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Estremo Nord

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[photo Eleonora Matarrese]

13 giugno.
Sono trascorsi due giorni e sono sempre nello stesso posto, un posto privo di fascino, senza dubbio, ma questo è solo uno dei suoi pregi, perché l’altro consiste nella sua splendida ed inalterabile uniformità. Tutte le montagne circostanti esibiscono le medesime cime smussate tipiche dell’era glaciale, le medesime cateratte e le stesse rugosità causate dalle erosioni. L’unica vita animale è rappresentata da un paio di corvi che continuano a farmi visita nella felice eventualità che io muoia e loro possano quindi banchettare allegramente con i miei occhi succulenti (si dice che i corvi siano dotati di vista eccellente a causa della loro passione per gli occhi). L’unica flora degna di questo nome è un solitario cuscino di licheni, probabilmente centenario. Oltre a questo, qui non c’è un filo di dolcezza pastorale, neppure una radice erratica. Niente alberi, siepi, arbusti, piante rampicanti, sanguinella o fiori profumati. Ieri mi sono inerpicato lungo il pendio infestato di scorie dell’Eysturtindur e ho gettato la lenza nel Fjallavatn: neppure un pesce.
Mi sono installato su una terra completamente inanimata e spenta come un bambino nato morto. Persino i movimenti sembrano atrofizzati: una cascata pende dall’Artindur come una sottile sciarpa di pizzo e il pulviscolo del suo vapore è un dipinto ghiacciato.
Di sicuro dovrei sentirmi un po’ malinconico per la mancanza di miei simili, ma non è così. Mi sento invece posseduto da una specie di passione neolitica, grazie alla quale gli oggetti familiari assumono colori più intensi oppure sono più intensamente privi di colore e i miei pensieri hanno una nuova acutezza. Ho dinanzi a me un paesaggio inflessibile dove non la varietà – ovvio fascino dei tropici – bensì la sua mancanza si manifesta con evidenza assoluta. Forse la Terra si presentava così quando per la prima volta la sua crosta fu compressa e prese forma. È come se stessi osservando il primo detrito glaciale, il primo ghiaione, la prima cascata e il primo lichene del mondo. Stacco un po’ di quel lichene – ruvido e opaco – da un pezzo di roccia porfirica e lo guardo con ammirazione. È molto difficile non ammirare qualcosa che per vivere abbisogna solo di qualche particella di polvere nutritiva, una goccia o due di acqua, e pochi sporadici raggi di sole ogni quindici o venti anni.


[photo Eleonora Matarrese]


[photo Eleonora Matarrese]

Avevamo proseguito verso ovest parallelamente all’Herdubreidsartögl, le Code di cavallo di Herdubreid, un ripido pendio di palagonite che assomigliava più al corpo di un sollevatore di pesi sdraiato che a delle code di cavallo. A entrambi i lati della pista si ergevano corpi torturati di lava nera simili a sculture di Modigliani e le loro bocche spalancate parevano volerci dire qualcosa: Et in Arcadia ego, voi compiaciuti bipedi su ruote. A quel punto avevo cominciato a vedere Meduse dalla testa canuta, rettili mutanti, enormi avvoltoi e gnomi malevoli accoccolati sugli spalti di rupi sgretolate, tutti in attesa di spiccare un balzo. Una volta avevo visto uno stelo disseccato che sosteneva un fragile fiore; mi era parso un errore evolutivo.
Nel gelo e nel silenzio nulla si muoveva, neppure un insetto. L’effetto complessivo era quello di passare attraverso una città bombardata. Avevo pensato a Dresda. Ancor più avevo pensato a Hiroshima e a Nagasaki, dato che gli islandesi hanno una battuta che dice che un attacco nucleare sul loro paese sarebbe ridondante.
“Adesso ci troviamo dentro l’Ódádahraun” aveva annunciato Gisli in tono riverente, come se fossimo appena entrati in una chiesa, invece che nel più grande e deserto campo di lava del mondo.
L’Ódádahraun, la Lava delle cattive azioni, prende il nome dai fuorilegge che a quanto pare avevano seguito l’esempio di Eyvindur e si erano nascosti lì nel XIX secolo. Tuttavia in questo tratto fantascientifico di 2000 miglia quadrate non è mai stata trovata una benché minima traccia della loro presenza. Che vi abbiano invece soggiornato gli astronauti è fuori questione. Le autorità della NASA, nel 1967, inviarono Neil Armstrong, William Anders, Alan Bean ed altri membri della missione Apollo II a fare i quattro preliminari passi per l’umanità tra le forme demenziali dell’Ódádahraun. Era una copia perfetta della luna: altri campi di lava in altre parti del globo sono stati sfigurati dalla vegetazione o manomessi in qualche modo, così da non essere più sufficientemente lunari.
Gli astronauti dell’Apollo arrivarono, saltellarono un po’ attorno, raccolsero campioni di roccia, gettarono via campioni di roccia e giocarono al football americano, in preparazione al loro storico viaggio di due anni dopo.
“Siamo stati contenti di ospitare i tuoi astronauti”, aveva affermato Gisli.
“Non sono i miei astronauti”, avevo ribattuto un po’ irritato. Io infatti non sono troppo ben disposto nei riguardi di queste vacanze a bordo di missili nello spazio. Qualunque cosa non possa essere raggiunta con un buon paio di scarpe da montagna o con una barca misericordiosamente lenta dovrebbe essere lasciata in pace a divertirsi come può. L’equipaggio dell’Apollo aveva già visitato l’Ódádahraun; c’era davvero bisogno che andassero a fare una visita volante anche al nostro vicino celeste?
Mi rendo conto che questa convinzione tradisce un punto di vista piuttosto limitato, se non decisamente ristretto. Eppure ho cercato di essere di vedute più ampie. Ho cercato di considerare la Luna, Giove, Plutone, Betelgeuse, la galassia di Andromeda eccetera, semplicemente altre isole nella distesa desolata del Creato. Ho tentato di immedesimarmi nello spirito avventuroso dei vichinghi quando rifletto per esempio sulla missione spaziale del Viking. Ma non funziona. Rimango disperatamente attaccato alla terra, prigioniero della mia visione campanilistica e dei miei piedi da provinciale. Come tutti, ho guardato con reverente timore le stelle che luccicano nel limpido cielo notturno, ma le mie sopracciglia si rifiutano di aggrottarsi per la meraviglia alla prospettiva dei loro occupanti extraterrestri e del loro possibile quoziente di intelligenza. Spero e prego solo affinché queste stelle possano mantenere il loro splendore meraviglioso a dispetto dei risultati dell’Uomo Terminale e del suo computer”


[photo Eleonora Matarres]

[Lawrence Millman, Estremo Nord. Lungo le rotte dei Vichinghi]

Written by eleonoramatarrese

June 19, 2009 at 10:44 am

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ULTIMO DISCORSO DI JIUDDU KRISHNAMURTI

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sumer

Vorreste cortesemente prendere parte a quello che sta dicendo chi vi parla? Vorreste non solo ascoltare passivamente, pensarci sopra o prestarvi un po’ di attenzione ogni tanto, ma prendervi parte insieme a lui? Ci sono una o due cose che vanno chiarite molto bene: qui non si ha a che fare con un culto della personalità. Chi vi parla prova un profondo disgusto per una cosa del genere; tutto quello che dice viene contraddetto se vi mettete ad adorare un particolare individuo o se ne fate un dio. Quello che conta è ascoltare che cosa egli ha da dire, e prendervi parte; non basta stare ad ascoltare soltanto, ma bisogna effettivamente prendere parte a quello che dice.

Abbiamo parlato della vita, della profonda complessità della vita, dell’origine della vita.

Che cos’è la vita? Qual è l’origine di tutte le cose? Questa terra meravigliosa, la dolcezza della sera, il sole di prima mattina, i fiumi, le valli, le montagne, lo splendore della terra che stiamo saccheggiando… Se voi dite che l’origine di tutto questo è “dio” allora è finita, potete andarvene felici e contenti, perché per voi il problema è risolto. Ma se cominciate a mettere in questione, a mettere in dubbio, come si dovrebbe fare, tutti gli dei, tutti i guru – io non faccio parte di quella tribù -, se cominciate a mettere in questione tutto quello che l’uomo ha fatto nella sua lunga evoluzione lungo il cammino della storia, allora arrivate a domandarvi: dov’è il principio? Qual è l’origine? Come è potuto succedere tutto questo? Spero vi stiate ponendo la questione; non limitatevi ad ascoltare chi vi parla, ma prendete parte a quello che stiamo dicendo, fatelo a pezzi! Non accettate niente di quello che dice chi vi parla! Egli non è il vostro guru, non è il vostro capo, non è qui per aiutarvi. È da questa base, da questo principio che si muove il suo discorso.

Si tratta di un discorso molto serio e, a meno che il vostro cervello non sia veramente attivo, temo che non sarete capaci di seguirlo. Sarebbe inutile, sia per voi che per chi vi parla, ascoltare un mucchio di parole; ma se potessimo, insieme, intraprendere un lungo viaggio, non in termini di tempo, non basandoci su una fede, su delle conclusioni o delle teorie, se potessimo esaminare con molta attenzione il modo in cui viviamo, la paura, l’incertezza, l’insicurezza e tutte le invenzioni che l’uomo ha fatto, incluse quelle cose straordinarie che sono i computer: dove siamo arrivati, dopo due milioni di anni? Dove stiamo andando? Non secondo qualche teoria, non secondo quanto è scritto in qualche libro sciagurato, per quanto sacro sia, ma dove stiamo andando tutti quanti? E da dove abbiamo cominciato? Le due cose sono collegate tra loro: dove stiamo andando e da dove abbiamo cominciato. L’inizio può essere la fine. Non dite di sì, scopritelo. Potrebbe non esserci né principio né fine, e ci accingiamo ad approfondirlo insieme.

Dal principio del tempo, fino al giorno d’oggi, l’uomo ha sempre pensato in termini di religione. Che cos’è la religione? Gli uomini hanno sempre cercato qualcosa di più di questo mondo. Hanno adorato stelle, soli, lune e quello che essi stessi avevano creato. Ci sono voluti sforzi tremendi, fatica, energia per erigere gli antichi templi, le moschee e le chiese. Per questo scopo sono state impiegate straordinarie energie. Quale forza spinge l’uomo a cercare qualcosa che sia al di là del mondo, al di là dell’angoscia di ogni giorno, che è fatica, lavoro, andare in fabbrica, in ufficio, fare la scalata al successo, fare denaro, cercare di far colpo sugli altri, cercare di dominare? Siete d’accordo che è così? Che voi siate d’accordo o no, è un fatto. Cercano tutti qualche forma di potere. A Delhi, qui o altrove, vogliono essere al centro degli avvenimenti, vogliono sentirsi importanti.

Ci chiediamo: che cos’è la religione? Che cosa ha indotto l’uomo a donare ad un tempio enormi tesori? Che cosa gliel’ha fatto fare? Qual è stata l’energia che ha permesso tutto questo? È stata la paura? È stata la ricerca di una ricompensa dal cielo, o comunque la vogliate chiamare? All’origine di tutto questo c’è la ricerca di una ricompensa? Voi volete una ricompensa, volete qualcosa in cambio. Pregate tre o cinque volte al giorno e sperate che qualche entità vi dia qualcosa in cambio, un frigorifero, un’automobile, una moglie migliore o un marito migliore; oppure aspettate una grazia, vi aggrappate ad una speranza. Questa è stata la storia di tutte le religioni. Dio ed il denario stanno sempre insieme. La chiesa cattolica possiede enormi tesori; e anche voi li avete, qui nei vostri vari templi, dove fate i puja, i vostri riti e tutte quelle cose insignificanti. Tutto questo è veramente assurdo. Stiamo cercando di scoprire, indagando molto, molto a fondo, che cos’è la religione; non è certamente tutta questa faccenda di fare denaro. Ci chiediamo: che cos’è quello che non ha nome, che è suprema intelligenza, che non ha alcuna relazione con tutte le nostre preghiere, con tutti i nostri dei, con i templi, le moschee, le chiese? Tutto questo è stato fatto dall’uomo. Qualsiasi uomo intelligente deve metterlo da parte, senza però diventare cinico, senza diventare scettico, ma conservando un cervello che sia veramente attivo, un cervello capace di prendere in esame qualsiasi cosa, non solamente il mondo esterno.
Abbiamo un cervello che prende in esame i suoi propri pensieri, la sua coscienza, le sue pene, le sue sofferenze e tutto il resto? Abbiamo un cervello del genere?

