “coscienza di ordine superiore rispetto a tutte le altre scimmie”, possiedono “capacità intuitiva”, sanno interpretare “credenze vere e false degli altri”, manifestano empatia, quindi “codificano lo stato mentale in cui si trova un individuo”, esprimono un alto grado di complessità mentale, solidarietà sociale, altruismo reciproco e cooperazione; agiscono quindi in “modi equivalenti ad un comportamento morale” 10). Oltre che umani, dice giustamente l’etologo dei primati F. de Waal, “ci gloriamo di essere umanitari” ignorando però che la “moralità” non è più “il marchio distintivo della nostra cultura”.

II. Alle origini: una “paleo-scimmia” in tutti noi ?

Tutto l’animale è nell’uomo,
ma non tutto l’uomo è
nell’animale (Lao Tze)

Le scimmie antropomorfe viventi, già note come le scimmie più simili all’uomo, sono state suddivise, per convenzione scientifica, in “superiori” ed “inferiori”. Mentre queste ultime, – tipo il gibbone ed il siamango – hanno come peculiarità la brachiazione, si dondolano, ossia praticano lo spostamento aereo per mezzo dei lunghi arti superiori, le prime – come l’orango asiatico, gli scimpanzè ed i gorilla africani – non sono dei veri brachiatori, sebbene abbiano anch’essi arti superiori relativamente lunghi. Difatti scimpanzè e gorilla, come noto, sono “quadrumani”, svolgono una vita prevalentemente terrestre, mentre l’orango, arboricola. Tutte queste grandi scimmie però, occasionalmente, sono anche bipedi, ossia utilizzano sia il margine esterno delle mani, sia le nocche - knuckle-walking – come supporto per la deambulazione.

altL’assenza di una coda esterna, la presenza di arti altamente flessibili, la maggior capienza del volume cerebrale rispetto a quella di tutti gli altri primati e l’uso intenzionale di strumenti, sono, per gli studiosi, alcuni di quei tratti fondamentali che accomunano all’uomo appunto le scimmie antropomorfe viventi ed estinte, nella grande “superfamiglia” degli “ominoidi/ominoidei”. Questo termine quindi, comprende tutte le scimmie antropomorfe, compresi gibboni e siamanghi, nonché l’uomo ed ovviamente i suoi antenati fossili.

Il termine “ominidi” dunque, più specifico, in passato riguardava una “famiglia” tradizionalmente riservata all’uomo ed ai suoi progenitori fossili ritenuti “protoumani” 11). Diversamente, oggi, in questa suddivisione si tende sempre più ad includere anche parte delle grandi scimmie antropomorfe. Per molti studiosi infatti, attualmente, sia il gorilla che lo scimpanzè sono a tutti gli effetti da includere nella famiglia degli “ominidi”. Il nuovo termine “ominini” invece, di più recente uso, indicherebbe pertanto una “sottofamiglia” che dovrebbe riferirsi alla “linea di discendenza umana in senso stretto”, ossia il solo “genere” Homo 12). Pertanto, proprio perché una presunta chiarezza sul livello tassonomico del clade umano non è mai stata raggiunta, il lettore, a questo punto, non ce ne voglia se non tralasciamo di far presente che di recente, altri studiosi, si sono spinti addirittura oltre questo dibattito, fino a considerare le scimmie antropomorfe africane parte appunto del nostro stesso “genere” Homo

La sovrana confusione che regna quindi circa il modo di classificare la linea umana, ha da poco indotto la comunità scientifica mondiale dei paleoantropologi a tentar di rivedere quindi l’ardua impresa di classificazione dell’umanità…

A tal uopo, ci sembra opportuno non dimenticare alcune preziose parole di Messeri, 13) già docente di Paleontologia Umana a Firenze, in merito al “primo ed imperdonabile errore degli antropologi fisici nell’interpretare l’aspetto naturalistico dell’uomo”: ossia “quello di studiarlo con deliberato proposito alla stregua degli altri animali, trascurando il fatto determinante che l’uomo è un animale particolarissimo ed eterogeneo fra gli altri che implica una quantità di problemi specifici e collaterali che bisogna affrontare […]“, così dimenticando che i soli “resti fossili fisici […] non portano che un aiuto ben misero alla conoscenza”.

III. Gli “Ominoidi” del Miocene: i nonni dei «patriarchi»?

Il periodo chiamato Miocene (24-5,5 milioni anni) è quella fase geologica in cui si ritiene siano apparse le prime scimmie antropomorfe del Vecchio Mondo, contraddistinte da una notevole diversità biologica; la variegata pletora di reperti collezionati ha indotto appunto vari scienziati a parlare di una grande eterogeneità adattativa degli ominoidi – 40 generi e circa 100 specie – che nel Miocene appunto, dominavano con buona probabilità il complesso mondo dei primati -.