A questo punto bisogna distinguere fra cervello e mente. Il cervello è il centro di tutti i nostri nervi, di tutta la nostra conoscenza, delle nostre teorie, le opinioni, i pregiudizi; fin dalle scuole superiori, dall’università, tutta questa conoscenza viene raccolta dentro il cranio. Tutti i pensieri, tutte le paure sono lì. Il cervello è diverso dalla mente? Se avete fatto seriamente attenzione a quello che ha chiesto chi vi parla, vi chiederete anche voi: c’è differenza fra il cervello – il vostro cervello, contenuto nel cranio, con tutta la conoscenza che è stata accumulata, non solo da voi, ma anche dai vostri antenati, per due milioni di anni, e che è tutta racchiusa lì – c’è differenza tra il cervello e la mente? Il cervello sarà sempre limitato. Non dite di sì: si tratta di una cosa troppo seria. E la mente è diversa dalla mia coscienza, dalle mie attività di tutti i giorni, dalle mie paure, dalle ansie, le incertezze, i dispiaceri, le pene e da tutte le teorie che l’uomo ha accumulato a proposito di qualsiasi cosa? La mente non ha relazione con il cervello: può comunicare con il cervello, ma il cervello non può comunicare con la mente. Non dite di sì, vi prego: questa è l’ultima cosa da fare. Chi vi parla sta dicendo che è il cervello a conservare la nostra coscienza, i nostri pensieri, le nostre paure e via di seguito. Tutti gli dei, tutte le teorie sugli dei o le teorie di quelli che non credono, è tutto lì. Nessuno può confutare questo, a meno che non sia un po’ squilibrato. Il cervello, che è condizionato dalla conoscenza, dall’esperienza, dalla tradizione, non può comunicare in alcun modo con la mente, che è totalmente al di fuori dell’attività del cervello. La mente può comunicare con il cervello, ma il cervello non può comunicare con la mente, perché il cervello può continuare a immaginare all’infinito, può immaginare ciò che non ha nome, può fare qualsiasi cosa. La mente è immensa perché non vi appartiene, non è la “vostra” mente.

Ci accingiamo a investigare – insieme, per favore ricordatevelo, sempre insieme – non solo la natura della religione, ma anche il computer. Sapete che cos’è un computer? È una macchina, una macchina che può programmare se stessa; e può dare origine ad un altro computer. Il computer padre genera un computer figlio che è migliore di lui. Questo non è qualcosa che dobbiate accettare, è di dominio pubblico, non è un segreto, perciò osservate attentamente. Il computer può fare quasi tutto quello che l’uomo è in grado di fare. Può creare tutti i vostri dei, tutte le vostre teorie, le vostre cerimonie; è perfino più bravo di quanto non possiate mai esserlo voi. Così il computer sta venendo al mondo, e porterà un cambiamento nei vostri cervelli. Avete sentito parlare dell’ingegneria genetica: che vi piaccia o no, stanno cercando di cambiare radicalmente il vostro comportamento. È questo che fa l’ingegneria genetica. Stanno cercando di cambiare il vostro modo di pensare.

Quando l’ingegneria genetica ed il computer si incontreranno, che cosa ne sarà di voi? Che razza di esseri umani diverrete? Il vostro cervello verrà alterato. Il vostro comportamento subirà un cambiamento. Potranno rimuovere completamente la paura, potranno togliere di mezzo il dolore, spazzare via tutti i vostri dei. Lo faranno, non vi illudete. Tutto questo non potrà concludersi che con la guerra e la morte. È quanto sta realmente accadendo nel mondo. L’ingegneria genetica da un lato e il computer dall’altro: quando si metteranno insieme, com’è inevitabile che avvenga, che ne sarà di voi esseri umani? Il vostro cervello, ora, è proprio come una macchina. Siete nati in India e dite: “Sono indiano”; siete obbligati a farlo. Siete delle macchine. Vi prego, non sentitevi insultati, non vi sto insultando. Siete delle macchine che ripetono, proprio come fa il computer. Non immaginate che ci sia qualcosa di divino in voi – sarebbe meraviglioso! È qualcosa di sacro, di eterno. Il computer vi dirà anche questo.
Allora, che ne sarà dell’essere umano? Che ne sarà di voi?

Dobbiamo anche indagare che cos’è la creazione. Si tratta di un soggetto molto serio, non mettetevi subito ad assentire o a dissentire, ascoltate semplicemente. Non intendiamo la creazione di un bambino, che è una cosa molto semplice, o la creazione di qualcosa di nuovo. Un’invenzione è qualcosa di completamente diverso dalla creazione. Un’invenzione si basa sulla conoscenza. Gli ingegneri possono perfezionare il jet; il movimento ha a che fare con la conoscenza, e così anche quell’invenzione si basa sulla conoscenza. Quindi dobbiamo tener separata un’invenzione dalla creazione. Questo richiede tutta la vostra energia, tutta la vostra capacità di approfondire l’indagine. L’invenzione si basa essenzialmente sulla conoscenza. Perfeziono un orologio, costruisco un nuovo congegno. Tutte le invenzioni sono basate sulla conoscenza, sull’esperienza; le invenzioni sono inevitabilmente limitate, perché si appoggiano sulla conoscenza. Poiché la conoscenza è sempre limitata, le invenzioni non possono che essere limitate, sempre. Può darsi che in futuro non ci saranno più jet, ma qualcos’altro che andrà da Delhi a Los Angeles in due ore; si tratterà di un’invenzione basata sulla conoscenza acquisita in precedenza e perfezionata a poco a poco; ma questa non sarà creazione.

Allora che cos’è la creazione? Che cos’è la vita? La vita dell’albero, la vita del piccolo filo d’erba – la vita, non quella che si inventano gli scienziati, ma l’origine della vita – la vita, qualcosa che vive? Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos’altro. Non dite di sì o di no, rendetevi conto piuttosto che stiamo indagando sull’origine della vita, stiamo per affrontare con la nostra indagine l’assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L’assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo.

Che cos’è per voi la meditazione? Che cos’è la meditazione? Questa parola, nel linguaggio corrente e nel significato che ne dà il dizionario, vuol dire “ponderare, pensarci sopra, concentrarsi, imparare a concentrarsi, non lasciare che il cervello divaghi”. È questo che voi chiamate meditazione? Siate semplici, siate onesti. E di che si tratta? Prendersi ogni giorno un certo periodo di tempo, andare in una stanza e starsene tranquillamente seduti a meditare per dieci minuti o mezz’ora? Meditare è concentrarsi? È pensare a qualcosa di sublime? Qualsiasi sforzo conscio per meditare fa parte della stessa disciplina che usate per lavorare in ufficio, perché dite: ” Se medito, la mia mente diventerà calma, penetrerò in un altro stato di coscienza”. La parola meditazione significa anche misurare, che vuol dire paragonare. La vostra meditazione diventa qualcosa di meccanico, perché usate energia per concentrarvi su una figura, un’immagine, un’idea, e questa concentrazione divide. La concentrazione porta sempre con sé la divisione; volete concentrarvi su qualcosa, ma il pensiero divaga; allora dite a voi stessi che non dovete distrarvi e tornate a concentrarvi di nuovo. Rifate la stessa cosa per tutto il giorno, o per mezzora; poi smettete e dite di aver meditato. Questa meditazione è raccomandata da tutti i guru e da tutti i loro seguaci. Per i cristiani l’idea è questa: “Credo in Dio, mi sacrifico a Lui; perciò prego per salvarmi l’anima”. È meditazione questa? Io non so nulla di questo genere di meditazione; è come voler raggiungere un risultato: se medito per mezz’ora, alla fine mi sento meglio. Ma esiste una meditazione di tutt’altro genere? Non accettate nulla di quello che dice chi vi parla, a nessun costo. Chi vi parla dice che quella non è affatto meditazione; è solo un processo volto a conseguire qualcosa. Se un giorno non siete stati capaci di concentrarvi, ci riprovate per un mese finché dite: “Ecco, ora ci sono riuscito”. È esattamente lo stesso processo che avviene quando un impiegato diventa dirigente.
Allora, esiste una meditazione di altro genere? Una meditazione che non è sforzo, non è misura, non è routine, non è qualcosa di meccanico? Esiste una meditazione in cui non c’è alcun senso di paragone, alcun senso di ricompensa o di punizione? Esiste una meditazione che non si basi sul pensiero, il quale è misura, tempo e tutto il resto?

Come si può spiegare che cos’è una meditazione che non ha nulla a che fare con il misurare, che non ha nulla da ottenere, che non dice: “Io sono questo, ma diventerò quello”? Intendendosi con “quello” dio o un superangelo. Esiste una meditazione che non ha assolutamente nulla a che fare con lo sforzo? Chi vi parla dice che c’è. Ma non siete obbligati ad accettare quest’affermazione. Forse chi vi parla sta dicendo delle sciocchezze; tuttavia egli vede che da un punto di vista logico la meditazione che si è soliti fare è autoipnosi, è ingannare se stessi. Ma se smettete di ingannarvi, se la fate finita con tutto quel processo meccanico, esiste un a meditazione completamente diversa? Purtroppo chi vi parla dice di sì. Ma non ci potete arrivare attraverso uno sforzo, concentrando tutta la vostra energia in una particolare direzione. E’ qualcosa che pretende un silenzio assoluto.

Prima di tutto, cominciate con molta umiltà, molta, molta umiltà, molto delicatamente, senza fretta, senza aggressività, senza dire “devo farlo”. Questo richiede di avere non solo un senso straordinario della propria solitudine, ma anche un senso di… Non ve lo devo descrivere. Non devo descriverlo, perché voi poi vi perdereste nelle descrizioni. Se lo descrivo, la descrizione non è la realtà. La descrizione della luna non è la luna, un dipinto dell’Himalaia non è l’Himalaia. Perciò basta con le descrizioni. Sta a voi scherzare con la meditazione o prenderla sul serio, sta a voi farla a modo vostro cercando di raggiungere qualcosa di speciale, una ricompensa o cose del genere. Nella meditazione che non ha nulla a che fare con lo sforzo, che non ha alcuna pretesa di raggiungere qualcosa, che non ha nulla a che fare col pensiero, il cervello è quieto, di una quiete che non è imposta dalla volontà, da un proposito, da una decisione, da tutte quelle sciocchezze: è tranquillo. Ed essendo tranquillo, possiede uno spazio infinito.
State aspettando che sia io a portare avanti l’indagine, per poi adeguarvi alle mie spiegazioni? Che razza di persone siete?

Allora, è mai stato calmo il vostro cervello? Ve lo sto chiedendo. Il vostro cervello pensa, teme, si preoccupa del vostro lavoro in ufficio, della vostra famiglia, si preoccupa di cosa faranno i vostri figli o le vostre figlie; pensare vuol dire tempo e pensiero. È mai stato tranquillo il vostro cervello? Senza ricorrere alle droghe, al whisky, ai tanti modi che ci sono di drogarsi. La vostra fede è una droga. Vi drogate quando dite: “Sì, è proprio così; l’ha detto Buddha, quindi deve essere giusto”. Vi drogate continuamente, perciò non avete quell’energia che è assolutamente necessaria per penetrare in qualcosa di immenso.

Ora torniamo al punto di partenza: ci interessava scoprire che cos’è la creazione. Che cos’è la creazione? Non ha niente a che fare con l’invenzione. Allora che cos’è la creazione, l’origine, il principio? Che cos’è la vita? Non l’andare in ufficio e tutto il resto, il sesso e i bambini, oppure niente bambini ma soltanto sesso e così via. Che cos’è la vita? Che cosa dà la vita a quel filo d’erba nel cemento? Che cos’è la vita in noi? Non tutte quelle cose che dobbiamo sopportare: il potere, la posizione, il prestigio, la celebrità oppure la cattiva reputazione; tutto questo non è la vita, è solo parte del cattivo uso che ne facciamo.
Ma la vita, che cos’è?

Perché venite ad ascoltarmi? Che cosa vi induce ad ascoltare quest’uomo? Ammesso che stiate davvero ascoltando. Che motivo c’è dietro il vostro ascolto? Che cosa volete? Che cosa desiderate? Dietro il desiderio c’è un motivo. Che cos’è il desiderio? Il desiderio fa parte della sensazione, no? Vedo questo magnifico orologio, o un orologio brutto; questa è una sensazione. Il vedere produce una sensazione. Dalla sensazione nasce il pensiero, che costruisce un’immagine. Cioé, vedo quest’orologio, è piuttosto bello e mi piacerebbe possederlo. C’è la sensazione di vedere, poi, sopraggiunge il pensiero che da quella sensazione costruisce un’immagine. In quel momento nasce il desiderio. È molto semplice.

Esiste un cervello, il vostro cervello, che non sia oscurato, infangato dall’ambiente, dalla tradizione, dalla società e da tutto il resto? Allora, qual è l’origine della vita? Aspettate che sia io a rispondere? Questo è un argomento troppo serio perché voi lo trattiate con leggerezza; stiamo provando a penetrare in qualcosa che non ha nome, che non ha fine. Posso uccidere quell’uccello, ma ce ne sarà sempre un altro; non posso uccidere tutti gli uccelli, ce ne sono troppi sulla terra. Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello.
Che cos’é la creazione che sta dietro a tutto questo? State aspettando che sia io a descrivervelo, che sia io ad affrontare l’argomento? Volete che sia io ad affrontare l’argomento? Perché?

(Dal pubblico): Per capire che cos’è la creazione.

Perché lo chiedete? È perché l’ho chiesto io? Nessuna descrizione potrà mai descrivere l’origine. L’origine è senza nome; l’origine è quiete assoluta, non è un rumoroso ronzio. La creazione è quanto c’è di più santo, è la cosa più sacra della vita; e se avete combinato un pasticcio con la vostra vita, cambiatela! Cambiatela oggi, non domani. Se non siete certi di volerlo fare, scoprite il perché, e siatene certi. Se non pensate correttamente, imparate a farlo, pensate con logica. Se non preparate questa base, se tutto questo non è risolto, non potete entrare nel mondo della creazione.

È finita. [Queste parole sono appena udibili, sussurrate più che dette].

Questo è l’ultimo discorso. Volete che restiamo seduti insieme per un po’, in silenzio? Va bene, signori, rimanete in silenzio per un poco.

[Foto: 1.:arte giapponese. Amida (part.), XI sec. d.C.; s: Mari. Ebih-il (part.), I metà del III millennio; 3: Susa. Fedele elamita (part.), III millennio]
 
 

Written by eleonoramatarrese

April 2, 2009 at 11:42 am

San Valentino e le feste del consumo

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Prima di cominciare il viaggio nel Carnevale è opportuna una breve sosta al 14 febbraio perché, da alcuni anni, sulla scia degli Stati Uniti, San Valentino è diventata una festa popolare laica che serve per incrementare i consumi e conseguentemente la produzione. In realtà il calendario liturgico vi festeggia, dopo la riforma del 1970, i Santi Cirillo e Metodio che, vissuti nel IX secolo, furono gli evangelizzatori della Russia. Un tempo la loro festa cadeva il 7 luglio, mentre il 14 febbraio era dedicato a san Valentino, oggi cancellato dal calendario universale perché poco significativo per la Chiesa. Ma la cancellazione non ha avuto alcun effetto, tant’è vero che gli almanacchi e i calendari continuano a registrarne il nome aggiungendo quelli dei due evangelizzatori degli Slavi. D’altronde, troppe erano le usanze e troppi soprattutto gli interessi commerciali connessi alla festa perché la decisione del Consiglio per la riforma liturgica avesse qualche effetto.

Su san Valentino, vescovo e patrono di Terni, poco si sa se non che venne decapitato a Roma nel 273, durante la persecuzione di Aureliano. Una tarda passio sostiene che fu sepolto in un cimitero nei pressi di Terni, sul quale sarebbe poi sorta una basilica, trasformata radicalmente nel 1618. Qualche anno prima, il 21 giugno 1605, il vescovo, Gianantonio Onorato, aveva ritrovato il corpo del santo patrono e lo aveva riposto in una cassa di piombo.

Quanto alla passio, anteriore all’VIII secolo e la cui attendibilità è più che dubbia, narra che il vescovo Valentino, celebre per le sue doti di taumaturgo, era stato invitato a Roma dal retore e filosofo Cratone perché ne guarisse il figlio, il cui dorso di era talmente incurvato da costringerlo a tenere il capo fra le ginocchia. Valentino promise la guarigione a patto che tutta la famiglia s’impegnasse a convertirsi. Così avvenne: si convertirono anche tre giovani ateniesi, allievi del filosofo, Proculo, Efebo e Apollonio. La notizia era troppo clamorosa per passare inosservata; sicché il prefetto Placido fece imprigionare Valentino cercando invano di spingerlo a sacrificare agli dei. A nulla valsero le esortazioni e neppure una bastonatura: fu condannato alla decapitazione. Quando i carnefici si furono allontanati, i tre giovani, raccolto il corpo, lo trasportarono a Terni seppellendolo in un cimitero del suburbio che avevano acquistato. Anch’essi vennero poi decapitati.

Alla stessa data è ricordato poi un altro san Valentino, commemorato anche da Beda e decapitato, secondo la leggendaria Passio maris et Marthae, nel III secolo per ordine dell’imperatore Claudio il Gotico sulla Via Flaminia, dove Papa Giulio I costruì una basilica. In realtà, questo secondo Valentino non è mai stato un santo, ma semplicemente il benefattore che finanziò la costruzione della basilica e perciò le diede, secondo la tradizione dell’epoca, il nome: nella biografia di Giulio II (337-52) del Catalogo liberiano è scritto infatti che facit [...] basilicam via Flaminia mil. II quae appellatur Valentini. Tra il V ed il VI secolo si cominciò erroneamente a venerarlo, com’è accaduto per molti altri benefattori che avevano fondato chiese a Roma, e talvolta a confonderlo con il vescovo di Terni.

Nel tempo le due figure si sono fuse fino a dare origine ad un solo Valentino, alla cui popolarità contribuì Jacopo da Varagine parlandone, nella Legenda aurea, come di un venerabile sacerdote che l’imperatore, incuriosito dalla sua fama, convocò a palazzo. “Perché non vuoi essere nostro amico” gli chiese “adorando gli dei e rinunciando alle tue superstizioni?” E Valentino: “Se tu conoscessi la grazia di Dio non diresti così: ma disprezzeresti i tuoi idoli e adoreresti il Signore che è nei cieli”. E continuò a parlare dimostrando che l’unica fede vera e santa era quella nel Cristo. Fu così eloquente e persuasivo che l’imperatore non poté fare a meno di esclamare: “Romani, quest’uomo parla con molta sapienza”.
Il prefetto, presente al colloquio con altri cortigiani, cominciò a preoccuparsi di una possibile conversione di claudio. Lo richiamò allora al suo dovere: “L’imperatore viene ingannato” esclamò. “Dovremo dunque abbandonare ciò che abbiamo considerato vero sin dall’infanzia?”. Quelle parole ricondussero l’imperatore al rispetto delle sue funzioni di pontefice massimo della religione romana. E tuttavia, non volendo perseguitare il santo sacerdote, si limitò ad affidarlo in custodia ad un nobile. Quando Valentino fu entrato nel palazzo di costui esclamò: “Signore Gesù Cristo, luce vera, illumina questa casa affinché i suoi abitanti ti riconoscano Dio”. “Sento che invochi Cristo come luce” gli rispose il nobile. “Ebbene, se egli illuminerà la figlia mia che è cieca, farò quello che vorrai”. Valentino si raccolse in preghiera e non passò un minuto che la fanciulla, oh miracolo!, recuperò la vista, e tutti, narra Jacopo da Varagine, abbracciarono la fede di Cristo. Allora l’imperatore ordinò che Valentino fosse decapitato: era all’incirca l’anno del Signore 280.

Successivamente le due figure sono state nuovamente distinte. Ma torniamo al vescovo di Terni, nella cui leggenda non appaiono innamorati. Com’è potuto allora nascere questo patronato? Ne furono responsabili indiretti i benedettini, che nel primo Medioevo custodivano la basilica. Essi diffusero il culto del santo nei loro monasteri fino alla Francia e all’Inghilterra, dove il suo patronato è sorto per una coincidenza calendariale. Infatti, nel tardo Medioevo, quando il 14 febbraio corrispondeva in realtà alla fine del mese a causa del calendario giuliano, in anticipo rispetto all’anno solare di circa undici giorni, nacquero alcuni proverbi ad annunciare l’ormai prossima primavera. La temperatura si intiepidiva, gli uccellini cominciavano a cantare sugli alberi e ad accoppiarsi: sicché nacque il proverbio Per San Valentin la lodola fa il nidin e Per San Valentino fiorisce lo spino. Agli amori degli uccellini si ispirò anche il proverbio A San Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina e insieme con esso la festa dei fidanzati i quali in Inghilterra, fino al XV secolo, cominciarono a scambiarsi i bigliettini teneramente scherzosi.

Più tardi, per giustificare il patronato, si idearono delle leggendine zuccherose come quella che si racconta a Terni: c’era una volta una bella fanciulla di nome Serapia, che si era innamorata di un centurione pagano, Sabino. Quando i due giovani riuscirono a vincere finalmente le resistenze dei genitori, grazie anche al battesimo di Sabino, si scoprì che Serapia era tisica: dopo qualche mese non riusciva nemmeno più a levarsi dal letto. Fu chiamato al capezzale della moribonda il vescovo Valentino, al quale il fidanzato chiese di non essere separato dall’amata. Il desiderio fu esaudito: morì abbracciato a Serapia. Una leggenda recente, di origine americana, narra invece che Valentino, sentendo litigare due fidanzati che stavano passando oltre la siepe del suo giardino, uscì loro incontro e donò loro una miracolosa rosa rossa, che ebbe la virtù di riconciliarli. I due giovani vollero poi che fosse proprio Valentino a benedire la loro unione; quando la notizia si diffuse, molte altre coppie chiesero di essere benedette da lui; e così il vescovo, non potendo accontentarle tutte separatamente, stabilì che vi fosse un giorno, il 14 febbraio appunto, dedicato ad esaudire questa richiesta.

Una variante anglosassone narra che il vescovo aveva l’abitudine di offrire alle coppie di giovani che passavano davanti al suo giardino un fiore. Due di tali giovani si sposarono con la benedizione del vescovo. La notizia si diffuse e da quel momento tutte le coppie ternane e dei dintorni vollero la sua benedizione nuziale; sicché Valentino divenne il protettore degli innamorati.

Vi fu anche chi volle ricollegare la festa degli innamorati ai Lupercalia, che cadevano il 15 febbraio, sostenendo che nel 496 papa Gelasio, per estirpare questo rito che alcuni pagani continuavano a celebrare, fissò al giorno precedente la festa degli innamorati: e siccome proprio il 14 si festeggiava San Valentino, il vescovo ternano diventò il loro protettore. Ma è un’interpretazione che non si basa su alcun documento: si sa solo che il papa protestava per la sopravvivenza della cerimonia pagana. D’altronde i Lupercalia avevano una valenza del tutto diversa.

Un’ultima ipotesi, completamente infondata, fa risalire il patronato sugli innamorati al 1465, quando Paolo II autorizzò il cardinale Giovanni di Torquemada a fondare l’arciconfraternita della Santissima Annunziata, che doveva procurare la dote per le fanciulle povere: sede della confraternita fu Santa Maria sopra Minerva. Era una coincidenza o il cardinale volle proprio fissarla al 14 febbraio avendo saputo della festa degli innamorati, ormai popolare nell’Europa del Nord? In ogni modo non fu certo quell’iniziativa ad ispirare il patronato sugli innamorati, tant’è vero che a Roma non si celebrava la ricorrenza.

La distribuzione delle doti, alle quali contribuirono poi altri prelati e pontefici, tra cui Urbano VII che lasciò alla confraternita tutto il suo patrimonio, diventò così una celebrazione festosa per le ragazze romane in età da marito, che assistevano, quel giorno, alla messa officiata dal papa e sfilavano in processione.

La festa di San Valentino è poi emigrata in Inghilterra e di là in America, da dove è tornata da noi trasformata in una laica ricorrenza, per la quale non ci si accontenta più, come un tempo, di scambiarsi bigliettini affettuosi o scherzosi, detti “valentini”, o un fiore, magari una di quelle margheritine che spuntano ai primi di febbraio nell’Italia centromeridionale, ma è quasi d’obbligo il regalo costoso; come accade, d’altronde, per le altre feste del consumo indotto, da quellla della Mamma, la prima domenica di maggio, a quella del Papà il 19 marzo, promosse da pubblicitari ed industrie per incrementare la produzione insieme con gli sprechi, l’avidità e l’insoddisfazione del volgo. E non ci stupiremmo se in futuro fiorissero la festa del fratellino, della zia, del cane, del gatto o del canarino.