Questa grande varietà è stato così possibile suddividerla, per alcuni, in tre grandi gruppi: a) i driomorfi, dai denti ricoperti da un sottile strato di smalto, b) i ramamorfi, da uno spesso strato di smalto, c) i pliomorfi, tipici esclusivamente dell’Eurasia e con caratteristiche comuni alle catarrine primitive 14). Di recente, si tende a collocare la cosiddetta “radiazione” di tutti i grandi antropomorfi da un presunto ceppo ancestrale verso la metà del Miocene, tra 18 e 16 milioni d’anni, e la presunta “divergenza” degli “ominidi/ominini” da una linea di antropomorfi africani, verso il tardo Miocene, ossia tra gli 8-7 milioni d’anni.

Prima però di soffermarci brevemente solo su qualcuno dei nomi più significativi, è d’uopo ricordare che molti, se non la maggioranza, dei reperti fossili “ominoidi” risalenti a prima di 4 milioni d’anni, sono terribilmente frammentari (qualche dente e se va bene porzioni di cranio) nonché, spesso, insufficientemente datati.

Grande eccezione, Proconsul africanus (20-16 milioni d’anni), è un genere di ominoide quadrupede detto “generalista,” poiché il suo tipo di locomozione, per il paleontologo de Bonis ad esempio 15), non può individuarsi direttamente in alcuno dei precedenti adattamenti specializzati menzionati. Il “genere” Proconsul quindi – con almeno 4 specie finora riconosciute – ritenuto quasi una sorta di celebre “archetipo”, sebbene le “sue caratteristiche complessive non hanno alcuna somiglianza con quelle di un qualsiasi primate superiore attuale”, è stato ritenuto essere una «scimmia antropomorfa in formazione», arboricola, frugivora e con un accentuato dimorfismo sessuale (canini dei maschi più grandi rispetto a quelli delle femmine).

È curioso notare che le diverse affinità ipotizzate per questo animale, dalle dimensioni di un babbuino (taglia variabile tra i 10-80 kg, scatola cranica 160-180 cc), dipendevano di volta in volta, in un arco di oltre 30 anni, proprio dalla parte anatomica che veniva scoperta e studiata. Difatti è lo stesso studioso Pilbeam 16) a ricordarci che quando “un fossile viene rinvenuto sotto forma di frammenti raccolti nel corso di un determinato arco di tempo […], è l’ordine stesso dei ritrovamenti che influisce sulle interpretazioni filogenetiche”. Proconsul pertanto, ebbe sicuramente maggior mobilità nei tratti terminali degli arti rispetto alle scimmie non antropomorfe, ma con queste ultime condivideva tratti ancor decisamente “primitivi”, come ad esempio lo spostamento sopra i rami (né il dondolamento o l’appendimento), e soprattutto la dentatura, molto simile a quella di primati più remoti (detti “omomini”), delle stratigrafie appunto dell’Oligocene del Fayum (es. Aegyptopithecus, oltre 30 milioni d’anni). L’alimentazione quindi era sicuramente orientata, data l’evidenza di uno smalto sottile, verso cibi teneri quali frutta, germogli, foglie e non certo coriacei ed abrasivi, come radici o tuberi. Insomma, per alcuni studiosi, Proconsul potrebbe essere un “nostro antenato”, ma non lo si può affermare con certezza, e, ovviamente, si ignora quale specie di questo genere sia eventualmente da indicare come “vera progenitrice”…

Tuttavia, gran parte delle scimmie antropomorfe dell’inizio del Miocene “si estinse senza discendenti”; da un’evidente rarefazione nella documentazione fossile in terra africana (17-15 milioni d’anni), come noto, dovuta a vasti cambiamenti climatico-ambientali e faunistici, tra i 15 ed i 14 milioni d’anni, la densa foresta primitiva va diradandosi insieme a profonde modifiche paesaggistiche e dietetiche. Si manifesta il cosiddetto “primate di savana”, con denti dotati di smalto più spesso e più adatti a cibi coriacei come le noci.

È l’Afropithecus ad esser oggi ritenuta, per alcuni paleontologi, l’antenata delle specie che per la prima volta raggiunsero l’Eurasia, circa 16,5 milioni d’anni fa; ma, come spesso avviene, già nuovi fossili indicano che scimmie antropomorfe con mandibole robuste e denti adattati alla triturazione, furono già presenti in Eurasia prima d’allora.