[Alfredo Cattabiani, Calendario, pagg. 134-138]

Written by eleonoramatarrese

February 14, 2009 at 9:36 pm

“Febrarius” o della purificazione

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Nella Roma arcaica il mese di febbraio era un tipico periodo di passaggio che segnava il tramonto dell’anno vecchio e preludeva alla nascita del nuovo: periodo caotico in cui tutto si rimescolava. Sicché si potrebbe congetturare che i Saturnalia, seguiti da riti purificatori, facessero parte arcaicamente di una serie di cerimonie che accompagnavano il lungo passaggio “invernale” – il periodo oscuro del calendario dei popoli indoeuropei – verso il rinnovamento del cosmo simboleggiato dalla primavera.
Poi, con la creazione dei due nuovi mesi, gennaio e febbraio, i Saturnalia assunsero la funzione di feste che preludevano al rinnovamento dell’anno nel periodo solstiziale, mentre altri riti continuarono a celebrarsi nell’ex periodo di passaggio senza nome, in gennaio e febbraio. Già vi erano le Feriae sementinae, a carattere purificatorio e propiziatorio, che si celebravano nella seconda quindicina di gennaio per favorire la fertilità dei campi e la fecondità degli animali. In febbraio si susseguivano altri riti fra i quali prevalevano quelli di espiazione alle anime dei morti. Macrobio spiegava l’etimologia del mese, febrarius in latino, connettendola ai riti purificatori: februare in latino significa appunto purificare, espiare. Ricordava che Numa lo aveva dedicato al dio Februus.
“Durante questo mese” soggiungeva “bisogna purificare la città, ed egli stabilì che si celebrassero i riti funebri agli dei Mani” [Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 13, 3].

In ogni periodo di passaggio annuale si stabilisce infatti un contatto con il mondo “infero”, e per questo motivo i morti reclamano cerimonie in loro onore. Cantava Ovidio:

“Si onorano anche le tombe: si placano le ombre degli avi
e si portano piccoli doni sui sepolcri.
Poco chiedono i Mani: gradiscono la pietà
come un ricco dono, lo Stige profondo non ha numi ingordi.
Basta coprire la lastra con corone offerte;
basta spargere grano con un poco di sale
e pane che s’inzuppi nel vino misto a viole
contenuto in un coccio abbandonato per strada.
Non vieto doni maggiori; ma bastano quelli per i morti:
s’offrono, oltre il sepolcro, preci e accenti di rito”
[Ovidio, I Fasti, II, 429-452]

Ma fra quei giorni dedicati ai morti e alla purificazione s’inseriva una festa inquietante, i Lupercalia, dove s’intrecciavano riti di purificazione e riti di fecondazione simbolica: “Lupercali, nel cui giorno le donne sono purificate dai Luperci” spiegava Festo [Sesto Pompeo Festo, De verborum significatione, s.v. Febrarius].

Il mattino del 15 febbraio una confraternita di celebranti si radunava nei pressi di una grotta ai piedi del Palatino, chiamata Lupercale e circondata da un fitto bosco dove, secondo il mito, la lupa che aveva allattato poco distante Romolo e Remo si era successivamente nascosta. I membri erano chiamati luperci, ovvero lupacchiotti [sull'etimologia dei luperci, cfr. Károly Kerényi, Lupo e capra nella festa dei Lupercalia, in Miti e misteri, trad. it., Torino 1979, Pagg. 347-348; Georges Dumézil, La religione romana arcaica, trad. it., Milano 1977, pag. 306, nota 31]: formati da due gruppi, Luperci quinctiales e Luperci fabiani, erano diretti da un unico magister. La cerimonia cominciava con l’uccisione di alcune capre e la presentazione ai luperci di due giovinetti nobili ai quali si toccava la fronte con il coltello insanguinato e lo si puliva subito dopo con un batuffolo di lana inzuppata nel latte: i due ragazzi allora si lasciavano andare alla gioia.

Poi i luperci tagliavano in strisce la pelle delle capre, si cingevano, nudi, delle pelli strappate alle vittime e cominciavano una corsa sfrenata lungo la via Sacra partendo dal Lupercale. Correndo, i luperci brandivano le corregge di pelle di capra colpendo con esse le donne, alle quali era così assicurata la fertilità [Plutarco, Romolo, 21; Marco Giunanio Giustino, Pompei Trogi Historiarum Philippicarum Epitoma, 43, 1, 7; Valerio Massimo, Facta dictaque memorabilia, 2, 2, 9].

Plutarco riferisce due leggende per spiegare il rito: la prima, narrata da un tale Buta, “espositore in versi elegiaci delle più fantastiche notizie sulle origini delle feste romane”, narra che Romolo e Remo, dopo la vittoria su Amulio, corsero esultanti al sito dove la lupa gli aveva allattati da piccoli. Perciò, i Lupercalia erano un memoriale, diremmo noi, di quella corsa, e la cerimonia con cui si toccava la fronte dei giovani mediante una lama ricordava allegoricamente il pericolo di morte corso dai gemelli, salvati dal latte della lupa.

La seconda leggenda, attribuita a Gaio Acilio, narra che, prima della fondazione di Roma, un giorno il bestiame di Romolo e Remo scomparve. I due gemelli, dopo aver implorato Fauno, la divinità che regnava sui boschi, assimilata poi al Pan greco, si slanciarono nudi alla ricerca degli animali per non essere impacciati nella corsa dagli abiti.

Ovidio infine ne racconta una terza più fantasiosa. Dopo il ratto delle Sabine le spose rapite erano diventate per la maggior parte sterili. Allora uomini e donne si recarono a pregare in un bosco consacrato a Giunone, la quale fece udire la sua voce attraverso le chiome degli alberi: “Un sacro capro si congiunga con le mogli latine” [Italicas matres, inquit, sacer hircus inito! (Ovidio, I Fasti, II, 425-452)].
Rimasero tutti sconcertati: come avrebbero potuto eseguire un ordine tanto mostruoso? Un indovino etrusco risolse l’enigma: immolò un capro e ricavò corregge dalla sua pelle ordinando alle giovani spose di offrire il dorso ai loro colpi: così fu vinta la sterilità.

In realtà quel complesso di riti doveva risalire ad un’epoca precedente la fondazione della Roma quadrata, quando regnava su quei boschi il dio Fauno, simboleggiato dall’hircus, il caprone. La cerimonia dei due giovinetti nobili era un tipico rito di passaggio dall’infanzia alla giovinezza, mentre la corsa sfrenata dei giovani nudi e cinti di pelle di capra simboleggiava, nel finire dell’anno e nella sua rifondazione, il periodo in cui tutto si rinnovava. Quando più tardi giunsero i Sabini, che avevano tra gli animali simbolici il lupo (hirpus) – che simboleggiava non soltanto Mamers, il loro Marte, ma anche un dio infero purificatore e fecondatore, Soranus, venerato sul monte Soratte -, il rito si trasformò sincretisticamente in una cerimonia dove l’hircus-Faunus (capro) si mescolava all’hirpus-Februus-Soranus (lupo): per questo motivo i celebranti si chiamavano luperci, ma si cingevano di pelli di capra e colpivano le donne con corregge dello stesso animale [Károly Kerényi (Lupo e capra nella festa dei Lupercalia, in Miti e misteri, cit., pag. 357) spiega anche da un punto di vista fonetico la commistione rituale: hircus-capro "non è altro che quel nome del lupo - esattamente corrispondente secondo le leggi della fonetica - che i Sabini davano anche ai loro sacerdoti-lupi, ai loro Luperci: hirpus. Originariamente esso significava probabilmente una qualità del lupo, "l'irsuto", e perciò anche uno dei suoi aspetti. Solo più tardi, durante la vita degli "immigrati" nordici nella cultura meridionale, in cui prevale la capra, hircus ha cominciato a significare caprone"]. Si potrebbe sottolineare per inciso che durante il Carnevale i ragazzi usano colpire scherzosamente le donne con bastoncini di gomma o di panno.

Ma nei Lupercali appare anche la figura di Giunone, detta Iunio Februata, ovvero purificata. La pelle caprina con cui si facevano le corregge era detta amiculum Iunonis, non diversamente dalla sopravveste di Giunone raffigurata nella sua immagine a Lanuvio. E come non poteva essere presente colei che era patrona delle nascite?
La dea si ricordava anche alle calende di febbraio con il nome di Iunio Sospita, ovvero la Salvatrice, quando si commemorava la dedicazione del suo tempio sul Palatino. Nel VII secolo la Chiesa romana adottò al 2 febbraio una festa della Chiesa orientale che celebrava, fin dal IV secolo, la Presentazione al tempio del Signore. Nella ex capitale dell’Impero si chiamava originariamente “festa di San Simeone” in ricordo del sant’uomo di cui parla Luca nel suo Vangelo: “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore (…): ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora, a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone (…) lo Spirito Santo che era sopra di lui gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese fra le braccia e benedisse Dio: “(…) i miei occhi han visto la tua salvezza preparata davanti a te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Poi Simeone aggiunse, rivolto a Maria: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” [Luca, 2, 22-35].

La presentazione del primogenito al tempio e la purificazione rituale della madre dovevano avvenire, secondo la legge ebraica, il quarantesimo giorno dalla nascita: dunque la festa doveva cadere nel calendario cristiano il 2 febbraio perché il Natale era stato fissato al 25 dicembre [in Oriente, fino a quando la Natività del Cristo era celebrata all'Epifania, il 6 gennaio, la Presentazione al tempio si ricordava il 14 febbraio]. Sicché venne a coincidere con il mese dedicato nella Roma pagana alle purificazioni, a Iunio Februata ed al rito dei Lupercalia. Forse per allontanare quelle presenze pagane e soprattutto Giunone, il 2 febbraio divenne successivamente la Purificazione della Beata Vergine ponendo in ombra l’evento più importante, la presentazione del Figlio al Padre sulle braccia di Maria. “Offri il tuo Figlio, o Vergine santa” pregava San Bernardo “e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita”.

Con la recente riforma liturgica la Chiesa latina, in pieno accordo con quelle orientali, ha restituito al 2 febbraio la categoria di festa del Cristo che aveva originariamente, chiamandola Presentazione del Signore.
È anche detta Candelora perché vi si benedicono e si distribuiscono ai fedeli candele cui la pietà popolare attribuisce virtù protettive contro le calamità, le tempeste, e anche durante l’agonia.

Si legge nel Lunario toscano del 1805: “La mattina si fa la benedizione delle candele che si distribuiscono ai fedeli; la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume ai fedeli che in questo giorno, in onore della falsa dea Februa, con fiaccole accese andavano scorrendo in città, mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana“. La dea Februa era evidentemente Iunio Februata, detta anche Iunio Sospita, Salvatrice: alle calende di febbraio si celebrava la dedicazione del suo tempio sul Palatino che forse si raggiungeva alla luce delle fiaccole. Già nel VII secolo si svolgeva a Roma, in occasione della festa cristiana, una processione notturna con ceri accesi, da ogni parrocchia fino alla chiesa di Sant’Adriano e di qui a Santa Maria Maggiore: processione penitenziale secondo alcuni storici, per esorcizzare una sfilata licenziosa e carnascialesca che si svolgeva in quei giorni. Ma non sarebbe da scartare un’altra ipotesi: che la Chiesa abbia voluto cristianizzare non solo i riti precristiani di febbraio, ma anche anticipare quelli che si svolgevano alle calende di marzo in onore di Vesta e di Giunione e avevano come protagonista il fuoco, simbolo dell’energia divina nel cosmo secondo una concezione arcaica analoga a quella di altri popoli indoeuropei, come gli Indiani ed i Persiani [Georges Dumézil, La religione romana arcaica, pagg. 277-289]

Al 1 marzo il fuoco “perpetuo” dell’aedes Vestae, della sede di Vesta, veniva spento e poi riacceso al momento stesso in cui i vecchi lauri erano sostituiti da nuove fronde nella Regia, nelle Curie e nelle case dei flamini [Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 12, 5]. Vesta non era rappresentata da nessuna immagine nel suo santuario, che non era quadrato come quelli dedicati agli altri dei, ma rotondo per il motivo che spiegava Ovidio:

Vesta è la terra stessa: entrambe hanno il fuoco perenne:
la terra e il fuoco sacro mostrano la loro sede.
La terra, come palla, non sostenuta da nulla,
come gran massa pende nell’aria circonfusa:
tiene la rotondità sospesa la sfera,
né angoli vi sono che premano sui lati
(…)
Devi capire che Vesta è nient’altro che la vivida fiamma;
e nessun corpo vedi nascere dalla fiamma.
Dunque, a ragione, è vergine, come chi seme non rende
né accoglie, e ama solo le vergini seguaci.
Stolto, credetti a lungo che ci fosse una statua di Vesta;
ora so che nella curva cupola non c’è nulla.
Soltanto inestinguibile fuoco si cela in quel tempio,
ma né Vesta né il fuoco hanno alcun simulacro.

[Ovidio, I Fasti, VI, 265-298. Il nome della dea, d'altronde, come spiega Dumézil (La religione romana arcaica, pag. 286), discende, con una derivazione di tipo raro ed arcaico, da una radice che significa "bruciare"].

Per questo motivo le vergini vestali accudivano il fuoco. Quando, per un grave incidente, esso si estingueva o quando, al 1 marzo, veniva spento per simboleggiare la fine dell’anno e poi riacceso per simboleggiarne l’inizio, non lo si poteva far rivivere partendo da un altro focolare: doveva essere un fuoco nuovo, ottenuto per frizione, ovvero scavando, trivellando un pezzo di legno preso da un arbor felix, da un albero fruttifero. Cerimonia che simboleggiava l’energia celeste, origine del primo fuoco celeste, figlio dunque di nessun altra fiamma e la cui funzione era di assicurare stabilità e durata a Roma.

Il 1 marzo si celebravano anche i Matronalia, istituiti in ricordo di un avvenimento leggendario narrato da Ovidio: i Sabini, dopo il ratto proditorio compiuto dai Romani, assediavano la città. Le Sabine rapite, che volevano evitare una guerra tra i padri ed i mariti, pregarono Giunone, la quale consigliò loro di gettarsi con i bimbi in braccio fra le due schiere armate, ottenendo così la pace. In ricordo dell’episodio fu costruito un tempio sull’Esquilino, dedicato a Giunone Lucina, ovvero “della luce”. Di là dalla leggenda, Giunone Lucina, celebrata il 1 marzo, era un’ipostasi della Grande Madre preposta al rinnovamento dei mesi e dell’anno, e dunque patrona della primavera e dei parti. Cantava Ovidio:

Ora è fertile il suolo; ora il bestiame procrea
e l’uccello prepara sui rami il nido e i lari.
Con ragione la madre latina, per cui milizia
e voto è il parto, onora questa stagione feconda.

E aggiungeva:

Date fiori alla dea che gode delle erbe fiorenti!
E di teneri fiori v’incoronate il capo!
Dite “O Lucina, ci hai dato la luce!”
Dite “Tu ascolti i voti delle partorienti!”
Se poi qualcuna è incinta preghi, sciogliendo le chiome,
ch’ella le sciolga il parto senza duolo.

[Ovidio, I Fasti, III, 201-258]

Tornando alla Candelora cristiana, la benedizione delle candele è un’altra usanza successiva alla processione: documentata a Roma tra la fine del IX secolo e l’inizio del X, pare sia di origine francese. Un tempo le candele venivano accese con un cero in una cerimonia analoga a quella della veglia pasquale, mentre oggi sono semplicemente benedette. La cerimonia antica con l’accensione delle candele aveva due significati: uno collegato alla universale religione cosmica che il cristianesimo ha accolto nella sua liturgia; l’altro collegato all’insegnamento evangelico. Secondo il primo, il cero speciale acceso è il simbolo del nuovo fuoco vitale che riappare nella natura per grazia divina, preparando la primavera: fuoco purificatore e fecondatore, lo si potrebbe paragonare simbolicamente alle corregge brandite dai luperci.
Quel cero è il Cristo stesso – ecco il secondo significato – ovvero la luce del mondo che comunica la “vita nuova” nel battesimo e illumina il cammino verso il “cielo”. Nelle mani del cristiano è invece segno di partecipazione alla luce divina. Per questo motivo il cristiano porta un cero in ogni evento della sua esistenza; e dunque la processione con le candele, pur spente, esprime molto bene “l’andare incontro al Cristo che viene”.

Oggi la Candelora, detta anche Ceriola [alla Candelora, come ad ogni festa connessa anticamente al "passaggio" dall'anno vecchio all'anno nuovo, si riferiscono proverbi che ne testimoniano la funzione di giorno magico dal quale si possono trarre pronostici:
Per la santa Candelora / se nevica o se plora / dall'inverno siamo fora; / ma se è sole o solicello / siamo sempre a mezzo inverno;
Se l'ors a la Siriola la paia al fa soà / ant l'invern tornòm a antrà (ovvero: "se l'orso alla Candelora fa asciugare la paglia - il giaciglio - si rientra nell'inverno - proverbio piemontese);
Della cera la giornata / ti dimostra la vernata / se vedrai pioggia minuta / la vernata fia compiuta, / ma se vedi sole chiaro / marzo fia come gennaio;
Sole micante, Virgine purificante / Nix erit maior quam ante (ovvero: "se il sole è splendente nel giorno della purificazione della Vergine, ci sarà più neve di prima");
Se per la Candelora il tempo è bello / molto più vino avremo che vinello;
Se nevica per la Candelora / sette volte la neve svola], è rimasta come un’isola liturgica in un periodo che, con il Carnevale, ha perduto, almeno in parte, la connotazione funebre dell’epoca romana perché il mese dei morti è diventato novembre nel quale, fra l’altro, comincia l’Avvento, di carattere purificatorio e di attesa, in armonia con il calendario solstiziale. Tuttavia i riti purificatori non sono scomparsi del tutto dal periodo che prelude alla luna primaverile perché, dopo il Carnevale, cominciano i quaranta giorni della Quaresima, anche se talvolta essa slitta ai primi di marzo.

Written by eleonoramatarrese

January 19, 2009 at 10:36 am

Kirsi Kunnas

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Kirsi Kunnas (1924-) è una delle migliori poetesse finlandesi, che ha scritto poesie sia per adulti che per bambini. Il suo lato “ingenuo” si mostra, fra tante altre sue opere letterarie, in particolar modo nella raccolta di poesie per bambini Tiitiäisen satupuu, pubblicata nel 1956.
Kunnas ha anche tradotto liberamente alcune delle favole britanniche di Mamma Oca, e le ha pubblicate come Hanhiemon iloinen lipas (1954). Un recente traguardo è stato Aikamme aapinen (1968). Alcune tra le poesie di questi tre libri sono state selezionate e trasformate in canzoni per musica jazz dal maestro Eero Koivistoinen, ed il risultato è stato Muusa ja Ruusa (1971), uno degli album classici per bambini.

La voce nella maggior parte dei casi è di Vesa-Matti Loiri (si ricorda l’album Merirosvokapteeni Ynjevi Lavankopoksahdus). Il pezzo d’inizio presenta due maialini allegri, Muusa e Ruusa, una principessa ed un re, che vivono tutti nello stesso castello. I maialini costringono la principessa ed il re a comportarsi come maiali e a mangiare da un trogolo. Il re in realtà viene poi trasformato in maiale, perché prende il gioco troppo seriamente.

In Sammakkokeitto una strega sta cucinando zuppa di rana e facendo incantesimi, e misurando la temperatura della zuppa con il proprio naso. La rana non vuol essere cucinata, così cambia l’incantesimo e salta fuori dalla pentola e l’acqua bollente brucia il naso della strega.

Herra Pii Poo racconta di un mago che ha fatto il suo errore più grande quando decide di evocare una Vespa che lo guidi alla stazione. Ciò che lui non sa però è che i poteri di un mago sono inutili con le macchine, così non essendo capace di fermarla, va contro un treno e muore.

La migliore performance di Loiri su questo disco è probabilmente Jussin talo, un remake di The House that Jack built. Un gran bel finale per questo disco, con una gran quantità di rumori dagli animali di fattoria mixati nella canzone.

Eero Raittinen suona in due canzoni, usando lo pseudonimo Elias Mähkönen (che il suo contratto con un’altra etichetta gli impedisca di utilizzare il proprio vero nome?). Eukon patenttilääke parla di una donna anziana che pensa che l’acqua sia la migliore medicina per ogni malattia, fino a quando lei stessa non si ammala e rifiuta di bere acqua, e torna ugualmente a star bene.

Ville ja Valle racconta di due uomini che abitano insieme nel loro cottage, uno di loro ama il denaro e l’altro invece ama la pancia – specialmente quando è piena.

Due canzoni sono cantate da una ragazzina chiamata Tanja, e da sua madre. Jansmakko Erikois è una rana che ingoia un panetto di lievito e cresce così tanto da raggiungere lo spazio. Mangia le nuvole, le stelle ed un pezzo di luna. Quando ingoia il sole si scotta la bocca, poi fa un incantesimo e salta via.

Mistä on pienet pojat tehty? è una canzone decisamente femminista, in quanto sostiene che tutti i ragazzini sono fatti di unghie, rane e code di cani pelosi, e le ragazzine di zucchero, fiori, zenzero e cannella.

Tracks:
1. Fanfaari kinkulle (Fanfare to the Ham)
2. Muusa ja Ruusa (Muusa and Ruusa)
3. Paimenhuhuilu (Shepherd Calling)
4. Pikku paimen (Little Shepherd)
5. Sammakkokeitto (Frog Soup)
6. Jansmakko Erikois
7. Sammakkojen ulosmarssi (The Frogs March Out)
8. Eukon patenttilääke (The Old Woman’s Panacea)
9. Syväjäädytetty hanhi (Deep Frozen Goose)
10. Ville ja Valle (Ville and Valle)
11. Herra Pii Poo (Mr Pii Poo)
12. Mistä on pienet pojat tehty? (What are Little Boys made of?)
13. Jussin talo (Jussi’s House)

[tradotta da qui]

Written by eleonoramatarrese

January 6, 2009 at 3:39 pm

Il 6 gennaio

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Oggi, nella liturgia cristiana occidentale, l’Epifania celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, del Cristo ai Magi. Ma inizialmente questa festa, nata in Oriente intorno al 120-140 d.C. fra gli gnostici basidiliani, celebrava il battesimo di Gesù. “Quelli della setta di Basilide” scrive Clemente Alessandrino “festeggiano anche il giorno del suo battesimo trascorrendo tutta la notte precedente in letture. E dicono che fu il 15° giorno del mese di tubi del 15° anno di Tiberio Cesare (per alcuni l’11° giorno dello stesso mese)“.

La celebrazione del battesimo aveva un significato particolare per coloro che, come gli gnostici basilidiani, credevano che l’Incarnazione del Cristo fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo. Il 15° giorno di tubi - ovvero il 6 gennaio – era la data paleoegizia del solstizio invernale nella quale tradizionalmente si festeggiava il nuovo sole. Fu dunque naturale celebrare l’”Incarnazione” del Cristo in quella data simbolica; analogamente i cristiani di Roma fissarono più tardi il Natale nel giorno in cui si celebrava la nascita del Sol Invictus.

Poi la festa, purificata dagli elementi gnostici, venne adottata dalle Chiese orientali: sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell’adorazione dei Magi, del suo battesimo e del primo miracolo a Cana. E anche il nome mutò significato: inizialmente era Epipháneia, ovvero in greco “apparizione” e in senso traslato “manifestazione sensibile di una divinità”. Il battesimo del Cristo, secondo gli gnostici basidiliani, era dunque una Epipháneia.

Le Chiese cristiane orientali la modificarono in tà Epipháneia ierá con la variante tà Epiphánia ierá, ovvero “le feste della manifestazione”, dove Epipháneia o Epiphánia era aggettivo neutro plurale; e infine semplicemente tá Epiphánia, le Epifanie, per indicare le varie “manifestazioni” del Cristo: la nascita, il battesimo e il primo miracolo di Cana. Gli orientali la chiamavano e la chiamano ancora eortè ton phôton, ovvero “festa delle luci”, come riferisce San Gregorio Nazianzeno: espressione in cui si avverte l’eco dell’antica tradizione mazdeica della luce.

La festa delle Epifanie si diffuse intorno al IV secolo in Occidente, e all’inizio del V fu adottata a Roma dove si modificò, perché nello stesso periodo, come si è ricordato, la Chiesa romana aveva cominciato a celebrare il Natale del Cristo il 25 dicembre : divenne prevalentemente la celebrazione della venuta dei Magi e fu tradotta in Epiphanīa, “manifestazione” – al singolare -, oppure in Manifestatio (Fulgenzio) o in Festivitas declarationis (san Leone Magno); ma vi si univa inizialmente anche il ricordo del battesimo di Gesù e del suo primo miracolo a Cana.