Dal Miocene superiore la presenza di questi primati ominoidei si sposta decisamente più a nord, con almeno 6 generi eurasiatici 17). I Ramamorfi, principalmente asiatici ed afrorientali, tipici del Miocene medio, originariamente ritenuti due generi distinti, RamapithecusSivapithecus, hanno – per diversi scienziati – vari caratteri spiccatamente affini tra loro che, inoltre, ricordano proprio quelli di ominidi africani posteriori.

Ad esempio il primo, Ramapithecus, aveva mascelle robuste e grossi molari con spesso strato di smalto, il secondo invece,Sivapithecus, il gruppo di specie più conosciuto – nonostante tuttora non sia nota da elementi diretti quale fosse stata la sua esatta capacità cranica – soprattutto per la parte inferiore dello scheletro facciale, (livello premascellare-mascellare), rappresenta con grande probabilità quasi un antesignano dell’attuale orango del sud-est asiatico. Da ricordare inoltre che altri studiosi, diversamente, collocano RamapithecusKenyapithecus nel genere Sivapithecus.

Sia per il Dryopithecus che per il Sivapithecus si è così osservato che i resti scheletrici dell’articolazione del gomito, manifestano evidenti adattamenti alla brachiazione. Quest’ultima appunto, è infatti una morfologia esclusiva delle scimmie antropomorfe, fondamentale per il dondolamento ed anche per il lancio di oggetti con velocità e precisione, sebbene il tipo di locomozione praticata da questo primate rimanga assai oscura, poichè non sembra curiosamente avere analogie nelle antropomorfe viventi. Entrambe le forme comunque, sia Sivapithecus che Dryopithecus, sulla base di evidenze dentarie, ebbero una crescita piuttosto lenta come le antromporfe attuali.

Kenyapithecus è infine un’altra specie, decisamente più simile alle antropomorfe rispetto a Proconsul, che indica un cambiamento della dieta verso cibi più solidi, grazie ad uno smalto più duro ed una masticazione robusta. Octavipithecus, risalente al medio-tardo Miocene, è stata ritenuta invece la prima scimmia antropomorfa del Sudafrica. Ma, da poco scoperto, il Pierolapithecus catalaunicus (13 milioni d’anni), con postura eretta, faccia piatta, polsi flessibili e falangi piccole, circa 40 kg., è già stato ritenuto il presunto capostipite degli ominoidi; alimentatosi per lo più da frutta e bacche, quest’ultimo primate è infatti tra i fossili più completi – cranio, vertebra e costola – e ben conservati. Pierolapithecus è quindi un nuovo significativo taxon miocenico, per l’équipe del paleoantropologo Salvador Moyà-Solà, un ipotetico progenitore del clade grandi antropomorfe-uomo, che dimostra come la capacità di arrampicarsi in verticale e la sospensione siano sorte indipendentemente l’una dall’altra. Con la fine del Miocene medio (13 milioni d’anni) quindi, si è da tempo appurato che i Driomorfi, per lo più eurasiatici ed afrorientali, come le grandi antropomorfe attuali, possedevano capacità cerebrali analoghe a quelle di uno scimpanzè, nonché mandibole allungate e robuste dotate di un apparato dentario adatto ad una dieta di frutti maturi, morbidi e di teneri germogli. Anche il muso, piuttosto abbreviato, per alcuni rappresenta un’importanza ridotta dell’olfatto a vantaggio della vista.

Il Dryopithecus appunto (13-9 milioni d’anni), con una scatola cranica allungata, bassa e la parte inferiore della faccia piuttosto grande, sebbene sia da ritenersi vicino alle antropomorfe asiatiche, presenta tuttavia, come tante altre “specie”, una collocazione assai discutibile e controversa. Di recente ne è stata individuata una relazione stretta con l’Ouranopithecus della Grecia e si è dedotto, dalla ricercatrice Senut, quale aspetto decisamente peculiare del Dryopithecus, quello appunto di essere “clinorinco”: ossia, vista di profilo, questa “scimmia” aveva la faccia inclinata verso il basso, diversamente dagli orangutan, gibboni, siamanghi e Proconsul, che sono invece “airorinchi”, ossia hanno la faccia rivolta verso l’alto 18).