Nel V secolo era ormai popolare a Roma, come dimostrano vari Sermones di Leone Magno letti in occasione della festa. “Una stella più fulgente delle altre” diceva Leone “attira l’attenzione dei Magi, abitanti dell’Estremo Oriente. Essi erano uomini non ignari nell’arte di osservare le stelle e la loro luminosità, per questo compresero l’importanza del segno. Certamente operava nei loro cuori la divina ispirazione“. I Magi, aggiunge in un altro sermone, erano stati istruiti anche dall’oracolo di Balaam: “Un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele“. Come si ricorderà, Balaam è descritto nell’Antico Testamento come mago e indovino; ebbene, molti esegeti cristiani affermavano che l’istituzione dei Magi risaliva a Balaam, che identificavano, come si è già accennato, con Zoroastro. Papa Leone Magno sembra accettare questa interpretazione: ancora una volta si rivela la fitta trama di connessioni tra la religiosità iranica e il cristianesimo.

Infine san Leone Magno offre dell’Epifania il suo profondo significato: “È il segno sacro di quella grazia e l’inizio di quella vocazione per cui non solo nella Giudea ma in tutto il mondo si sarebbe predicato il Vangelo“; e aggiunge: “Ciò che era cominciato nell’immagine si compie ora nella realtà- Infatti, irraggia dal cielo, come grazia, la stella, e i tre re Magi, chiamati dal fulgore della luce evangelica, ogni giorno in tutte le nazioni accorrono a adorare la potenza del sommo Re“.

Tutti questi temi confluirono in vari testi medioevali, dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine all’Historia Scholastica di Pietro Comestore e alle Meditationes, un testo erroneamente attribuito a san Bonaventura da Bagnoregio, ma riconducibile all’ambiente francescano toscano della fine del XIII secolo. Le Meditationes giustificano la data del 6 gennaio raccontando che “nel tredicesimo giorno della sua nascita Gesù Bambino si manifestò ai Gentili, cioè ai Magi, che erano pagani“. E aggiungono che il motivo per cui si deve festeggiare l’Epifania è che “oggi la Chiesa viene ricevuta da Lui nella persona dei Magi poiché la Chiesa è formata dai Gentili, cioè dai pagani. E il giorno della sua nascita Egli apparve ai Giudei, personificati dai pastori, ma solo pochi Giudei accolsero il Verbo, ovvero il Figlio di Dio. Oggi Egli appare ai Gentili, o pagani, e questa è la Chiesa degli Eletti“.

Mentre l’Epifania, penetrata in Occidente, diventava prevalentemente la festa della rivelazione di Gesù al mondo pagano, in Oriente la diffusione del Natale “romano” che cadeva il 25 dicembre trasformava tà Epiphánia, le Epifanie, nella celebrazione del battesimo del Cristo nel Giordano e del primo miracolo.

*

La notte dell’Epifania è considerata nelle campagne una notte magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi. “La notte di Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla”; “La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta” affermano due proverbi, il secondo intendendo Pasquetta per Epifania perché un tempo si chiamava “pasqua” o “pasquetta” ogni festa religiosa solenne: Pasqua di Resurrezione, ma anche Pasqua di Natale e Pasqua Epifania.

In Toscana si tramandano anche le parole che si scambiano i bovi (ormai scomparsi con l’avvento della meccanizzazione) nelle stalle:
“Biancone!”
“Nerone!”
“Te l’ha data ricca la cena il tuo padrone?”
“No, non me l’ha data”
“Tiragli una cornata!”

Per questo motivo si dice che alla vigilia dell’Epifania i contadini governano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte dicano male del padrone o del loro custode.
L’Epifania è celebrata in Italia con tante feste ed usanze che ne riflettono i vari aspetti. Già si è accennato alla festa dei pignarul a Tarcento, ispirata alla luce della stella. Un’altra manifestazione è il Rito della Stella, che si svolge a Sabbio Chiese in provincia di Brescia. Nella tarda serata un coro di giovani, accompagnato da un’orchestrina, esegue il “canto della stella”. Un cantore regge per mezzo di un’asta una stella di carta a cinque punte illuminata all’interno, e che talvolta contiene persino un minuscolo presepe di carta. In passato i tre cantori principali, che interpretavano la parte dei re Magi, si travestivano con mantelli dorati e corone di cartone, e uno di loro, Baldassarre, aveva la faccia dipinta di nero. Il coro di giovani passa per le vie del paese sostando sulla porta di ogni casa e rievocando la nascita del Bambin Gesù tra il bue e l’asinello, la venuta dei Magi guidati dalla stella, e i loro doni. Il canto finisce con questa strofetta:

Or noi ce n’andiam
ai nostri paesi,
da cui venuti siam,
ma qui resta il cuore
in mano al Signore,
in mano al Bambino
al Bambinel Gesù
.

Al termine della cantatina i giovani raccolgono mance e doni in natura che servono poi per la cena in comune a tarda notte a base di polenta taragna, ovvero polenta mescolata con abbondante formaggio.
Il “canto della stella” è un esempio anomalo delle classiche befanate, un tempo diffusissime nei paesi e durante le quali gruppi di contadini correvano per le vie del paese, di casa in casa, cantando “la befana” con canzoni dette di questua perché, finite le strofette, chiedevano e ottenevano doni in natura.

A Rivisondoli, in provincia de L’Aquila, si celebra invece un presepe vivente. Tutta la popolazione rivive la scena tradizionale: i pastori che giungono dai monti vicini, le donne in costume e i re Magi sono gli attori dello spettacolo. In una capanna Maria e Giuseppe, interpretati da due abitanti del paese, coccolano un bambino che, secondo la tradizione, è l’ultimo nato di Rivisondoli. La scena è arricchita da angeli, suoni e fiaccole.
A Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, l’Epifania non rievoca l’arrivo dei Magi ma, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo del Cristo nel Giordano. Il rito è solenne. Il vescovo, accompagnato dai sacerdoti, giunge in processione presso la fontana dei Tre Cannoli. Il corteo è preceduto da gruppi di ragazzi che portano in mano alcuni bastoni su cui sono infilate arance. Giunto alla fontana, il vescovo immerge la croce nell’acqua tenendo in mano tre candele accese ed alcune foglie di ruta. Contemporaneamente, una colomba si alza in volo dal campanile della chiesa di Maria Odighitria – ovvero “guida” in greco – e si posa sulla spalla del vescovo. Allora i ragazzi immergono le arance nella fontana e le distribuiscono, benedette, agli abitanti e agli ospiti come simboli dei frutti del Cristo, Arbor mundi.

Una sorprendente eco dell’Epifania orientale è rimasta nella Pasquella di Recanati, in provincia di Macerata. Durante la notte che precede il 6 gennaio cori di bambini cantano, fra le altre, una strofetta significativa:

Sulle rive del Giordano
dove l’acqua diventa vino
per lavare Gesù Bambino
per lavare la faccia bella
giunti siamo alla Pasquella

Vi sono invece in Italia due usanze che sembrano collegarsi a tradizioni precristiane.
Prima che si affermasse la consuetudine dei regali natalizi ai bimbi, ai quali si raccontava che li aveva portati Gesù nella notte, erano i re Magi che avevano questa funzione all’Epifania, in ricordo dei tre doni offerti al Bambino per eccellenza. Oggi ancora, in Spagna, è l’Epifania il giorno dei regali che vengono portati dai reyes Magos. A Siviglia, la sera del 5 gennaio, una festosa cabalcada di bambini e ragazzi accompagna i tre re, impersonati da adulti, per le vie della città.

In Italia invece si è avuto uno sdoppiamento: Gesù Bambino è diventato il dispensatore dei regali importanti mentre una figura anomala e non inquadrabile nella tradizione cristiana, la Befana, porta regalucci e addirittura carbone se il piccino non si è comportato bene nell’anno appena trascorso.
La Befana, che nell’iconografia tradizionale appare come una vecchia col viso fuligginoso, gli occhi di brace, i denti felini e affilati, la lingua aguzza e tagliente, abita secondo la leggenda nelle caverne delle montagne e una volta all’anno, nella notte fra il 5 e il 6 gennaio, arriva di notte, a cavallo di una magica scopa che inforca al contrario, per sottolineare che non è una strega, e scende per la cappa del camino nel focolare portando piccoli doni ai bambini buoni e, secondo l’interpretazione pedagogica corrente, carbone per i più capricciosi. È una figura non solo misteriosa, ma pericolosa se non si rispetta la sua invisibilità: chi incautamente volesse sorprenderla mentre deposita i doni incorrerebbe in gravi pericoli. A Roma, dove familiarmente hanno immaginato la sua casa fra i tetti di piazza Navona, è così popolare che le sono dedicate tante canzoncine, come quella che una volta cantavano i bambini:

La Bbefana riccia riccia
tutta quanta inanellata
scende giù con Bbefanino
da la cappa del camino.
Va dicendo a le regazze:
Siate bbone, nun siate pazze

Ma la figura della vecchia che porta i regali non è soltanto romana: è detta, per esempio, la Vecchia a Pavia, la Pifanie a Lario Orientale, la Vecia o la Stria a Mantova, Padova, Treviso e Verona, la Pasquetta a Legnago, a Venezia Marantega o Redodesa, nome che si ritrova anche nelle Alpi bellunesi con le varianti Redosega, Redosola e Redosa; la Sibilia a Pirano, la Donnazza a Borca di Cadore, l’Anguana a Cortina d’Ampezzo e la Berola in provincia di Treviso, la Vecie o la Strie o la Femenate o la Marangule nel Friuli. A Modena è la Barbasa, a Piacenza la Mara, la Voecia a Bologna.

Questa vecchia misteriosa ed inquietante, che appare nella dodicesima notte dopo quella di Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno, non ha nulla a che fare con l’Epifania, ovvero con l’arrivo dei re Magi che portano i tradizionali doni a Gesù Bambino, se non nel nome: deriva infatti dall’aferesi del latino Epiphanīa, che dapprima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine Befana: tentativo evidente di cristianizzare l’inquietante personaggio femminile trasformandolo nella personificazione femminile della festa.

È stata interpretata come un’immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana e prima di morire offre dolciumi e regalini che altro non sono, simbolicamente, se non i semi, grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura.

Questa Madre Natura non è solo un fenomeno peculiare italiano, ma rivela analogie con la mitologia greco-anatolica e con molte tradizioni germaniche e slave. Allude alla Grande Madre, signora della vita, che regna su animali, rocce, vegetali, evocando l’idea della fecondità, dell’abbondanza, della prosperità: madre del cosmo che governa il ciclo terreno di vita-morte-vita; padrona del fuoco domestico, come testimonia fra l’altro il tempio romano di Vesta, che era il grande focolare della grande famiglia romana, dove la dea stessa, priva di immagine antropomorfica, era fiamma vivente.

Written by eleonoramatarrese

January 5, 2009 at 11:49 pm

Anna Achmàtova

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Quali strane parole
m’ha portato il giorno calmo d’aprile.
Lo sapevi, ancor viva era in me
la terribile settimana di passione.

Io non udivo i suoni
che muovevano nell’azzurro puro.
Per sette giorni ora il riso echeggiò dei bronzi,
ora un pianto scorreva argentino.

E io, coprendomi il volto,
come innanzi a una separazione eterna,
giacevo a letto aspettando quella cosa
non ancora chiamata tormento.

Written by eleonoramatarrese

December 1, 2008 at 8:45 pm

Cronologia vampirica

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1047 – prima apparizione della parola upir, da cui poi è derivato vampiro, in un documento riguardante un principe russo
1190 – il De nagis curialium di Walter Map accenna ad esseri simili ai vampiri in Inghilterra
1196 – nelle Cronache di William di Newburgh sono registrate numerose storie di revenants in Inghilterra
1431 – a Sighisoara, in Romania, nasce Vlad III, figlio di Vlad Dracul
1476 – Vlad viene assassinato fuori da Bucarest
1560 – nasce Elizabeth Bathory
1610 – la contessa Bathory viene arrestata per l’omicidio di numerose persone. Viene condannata alla prigione a vita in una stanza del suo castello.
Leo Allatius termina la stesura del suo primo trattato moderno sui vampiri, il De Graecorum hodie quirundam opinationabus
1614 – muore Elizabeth Bathory
1657 – nel trattato Rélation de ce qui s’est passé à Saint-Erini Isle de l’archipel Françoise Richard collega il vampirismo alla stregoneria
1672 – scoppia in Istria un isterismo vampirico
1679 – Pillip Rohr scrive De Masticatione mortuorum
1710 – l’isterismo vampirico si spande nella Prussia orientale
1724 – nuovo isterismo vampirico in Prussia
1725 – l’isterismo vampirico colpisce l’Ungheria. L’ondata di isterismo vampirico nella Serbia austriaca produce i famosi casi di Peter Plogojowitz e Arnold Paul
1734 – la parola vampiro entra nella lingua inglese, dalla traduzione dei resoconti tedeschi sulle ondate di isterismo vampirico in Europa
1744 – il Cardinale Giuseppe Davanzati pubblica il suo trattato Dissertazione sopra i vampiri
1746 – Dom Augustine Calmet pubblica il suo trattato sui vampiri, Dissertations sur les Apparitions des Anges, des Demons et des Esprits, et sur les revenants, et Vampires de Hundrie, de Bohème, de Moravie, et de Silésie
1748 – viene pubblicato il primo poema moderno sui vampiri, Der Vampir, di Heinrich August Ossenfelder
1750 – un’altra ondata di isterismo vampirico colpisce la Prussia dell’est
1756 – isterismo vampirico in Valacchia
1772 – isterismo vampirico in Russia
1797 – viene pubblicato Bride of Corinth di Goethe (una poesia su un vampiro)
1798 – Samuel Taylor Coleridge inizia a scrivere Christabel, considerata la prima poesia sui vampiri in inglese
1800 – I vampiri, un’opera di Silvestro De Palma, debutta a Milano
1801 – Thalaba di Robert Southney è la prima poesia in inglese a menzionare il vampiro
1810 – nel nord dell’Inghilterra circolano voci riguardanti pecore uccise tramite la recisione della giugulare.
Viene pubblicata la poesia The Vampyre di John Stagg
1813 – la poesia The Giaour di Lord Byron include un incontro tra il protagonista ed un vampiro
1819 – nel numero di aprile del New York Magazine viene pubblicata la prima storia di vampiri in lingua inglese: si tratta del celebre The Vampyre di John Polidori.
John Keats compone Lamia, una poesia basata su antiche leggende greche.
1820 – 13 giugno: Le Vampire, la rappresentazione teatrale di Charles Nodier, apre al Théâtre de la Porte de Saint-Martin a Parigi.
1829 – marzo: l’opera di Heinrich Marschner Der Vampyr, basata sulla storia di Nodier, debutta a Lipsia
1841 – Alexey Tolstoy pubblica il racconto Upyr, mentre lascia Parigi. Si tratta della prima storia moderna sui vampiri scritta da un russo.
1847 – nasce Bram Stoker.
Inizia la lunga pubblicazione ad episodi di Varney the Vampire di Thomas P. Prest
1849 – in Francia, il sergente François Bertrand viene processato per aver violato numerose tombe, dalle quali prelevava i cadaveri ancora “freschi” per succhiarne il sangue.
1851 – l’ultimo lavoro drammatico di Alexandre Dumas, Le Vampire, debutta a Parigi
1854 – il caso di vampirismo della famiglia Ray di Jewell, nel Connecticut, viene pubblicato nei giornali locali
1872 – Joseph Sheridan Le Fanu scrive Carmilla.
In Italia, Vincenzo Verzeni viene accusato di aver ucciso due persone ed aver bevuto il loro sangue.
1888 – viene pubblicato Land Beyond the Forest di Emily Gerard; sarà la maggiore fonte di informazioni sulla Transilvania per Bram Stoker
1894 – viene pubblicato il racconto The Flowering of the Strange Orchid di H. G. Wells, considerato il precursore delle storie fantascientifiche sui vampiri
1896 – viene girato in Francia il primo film sui vampiri: Le Manoir du Diable, per la regia di George Méliès
1897 – viene pubblicato Dracula di Bram Stoker in Inghilterra
1912 – viene pubblicato Dracula’s Guest di Bram Stoker
1920 – Dracula, il primo film basato sul romanzo, viene prodotto in Russia. Nessuna copia è sopravvissuta.
1921 – in Ungheria viene prodotta una versione cinematografica di Dracula, con la regia di Karoly Lajthay
1922 – Nosferatu: Eine Simphonie des Grauens, film muto tedesco prodotto dalla Prana Films e diretto da Friedrich W. Murnau, è il terzo tentativo di portare Dracula sugli schermi cinematografici
1924 – ad Hannover, in Germania, Friedrich Haarmann viene arrestato, accusato e condannato per aver ucciso più di venti persone in una sorta di “banchetto vampirico”.
Sherlock Holmes ha il suo primo ed unico incontro con un vampiro in The Case of the Sussex Vampire.
1927 – 14 febbraio: Dracula debutta sul palco del Little Theatre di Londra.
Ottobre: debutta la versione americana di Dracula al Theatre di New York, con protagonista Bela Lugosi.
Tod Browning dirige Lon Chaney in London after Midnight, il primo lungometraggio sui vampiri.
1928 – appare in Inghilterra la prima edizione di The Vampire: His Kith and Kin di Montague Summers
1929 – viene pubblicato il secondo libro sui vampiri di Montague Summers, The Vampire in Europe
1931 – in Germania, Peter Kurten, “il vampiro di Düsseldorf”, viene giustiziato dopo essere stato condannato per l’omicidio di diverse persone alle quali aveva succhiato il sangue.
1942 – Asylum di A. E. Van Vought è la prima storia di un vampiro alieno
1943 – Lon Chaney Jr. interpreta Son of Dracula per la Universal Pictures
1944 – John Carradine è Dracula per la prima volta in Horror of Dracula
1953 – il numero 8 di Eerie include la prima versione a fumetti di Dracula
1954 – il “Comics Code” vieta i vampiri nei fumetti.
I am Legend di Richard Matheson presenta il vampirismo come una malattia che altera il corpo.
1956 – John Carradine interpreta Dracula nella sua prima versione televisiva in Matinée Theatre.
El vampiro con German Robles inaugura una lunga serie di film messicani sui vampiri.
1957 – esce il primo film italiano sui vampiri, I vampiri di Riccardo Freda.
L’americano Roger Corman produce il primo film di fantascienza sui vampiri, Not of This Earth.
1959 – Plan 9 From Outer Space di Ed Wood è l’ultimo film di Bela Lugosi, che muore durante le riprese.
1962 – negli Stati Uniti viene fondata da Donald Reed la “Count Dracula Society”
1965 – Jeanne Youngson fonda il “Count Dracula Fan Club”, con sede a New York.
The Munsters, basato sull’omonimo show televisivo, è il primo fumetto con protagonista un vampiro.
1969 – Denholm Elliott è il protagonista di Dracula, Does Dracula Really Suck? (noto anche come Dracula and the Boys), produzione televisiva della BBC, il primo film sui vampiri gay
1970 – Christopher Lee è il protagonista del film spagnolo El Conde Dracula.
Sean Manchester fonda la “Vampire Research Society”
1971 – True Vampires of History di Donald Glut è il primo tentativo di raccogliere e classificare tutte le figure storiche di vampiri
1972 – il volume In Search of Dracula di Raymond T. McNally e Radu Florescu introduce Vlad l’Impalatore, il Dracula storico, nel mondo dei fan contemporanei di vampiri.
Stephen Kaplan fonda il “Vampire Research Centre”
1975 – Fred Saberhagen propone una nuova visione di Dracula come eroe in The Dracula Tape
1976 – viene pubblicato Interview with the Vampire di Ann Rice.
Stephen King ottiene una nomination al World Fantasy Award per il suo romanzo sui vampiri Salem’s Lot
1977 – Martin V. Riccardo fonda la “Vampire Studies Society”
1978 – Hotel Transylvania di Chelsea Quinn Yarbro si unisce ai volumi di Fred Saberhagen e Anne Rice come il terzo maggior tentativo della decade di favorire una ricomparsa del mito del vampiro.
Eric Held e Dorothy Nixon fondano il “Vampire Information Exchange”.
1979 – i Bauhaus registrano Bela Lugosi’s Dead, segnando l’inizio del nuovo movimento rock gotico
1980 – a Dublino viene fondata la “Bram Stoker Society”.
Richard Chase, il cosiddetto “Dracula-killer” di Sacramento, in California, si suicida in prigione.
1985 – viene pubblicato The Vampire Lestat di Anne Rice, che entra subito nella classifica dei best-sellers
1989 – la caduta del dittatore rumeno Nikolai Ceaucescu apre le porte della Transilvania a tutti i fan di Dracula.
Nancy Collins vince il Bram Stoker Award per il suo romanzo Sunglasses After Dark
1991 – la White Wolf pubblica la prima edizione di Vampire: the Masquerade, il più famoso gioco di ruolo sui vampiri
1992 – Francis Ford Coppola dirige Bram Stoker’s Dracula.
Andrei Chikatilo di Rostov, in Russia, viene condannato a morte per aver ucciso e vampirizzato 55 persone.
1994 – esce la versione cinematografica di Interview with the Vampire, con Tom Cruise nei panni di Lestat e Brad Pitt in quelli di Louis.

[continua...]

Written by eleonoramatarrese

November 16, 2008 at 6:29 pm

Supernatural

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The Ancient Mariner era stata cominciata come una composizione primariamente scritta a quattro mani, come l’espressione di una crescita di una relazione letteraria insieme e allo stesso tempo derivante da una ricerca ed un’”assistenza” reciproca per un tema ed una voce individuale. Era del resto addirittura alla moda dire che la ballata di Coleridge era semplicemente un reasserimento della filosofia wordsworthiana del “piano sacro” della Natura e delle conseguenze per coloro che l’avevano violata.

Va però ricordato ed evidenziato che prima del periodo di stretto contatto personale, quando i due poeti furono vicini di casa nel Somerset, sia Samuel Taylor Coleridge che William Wordsworth avevano scritto poetic dramas che riguardavano sì il crimine ma in particolare la psicologia del rimorso e del pentimento.

Coleridge, seguendo l’invito di Richard Brinsley Sheridan, stava abbozzando il suo dramma in versi sulla psicologia del peccato criminale. Traeva liberamente l’ispirazione dalla storia del Siciliano in Der Geisterseher di Schiller e da The Monk di Lewis: nacque così Osorio, una storia di crimine, punizione e pentimento [Osorio cerca di uccidere il suo fratello maggiore, Albert; il tentativo fallisce, sebbene Osorio pensa sia riuscito, e la presunta vittima ritorna, travestita, per tentare di insinuare in suo fratello un senso di rimorso, e da qui creare una sua rinascita]: nonostante paralleli nel tema e nella caratterizzazione, Osorio fu scritto da Coleridge mentre Wordsworth stava apportando delle migliorie alle bozze di The Borderers nella primavera del 1797, già avviate nell’inverno precedente. Wordsworth si era già occupato del tema del peccato criminale e del dolore nei suoi componimenti in Salisbury Plain. The Borderers è uno studio didattico di due responsi contrastanti ad atti di stregoneria; la storia però è ambientata in epoca pressoché medioevale, e l’intreccio ricorda le stesure di Walter Scott.

Nonostante, quindi, parallelismi nel tema e nella caratterizzazione, Osorio e The Borderers sembrano essersi sviluppati in modo del tutto indipendente. Fu per caso e non apposta che Coleridge e Wordsworth scelsero di esplorare il tema del crimine e del rimorso, peraltro molto popolare.
In vista dei loro scritti futuri, è interessante notare come il tema del crimine, della vergogna, del “vagabondaggio” e del pentimento saranno motivi centrali di poesie successive, a cominciare da The Ancient Mariner.

Nel 1796 Wordsworth cominciò a scrivere una ballata, The Three Graves, interessante dal punto di vista tematico poiché la trama è centrata sull’incantesimo di una madre (e quindi figura femminile come Geraldine) sulla figlia, che è innamorata dell’amante della madre; trasponendo questo rapporto in Christabel la figura della madre sarebbe appunto Geraldine, quella della figlia Christabel e quella dell’amante sarebbe il padre, Sir Leoline, lasciando così emergere un intreccio di relazioni dal sapore fortemente edipico).

Coleridge, molto interessato alla letteratura degli incantesimi (o, se vogliamo, delle “maledizioni”) – nella primavera del 1797 leggeva e rivedeva romances gotici – fu molto attratto dalla ballata wordsworthiana, che lesse completa nel giugno-luglio 1797.
Cinque mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, i temi esplorati in The Borderers, Osorio e The Three Graves portarono a due ulteriori tentativi di collaborazione tra i due, tra cui importante è ricordare The Wanderings of Cain.