L’assenza poi della fossa subarcuata (profonda depressione sulla faccia endocranica che ospita un’appendice del cervello) individuata nel frammento d’osso temporale del Dryopithecus laietanus (CLL-18000) scoperto a Can Llobateres in Spagna (9 milioni d’anni) – una lacuna esistente anche nei successivi ominidi – per i paleontologi Moyà e Kohler è stato un indizio plausibile per far risalire quest’ominoide alla stessa linea filetica dei seriori ominidi 19).

Ma è sicuramente con il Miocene superiore (9 milioni d’anni) che assistiamo alla maggior diversificazione geografica e dei cosiddetti “generi” degli ominoidi: Gigantopithecus, come da tempo noto, con almeno due specie, fu probabilmente il più grande primate vissuto sulla Terra (un peso di circa 150-230 kg), ed è stato ritenuto un parente stretto di Sivapithecus. In base a qualche mascellare si è poi appurato che quest’ominoide si alimentava di vegetali fibrosi come il bambù, come il moderno panda.

Da menzionare inoltre l’Ouranopithecus (7 milioni d’anni), tipico della Grecia, costituito per lo più da mascelle, denti ed una faccia quasi completa, con un evidente dimorfismo sessuale; un altro tipo di ominoide quindi, la cui dentatura e masticazione presentano grandi affinità con le specie più antiche degli Australopiteci.

Infine, tra le poche altre forme note del periodo, l’Oreopithecus (10-7 milioni d’anni) di Monte Bamboli, vicino Grosseto, con grande taglia ma cervello piccolo come quello di un gibbone ed in bilico tra una scimmia cercopitecoide e gli ominoidi, risulta presente sino alla fine del Miocene in un ambiente di fitte foreste. Il paleontologo Lorenzo Rook ha difatti scoperto che quest’ominoide era sorprendentemente dotato di una mano simile alla nostra, ossia di un pollice opponibile e quindi di una buona presa di precisione. Oreopiteco quindi praticò certamente una “andatura bipede lungo i rami degli alberi”, su cui però ovviamente non abitava per via delle mani troppo corte, ed è stato ritenuto… “un eccellente esempio di evoluzione a mosaico”, ma non più certo “quell’antenato dell’uomo” di cui parlò a suo tempo lo studioso Hurzeler.

Una specie quindi, l’oreopiteco, che “aveva il pollice in grado di flettersi come avviene nell’uomo”, e “poteva afferrare un oggetto con precisione e forza come nessuna scimmia riesce a fare […]” 20).

A questo punto, come si conviene ad ogni buon corso di “catechismo dell’evoluzione”, la grande sintesi “fossilifera” sul Miocene, potrebbe quasi dirsi esaurita se, come spesso avviene, non fossero usciti fuori nuovi e controversi fossili, resti cranici e dentari, di un certo Sahelantropus del Ciad (7 milioni d’anni), e di un tal Orrorin tugenensis del Kenia (6 milioni d’anni), per lo più denti, falangi e femore.

Il cranio ricostruito del Sahelantropus, dotato di una capacità cerebrale di 320-380 cc, di canini piccoli e smalto spesso, risalta subito per quella spiccata e massiccia cresta sopraccigliare ed un lieve prognatismo facciale che lo dovrebbero collegare, per il paleontologo Brunet, a gran parte dei successivi ominidi.

Per alcuni paleontologi quindi è un “patriarca” dell’umanità, visto che la conformazione del foramen magnum è compatibile con la stazione eretta, sebbene l’assenza dei resti post-cranici non consenta di parlare di bipedia. Le orbite oculari distanziate ed il ridotto volume cerebrale lo rendono infatti ancor abbastanza “ominoide” – ossia più scimmia antropomorfa (forse la forma femminile di un antenato dello scimpanzè o un ascendente del gorilla) – anziché “ominide”.

Il femore di Orrorin (= “uomo delle origini” in lingua Tugen) invece, è stato ritenuto “notevolmente simile a quello umano”; tuttavia i canini grandi e appuntiti e le ossa del braccio predisposte all’arrampicata, hanno indotto alcuni a credere che non fossero pienamente presenti tutti i caratteri necessari per la completa locomozione bipede 21).

IV. Ardipiteco: un «patriarca» per gli ominidi?

Natura non facit saltus
(Leibniz, Nuovi Saggi, IV, 16)

Che la vita progredisca gradualmente, o per salti,
verso la complessità, è pura immaginazione
(G. Sermonti)

Tra i nuovi fossili datati tra i 7 e i 5 milioni d’anni fa (Miocene superiore-finale), per quanto rari, forse tre nuove “forme” stanno decisamente sconvolgendo tutto ciò che sembrava potersi ritenere da tempo in parte acquisito, sulle “quasi” canoniche suddivisioni tra ominoidi ed ominidi, tra “generi” e “specie”, tra “alberi” e “cespugli” filogenetici.