Nella parte III e IV di The Three Graves, comunque, che furono scritte da Coleridge nella primavera del 1798, gli elementi sovrannaturali, sebbene ancora velati da una fedeltà wordsworthiana al realismo psicologico, emergono in modo più preminente.
Sebbene gli incontri spettrali siano all’ordine del giorno nelle ballate horror e nei romanzi gotici, il confronto di Caino con il fantasma di Abele va ben al di là del semplice sensazionalismo, poiché l’apparizione funziona come una proiezione simbolica del peccato e della disperazione dell’anima tormentata di Caino. Come in un incubo, Caino il fuggitivo, il vagabondo condannato alla vita per volere e comando divino…

 

Written by eleonoramatarrese

November 16, 2008 at 5:50 pm

da “Sagarana”, di Julio Monteiro Martins, una PROFONDA RIFLESSIONE

with one comment

Cari amici di Sagarana,
questo in fondo è un testo per la vostra riflessione di domenica.
Le osservazioni presenti in questo testo, e anche nel libro di Giannini qui citato, mi sembrano molto acute e lucide. Potrei solo aggiungere il fatto che secondo me le idee presenti nel testo, verissime fino a 10 giorni fa, hanno subito una sorta di “dislocamento storico”. Dopo l’elezione di Barack Obama, il “regime mediatico” prevalente in Italia, il “cesarismo elettronico” nelle parole di Eco, sembra essere invecchiato di mezzo secolo in una notte, quella tra il 4 e il 5 novembre. L’imbarazzante battuta dell’”Obama abbronzato” lo conferma, una battuta più che razzista o sciocca, inedeguata, fuori tempo, senile insomma. La mia intuizione (o la mia speranza, come saperlo?) è che questa malinconica inadeguatezza sarà sempre più evidente e già nei prossimi mesi gli italiani, anche quelli che formano la “maggioranza di destra” di cui parla Tremonti, si sentiranno improvvisamente “invecchiati”, come chi si scopre a fare una brutta figura in una festa con i vestiti fuori moda. La storia, così come gli stessi esseri umani, non invecchia gradualmente e in modo uniforme, ma a volte sembra ferma, immobile per un lungo tempo e in poche ore o giorni scende o sale un “gradino”, e subito il panorama cambia, si vede con chiarezza tutto ciò che il giorno prima era invisibile, niente è più lo stesso e tutto questo sembra sin dal primo momento stranamente naturale, scontato, come se fosse sempre stato il quel modo, come se fosse molto difficile immaginarlo diverso. Secondo me, l’Italia si sta avvicinando a questo “gradino”, in una sorta di movimento sotterraneo del suo inconscio collettivo, di spostamento invisibile delle sue “placche tettoniche”. Gli studenti, i più giovani, sembrano di averlo già capito, e vanno avanti imperterriti. Sappiamo però che non è possibile fare questo passo tutti insieme, e che qualcuno per forza rimarrà indietro. Speriamo che rimangano indietro proprio quelli che in questo momento ancora – ma per poco tempo, sono sicuro – detengono l’egemonia politica e culturale nella penisola.
Buona domenica a tutti,
Julio
 
_________________________________________________
 
ANTICIPAZIONI
Esce il nuovo saggio di Massimo Giannini “Lo Statista”, analisi del fenomeno Berlusconi
Il Ventennio del Cavaliere
di MASSIMO GIANNINI

 

Anticipiamo parte dell’introduzione del libro di “Lo Statista. Il Ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo” (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 280, euro 17) in questi giorni in libreria

“I codardi della radio e i teppisti miliardari dell’editoria controllata dalla Casa Bianca della banda di Lindbergh dicono che Winchell è stato licenziato per aver gridato “al fuoco!” in un teatro affollato. Signor New York City e signora, la parola non era “fuoco”. Era “fascismo” che Winchell ha gridato. E lo è ancora. Fascismo! Fascismo! E io continuerò a gridare “fascismo” a ogni folla di americani che riuscirò a trovare finché il partito del tradimento filo-hitleriano di Herr Lindbergh non sarà espulso dal Congresso il giorno delle elezioni”.

Non so dire bene il perché. Ma quando ho cominciato a pensare a un libro su Silvio Berlusconi le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle descritte da Philip Roth nel suo Complotto contro l’America, il racconto fanta-politico su Sir Charles Lindbergh che vince le elezioni del 1940 al posto di Roosevelt facendo precipitare gli Stati Uniti e il mondo intero nell’incubo. Grande aviatore e trasvolatore di oceani, ovunque atterri con il suo mitologico Spirit of St. Louis trova ad aspettarlo i reporter dei giornali e migliaia di cittadini radunati per vedere e acclamare il loro giovane presidente, con la sua famosa giacca a vento e il caschetto di pelle da aviatore.

Il romanzo di Roth è un affresco superbo sul declino di una nazione assuefatta. Sulla sua progressiva caduta di attenzione sociale e di tensione morale. Questione di luoghi, questione di simboli. Il Palazzo romano al posto di Washington. L’Italia profonda al posto dell’America. Il predellino di una Mercedes al posto della cabina di un monoplano. Il doppiopetto al posto della giacca a vento. O la bandana al posto del caschetto. Non so perché. Ma per quanto ardita e fantasiosa, la comparazione mi ha convinto. Ho cominciato a scrivere. Stimolato anche dalle amare riflessioni di un Grande Vecchio della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Gli italiani sono presi da una strana cupidigia di servitù. E più Berlusconi straccia il tessuto istituzionale, più loro chiedono di essere servi”. Non è una bella immagine. Ma purtroppo è drammaticamente vera.

 

La prima tesi di questo libro è che il Cavaliere è ormai uno Statista. Tra i peggiori della storia patria. Ma un vero Statista, che ha saldamente in mano il destino della nazione… Tra cinquant’anni, quando saranno finalmente spurgati gli ultimi liquami ideologici dell’estenuante Novecento italiano, gli storici si affacceranno sull’abisso della Prima Repubblica e dovranno riconoscere che tutto quello che è venuto dopo (si tratti di Seconda, di Terza o di Nessuna Repubblica) si chiama Berlusconi. Quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo dal 1994, con qualche marginale intermezzo, è a tutti gli effetti il Ventennio berlusconiano.

Non c’è vizio privato o virtù pubblica, carattere culturale o ethos popolare, che l’uomo di Arcore non abbia saputo al tempo stesso anticipare o amplificare, in un vorticoso e a tratti misterioso gioco di specchi in cui alla fine era ed è sempre più difficile distinguere chi riflette che cosa. Con il terzo trionfo elettorale del 2008, Berlusconi si è ripreso definitivamente l’Italia… e come il fascismo per Piero Gobetti, anche il berlusconismo ha finito per trasformarsi davvero in un’altra “biografia della nazione”…

Lo dice lui stesso, alla costituente del Pdl: “Il nostro non è soltanto un nuovo partito, è la nuova Italia. E’ una grande forza politica che riunisce tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra e che ci hanno fatto conoscere la loro volontà alle ultime elezioni”. Nulla da eccepire: quando ha ragione, ha ragione…
La seconda tesi di questo libro è che quella italiana è ormai una democrazia in profonda trasformazione. Lo Statista sta trascinando l’Italia su un terreno che definirei “post-democratico”, secondo la formula coniata da Colin Crouch… Non è una dittatura in senso classico, ma sicuramente una democrazia “nella sua parabola discendente”.

Ma discendente verso cosa? Il punto di caduta di questa deriva italiana è una forma moderna di “totalitarismo” post-ideologico, inteso in senso tecnico e filosofico. L’Italia è troppo disincantata per incappare in un vero “regime” in cui siano conculcate le libertà fondamentali… La posta in gioco è un’altra. E’ una nuova, subdola ma comunque pericolosa forma di egemonia politico-culturale. E’ lo svuotamento e il depotenziamento dei “luoghi” nei quali si sviluppano una riflessione oppositiva e una visione positiva sull’Italia che c’è e su quella che ci vorrebbe.

E’ l’assenza di poteri autonomi che bilanciano lo strapotere dell’esecutivo, dalle istituzioni all’establishment economico-finanziario, ridotto a un puro ruolo di vassallaggio, ricattato e ricattabile attraverso il meccanismo incestuoso delle concessioni governative e il circuito perverso del finanziamento bancario.

E’ lo sgretolamento dei contenuti della politica, lo smantellamento sistematico della verità dei fatti, il disfacimento scientifico del linguaggio, che trasforma l’informazione in “rumore bianco”, ininfluente e inascoltabile, e omogeneizza tutto, il consenso e il dissenso, nel frullatore dell’assenso… Fareed Zakaria, nel suo Democrazia senza libertà teorizza l’esistenza delle “democrazie illiberali”, che combinano elezioni e autoritarismo. “Spesso, i governi democratici rivendicano una sovranità, ovvero un potere assoluto, e questo determina un eccessivo accentramento dell’autorità, non di rado mediante mezzi extracostituzionali e con esiti non sempre apprezzabili.

Ne deriva una forma di governo non troppo diversa da una dittatura, nonostante la maggiore legittimità”. Non so perché. Ma ancora una volta questi ragionamenti mi fanno pensare alle cose che succedono dalle nostre parti.

La terza tesi di questo libro è che lo Statista va ormai preso sul serio. Nel suo “ramo” è davvero il “professionista” migliore su piazza, e non può più essere trattato come un fenomeno da baraccone. E il suo governo di destra dura e pura riflette inevitabilmente la “vocazione totalitaria” di chi lo guida, ma sta dicendo e facendo cose che piacciono agli italiani… Dice Giulio Tremonti, ideologo della maggioranza: “L’Italia è un Paese sostanzialmente di centrodestra. C’è stata una maggioranza di centrodestra, c’è e ci sarà. Il problema è dare una rappresentanza a questa massa maggioritaria di voti”.

Sono convinto, a malincuore, che il superministro dell’Economia abbia ragione… Il conflitto di interessi è e resta senz’altro “un” problema. Ma non è più “il” problema. Quello che Umberto Eco aveva definito a suo tempo “cesarismo elettronico”, come cifra del nuovo potere berlusconiano, è oggi solo il corollario di un epifenomeno politico e sociale molto più radicato e complesso… Ormai non è più vero quello che scrisse una volta Furio Colombo, e cioè che siamo al cospetto di “un leader elettronico che non ha un popolo, ma un pubblico di spettatori”.

La novità di questa terza reincarnazione berlusconiana è che il leader non è più solo “elettronico”, ma si è fatto compiutamente “politico”. E soprattutto non ha più solo “un pubblico”, ma ormai si è costruito anche “un popolo”…

La quarta tesi di questo libro è che il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo. La contiguità, e la continuità, non è ovviamente con un regime inteso come struttura violenta e repressiva. Ma come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi, ma che incontrano il favore della gente. Niente succede per caso. Ci sarà un motivo se fino ad oggi, nonostante un’episodica eccezione nell’ultimo 25 aprile, lo Statista non è mai riuscito a dichiararsi apertamente e serenamente “antifascista”.

Ci sarà un motivo se oggi ci sono sindaci che rivalutano il Ventennio e ministri che celebrano Salò. Ci sarà un motivo se un gruppo di giovani squadristi neofascisti fa irruzione negli studi Rai di via Teulada per una “spedizione punitiva” contro un programma televisivo. E ancora, ci sarà un motivo se oggi, 27 anni dopo la scoperta della famosa lista nella villa di Castiglion Fibocchi, rispunta fuori Licio Gelli, addirittura in un suo spettacolo in tv: “Sono nato sotto il fascismo, sono fascista e morirò fascista… L’unico che può portare avanti il Piano di rinascita democratica è Berlusconi”.

Nessuno, e io meno che mai, pensa per questo che il premier non rappresenti il governo legittimo del Paese, democraticamente eletto dagli italiani… Ma la consapevolezza di quella legittimità formale non deve impedire di constatare, e soprattutto di contestare, l’inammissibilità sostanziale di molte enunciazioni e di molte decisioni. Per lo più illiberali, a volte persino incostituzionali… Paragonare il Ventennio del Cavaliere al Ventennio del Duce non è un reato.
Tanto più che adesso è lo stesso Statista ad autorizzare il confronto, scherzando con i cronisti: “Con altri cinque anni arrivo a 19 anni di attività politica. Quanti ne mancano, per arrivare a quello lì?” Eppure, ancora una volta, c’è poco da scherzare. Leggo da Democrazia e dittatura, scritto nel giugno 1934 da Gaetano Salvemini: “Il leader di una democrazia dice ai suoi avversari: “Credo di avere ragione, ma potrei aver torto; fatemi provare a vedere quali sono i risultati pratici delle mie azioni. Se saranno negativi, allora avrete la vostra occasione”. Il dittatore dice: “Ho ragione io, e i risultati della mia attività saranno sempre buoni”; “o con me o contro di me”; “tutto dentro lo Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”; “lo Stato sono io, chi si oppone allo Stato è un fuorilegge”". Vedete voi, sulla base di quello che dice e che fa, dov’è più giusto collocare il nostro presidente del Consiglio.

(15 novembre 2008)

Written by eleonoramatarrese

November 15, 2008 at 12:33 pm