Si ignora insomma – e non è poco – per dirla con A. Bacon, quali siano stati gli antenati diretti degli australopiteci e dell’uomo, le stesse forme di transizione tra postura eretta e locomozione bipede; ci è quindi fondamentalmente “ignoto tutto un periodo di notevole estensione fra 11 e 5 milioni d’anni fa” 22). Proprio i criteri per definire le «specie» poi sono rimasti sicuramente tra i problemi più “spinosi”; con le sole specie fossili, come noto, è infatti impossibile ricorrere alle stesse regole che i biologi usano per definire le specie viventi: ossia che gli accoppiamenti diano prole feconda. Ci ricordano a proposito, G. Biondi ed O. Rickards, docenti di antropologia molecolare, che spesso assistiamo ad un “balletto delle specie che compaiono e scompaiono sotto le luci della ribalta”.

Il paleontologo R. Fondi invece annovera almeno sette concetti differenti di «specie», ricordando che in natura le differenze di specie sono intese in senso statistico/collettivo e non assoluto. Forse la vecchia definizione di “specie” dell’insigne biologo E. Mayr, ossia “gruppi di popolazioni naturali effettivamente capaci di riprodursi per incrocio”, potrebbe non esser più di moda in paleoantropologia. Fa notare infatti il genetista G. Sermonti che la “specie è tuttavia solo una entità potenziale”: la “separazione, anche totale, tra le diverse popolazioni di una stessa specie, per sé, non produce nuove specie” anche se interrompe il flusso genico e fa perdere la compatibilità riproduttiva; ossia anche tornando a vivere insieme, quelle popolazioni non producono più discendenza fertile e sono divenute due specie diverse.

Lo stesso paleoantropologo F. Fedele faceva notare pertanto che “definire che cosa convenga intendere come “ominide” è sempre stato difficile e le idee sono più volte cambiate”. Da tempo, anche il paleoantropologo R. Macchiarelli ribadisce che “abbiamo qualche problema nel definire un ominide”, asserendo la stessa “grande difficoltà nel mettere l’etichetta del genere Homo” su parecchi resti fossili; in biologia infatti un genere dovrebb’essere monofiletico – quando prende origine da un antenato comune – e noi invece siamo polifiletici, ossia abbiamo uno o più gruppi monofiletici distinti.

La stessa definizione di “genere” poi è ancor oggi un tema assai discusso e – ci si consenta – decisamente “ambiguo” in tassonomia. Per la sistematica evolutiva (E. Mayr) infatti, un genere comprende le specie di una “medesima stirpe” (gruppo monofiletico o più linee monofiletiche) che condividono un’area ecologica definita; per la cladistica invece, un “genere” concerne solo le specie monofiletiche intese quali unità evolutive: non mancano ovviamente recenti tentativi di integrazione dei vari modelli ecologico-adattativi e funzionalisti (B. Wood).

Tuttavia, proprio Messeri ricordava spesso che le varie categorie degli ominidi fossili hanno l’apparenza di essere, sul piano sistematico, “totalmente diverse e significative, mentre non rappresentano altro che caselle di una classificazione pre-costituita e gratuita,” spesso fondata sulla convinzione quasi unanime che le modificazioni scheletriche siano intervenute con una sequenza ordinata e cronologicamente progressiva.

Ad esempio il molare inferiore di Lukeino (6,5 milioni d’anni), la mandibola frammentaria di Lothagam (5,6 milioni d’anni), l’omero e la mandibola di Chemeron (5,1 milioni d’anni) del Kenia, presentano tuttora una posizione tassonomica, come del resto molti atri reperti, controversa e profondamente incerta.

Di recente si è voluto individuare nell’Ardipithecus ramidus kadabba (= “primigenio” in lingua afar), definito in base a resti etiopici di circa 5 individui (5,8-5,2 milioni d’anni), il primo “capostipite”. Quest’ominide, dotato di canini ben affilati, privi della faccetta dovuta allo strofinio contro il premolare inferiore – invece esistente nel successivo Ardipithecus ramidus ramidus (ramid = radice) in Etiopia (4,4 milioni) – manifesta infatti un carattere equivoco, “tipicamente scimmiesco”: una sua falange completa d’alluce, per Lovejoy presenta un’angolatura tipica da locomozione umana, per Begun invece, da scimpanzè, per T. White, infine, un tipo di locomozione “da cercare al bar di Guerre Stellari…” Tuttavia, sia A.r.kadabba che A.r.ramidus costituirebbero, per alcuni, scienziati appunto, due specie del nuovo “genere” Ardipithecus (ardi = suolo, in lingua afar), da ritenersi pertanto, con il solito beneficio d’inventario, alle “sorgenti” del nostro lungo ed assai pluriforcato “fiume” fossile 23). Così l’eventuale, presunta e precocissima bipedia di Orrorin A.r.kadabba, andrebbe quindi a demolire la teoria dell’esclusivo sviluppo nella savana africana di tale acquisizione, aggravata anche dal fatto che già analisi paleoecologiche hanno verificato che entrambi gli ominoidi vissero in ambienti di foresta, boscosi ed umidi, privi di spazi aperti, abbandonati eventualmente non prima di 4,4 milioni d’anni.

Alcuni dei resti di A.r.ramidus, come per esempio i molari – con smalto più sottile e meno sviluppati rispetto ai canini delle forme australopitecine – e la robustezza delle ossa degli arti superiori, evidenziano inoltre forti somiglianze con l’anatomia delle grandi scimmie africane. Sulla base di prove indirette quindi, si è voluto vedere nell’Ardipiteco sicuramente la presenza di una postura eretta.

Per altri studiosi tuttavia, quest’ominide è sicuramente più affine alle Paninae che non alle Homininae, anche se il foramen magnum(apertura alla base del cranio ove il midollo spinale si connette con il cervello), richiama quello di ominidi successivi. Del resto è la natura stessa dello studio dei fossili, come noto, che offre un grado d’indeterminatezza tale da dipendere proprio dalla pesante soggettività nelle analisi morfologiche: la forma di un reperto può essere infatti valutata diversamente da ogni scienziato, senza speranza di unaexpertise definitiva.

V. Gli “ominini” più arcaici del Pliocene: gli Australopitechi.

“Mille sentieri vi sono non ancor percorsi;
mille salvezze e isole nascoste della vita.
Inesaurito e non scoperto è ancor sempre
l’uomo e la terra dell’uomo”.
(Zarathustra, Della virtù che dona)

A partire da 4 milioni d’anni, per alcuni, i dati sembrano quindi un po’ più precisarsi: si ritiene infatti che tre specie del genere Australopithecus “rivaleggiano” per antichità: A.anamensis (4,2-3,9 milioni), A.afarensis (4,1-3 milioni) e A.bahrelghazali (4-3,5 milioni).

Il primo, A. anamensis (da anam = lago, in lingua turkana), presenta tratti “primitivi”, come la sinfisi mandibolare che ha la stessa forma ad U dello scimpanzè – ossia con i due rami ravvicinati e paralleli anziché allargarsi posteriormente come in altri ominidi successivi – e i denti con smalto più spesso per cibi probabilmente più coriacei, nonchè il meato uditivo esterno (canale auricolare) ridotto; manifesta invece tratti più “evoluti” nella tibia, molto simile a quella umana, in cui l’estremità superiore è allargata per una più alta quantità di tessuto osseo spugnoso, atto ad assorbire appunto le sollecitazioni tipiche di un’andatura bipede. A.anamensis quindi – per Meave Leakey 24), presunto antenato di A.afarensis, cui è molto simile “dal collo in giù” – dopo una meticolosa collazione ossea (Kanapoi, Allia Bay, Turkwel) trentennale, è diveunto una vera e propria “mistura di caratteri”; alcuni assolutamente originali, altri condivisi con lo scimpanzè, come per esempio la testa.

Il secondo ominide invece, è stato identificato in base ai resti più noti provenienti dai siti di Hadar, Middle Awash/Aramis, Omo, West Turkana, Koobi Fora, Lothagam e Laetoli. A.afarensis si distingue infatti per una cresta sagittale (escrescenza ossea mediana del cranio), un peso tra i 25-50 kg., i canini con corona bassa e non più proiettati in avanti come nelle scimmie, nonché per i molari con smalto spesso, idonei per triturare frutti, semi, baccelli, radici e tuberi. A.afarensis ha una scatola cranica di 400 cc (AL 444-2, Hadar) ed è caratterizzato da una forte differenza di statura (femmine, h. 110 cm., maschi, h. 150 cm.) e da grande variabilità morfologica “interspecifica.” Nonostante risulti essere la specie “meglio studiata” di tutti gli australopitechi, tra cui AL 288-1, più celebre come “Lucy” 25), presenta tuttora profonde controversie.

Non si capisce ancora infatti se i reperti di quest’ominide debbano essere ascritti a più specie o ad una sola, come per lo studioso Walker appunto. C’è chi ritiene plausibile, come per il successivo Australopithecus boisei, l’ipotesi di un polimorfismo della specie. Il dibattito che ha più logorato tuttavia gli specialisti su A.afarensis, è la sua propensione, da sicuro bipede, anche alla presunta arrampicata arboricola: ossia dovrebbe avere determinate strutture articolari tipiche anche per quest’altro tipo di locomozione occasionale da folta boscaglia; per alcuni, una semplice permanenza evolutiva… un ovvio retaggio di antenati arboricoli.

Quindi A.afarensis aveva braccia lunghe, gambe corte e mani con forte presa. Il terzo ominide, A.bahrelghazali (= fiume delle gazzelle), diversamente, è riconducibile ad una mandibola, proveniente dal Ciad (KT 12), con 7 denti molto robusti, tra cui alcuni premolari che hanno tre radici invece di due; è stato ritenuto un ritrovamento decisivo che dimostra la presenza di ominidi molto antichi a ovest della Rift Valley, in Africa centrale. In virtù di questa nuova evidenza fossile è venuta meno infatti anche la ben nota e consolidata teoria del paleoantropologo Y. Coppens 26), per il quale la formazione geologica della Rift Valley aveva determinato appunto un presunto isolamento degli antenati ominidi, sul lato orientale, dagli antenati delle scimmie antropomorfe, sul lato occidentale.

Ancor da classificare poi, i resti scheletrici di un altro ominide (4-3,8 milioni d’anni) da poco scoperti nel sito di Mille in Etiopia, dai paleontologi Hailè Selassiè e Latimer; in particolare sono sia la tibia che un osso della caviglia ad indicare la locomozione eretta. A questo punto il cranio di Kenyanthropus platyops (= “faccia piatta”) identificato a Lomekwi in Kenia (3,5 milioni d’anni), dovrebbe rappresentare un’interessante ed elegante scappatoia al problema di quando “realmente” cominciò la presunta divergenza tra il “genere” Australopiteco ed il “genere” Homo. Il nuovo “genere” K. platyops infatti possiede una struttura facciale priva di prognatismo, detta “ortognata”, ossia un viso né proiettato in avanti né flesso all’indietro 27). La capacità cranica di quest’ominide, sebbene sia ancora troppo piccola per poter esser accostata a quella di Homo, richiama fortemente, per Meave Leakey, quella del ben noto cranio KNM ER 1470, di Homo rudolfensis (1,9 milioni d’anni), che dovrebbe rappresentare appunto la prova fossile della nostra non più diretta discendenza dal genere Australopithecus. Tuttavia, può esser stato anche probabile, per gli studiosi, che Kenyantropus (né australopiteco o parantropo, né homo), non abbia necessariamente dato esito a discendenza. Australopithecus africanus (3,5-2,3 milioni d’anni), caratteristico del Sudafrica (il cranio di Taung e Sts 5, Sterkfontein), fin dai tempi della sua scoperta – come tuttora per P. Tobias – era considerato essere un sicuro precursore dell’uomo. Quest’ominide infatti, che si nutriva di frutti e foglie, con un volume cerebrale di 405-415 cc ed un’altezza tra i 140 e 115 cm. per i due sessi, per alcuni studiosi, era stato sicuramente “più bipede” di A.afarensis. Di recente, proprio la scoperta di un intero scheletro (StW 573) nella grotta di Silberberg in Sudafrica (3,5 milioni d’anni), è stata particolarmente sensazionale non solo per la retrodatazione di 700 mila anni di A.africanus, ma anche per l’anatomia del piede e della caviglia, dette appunto “metà umane metà antropomorfe”. Queste ossa infatti sembrano, per il paleoantropologo R. Clarke 28), conformate per una perfetta andatura bipede, con l’alluce divaricato idoneo per l’arrampicata sugli alberi. È stata così rilanciata la South Side Story, ossia una sorta di “progenitura”, per il paleoantropologo Berger, di A.africanus sugli ominidi successivi; ossia dopo uno studio specifico dell’articolazione del ginocchio, più primitivo di A.afarensis, lo studioso ha sostenuto un’eventuale “doppia origine” indipendente del bipedismo. Australopithecus Aethiopicus (2,8-2,5 milioni d’anni) invece, per taluni scienziati forse un precursore delle forme “robuste” dei parantropi, è una forma nota per lo più dal cranio (KNM-WT 17.000, West Turkana) del Kenya settentrionale; definito il “vegetariano d’oriente” per la sua dieta, circa 410 cc di volume cerebrale, con spiccata cresta sagittale, è noto anche per la forma a V della mandibola di Sahungura in Etiopia. Australopithecus robustus (2,6-1,4 milioni d’anni), simile ad A.boisei, sui 50 kg., di altezza 1,50 m, è diversamente noto per lo più dai resti sudafricani provenienti da Drimolen, Kromdraai e Swartkrans; quest’ominide si nutriva appunto, come il “predecessore,” di tuberi, radici, bulbi e semi, grazie soprattutto ai potenti muscoli masticatori ed ai grandi denti molari (SK 6, Swartkrans).

Australopithecus garhi (= “sorpresa,” in lingua afar) infine, una nuova “sorprendente scimmia australe” da poco ritrovata in Etiopia (2,5 milioni d’anni), misura appena 450 cc cerebrali e potrebbe essere stato il primo degli australopiteci ad aver fatto uso di strumenti in pietra e ad essersi nutrito di carne; quindi, per alcuni studiosi, il primo che volontariamente modificò materie prime. Distante da A.africanus ed A.aethiopicus per l’anatomia del cranio, vicino ad A.afarensis per la robustezza dei denti, per T. White A.ghari è il giusto e diretto antenato di Homo che, guarda caso, viene proprio a sopperire in quel “passaggio” da Australopithecus ad Homo così “provocatoriamente” poco documentato.

L’Australopithecus boisei (2,3-1,4 milioni d’anni) inoltre, dotato di cresta sagittale con zigomi massicci, è divenuto celebre per il suo possente e specializzato apparato masticatorio, dotato di quei molari enormi (quattro volte più grandi dei nostri) con smalto spesso, per i quali è stato definito un “rosicchiatore di noci” ed un consumatore di vegetali fibrosi e coriacei. Le molteplici scoperte hanno tuttavia complicato e rafforzato l’ipotesi di un “polimorfismo della specie”, ossia di una variabilità dei caratteri scheletrici, cranici in particolare, in funzione dell’origine geografica: il suo volume cerebrale oscilla infatti tra i 500 ed i 550 cc. Tale variabilità, relativa al tracciato delle suture temporali, alla presenza-assenza di cresta sagittale sulla sommità del cranio (KNM ER 406, Koobi Fora) o di creste alla giunzione temporo-nucale, sono, per alcuni studiosi, indizi di tassonomie e quindi di «specie» diverse, per altri, espressione invece di un marcato dimorfismo sessuale; anche qui non uno, ma più dilemmi…

Ad ogni modo, in queste forme “robuste”, risultano caratteristici sia una costrizione marcata nella regione retrorbitale, sia il profilo concavo della faccia, dovuto alla proiezione delle ossa zigomatiche davanti all’apertura nasale.

L’alimentazione stessa, diversamente da quella delle più arcaiche forme “gracili” – sebbene tale distinzione in forme gracili e robuste sia stata da poco abbandonata – era essenzialmente fatta di cibi duri e abrasivi, come risultato dall’esame delle strie di usura dei denti; per lo più quindi noci, grani e radici, attraverso una masticazione lunga e ripetitiva.

Come già accennato quindi, mentre in passato si riteneva probabile, sulla base di caratteristiche cranio-dentali comuni, l’origine monofiletica (discendenza da uno stesso antenato comune) delle tre specie A. robustusA. aethiopicusA. boisei, definite appuntoParanthropus, recenti analisi cladistiche (dal greco klados = ramo: ossia studio del cladogramma, albero senza antenati) di McCollum, hanno scoperto diversamente che i “caratteri condivisi non sono indipendenti ma appartengono ad un unico modellamento naso-mascellare determinato dalle grandi dimensioni dei denti”.

Un nuovo dubbio pertanto, sulla tesi “classica” dell’origine comune delle tre specie: A.aethiopicus infatti, la più arcaica delle tre forme, sarebbe una linea indipendente. Questa sintesi “radiografica” degli australopitechi 29), solo apparentemente esaustiva, non deve indurci però a dimenticare che le diverse “specie” considerate, possono tuttora rappresentare una “stima minima”; fa notare infatti I. Tattersall che “non solo la documentazione fossile nota è piena di indicazioni morfologiche di diversità in gran parte sottovalutate,” ma, cosa ancor più siginificativa, “sarebbe avventato sostenere che di ogni specie di ominidi esistita si possiedano testimonianze fossili” 30).

[tratto da qui; di Mario Giannitrapani - 13/01/2011 Fonte: simmetria]

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